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NELLA PIANURA EMILIANA: INTERVISTA A MIRCO DONDI

 

Marilù Oliva

 

 

Mirco Dondi, Tito Menzani, Dalla guerra al «boom» - Territorio, economia, società e politica nei comuni della pianura orientale bolognese, II vol.,  Edizioni Aspasia, 2004.                                  

Un’indagine approfondita delle situazioni sociali e strutturali, nel secondo dopoguerra, dei comuni della pianura orientale bolognese, viene svolta in due saggi, pregiato contributo all’individuazione dei fenomeni attuali attraverso la conoscenza degli elementi storici di partenza, comprovati da interessanti tavole statistiche e corredati da una consistente serie di fotografie d’archivio.

Il primo saggio analizza il conflitto sociale dagli albori della sindacalizzazione alla repressione fascista, alla resistenza, alla guerra fredda nelle campagne fino alle ultime lotte e alle rapide trasformazioni. Il secondo saggio descrive quanto abbiano influito, nella società contadina, i cambiamenti nei rapporti di proprietà, la meccanizzazione dell’agricoltura, l’industrializzazione e documenta lo sviluppo del movimento cooperativo.

L’opera si inserisce all’interno di una collana, La terra e il tempo, diretta da ISREBO, l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna. Per la sua realizzazione, perseguita col ferreo metodo scientifico imprescindibile dalla ricerca storica, gli studiosi Mirco Dondi, docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Bologna e Tito Menzani, dottorando per il Dipartimento di Storia dell’Università degli studi di Milano, si sono avvalsi della lunga durata come chiave di lettura privilegiata, affinchè l’indagine fornisse un quadro di più ampio respiro.

Per completare la presentazione del volume di un significato che arricchisse la recensione, Mirco Dondi ha affrontato, in un’intervista, i punti cruciali del suo saggio, prestandosi a spaziare, laddove le domande lo prevedessero, ad un orizzonte storico-speculativo di più ampio respiro.

 

Da quali esigenze nasce la sindacalizzazione nella pianura orientale bolognese?

 

Nasce dall’esigenza di vivere meglio, dal bisogno di salvaguardia contro lo sfruttamento  e dalla volontà di estendere a tutti il diritto di lavorare.

 

I braccianti e i mezzadri sono figure sociali non irrigidite negli schemi di cui siamo abituati. In che senso, all’inizio del 1900, subiscono dei mutamenti?

 

Il mutamento lo subiscono i mezzadri che vedono progressivamente peggiorare la loro condizione di vita: mentre fino a tutto l’800 venivano confermati nei loro fondi, progressivamente i proprietari terrieri accentuano l’escomio e quindi il mezzadro rischia di diventare un precario come il bracciante.

Con le nuove bonifiche di terreni, e con l’estensione della coltura a risaia, i braccianti aumentano. Con la coltivazione del riso  vengono bracciantizzati anche i bambini e le donne.

 

Alla vigilia della Prima guerra mondiale una vertenza mezzadrile a Molinella si risolve con un tragico epilogo. Come si è posto il governo e come si sono poste le forze armate di fronte a questi scontri?

 

La vertenza del 1914 a Molinella è un’esperienza pilota seguita dalla Federterra che ha in animo di estenderla su una più ampia base territoriale. Per la prima volta è sperimentata una strategia unitaria tra braccianti e mezzadri. Durante lo sciopero il segretario provinciale dell’Associazione Agraria Alberto Donini tenta, sconsigliato dalla polizia, un’azione provocatoria. Donini vuole forzare lo sciopero  con una colonna di 6 auto (ci sono 3 proprietari, 16 braccianti e 8 paglierini). In località Guarda gli scioperanti bloccano metà della colonna e ne esce uno scontro violento che provoca la morte di 5 persone (un autista e quattro lavoratori forestieri, nonostante dalle auto si sparasse). E’ un episodio grave che investe il dibattito parlamentare, ma è anche la prova che   quella vicenda scappò di mano alle forze dell’ordine perché la polizia sconsigliò di avvicinarsi con i crumiri ai manifestanti. (Non è nemmeno escluso che le forze dell’ordine aspettassero lo scontro per attuare una più ampia repressione e infatti il sindaco socialista di Molinella, Giuseppe Massarenti, dovette lasciare il suo incarico). Quella vicenda bloccò l’esperimento molinellese di unione sindacale tra braccianti e mezzadri, che venne ripreso nel 1919, e mostro al contempo la cruenza dello scontro sociale che il nazionalista Luigi Federzoni definì “un episodio di vera e propria guerra civile”.

 

L’alleanza tra braccianti e mezzadri del 1919 rappresenta un momento significativo nell’intensificazione della lotta. Quali congiunture storiche si devono verificare perché classi confliggenti diventino alleate?

 

La reciprocità dei vantaggi per entrambe le categorie confliggenti. I mezzadri sono, all’inizio del ‘900, una figura mediana, a grande rischio di bracciantizzazione, di precarizzazione, quindi condividono molto di più, rispetto al passato, le istanze dei braccianti.

Anche se continuano a sussistere elementi di conflittualità interna, entrambe le classi capiscono che rimanendo unite riescono a vincere e ad ottenere quello che vogliono, tanto più che i braccianti si battono per i mezzadri. Ciò significa che sussiste un senso della reciprocità che viene rispettato e che conduce al conseguimento del miglior patto colonico che ci sia mai stato, il concordato  Paglia Calda dell’ottobre 1921.

 

Il boicottaggio come protesta. Come funzionava e quanto di questa forma di agitazione rimane oggi?

 

Oggi il boicotaggio, come quello agricolo del 1920, non esiste più. Esiste, in forma più blanda, nei paesi europei, nei confronti dei prodotti di alcune aziende. Qualcosa di simile fu tentato in Italia negli anni ’70, ma non è nulla di paragonabile al boicottaggio rurale bolognese. Se si stabiliva di colpire un’azienda, questa veniva paralizzata e nessuno andava a lavorare. Per contro, ciò produsse anche una reazione di importazione di manodopera esterna e questo innescò una recrudescenza del conflitto.

 

Il biennio rosso è stato fatale per creare un clima di tolleranza verso la violenza squadrista. Procedendo per ipotesi, quali potevano essere le concrete alternative dal momento che anche la mancanza di reazione aveva suscitato oltraggi e umiliazioni di ogni genere?

 

L’unica alternativa era nello Stato e nell’applicazione delle sue leggi.. Non vi erano altre alternative.

 

 

Il sindacato dei proprietari terrieri chiede finanziamenti per far decollare il consorzio di Bonifica Renana, in modo da trasformare i braccianti in mezzadri, come si legge da uno stralcio di una lettera: “Creda pure Eccellenza che quando un bracciante si trasforma in colono, e possiede bestiame a società col padrone,…cambia certamente anche di opinione.”

La logica opportunistica di questo calcolo ha trovato sempre riscontro?

 

No, anche perché c’è un problema strutturale di fondo: un esubero di braccia rispetto alla disponibilità di terra. E poi c’è un altro aspetto. Il fascismo non vuole né può fare alcuna riforma agraria, quindi tutti i problemi che nel 1920-21 agitano le campagne rimangono compressi dall’oppressione fascista e si ripresentano, in forma altrettanto grave, nel 1945-‘46.

 

In La lunga liberazione Lei scrive che in ogni guerra più si uccide e meno si paga il prezzo per le morti inferte. Come rapporta questa inversione di proporzione alla situazione delle campagne orientali durante la Resistenza?

 

Questa considerazione si riferisce alle pratiche stragiste della violenza nazifascista. Per quanto riguarda l’area rurale tra la fine della guerra e l’immediato dopoguerra si assiste all’eliminazione di diversi proprietari terrieri (perché finanziatori dello squadrismo, perché fascisti della Repubblica sociale, perché non accettano alcuna trattativa), ma è una violenza mirata, non si spara nel mucchio.

 

Se la storia è maestra di vita, fino a che punto l’uomo è stato un buon scolaro?

 

E’ un vecchio adagio che la storia sia maestra di vita, in realtà le situazioni storiche non si ripetono mai nello stesso modo. Possiamo dire che la storia qualcosa insegna ma che è stata spesso inascoltata.

 

Qual è l’episodio o l’avvenimento più vergognoso, nella storia contemporanea, dopo l’olocausto?

 

L’eccidio degli armeni, l’eliminazione dei kulaki, sono stati eventi molto gravi. La violenza cambogiana dei khmer rossi, i bombardamenti chimici e le stragi di civili compiuti dagli Stati Uniti nel Vietnam sono stati altrettanti episodi vergognosi per il genere umano. Se vogliamo rimanere in Italia, una delle ignominie peggiori sono state le centinaia di tonnellate di gas tossici impiegate dal fascismo contro le popolazioni africane, aspetto documentato dagli storici, ma negato dal governo italiano fino al 1996.

 

E quello che risolleva l’uomo?

 

         Le scoperte scientifiche, la tecnologia, il desiderio di dominare le avversità della natura  per aumentare il benessere. A livello umano, quello che  risolleva l’umanità non sono gli eroi, ma le persone che compiono il loro dovere e che muoiono nella coscienza del loro dovere, come i giudici Falcone e Borsellino.

 

Si dice che un buon medico debba sviluppare una sorta di insensibilità verso i pazienti per non venire sopraffatto dai loro dolori. E’ applicabile lo stesso ragionamento anche al mestiere di storico?

 

         Senz’altro. Senza un critico distacco dalle vicende che si analizza non ci può essere un’autentica ricostruzione storica. Il distacco significa non predeterminare il fine della propria ricerca, e accettare conclusioni non previste o sgradite. In questo modo si creano le premesse per  avviare un processo di conoscenza. Viceversa, se si è travolti dal finalismo storico si entra nel campo della polemica politica e si costruiscono dei pamphlet, non delle opere storiche. Anche il dibattito delle idee aiuta a riflettere, ma l’opera storica, per sua natura, soppesa una varietà tale di elementi, nello spazio e nel tempo, che può garantire un più compiuto livello di conoscenza.

 

 

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