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PICCOLA STORIA DELL’aforisma europeo

Nel Novecento

 

 

Antonio Castronuovo

 

 

 

Il Novecento è secolo traversato dal fremito dell’incertezza, e le forme letterarie si spezzano, facendosi brevi. Non che sia il secolo che ha inventato la forma breve, tutt’altro, ma è quello che le ha dato impertinenza, causticità, malinconia. È il secolo che ne ha fatto un genere letterario, tanto più solido quanto più concluso nella perfezione di se stesso. E tra le forme brevi troneggia l’aforisma, che alla concisione associa la ricerca di uno stile. Werner Helmich, grande studioso di forme brevi, ha dato una sintetica definizione dell’aforisma: «Forma letteraria di prosa, concisa, isolata da un contesto, priva di finzione narrativa e provvista di una “pointe”, cioè di un effetto stilistico destinato a procurare nel lettore una sorpresa estetica o gnoseologica». Definizione che concentra in poche righe i caratteri strutturali fondanti.

Lungo il Novecento, l’Europa sviluppa l’aforisma in forme ingegnose, eleganti e fiorite. E l’Italia non ha una storia secondaria, anzi: il Novecento aforistico è per essa un periodo sulfureo e faceto. Le prime decadi del secolo sono folte di produzione aforistica: forse la prima raccolta che appare è Il mio tesoro di Giovanni Gaggino (1900), cui seguono Vita intima (1903) e Il Centivio (1906) di Giuseppe Prezzolini, i Precetti e pensieri ai giovani pittori di Ugo Bernasconi (1910) e le Barche capovolte di Federigo Tozzi (1911).

La produzione aforistica più significativa, per la sua impertinenza e causticità, per la possibilità di rinunciare alla prudenza della collezione in volume, è quella che appare su rivista, soprattutto sulle pagine dello straordinario esperimento fiorentino di “Lacerba”, tra 1913 e 1915. Il programma aforistico è dichiarato fin dal manifesto che apre il primo numero, l’1 gennaio 1913, col titolo ludico di Introibo. Tra i vari punti che lo costituiscono, due ne esprimono al meglio il programma: «Un pensiero che non può esser detto in poche parole non merita d’esser detto»; «Noi siamo inclinati a stimare il bozzetto più della composizione, il frammento più della statua, l’aforisma più del trattato, e il genio nascosto e disgraziato ai grand’uomini olimpici e perfetti venerati dai professori».

Lungo questa dichiarata inclinazione, la rivista si fa vettrice di precoci esperimenti di traduzione, presentando aforismi di Karl Kraus, Jean Paul e Lichtenberg. Ma soprattutto, i principali redattori e fondatori – da Papini a Soffici, da Palazzeschi a Tavolato – pubblicano aforismi sulle sue pagine, e col piglio provocatorio del “teppismo” d’avanguardia, della volontà di stupire e pungere mediante il proprio antagonismo, il proprio pensiero ribelle. Come questa “Scheggia” di Papini, apparsa il 15 settembre 1915, addirittura ingiuriosa: «La moglie fa risparmiare per qualche tempo la spesa delle puttane ma tutte le puttane del mondo non ci risparmiano il pericolo di prender moglie». Anche Tavolato aggredisce al modo caustico di Papini, come è nello stile provocatorio di chi, con i famosi testi Contro la morale sessuale ed Elogio della prostituzione, subì addirittura un processo per oltraggio al pudore che fece in quegli anni parecchio rumore. Tra i suoi aforismi, questo apparve in una collezione di Frammenti su “Lacerba” dell’1 settembre 1913: «Chiamasi genio il disgraziato che non riesce a diventar filisteo».

Dopo l’esordio di inizio secolo, Giuseppe Prezzolini, “italiano inutile” dedito a osservare la civiltà, pubblicò nel 1921 un piccolo trattato aforistico, Codice della vita italiana, che svela i caratteri paradossali di una terra in cui i ruoli tra furbo e onesto sono rovesciati, un codice che fa infine del suo autore uno tra i più utili che l’Italia abbia mai avuto. In questi aforismi risuona tutto il senso dell’Italia di sempre, palleggiata tra due estremismi: «L’Italia non è democratica né aristocratica. È anarchica»; «In Italia nulla è stabile, fuorché il provvisorio». La collezione serba un’ottima diagnosi sociologica della nazione: «L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono».

Tra le due guerre mondiali, sebbene i longevi Papini, Soffici e Prezzolini, perseverano nell’aforisma, i nomi che destano maggiore interesse sono quelli di Leo Longanesi e Mino Maccari. Il primo è certamente il più geniale e robusto aforista italiano del secolo, colui che raccoglie la tradizione moralistica e la re-interpreta mediante un’invenzione di straordinaria freschezza. Scrittore, editore (fonda la casa editrice che porta il suo nome), artista, creatore di riviste, Longanesi infisse i suoi folgoranti aforismi proprio sulle pagine dei periodici. Fin dai primi numeri “L’Italiano” è una cornucopia di giudizi graffianti e sarcastiche citazioni: Longanesi morde senza scrupoli Croce e Ojetti, celebrità del momento, scandalizza anche per il suo radicalismo anti-intellettuale, ma il soggetto principale sono gli italiani, con i loro eterni difetti e conformismi. Carattere precipuo dell’aforisma di Longanesi – come sarà poi anche per Maccari e Flaiano – è di serbarsi memorabile, e rimbalzare poi, echeggiando nella voce di chi lo racconta, come fosse oggetto leggendario. Ne citiamo uno celebre, apparso su “L’Italiano” del 30 giugno 1927: «Agli italiani la filosofia fa venir sonno, ai tedeschi lo fa perdere».

Nel dopoguerra, con tono sempre mordace ma un po’ rattristato, Longanesi continua a scrivere aforismi, che entrano a far parte di libri. Il diario che pubblica nel 1947, Parliamo dell’elefante, è un ibrido con una sezione aforistica che, pur guardando ai caratteri dell’italico medio, si caratterizza per la piega malinconica e disincantata. Le sferzate si dirigono verso le classi nuove dell’Italia repubblicana; vi rintracciamo gli esempi più belli di aforisma in Longanesi: «Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola»; «Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee»; «Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica»; «Il professore di lingue morte si suicidò per parlare delle lingue che sapeva».

Nel secondo dopoguerra, Longanesi continua a inventare aforismi per la sua nuova creatura, “Il Borghese”, che poi confluiscono nel taccuino La sua signora (uscito postumo nel 1957). In questa fase, la sua posizione anticonformista si conferma nel disprezzo riservato alla “nuova Italia”, filistea e inesorabilmente segnata dalla crescita economica, ottima per il benessere, pessima per la direzione assunta dai costumi di massa e dalla ratifica democratica della più antica dittatura italiana: quella dei burocrati, opportunisti, ipocriti e ciarlatani. La sua signora mantiene dunque l’antico tono mordace, ma acquista un aroma scettico; non vi risuona più la spavalderia giovanile, tutto si smorza nella rassegnazione: «Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo»; «Non è la libertà che manca; mancano gli uomini liberi».

Anche Mino Maccari, scrittore scanzonato e ironico, inizia la sua carriera fondando “Il Selvaggio”, irridente rivista del ventennio fascista. Maccari vi pubblica aforismi, raccolti in rubriche dai titoli sonori. Su “L’Italiano” del 28 gennaio 1926, pubblica l’articolo Il farnetico, che interessa perché nell’esprimere l’attacco alla vecchia cultura borghese, vi traluce un po’ la personalità dell’aforista: «Noi disegniamo, scriviamo, digiuniamo, incidiamo, attacchiamo, come tanti invasati». Ottimi frammenti si trovano nei due almanacchi L’antipatico, strumenti di «previsioni, profezie, ammaestramenti e consigli in versi e in prosa» da lui pubblicati nel 1958 e 1959. Stretto il rapporto che vi si consuma tra aforisma e vignetta: «La donna che incontri scendendo le scale sarà sua».

Nel secondo dopoguerra spicca tra gli aforisti il poeta Umberto Saba, che inaugura l’epoca con le straordinarie Scorciatoie (apparse nel 1945 sulla rivista “La Nuova Europa” di Luigi Salvatorelli e nel 1946 in volume da Mondadori). Per la loro ampiezza meditativa e la quiete riflessiva, per la rinuncia all’umorismo ma non all’allusività, le Scorciatoie si collocano nella tradizione dell’aforisma argomentato, dotate come sono anche di un titolo. Forse questa loro natura, che scava nel dolore e anche nell’orrore della storia recente, che esplora il cosmo morale dell’uomo contemporaneo, facendo riferimento, con Freud e Nietzsche, agli apporti della psicoanalisi e della cultura tedesca, ne decretò l’insuccesso.

La seduzione esercitata dalle Scorciatoie origina dalla miscela di dolore e originalità. Alcune si presentano come brevi aforismi, che non rinunciano alla sorpresa, senza tuttavia usurpare la delicatezza cui Saba mai rinuncia, come in questo esempio: «I wagneriani erano sospetti, non perché amavano Wagner; ma perché amavano solo Wagner». Per il resto, le Scorciatoie manifestano la loro quieta bellezza proprio in quanto sentieri che tracciano un percorso dalla storia dell’uomo alla mente dell’uomo.

Dopo la prova di Saba la produzione aforistica italiana abbandona la natura assertiva della prima metà del secolo per entrare a pieno regime nel relativismo della seconda metà, dove a farla da padrone è il dubbio, il disorientamento, il pessimismo. Poeta di altissimo livello, Camillo Sbarbaro si colloca anche tra i protagonisti dell’aforisma, per aver coltivato tutta la vita la scrittura frammentaria: negli stessi anni dell’esperienza poetica di Pianissimo, egli faceva quella dei lacerti in prosa dei Trucioli (1920). E da quel momento la sua produzione è uno stillicidio di pezzetti lucenti, un assortimento di ossute prose d’arte e minuti pensieri, tra cui spiccano i Fuochi fatui (1956) e gli Scampoli (1960). Il primo, libro di prose brevissime di varia modulazione, è anche l’opera di Sbarbaro in cui più agilmente si rintracciano frammenti di mitigata osservazione dell’esistenza, vampe effimere che non lasciano brace, e nelle quali si esprime il senso di precarietà della vita, l’illusione della felicità, il fallimento di ogni volontà conoscitiva: «Felicità, ti ho riconosciuta al fruscio con cui t’allontanavi»; «Nella vita come in tram quando ti siedi è il capolinea». Anche se non mancano colpi aforistici più spediti e sonori: «Radicchio o bistecca, viviamo della morte degli altri». O ardori di autobiografia: «Controcorrente, in acqua limpida: la divisa della trota, la nostra».

Tra i più arguti aforisti del Novecento sta Ennio Flaiano, la cui scrittura è venata di un’argentea ironia, intrisa del senso di precarietà e incompiutezza della vita, ma anche profetica della volgarità che montava negli anni della “dolce vita”. I suoi libri celano tra i più begli aforismi del secolo, disseminati tra il Diario notturno (1956), Taccuino del marziano (postumo 1974), Diario degli errori e Don’t forget (postumi 1976). Il taccuino di pensieri che accompagna la famosa commedia Un marziano a Roma pullula di amare riflessioni sulla vita, come questa: «Conoscere se stesso. Dopodiché diventa impossibile vivere insieme con se stesso»; ma anche di aforismi a effetto sorpresa: «In amore bisogna essere senza scrupoli, non rispettare nessuno. All’occorrenza, essere capaci di andare a letto con la propria moglie»; «Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, ma con meno letteratura»; «Che cosa fanno i leoni aspettando il domatore? Ripassano la parte».

Verso la fine del Novecento sono emerse altre fonti di ottima ironia aforistica. Il siciliano Gesualdo Bufalino, noto per il romanzo d’esordio Diceria dell’untore (1981), pubblicò nel 1987 Il malpensante. Lunario dell’anno che fu, che s’inserisce in un orientamento aforistico mordace e umorale. Il titolo non nasconde che il malpensante è l’autore stesso, colui che «pensa male, tecnicamente parlando. Ma è, soprattutto, chi pensa il male e ne accarezza i nodi dentro di sé, senza risolversi a tagliarli con un’energica scure». Apparsa sulla copertina del volume, questa indicazione addita che tipo di aforista è l’autore: uno incapace di compiere scelte definitive, uno che si pone quesiti altissimi ma irrisolvibili, come questo riferito all’esistenza di Dio: «È un bluff? Non è un bluff? Fra poco muoio e lo vedo». Un altro volume giunse nel 1994 a completare la breve corona aforistica di Bufalino, Bluff di parole, nel quale si trova il famoso aforisma che teorizza la lunghezza del genere: «Un aforisma benfatto sta tutto in otto parole».

Molti gli esempi di fine secolo, e tra i migliori Giuseppe Pontiggia, la cui peculiarità stilistica è la nitidezza e la forma spezzata del testo. Su questa linea, egli è autore di una collezione propriamente aforistica, Le sabbie immobili (1991), in cui zampilla in primo piano la definizione ludica: «epocale. Mutamento epocale. Ce n’è ogni giorno»; «carisma. Parola che lo sta perdendo, per averlo distribuito a troppi». Ma tutta la fine di secolo è densa di ottimi aforisti, tra cui Alessandro Morandotti (Minime, 1979-1980), Ferruccio Masini (Aforismi di Marburgo, 1983), Mario Andrea Rigoni (Variazioni sull’impossibile, 1986), Maria Luisa Spaziani (Aforismi, 1993), il cui stile è intriso di poesia e ironia: «Potessimo almeno fotocopiare questa notte d’amore».

 

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La famiglia morale (di osservazione dei mores umani) delle massime, il cui campione fu alla metà del Seicento il francese la Rochefoucauld, giunge fino al Novecento e ne caratterizza la linea più pessimista. Carlo Grignani scrive che «Il pessimista è uno che si è informato»: ecco, il Novecento è piano di pessimisti perché tutti abbiamo potuto informarci. In Italia questa linea è espressa al miglior grado da Guido Ceronetti, scrittore che nel Silenzio del corpo ha dato una meditazione aforistica partecipe dell’universale sofferenza della materia. Una sofferenza che la scienza dovrebbe lenire con umiltà, senza offendere l’uomo: tema centrale in Ceronetti, che in uno dei Pensieri del tè definisce la scienza e suggerisce all’uomo un atto di orgoglio nei suoi riguardi: «La scienza fa che i cuori battano più a lungo – ma li ha avviliti. Paghiamola, senza ringraziarla».

Il pessimismo tocca un vertice nel rumeno Cioran, che trasferitosi a Parigi negli anni trenta acquisì il francese come madre lingua e pubblicò sia raccolte pure di aforismi (Sillogismi dell’amarezza, 1952; L’inconveniente di essere nati, 1973; Confessioni e anatemi, 1987) sia raccolte miste di aforismi e altri testi brevi (Il funesto demiurgo, 1969; Squartamento, 1979), non senza disseminare di aforismi anche i suoi Quaderni. Siamo con Cioran ai vertici dell’aforisma contemporaneo, la cui radice negativa è lampante in un detto del genere: «Essere moderni vuol dire affaccendarsi nell’incurabile». L’attacco al mondo moderno giunge a stupendi culmini: «Schiavo, quel popolo costruiva cattedrali; emancipato, non costruisce che orrori». E su questa oltraggiosa linea del pensiero, anche il libro come oggetto ne esce trasfigurato: «Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo».

Il primo Novecento francese è segnato dal Diario di Jules Renard, malinconico e delizioso scrittore che fa appena in tempo ad affacciarsi sul nuovo secolo (il diario termina col 1910), ma con una miniera di annotazioni biografiche e osservazioni psicologiche tra cui fanno capolino aforismi che mettono in piena luce un genere speciale. Non una massima, non un detto filosofico, ma una definizione metaforica di oggetti, animali, stati d’animo, un’analogia visiva che diventa osservazione poetica: «Arcobaleno, la sciarpa del tuono»; «Farfalla: fiore vagabondo»; «Maiale: tanta sporcizia su sfondo rosa». Ciò non toglie che Renard non sia rispettoso della formula classica della Massima: «La vita intellettuale è per la realtà ciò che è la geometria per l’architettura».

L’analogia visiva era però destinata a diventare il segreto espressivo dello spagnolo Ramón Gómez de la Serna e ad acquisire con lui un nome specifico: greguería. Ne scrisse tutta la vita, fino a raccoglierle nel 1955 nell’enorme volume Tutte le greguerías, suo enorme zibaldone umoristico, e lanciando un genere molto imitato nei paesi di lingua spagnola. Le greguerías sono lampi selvatici e scontrosi, rapidi paradossi e giochi fonici, motti e intuizioni liriche, con cui ogni cosa viene fissata con sguardo brillante e policromo, metafore adatte a cogliere l’essenza della realtà in forma umoristica. La metafora consente infatti di collegare ciò che sembra separato e di osservare una cosa alla luce di un’altra, di esercitare cioè la tecnica dell’analogia: «Il tram approfitta delle curve per piangere»; «Le candele sgocciolano cammei»; «Le vongole: nacchere del mare»; «Il neonato saluta se stesso dando la mano al proprio piede».

La formula inventata da Gómez de la Serna è riuscita a trovare applicazione anche in Italia, quando alla fine degli anni sessanta il romagnolo Aldo Spallicci pubblicò Il volto della fauna, sorta di minuscolo bestiario di fugaci aforismi che, ascrivibili al genere della greguería, rifulgono per proporzione e misura. Le sue osservazioni naturalistiche sono un canto alla differenza dei generi e delle inclinazioni, la prova che la molteplicità dell’aforisma può riflettere quella della natura. Togliamo dal libretto alcuni esempi: «il maiale. Un sacco di adipe con un cavaturaccioli dietro»; «la talpa. Un prete che si apre da solo le sue catacombe»; «la cicala. Gratta il prurito della canicola».

Con i movimenti di avanguardia europei – soprattutto dada e surrealismo – l’aforisma assume connotazioni speciali: diventa frase senza senso, puro gioco verbale, ribaltamento, ma anche proclama, annuncio, e come tale la sintesi torna utile e penetrante. Tra i Sette manifesti del dadaismo di Tristan Tzara, di natura apertamente aforistica è il Proclama senza pretese, tra cui rifulge questo esempio: «L’arte è una pretesa riscaldata con la timidezza del bacino urinario, l’isteria nata in laboratorio».

Tra le figure del dada, Francis Picabia ebbe una speciale predilezione per le forme brevi, che raccolse sulle riviste del movimento o su rare plaquettes. Su “Littérature” dell’1 settembre 1922 apparvero ad esempio dei Pensieri e ricordi, tra cui: «Esistono solo gli uomini che hanno in sé un movimento rotatorio che attiri gli altri uomini». Una bella seria aforistica apparve su “391” nel giugno 1924: «Sono un mostro che condivide i suoi segreti col vento»; «Gli uomini guadagnano diplomi e perdono istinti»; «Il primo fallo fu la costola di Adamo». L’inclinazione alla sentenza breve si conservò in Picabia fino alla tarda età. Nel 1960 pubblicò ad Alès, in sole tredici copie, Dove non si sogna più, plaquette di dieci aforismi che col dada condividono ormai solo le idee, non la lingua: «Ha la povertà del ricco, ma non la bella follia della povertà dissipatrice»; «Cos’è che la fa deperire più rapidamente? la narcosi borghese»; «Meglio soffrire che avere attorno a sé degli spaventapasseri».

Tardo esempio di dada fu Marcel Duchamp che, con lo pseudonimo femminile di Rose Sélavy, pubblicò nel 1939 Oculismo di precisione, collezione di «peli e pedate di tutti i generi», come suona il sottotitolo. Li scrisse guidato da una forma originale di approccio intellettuale: frasi costruite col gusto dadaista del gioco verbale e fonetico, fondate sull’allitterazione e sull’assonanza. Rrose condensa in sé un messaggio erotico: quello derivante dalla gioia di vivere e di vagare liberamente col pensiero. Infatti scrive dei bon-mots, giochi di parole intenzionalmente senza senso, ma che a volte suonano altamente espliciti: «Quesito d’igiene intima: si deve infilare il midollo della spada nello speco dell’amata?»; «Io marcisco, tu marcisci, la poltrona marcisce per un venereo poltrone che non ha nulla di venerabile»; «Ospite + Pitale = Ospedale»; «Il commiato a mio cognato».

Nel novembre 1924 Breton pubblica il Primo Manifesto del Surrealismo nel quale afferma che il movimento «si fonda sull’idea di un grado di realtà superiore connesso a certe forme di associazione finora trascurate, sull’onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero». Mediante la pratica della scrittura automatica il surrealismo si abbandona al flusso della coscienza irrazionale, e su queste basi non fu solo poesia e proclama, anche fermento linguistico, come gli stravaganti 152 proverbi nel gusto del giorno di Paul Eluard e Benjamin Péret, apparsi nel 1925 sulla rivista “Révolution Surréaliste”. In essi i significati affiorano con tale velocità da volarsene via, sicché si resta indecisi se gli autori hanno caricato il nulla di parole o viceversa le parole di nulla: «Prima che diluvi, rabbonite il comprendonio»; «Se uovo rompe uova, non ama la frittata»; «Battere la mamma finch’è piccola»; «Afferrar l’occhio per il monocolo»; «Un albino non porta primavera»; «Sii grande prima d’essere grasso».

Anche nel surrealismo, come nel dada, si possono riscontrare forme più tradizionali. Succede ad esempio nelle Note (Appunti) sulla poesia di André Breton e Paul Éluard: «I pensieri, le emozioni completamente nude sono forti come le donne nude. Occorre dunque spogliarli»; «Alcuni uomini hanno della poesia un’idea così vaga che la stessa indeterminatezza di questa idea negli altri è per essi la definizione della poesia».

L’aforistica novecentesca di lingua tedesca ha il suo massimo esempio nel boemo Karl Kraus che, sbarcato nella Vienna asburgica, diventò presto indiscreto sezionatore dei suoi falsi valori. Fondò nel 1899 la rivista “Die Fackel”, che scrisse quasi interamente da solo: più di novecento numeri in trentasette anni. Su quelle pagine apparvero gli straordinari aforismi poi pubblicati in volume tra 1908 e 1918 e oggi raccolti in Detti e contraddetti. Alcuni esempi sono sufficienti a delineare il piglio acido di Kraus, nemico giurato dalle nascente psicoanalisi: «Il mondo è una prigione dove è preferibile stare in cella d’isolamento»; «Il diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini»; «La psicoanalisi è quella malattia mentale di cui crede di essere la cura».

Ma nemico fu anche del giornale, attaccato in una serie di aforismi velenosi: «Ciò che è stato stampato in un sol giorno degli ultimi cinquant’anni ha avuto più forza nel distruggere una civiltà che non le opere complete di Goethe XE "Goethe"  nel difenderla»; «Non avere un pensiero e saperlo esprimere – è questo che fa di uno un giornalista». Il giornale ha una genesi demoniaca, così scolpita: «All’inizio fu la Stampa, poi sorse il Mondo»; e ancora: «Il giornale parla come il mondo perché il mondo parla come il giornale». Il circolo è vizioso: il mondo nato dopo la stampa parla come il giornale: questo deve allora adeguarsi e parlare a sua volta come il mondo. Non tutte le colpe sono della stampa, che ha dovuto pretendere poco oltre la chiacchiera, adeguarsi alla privazione di eccellenza. E tutto questo Kraus lo scrive in quella forma breve il cui segreto coglie magnificamente: «L’aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo».

L’aforisma europeo del Novecento può anche possedere statuti eterogenei. Può ad esempio nascere fuori dall’Europa ma essere di sostanza nettamente europea, come nel caso di Nicolás Gómez Dávila, sbocciato in Colombia ma intriso di cultura europea per aver vissuto infanzia e giovinezza a Parigi. Isolato a Bogotá nella sua cella di trentamila libri, egli fu avido lettore di autori europei in lingua originale e autore di pessimismo radicale. La sua opera è una sterminata moltitudine di note amare e concise; le raccolse in vari volumi di Scolii a un testo implicito, cioè glosse e commenti a un’opera sistematica che mai scrisse e mai volle scrivere, ma che era implicita in tutto ciò che annotava: «La storia seppellisce, senza risolverli, i problemi che pone»; «Il caso genera le civiltà, l’intelligenza le seppellisce»; «La modernità chiama dovere la propria ambizione».

Altra forma aforistica eterogenea, con la quale chiudiamo questo breve affresco, è la dislocazione su un tema che sembrerebbe inadatto alla diagnosi aforistica, per sua natura rivolta all’uomo e ai suoi costumi. Succede ad esempio con un tema come lo sport, che sembrerebbe superficiale e che invece diede materia nel 1924 a Jean Giradoux, in omaggio ai giochi olimpici, di scrivere la raccolta Lo sport. La sua delicata liricità ne fa superba collezione con echi di greca corporeità, e sia sufficiente questo solo magnifico esempio: «Che meravigliosa differenza, sul volto dell’atleta vinto, tra il sudore e le lacrime».

 

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