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RITRATTO DI Pietro Bubani

UN Romantico PRoTAGONISTA DELLA

BOTANiCA EUROPEA

 

VALERIO DOCCI

 

 

Pietro Bubani, nato a Bagnacavallo di Romagna nel 1808, era, secondo quanto egli stesso ricordava, un giovane sanguigno e appassionato, preso dai più svariati interessi:

“Senza narrare le peripezie del giovane sanguigno, e bollente, dice di se stesso nel Cenno storico introduttivo alla Dunalia, a 11 anni e mezzo innamorato della Giulia Rossi di Pistoja; alli 13 e mezzo fattosi cacciare come indomabile da quei buoni preti, che reggevano il Collegio-Seminario di quella città; di 17 anni imprigionato, e sottoposto a processo per rissa sostenuta in difesa di un compagno di studio in Bologna; appassionato per la Musica, dominato dal pensiero di darsi alla Mimica, e nello stesso tempo lettore attento, ed assiduo dei grandi Classici Latini; di 19 anni, cedendo al Padre, studente Medicina in Bologna, e quivi nel 1829 laureato; nel 31, dei primi e più caldi rivoluzionari contro il Papa Re, senza punto inquietarsi del prete; agitato da gusti, e da passioni diverse; in fine caldo amatore della Botanica”.

Per volere del padre, dunque, a diciannove anni si iscrisse alla facoltà di Medicina dell’Università di Bologna, ove conseguì la laurea nel 1929. Nel 1831 partecipò ai moti insurrezionali contro il governo pontificio, ma, in seguito alla successiva occupazione degli Austriaci, dovette andare esule in Toscana. E fu proprio a Firenze che cominciò davvero a studiare la botanica, favorito dal Granduca Leopoldo II che gli concesse l’accesso alla Biblioteca Palatina. Al Granduca il Bubani dedicherà, nel 1868, la sua Flora virgiliana, operetta che testimonia il suo amore per i classici e per Virgilio in particolare e si segnala per la ricchezza dell’erudizione scientifica, il numero delle citazioni e l’ampiezza bibliografica.

Malauguratamente però il Bubani venne scacciato da Firenze, sembra per le manovre di una donna, e trovò rifugio nel Ducato di Lucca, da dove fu peraltro allontanato, per la sua costante passione per le belle donne e la scarsa simpatia per il clero. Lasciò allora l’Italia, salpando, nell’ottobre del 1836, per Marsiglia, per poi raggiungere Montpellier. Là fu profondamente attratto dalle straordinarie ricchezze botaniche della zona e dalle collezioni ivi presenti, nonché dalle importanti biblioteche che testimoniavano delle ricerche dei grandi professori Dunal e Delile.

Presso l’Università di Montpellier, Pietro Bubani seguì dunque i corsi di botanica per approfondire ed accrescere le sue conoscenze specifiche sino a far dello studio di questa scienza lo scopo della sua vita. Egli simpatizzò particolarmente per il professor Dunal, pur non disconoscendo al Delile, ed al suo erbario, i dovuti meriti. Il Dunal era infatti uomo di grande cortesia, oltre che insigne studioso, ed il Bubani strinse con lui un’amicizia tanto sincera e devota che, alla morte di quello che chiamava “veneratissimo maestro”, mise il lutto, cosa che non aveva fatto neppure per il padre.

“Trovai, scrive ancora nel sopra ricordato Cenno Storico, in questo sublime e virtuosissimo uomo, bontà e cortesia rare, profondo sapere, tatto e criterio oltre ogni dire squisitissimi. Gli riuscii simpatico, e presto fu stabilita fra noi cordiale e franca amicizia, che non fu mai, non che interrotta, intorbidata, pel bel lasso di oltre 20 anni, e cioè sino a quel tristissimo giorno, delli 6 agosto 1856, in cui appresi in Bologna avere io perduto il dì 29 di luglio, l’amico ottimo, l’egregio maestro, l’uomo da me, non che amato, veneratissimo. Quel lutto, che io non aveva mai posto per nissuno, nemmeno pel Padre mortomi l’anno innanzi, nel 50mo anno di mia età, lo posi e lo portai pel Dunal”.

A Montpellier il giovane italiano si dedicò appassionatamente ai suoi studi, con l’aiuto del Dunal che gli offriva la possibilità di accedere liberamente al Giardino botanico e al Museo, gli metteva a disposizione materiali, lezioni ed esercitazioni pratiche, e lo introduceva nel milieu culturale della città. Lo incoraggiava, nel contempo, a specializzare il suo studio e ad avviare una ricerca organica volta, nella fattispecie, all’illustrazione della flora dei Pirenei.

“Prese a dirmi un giorno il Dunal – continua il racconto­ –: - Voi amate la Botanica […]; ma voi andate ciò facendo senza un piano, senza seguire uno scopo, che vi meni ad un lavoro d’insieme. Proponetevi questo, ed impiegate in esso tutto il vostro ardore, tutta la vostra intelligenza, il vostro Gusto per la Botanica, e procacciate quindi di farvi un nome distinto, e di conseguire quella gloria della quale vi mostrate avido. Perché non dirigereste voi decisamente il vostro pensiero ai Pirenei? -”.

Il Bubani ne fu alquanto lusingato, sia per la possibile fama che avrebbe potuto ricavare da quella nuova esperienza, sia perché era attratto da quel particolare genere di esplorazione. Salì per la prima volta sui monti Pirenei il 21 luglio 1836, entrando da Narbona, e attraverso Perpignan e Prades raggiunse Mont-Louis. Esplorò poi la zona della Cardagna francese, che continua nel territorio spagnolo nell’alta valle della Syre, scoprendo ben presto le gioie dell’esplorazione botanica. Incontrò, in un primo tempo, anche molta comprensione da parte di civili e militari di quelle terre di frontiera: erano infatti gli anni della guerra civile spagnola.

Tornò a Montpellier in settembre, per riordinare le sue collezioni di piante e trascrivere le note sugli esemplari osservati dal vero. Ripeté l’esplorazione l’anno seguente, percorrendo la zona del Rossiglione, ove scoperse una straordinaria ricchezza floristica che lo confermò sulla bontà della sua scelta. Nella seconda metà di giugno, risalì il Mont-Louis, da dove, attraverso la valle dell’Ariège, giunse a Tolosa.

Durante il periodo invernale, poté studiare la nuova collezione del ’37 e dedicarsi all’osservazione del celebre erbario di La Peyrouse, che in precedenza era stato il botanico più attivo sui Pirenei. Revisionato attentamente l’erbario, il Bubani giunse alla conclusione che la fama di quell’opera non era del tutto meritata, poiché si trattava di un testo spesso carente di supporti culturali.

Nella primavera del 1838, lo studioso italiano riprese le sue esplorazioni, dapprima presso Tolosa, poi risalendo il corso della Garonna ed entrando nei Pirenei del versante francese. Si fermò a Bagneres de Luchon, presso il confine spagnolo sino al versante meridionale aragonese, dove poté individuare e raccogliere piante già da altri segnalate. L’anno seguente, affrontò lo studio dei Pirenei dalla parte del fiume Aude, che bagna Carcassonne, le Corbières, catena costiera della Francia meridionale, e l’Ariège, che sbocca nella Garonna vicino a Tolosa. In questa città aveva ricopiato ed annotato la Chloris Narbonensis del Pourret, sulla scorta della quale iniziò la ricerca delle specie – talora dubbie o malnote – in essa elencate.

L’opera del narbonese Pourret, quasi sconosciuta ai botanici suoi concittadini, risulterà invece assai preziosa per le successive esplorazioni del Bubani, che in seguito si recherà a Madrid proprio per esaminare diligentemente l’erbario e le annotazioni dell’autore, al fine di riportarle nella sua Flora Pyrenaea.

Nel 1840 continuò l’esplorazione della valle dell’Ariège, e nella primavera del ’41 percorse i Pirenei occidentali: ampliò così la sua conoscenza della flora pirenaica e poté nel contempo averne un’idea sintetica mediante il confronto tra la parte mediterranea e quella oceanica. Da questa comparazione sarebbe in seguito scaturita la suddivisione delle regioni dei Pirenei: oceanica, mediterranea e alpina.

Rilevò che la regione alpina non ha termini di confronto, quanto a ricchezza floristica, con la regione svizzera; quella mediterranea è più ricca rispetto alla regione atlantica, sicché la parte meridionale dei Pirenei è di maggiore interesse per il botanico. Nella regione oceanica, comprendente tutta quanta la Cantabria, il versante francese è più ricco di quello spagnolo. Il Bubani ipotizzò che ne fosse causa la maggiore irregolarità climatica della parte rivolta verso la Spagna.

Nella zona francese dei Pirenei Cantabrici, egli notò una rilevante varietà di piante e segnalò la presenza della Woodwardia radicans, il cui genere comprende grandi felci dell’Europa, dell’Asia e dell’America settentrionale, coltivate anche nei giardini e nelle serre. Visitò minuziosamente, inoltre, il paese dei Baschi che lo impressionò per la sua straordinaria amenità.

Nel 1842 non poté effettuare il viaggio nei Pirenei catalani, a causa della presenza di pericolosi banditi – “i terribili Trabucaires” –, e perciò ripeté il percorso del versante settentrionale. Successivamente, incuriosito da alcune brevi incursioni, per quanto talora deludenti, decise di entrare nei Pirenei spagnoli, e lo fece dal paese dei Baschi attraverso la Navarra, riuscendo ad arricchire il suo erbario di esemplari notevoli. Il suo scopo era quello di percorrere anche il versante spagnolo da un mare all’altro.

Nel frattempo, durante le soste invernali, andava elaborando numerose note critiche agli scritti di altri botanici che erano in contrasto con i risultati delle sue osservazioni, o contenevano ripetizioni inutili. Era d’altronde convinto che solo esplorando anche il versante spagnolo avrebbe potuto dare al suo lavoro il titolo di Flora dei Pirenei.

Le sue escursioni continuavano ad essere piuttosto avventurose, ed alle esperienze scientifiche spesso si accompagnava il rischio di qualche assalto da parte dei contadini spagnoli, come quella volta che, nel 1844, fu scambiato per un francese, o quando fu arrestato a Pamplona da un poliziotto che lo aveva scambiato per un carlista, a causa del berretto basco che portava abitualmente.

Trascorse l’inverno 1844-45 nell’amata città di Tolosa, ove continuò a coltivare l’interesse botanico, senza trascurare tuttavia quello per le donne. Nella primavera del 1845 iniziò il suo nuovo viaggio nei Pirenei aragonesi, compiendo alcune belle scoperte, fra le quali quella, particolarmente importante, della Dioscorea pyrenaea, fatto che suscitò certa incredulità negli ambienti scientifici. Lo scopritore, accanto al nome della pianta, appose orgogliosamente il proprio: nella sua prefazione alla Flora pyrenaea egli dice che la Dioscorea è la più singolare delle piante ritrovate in Europa, della cui esistenza nella regione pirenaica molti studiosi avevano dubitato.

Nell’esplorazione delle montagne dirupate e scoscese dell’Aragona, non erano mancati per l’italiano momenti di difficoltà e talora di pericolo, ed egli dovette, una volta, servirsi di una strana guida, ma molto esperta dei luoghi, che aveva abbattuto 300 capre selvatiche e 22 orsi, e conosceva palmo a palmo ogni anfratto di quella regione impervia.  

Ritornando in territorio francese, il Bubani dovette poi fare i conti con le distese ghiacciate e scavare il ghiaccio con la zappa per consentire al suo mulo di avanzare. A queste difficoltà, proprie dell’ambiente, continuavano ad aggiungersi quelle legate alle contingenze politiche: erano frequenti infatti i controlli della polizia francese e di quella spagnola, e non erano da meno i contadini e i montanari di quelle zone che spesso, forse anche per il suo aspetto, lo scambiavano per un agitatore o per una spia.

Riuscì tuttavia, primo fra i naturalisti antichi e moderni, a completare l’intero percorso. In Spagna apprese dell’elezione del pontefice Pio IX e dell’amnistia da lui concessa ai condannati per reati politici; ciononostante decise di portare a termine le esplorazioni programmate e gli studi nelle sedi invernali. Solo successivamente, nel marzo del 1847, accettò l’amnistia e si imbarcò a Marsiglia con 14 casse di piante, l’abbozzo della Flora pyrenaea e molti altri scritti inerenti i suoi studi e le sue ricerche.

Era vissuto sino ad allora con i modesti aiuti inviatigli dal padre, rifiutando il sussidio che il governo francese forniva ai rifugiati politici. Ritornato nella casa paterna, si diede a riordinare il suo erbario ed a revisionare a Bologna, sulla scorta di altri importanti testi, il manoscritto della sua Flora. Nel 1850, peraltro, verificate certe lacune del suo lavoro, ritornò sui Pirenei e a Madrid, per studiare ancora gli erbari, in particolare quello del Pourret.

Riprese in seguito le esplorazioni, durante le quali non gli mancarono altre disavventure, come quando fu scambiato per un incaricato del governo inviato contro i contrabbandieri, in una zona dove tutti lo erano, donne comprese.

Nel febbraio del 1856 concluse la Flora pyrenaea, quattro volumi in folio per 2500 pagine, la compilazione della quale gli era costata vent'anni di esplorazioni botaniche e di studi. Non ancora soddisfatto, però, coltivava pure il progetto di ampliare ed approfondire ulteriormente i suoi studi, in particolare nell’ambito della fitografia. Ma, consapevole delle difficoltà dell’impresa, si sarebbe poi limitato a redigere i Dubia solvenda in campo aperto, per la cui soluzione compì le esplorazioni del ’57 e del ’58, con scarsi risultati a causa delle cattive condizioni climatiche. Le sue ottime intenzioni sono documentate in una lettera all’amico Silvestro Gherardi, in cui appaiono scorci interessanti della vita di Pietro Bubani, che non mancava di esprimersi con parole piuttosto vivaci contro uno scritto di un professore di Tolosa, reo di aver pubblicato uno studio, per lui poco convincente, sull’erbario La Peyrouse. Per quanto riguarda i suoi viaggi di esplorazione, aggiungeva: “[…] feci qualche nuova scoperta nei Pirenei Baschi, che furono il teatro delle mie esplorazioni […] mi attengo a fissar bene la regione delle specie, affinché la mia Flora diventi libro di peso e autorità”.

Nella medesima lettera del 1858 al Gherardi, si vede come gli interessi scientifici del naturalista si integrino e si confondano con quelli di un piccolo mondo di provincia: i continui riferimenti ad amici comuni, l’interessamento per la famiglia dell’amico, la costante passione per le donne che gli fa scrivere: “la botanica mi occupa, ma per fortuna tutte le mie delizie non mi vengono…vanamente da lei. Feci nell’ott. Il felice incontro di una buona carissima e gentilissima e questa mi va beando di tempo in tempo…ma la vita di giovanetto che faccio ancora è un mezzo sforzo, e mi pesa non aver un centro, coi miei libri, ed il mio erbario alle mani…”

Nel corso del 1859, si accese di entusiasmo per le vicende della seconda guerra per l’indipendenza italiana, ma incontrò ben presto un’amara delusione per la mancanza di senso pratico degli uomini di Stato.

Nella primavera del 1860, ripartì per i Pirenei catalani, fermandosi nell’inverno a Montpellier, dove però, essendo morto il Dunal, non ritrovò l’ambiente a lui caro. Nonostante l’incostanza del clima, e la poco produttiva esplorazione del ’61, il naturalista riuscì a concludere positivamente la sua ventesima campagna dei Pirenei.

Secondo i propri calcoli, il Bubani valutava che nei Pirenei, nei limiti imposti dalle sue scoperte, esistessero 2800 specie fra Cotiledoni e Acotiledoni. Egli non era in possesso di tutte quelle specie, mancandogliene un’ottantina, ma fu costretto a rinunciare ad ulteriori esplorazioni a causa degli impegni familiari.

Negli anni seguenti, egli però continuò a correggere, perfezionare e limare la sua Flora, dopodiché ne intraprese la puntuale trascrizione (1871-73), superando le 3000 pagine complessive.

Di questi ultimi, fecondi anni di lavoro, oltre che della costante verve polemica, abbiamo testimonianza in alcune lettere, indirizzate all’amico professor Domenico Ghinassi, oggi conservate presso la Trisi. In una del 24 giugno 1869, il Bubani scrive: “eccomi con questa mia la Flora Virgiliana. Quale sarà il vostro giudizio? Mi dispiacerebbe ch’esso fusse manchevole, perché le odi…significano di non farmi stare nella pelle e minacciano di farmi crepare…”

In un’altra lettera del 3 luglio 1871, pur ringraziando l’amico per l’invio della bibliografia del Rambelli da lui edita in quei giorni, non tralascia di inviargli alcune precisazioni: “[…] dite quattro volte, e mi par troppo, che il Rambelli fu vostro maestro” e, più avanti, “Ho ricopiato il volume di p. 712 della mia Flora dei Pirenei e sono molto contento del mio lavoro 23 febbr.-27 giugno 1871”. 

Figura romantica e atipica di ricercatore solitario, appassionato ed estroso, Pietro Bubani non ottenne però mai quell’apprezzamento e quei riconoscimenti che egli avrebbe desiderato per il proprio lavoro e le diuturne fatiche che gli era costato. Si sentiva probabilmente un poco trascurato e incompreso, se nella Dunalia (1878), in età ormai avanzata, scriveva: “E non sono da valutarsi poco i morali sacrifici ancora da me fatti per lo amore della Flora dei Pirenei; poiché il rinunciare alle Società ed alle compagnie di elette persone, il soffocare, e vincere i sentimenti amorosi, che nel fiore degli anni come vulcanici nel mio cuore scoppiavano, per commutarli in fatiche, in pericoli, in privazioni; persuaderà chi che sia, che il ponderi, avere io tanto fatto per la Flora dei Pirenei quanto da un caldo amante, da un devoto marito, da un amoroso padre si fa per la donna amata, per la famiglia; tutto quello che viene fatto da molti per procacciarsi subiti favori, e pronta fortuna: quell'operosità, che impiegata destramente da altri, loro valse a procacciargli considerazione, protezione, e lucrosi impieghi, (li quali a me da certi amici offerti in Francia, ed in Italia ricusai per non deviare dal mio scopo), io tutta l’adoperai per avanzare nella prediletta Scienza”.

 

 

 

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