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Plutarco, Consigli d’amore. Sull’amore, Consigli agli sposi, Racconti d’amore, a cura di G. Tentorio, BUR, Milano 2006, pp. 126, € 5.

 

 

Se è da considerare vera l’affermazione per cui l’autore classico è quello che parla e scrive per noi, ricerchiamo pure quei fondamenti che ci costituiscono ab origine e ci identificano, facciamo pure un tuffo nel passato, secondo quanto scrive Gilda Tentorio nell’Introduzione al volumetto con gli scritti plutarchei sui Consigli d’amore, e troveremo «lo sguardo di un autore antico attento alle iridescenze della passione che si riverberano sulla vita» (p. 5).

Di un autore fin troppo famoso per altri testi, per quelle Vite parallele che in qualche modo fondano la categoria storica di civiltà “greco‑romana”, la curatrice ci propone tre brevi scritti erotici tratti dai Moralia: è l’amore ad essere in primo piano, è quell’intimo sentire che percorre, in ogni tempo, tutte le donne e tutti gli uomini a primeggiare. Amore, termine di cui si fa smodatissimo uso, insieme con amicizia, nel nostro tempo, viene ricollocato nella dimensione socio‑politica di una Grecia ormai in declino, di un’Ellade conglobata da secoli nel patrimonio della Res publica romana, cui si stava lentamente affiancando Gerusalemme col Cristianesimo.

Anche Plutarco, tra il I e il II secolo dell’era volgare, si fa portavoce del suo essere ellenico: Sull’amore è un dialogo, che lo vede protagonista, mentre, sposo novello, partecipa circondato da un gruppo di amici alle feste di Eros; e ancora, nei Consigli agli sposi, l’autore compone per due suoi discepoli da poco sposatisi una sorta di manuale per una convivenza davvero serena; nei Racconti d’amore, infine, vengono narrate tristi vicende d’amori infelici.

In una società composita, com’era quella dei Flavi, sotto un dominio politico‑militare che vede, con Traiano e Adriano, la massima espansione della potenza romana, Plutarco decide di ripiegarsi sui suoi autori, di ricercare la sua grecità, ritirandosi a Cheronea, sua patria, in Beozia, nonché di far convivere nei suoi testi scrittori del passato e del presente, in un gioco sapientemente colto fatto di preziose citazioni e rimandi sottili, quasi che Omero, Saffo e Pindaro fossero suoi compagni più che suoi auctores.

Plutarco, in ultima analisi, ricerca, nel profondo smarrimento culturale dell’epoca in cui vive, la propria identità, che non lo contrappone alle altre espressioni culturali, ma che anzi ad esse lo affianca. L’estremo, ma efficacissimo, excursus su Eros e Afrodite, che Gilda Tentorio tratteggia con sapiente eleganza nell’Introduzione, giova a chiarire non soltanto le fonti, ma altresì il pensiero etico ed estetico di Plutarco: Archiloco e Saffo, Asclepiade e Meleagro compongono un vivace mosaico che vede, tuttavia, in Platone il massimo approdo della riflessione erotica. Eros - per Platone e, di conseguenza, per Plutarco - mancando di bellezza, ricerca il Bello, essendo privo di sapienza ricerca il Sapere: ecco sorgere, allora, un Amore naturaliter filosofo che scorre (secondo la pseudo-etimologia platonica) dagli occhi di chi è amato in quelli di chi ama, e lo eleva gradualmente dal terreno al celeste, fino a una mèta sublime oltre ogni dire, fino, come si sa, alla dimensione iperuranica delle Idee.

Plutarco, dunque, non solo parla e scrive di noi, ma parla e scrive pure per noi, distillandoci la tradizione da cui proviene ed instillandoci i semi di una riflessione su noi stessi che - troppe volte, sconsolatamente - tendiamo a scotomizzare nell’hic et nunc della tirannica omogeneizzazione imperante. L’invito a non abbassare mai la guardia può, probabilmente, valere anche per questo delizioso volumetto; una bibliografia giocoforza stringata e l’assenza del testo greco a fronte della pur ottima traduzione ci fanno peraltro auspicare un’editio maior del libro.

(Federico Cinti)

 

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