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L’altra metà della poesia

 

Marilù Oliva

 

Vorrei esordire nella presentazione di questa sezione, Poesia al femminile, con un tributo a due antiche poetesse provenzali, autrici di tenzoni miste, sirventesi, ballate: le trovatore Contessa di Dia e Castelloza, rispettivamente vissute nel XII e nel XIII secolo. La prima è stata identificata con la consorte bellissima, eterea e sapiente di Guglielmo di Poitiers. S’innamorò di Rimbaud d’Orange e per lui compose la maggior parte delle canzoni che riecheggiano nei secoli per l’eleganza del trobar leu. Castelloza d’Alvernia era invece una nobile dama, sposa di Turc di Meyronne. Destinò il suo cuore ad Armando di Brion e a lui dedicò, nei suoi componimenti, l’allegria, la spensieratezza e la saggezza sanguigna che la contraddistinguevano.

Entrambe le trovatore hanno in comune con le nostre e, forse, con tutte le altre poetesse della storia lo stesso filo conduttore, la stessa ansia protesa e smarrita, le stesse volontà confliggenti. Per una donna colta, passionale, in grado di sentire e di sentirsi, non è affatto facile far sgorgare la profondità dei propri abissi e delle proprie sommità, i moti più intimi, le vicissitudini, le aberranti tortuosità dell’animo. Eppure, l’atto di scavare, è nello stesso tempo il percorso più spontaneo e immediato. Questo conturbante paradosso spiega anche perché le voci femminili più significative della poesia italiana siano state spesso circoscritte in un “sacro recinto”, quello dell’amore e dei suoi giardini fecondi di salici e di colori, ma anche di spine.

Nonostante un retaggio di letteratura a dominanza maschile, il soggetto femminile si è pazientemente affermato prospettando forme d’identità diverse, non sempre totalmente e radicalmente alternative a quelle dell’altro sesso. Le maggiori poetesse italiane del Rinascimento si sono dovute accontentare delle metafore che il linguaggio letterario dei tempi forniva loro, spesso imbastendo versi stilizzati e perfezionati dal petrarchismo con sentimenti che erompevano indomiti tra delusioni, struggimenti, speranze e vagheggiamenti. La promessa poetica che, nel Cinquecento europeo, hanno lanciato Gaspara Stampa, Vittoria Colonna, Veronica Gàmbara, Louise Labé e poche altre, è stata accolta nei secoli successivi e rielaborata.

Ciò ha fatto sì che il binomio donna-poesia non si sedimentasse nei cliché di quella temperie culturale, ma acquisisse viceversa la capacità di risorgere conservandosi intatto nella prospettiva. E anche in terre lontane, come è accaduto, per esempio, alle poetesse inglesi del periodo romantico, come Anna Laetitia Barbauld, Charlotte Smith, Hannah More, Ann Radcliffe, Mary Hays, Dorothy Wordsworth, Felicia Hemans, Elizabeth Barrett Browning, che non trattano più solo l’amore, la vita domestica, l’universo femminile, ma pure la vita sociale, l’impegno etico-politico, il problema della la fama letteraria e altro.

Apparentemente, le poetesse hanno posto orizzonti e problematiche diverse anche nel periodo successivo, ma si deve alle scrittrici del Novecento il “grande passo”, ossia il confronto titanico con la frantumazione dell’io. Alludo in primis ad Ada Negri, Amelia Rosselli e ad Alda Merini, ma potrei menzionarne diverse altre: la poesia al femminile è un confessore non sempre indulgente e, proprio in virtù di ciò, assume una dimensione collettiva. Questo duplice senso di spasimo e comunanza sottende il linguaggio della poesia e gli attribuisce il fine: anche quando l’assenza di identità individua un itinerario che è una ricerca sperimentale di tipo linguistico.

Nelle poesie di Amelia Rosselli (Parigi 1930-Roma 1996) troviamo un rapporto esasperato con le parole: non è più il contenuto a prevalere, bensì il modo in cui l’io nevrotico, malato, sofferente tende ad imporsi. E lo fa con una lingua distillata in tre idiomi, dirompendola in un verso che tende a tracimare e a sbandare, rompendo con tutte le regole: l’italiano paterno, che sceglierà come lingua principe, l’inglese materno e il francese appreso vivendo a Parigi.

C’è chi sostiene che credere nella poesia al femminile sia una scommessa, anche in termini editoriali, giocata sulla negazione epistemologica di una categoria letteraria definibile. A questi vorrei rispondere di chiudere gli occhi e d’immaginare gli ultimi istanti di una donna chiusa in cella, descritti da Lea Vergine: «C’era una volta una principessa che stava leggendo un libro quando il boia la toccò sulla spalla per farle capire che era arrivata l’ora. Allora la donna si alzò, mise un tagliacarte fra le pagine per non perdere il segno, chiuse il libro e lo seguì».

 

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