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Pascoli massone

 

Stefano Scioli

 

 

 

 

   Maria Pascoli – nelle sue memorie – negò decisamente l’appartenenza del fratello alla Massoneria:

 

Quando Giovannino chiuse per sempre i suoi buoni occhi e l’animo sua s’involò da «questa bassa valle di dolori e di lagrime», alcuni giornalisti, nei loro articoli riguardanti la via di lui, non si peritarono di asserire che egli era massone. Chi diceva che si era messo nella Massoneria nel 1878, chi nel ’79 e chi nel ’82. Poteva bastare la diversità di quelle date per mettere almeno in dubbio la veridicità di quelle asserzioni. Ma no! tutt’altro! Anche oggidì in giornali e persino in libri si ripete, senza esitare, che egli era massone. È una vera insinuazione malvagia, perché vorrebbe far credere che Giovannino fosse stato portato in alto dalla Massoneria, da quella setta da cui si tenne sempre lontano, soprattutto perché sapeva che essa proteggeva i suoi affiliati, che li aiutava, e così li teneva stretti a sé, senza più volontà propria e senza libertà. È evidente che con quelle asserzioni del tutto false si voleva e si vuole insinuare che egli fosse giunto a occupare un posto universitario dei più in vista, non per merito suo ma per essere massone. Ma coloro che avessero potuto cadere nell’equivoco si ricredano pure: Giovannino non fu mai massone, non ebbe in nessun tempo la minima tentazione di mettersi nella setta massonica, né in altre sette. Non volle legami alla sua volontà, e meno ancora alla sua liberà, che gli era più cara della vita stessa. Povero, sì, sempre; ma sempre libero, come gli uccelli spazianti nel cielo. Non ci furono né amici né conoscenti (fossero o no, massoni) e nemmeno Carducci (ritenuto tale) che aveva tanto ascendente su lui, che si provassero ad attirarlo o a spingerlo verso la Massoneria. Anzi: ne era tanto avverso che stette persino lungo tempo prima di associarsi alla «Società Dante Alighieri» per timore che potesse essere capeggiata dalla Massoneria; soltanto quando poté essersi assicurato che la «Dante» era indipendente da essa e che era un’istituzione benefica, ardente di patriottismo italiano, si sentì felice e onorato di associarvi il suo nome. Giovannino non parlava mai della Massoneria con nessuno, nemmeno coi suoi più intimi amici, Severino Ferrari e Raffaello Marcovigi, che erano anch’essi avversi a quella setta. Ricordo che una volta concludendo alcune osservazioni fatte tra noi due, intorno alla fortuna di certi individui nella loro rapida carriera e nella loro entrata giovanissimi nei Ministeri, egli con molta serenità disse: «Vedi, Mariù, anch’io potrei essere su per giù come loro, solo che mi fossi un pochino accostato alla Massoneria, dalla quale invece mi sono sempre tenuto lontano. Ma… come mi troverei di fronte a me stesso, alla mia coscienza? È questo che conta per me! Sarei un venduto, uno schiavo, un essere disprezzabile, un grande infelice! Oh! meglio meglio aver sempre sofferto e soffrire ancora, essere sempre stato povero ed esserlo ancora, e avere la coscienza pura e non dovere niente a nessuno. E quello che sono, e che possa poi divenire, doverlo tutto e solo a me stesso»[1].

 

   La sorella del poeta individuava anche una precisa occasione biografica che avrebbe scatenato dicerie malevoli, contribuendo a diffondere l’«insinuazione malvagia», la «calunniosa invenzione» dell’appartenenza di Pascoli alla Massoneria:

 

Nel ricordare ciò mi vien fatto di pensare che qualche individuo, o maligno o invidioso, escogitasse proprio allora l’infame calunnia, che Giovannino fosse massone, calunnia che poi si diffuse nei giornali, come verità, quando egli non c’era più. E potrebbe esserci un’occasione. Quel 1911, essendo il cinquantenario dell’Italia unita («Anno sacro» come gli piaceva definirlo) fu di gran lavoro per lui che voleva onorare non sé, ma la sua cara Patria: e di ciò qualcuno potrebbe aver avuto invidia. Nei primi tre mesi egli fece il discorso intitolato Nel cinquantenario della Patria; il discorso ai giovani dell’Accademia Navale di Livorno, intitolato Italia; e in latino compose l’Inno a Roma per il concorso internazionale indetto dal Municipio romano. Naturalmente nella stampa in quei tre mesi il nome di Giovannino ebbe molta e buona rinomanza; e perciò io pensai che ci potesse essere allora qualcuno, o nemico o falso amico, che si sentisse pungere dall’invidia e cercasse di gettare un’ombra malefica su quel nome, mettendo in giro la calunniosa invenzione che fosse la Massoneria ad aiutarlo. Ma contro ciò, oltre a tanti passi delle sue lettere, sta la fiera affermazione de La Piccozza: «Da me!».[2]

 

   Diversi timori risultano sottesi a queste parole e alla loro durezza. I principali scrupoli che agiscono in Maria, oltre alla tutela del prestigio del poeta (la donna si preoccupa di affermare che  Giovanni meritava il posto accademico che ricoprì: «È evidente che con quelle asserzioni del tutto false si voleva e si vuole insinuare che egli fosse giunto a occupare un posto universitario dei più in vista, non per merito suo ma per essere massone»), sono da indicarsi in alcuni diffusi stereotipi. La massoneria considerata come unione di persone strette da vincoli di solidarietà e capace – attraverso una rete di relazioni che univa i suoi adepti ai quadri del potere politico e ai “poteri forti” dell’economia e della finanza – di creare vantaggi per i “fratelli iniziati” nonché un controllo occulto delle società. La massoneria come organizzazione in grado d’influire variamente sugli eventi politici dei vari stati o comunque di esercitare la propria influenza sul piano politico ed economico al loro interno per curare e proteggere gl’interessi dei singoli componenti del gruppo. La  massoneria come associazione capace di alimentare, nel segreto delle varie riunioni in loggia, temibili progetti di potere e, in possesso di ingenti disponibilità economiche, di non retrocedere di fronte alla lesione della legge per servire ai suoi scopi (si «vorrebbe far credere che Giovannino fosse stato portato in alto dalla Massoneria, da quella setta da cui si tenne sempre lontano, soprattutto perché sapeva che essa proteggeva i suoi affiliati, che li aiutava, e così li teneva stretti a sé, senza più volontà propria e senza libertà»).

   Altro stereotipo rappresentato nelle parole di Maria è quello della massoneria come società di “di mutuo soccorso” a beneficio esclusivo degli aderenti e a discapito dei non affiliati (durissimo il poeta stesso, nel ricordo della sorella, quando parlava delle carriere “facili” di taluni). D’altro canto nella società del tempo si andava radicando sempre più un diffuso giudizio negativo sull’istituzione: negli ambienti cattolici la massoneria era definita come “Sinagoga di Satana” secondo la celebre etichetta di Pio IX (autore di una nuova scomunica, collocabile lungo una serie di condanne iniziate da quella settecentesca di Clemente XII) [3], e tra il 1892 e il ’93, al centro dello scandalo della Banca Romana nel quale rimase coinvolto il ministero Crispi, venne individuata proprio una loggia (segreta) massonica: la “Propaganda”, fondata nel 1877[4].

   I fatti, comunque, andarono in modo diverso da come li riferisce la donna. Giovanni Pascoli, infatti, venne realmente affiliato alla Massoneria. «Bussò alla porta del Tempio» – come si dice nella terminologia iniziatica –, nella loggia Rizzoli di Bologna (frequentata, tra gli altri, da Giosue Carducci, Quirico Filopanti, Oreste Regnoli, Aurelio Saffi), nella «Tornata» del 22 o 23 settembre 1882, secondo il Rito Scozzese, e con nullaosta del Gran Maestro n. 2145 del 16 gennaio 1882[5]. Manca, tuttavia, il nome del poeta nella Matricola generale della Massoneria italiana. Carlo Manelli ha così ricostruito il rito d’ingresso di Pascoli nell’istituzione sulla base del verbale d’iniziazione ch’egli riferisce di aver letto presso l’Archivio della Loggia Risorgimento-VIII Agosto:

 

«… Il Fratello Venerabile avvisa quindi i Fratelli che il profano Giovanni Pascoli, professore, desiderava farsi iniziare Massone, ma dovendo egli partire subito per il luogo del suo impiego, occorreva eccezionalmente ed in vista della bontà dell’elemento che avrebbe arricchito la grande Famiglia Massonica, che la Loggia soprassedesse alle formalità d’uso». «Il Fratello Venerabile ed altri Fratelli offrendosi garanti della moralità di detto profano, l’Oratore conclude appoggiando la proposta che viene approvata ad unanimità». «Si procede quindi all’ammissione di detto profano Giovanni Pascoli, professore di San Mauro di Romagna, di anni 27». – iniziazione – «Insegnatogli le parole, i segni e toccamenti del grado, prende posto alla colonna del Nord…»[6]

 

   Da poco laureato in Lettere (17 giugno 1882)[7], Pascoli venne, dunque, accolto nella Massoneria con dispensa dalle «formalità d’uso», dal momento che doveva partire subito per Matera («il luogo del suo impiego»), città dove rimase fino all’autunno del 1884 come professore di latino e greco presso il locale liceo. Ma non basta. Aldo Alessandro Mola ricorda come il giovane poeta «beneficiò anche di una consistente riduzione delle quote previste»[8]. D’altro canto, in quegli anni, il Governo dell’Ordine su proposta delle singole Officine, autorizzò diverse volte – riguardo al vincolo del versamento della tassa di capitazione al Tesoro intangibile dell’Ordine –, «il rateizzo, la riduzione e persino l’affrancamento degli oneri connessi all’iniziazione, con speciali dispense ad personam».

   Aldo Vicinelli postilla le parole di Maria Pascoli ricordando il reale rapporto conflittuale che Pascoli ebbe, nel corso della sua vita, con l’istituzione massonica. Il poeta arrivò ad attribuire a una certa ostilità manifestata dalla massoneria nei suoi confronti non piccola parte della scarsa fortuna letteraria, risoltasi in favore di Carducci e di D’Annunzio. Ad esempio, il 18 dicembre 1901 scriveva all’amico Alfredo Caselli: «Noi siamo messi in disparte dalle sette!»; e ancora – più diffusamente – il 1° maggio:

 

[…] io tra me e te (bada di non fiatarne ad alcuno) vogliamo risolvere un problema. Io son venuto nel pensiero (vista l’attitudine passiva, che del resto si sa poco amica, del Carducci a farsi spossessare vivente del suo scettro poetico, visto l’intervento straordinario di Menotti e di Canzio) viste tante altre cosette, a me par d’indovinare che tutto questo rombazzo sia una portata della… M’indugio a dirlo, per veder se indovini anche te. Vogliono in sostituzione del poeta laureato e coronato e per dir così ufficiale della…, un altro poeta laureato e coronato e ufficiale, e imposto con la suggestione delle mille trombe e dei mille tamburi della fama, che tolgono il senno alla gente. Non ti par ti vedere in tutto questo chiasso invero simile per cosa che anche a non volerla considerare come è, una vera porcheria artistica, è però sempre la peggiore delle opere del d’Annunzio, non ti ci par vedere lo zampino della…? Orbene considera ora chi è che si propone a Lucca di chiamare il d’Annunzio; non fermarti alla corteccia; va a fondo; sappimi dire se in questo improvviso bisogno di sentir recitare dalla voce monotona e poco virile del d’Annunzio una filastroccola, che è per le stampe, c’entra (diciamolo finalmente!) il triangolo massonico. È un problema che vogliamo risolvere in silenzio, tra noi due. Del resto io non mi sono messo mai per quella gran via del successo istrionico di smanacciate. Io ho scritto sempre per qualche anima buona e mesta, e virginibus puerisque[9].

Vicinelli cauteloso nel parlare di Massoneria nel caso di Pascoli («Tuttavia non si può escludere del tutto una momentanea, e sia pur formale, iscrizione alla Società avvenuta negli anni di studente»), sceglie, giustamente, la strada delle fonti storiche:

 

Un documento datomi in fotografia e che proverrebbe dalle carte dell’archivio che fu dell’avv. Ugo Lenzi di Bologna, uno dei capi massonici, sembra sia una specie di promessa rituale, scritta tutto di pugno del Pascoli (e la calligrafia appare autentica). Entro un triangolo coi tre lati a grosse linee nere, i vertici hanno tre domande e risposte: «Che cosa deve l’uomo alla Patria? la vita»; sull’angolo a destra: «Quali sono i doveri dell’uomo verso l’Umanità? di amarla»; a sinistra: «Quali sono i doveri dell’uomo verso se stesso? di rispettarsi». Al centro del triangolo: «Giovanni Pascoli - Bologna 22-9-82». Così egli, dopo il «nulla osta del Gr. Maestro N. 2145 del 16-1-82» sarebbe stato ammesso alla Loggia Rizzoli[10].      

 

Ma lo studioso non si avvede («sembra sia una specie di promessa rituale»!) che si tratta, a tutti gli effetti, dell’atto d’iscrizione alla massoneria secondo il rito canonico. È la domanda d’ingresso, il cosiddetto «Testamento». Infatti, durante il rito d’iniziazione, il profano, il «Recipiendario», prima dell’iniziazione vera e propria «è introdotto nel Gabinetto di Riflessione»:

 

Questo è uno stanzino, dipinto internamente di nero, nel quale sono posti: delle ossa, un cranio, un tavolino su cui giace un pezzo di pane, una brocca con acqua, una coppa con sale ed un’altra contenente solfo. Sui muri figurano delle sentenze come queste: “Se la curiosità ti ha condotto qui, vattene”; “Se la tua anima ha provato spavento, non andare più oltre”; “Se perseveri, sarai purificato dagli Elementi, uscirai dall’abisso delle Tenebre, vedrai la Luce”. Disegni simbolici ornano le pareti: un Gallo sopra una banderuola portante le parole “Vigilanza e Perseveranza”, una Falce, una Clessidra, la parola “Vitriol” o “Vitriolum”. L’illuminazione del locale è data da una lanterna o da un candeliere. È in questa “prigione” che il profano deve rispondere per scritto alle domande che gli sono poste e redigere il suo “Testamento”. […] Un tempo, le tre Domande poste al profano erano queste: “Che cosa deve l’uomo a Dio?”, “Che cosa deve l’uomo a sé stesso?”, “Che cosa deve l’uomo agli altri?”. La Massoneria, modernizzandosi, ha soppresso […] la interrogazione del dovere verso Dio e l’ha sostituita con quella […] del dovere verso la Patria.[11]  

    L’iscrizione di Pascoli alla massoneria, comunque, come quella di altri allievi di Carducci si colloca nel particolare clima della cultura felsinea. E quello di Carducci, d’altro canto, fu un credo massonico non scevro da discussioni con i “fratelli iniziati”, ma così profondo da farsi concreto messaggero per l’intera società italiana del tempo di valori[12]. Questo in un contesto che vedeva l’insegnamento di Carducci diffondersi – a Bologna – «in misura uguale dalla cattedra come dai tavolini dei caffè, dalle colonne del “Resto del Carlino” come dai locali della Libreria Zanichelli [...]». Per «impulso» di Carducci, in quegli anni «Bologna diventa un centro di iniziative culturali dove l’amore per la poesia si unisce a quello per la ricerca erudita, e alla passione politica»[13]. D’altro canto, intorno al 1880 – come ha mostrato Fulvio Conti – la Massoneria «cominciò a operare scelte politiche più precise e a dotarsi di strumenti di mobilitazione più idonei alle necessità di un sistema sociale e politico in evoluzione», in risposta alla sempre più netta diffusione di correnti e istanze clericali:

 

La gamma dei referenti politici della famiglia liberomuratoria italiana restò peraltro estremamente varia: lungo il discrimen della difesa della cultura laica i suoi favori si distribuirono abbastanza equamente fra le forze della sinistra liberale di governo, gli esponenti del mondo radicale e repubblicano di più chiara ascendenza risorgimentale, i segmenti del movimento socialista che si riconoscevano nella tradizione riformista e non ripudiavano pregiudizialmente le istituzioni dello Stato e il sentimento di nazionalità (anche se non mancò una seppur minoritaria rappresentanza dell’ala rivoluzionaria)[14]

 

   A proposito di Pascoli, nota Antonio Piromalli:

 

Quando Pascoli si iscrisse alla Massoneria (1882) ha già partecipato all’Internazionale dei lavoratori con Andrea Costa, è stato incarcerato. L’umanitarismo sociale non è stato nella sua vita una parentesi, ma un indirizzo della personalità che si identifica con l’evoluzione della Massoneria. Nel 1878 pubblica sul «Nettuno» (“il suo Dio non è quello dei preti, né il suo popolo quello dei re” è un emblema del periodico) un componimento di denuncia sociale, La morte del ricco: il ricco, ladro del lavoro altrui, guerrafondaio, affamatore, rappresenta lo sfruttatore senza scrupoli, l’assassino della vita altrui. I fatti politici di Romagna sono sorretti dalla partecipazione degli intellettuali e la polemica suscita un’influenza anche nell’arte in cui si riflette – in modo mediato – una esigenza di concretezza nella poesia di Carducci, nella satira di Olindo Guerrini[15].  

 

Abbastanza chiare – secondo il critico – le ragioni che in tale contesto politico-sociale avrebbero spinto Pascoli ad aderire alla massoneria:

 

L’iscrizione alla Massoneria aveva radici politiche e sociali: anzitutto il repubblicanesimo in cui convergevano elementi del classicismo eroico e libertario fondato sul valore dell’individuo che aveva fatto avvicinare Pascoli adolescente ad Andrea Costa e a Bakunin. Quel repubblicanesimo del classicismo illuministico e progressista continuava nel filone più avanzato della cultura romagnola che interpretava l’ethos eroico alimentato dal maestro Carducci nella contrapposizione fra grandezza classica e mediocrità moderna derivante dalla pedagogia servile del clericalismo. A Rimini tale contrapposizione era interpretata dalla poesia di Domenico Bilancioni (1841-1884) il quale in carcere, dopo la cattura di Villa Ruffi (1874), esaltava i motivi della libertà e della morte eroica. Ma anche altri motivi avevano indotto il Pascoli – rifacendosi alla sua storia interna – a far parte della Massoneria: le lotte dei partiti (al di sopra dei quali nell’ultimo periodo porrà la poesia di fratellanza e amore coincidente col vero fine dell’umanità), l’assunzione del grande liberalismo da parte della Massoneria, la proclamazione degli ideali umani, la lotta anticlericale intesa come lotta per la tolleranza, l’umanitarismo. Si può dire che Pascoli abbia sempre seguìto l’evoluzione politica della Massoneria dal socialismo di Andrea Costa (che fu massone) alla politica coloniale italiana. Si veda anche l’amicizia con Antonio Mordini (1819-1902), patriota combattente, uomo politico, repubblicano e massone[16].             

 

   Il 1882 fu un anno importantissimo per Pascoli come ricorda oggi Elisabetta Graziosi in un saggio  dedicato al socialismo pascoliano. Il poeta era stato ricondotto fra i banchi dell’università, oltre che dalla svolta legalitaria di Andrea Costa, anche dalla «realistica considerazione che ora Carducci aveva più spazio d’azione in campo non solo locale (come nel caso del ginnasio municipale cui l’aveva raccomandato nel 1878)»:

 

Nel 1881 Carducci era infatti stato nominato membro del Consiglio superiore dell’Istruzione e non era un appoggio da poco per un attivista noto alla questura bolognese con qualche mese di carcere alle spalle. Il 1882 fu l’anno della laurea. Ma fu anche l’anno delle elezioni in cui Costa si presentò, fu eletto nel collegio di Ravenna, fu il primo socialista a giungere in parlamento. Sarà un caso? Subito dopo la laurea e prima ancora di salire a Sogliano, anche Pascoli fu nel Ravennate in piena campagna elettorale con il simpatizzante socialista Pio Squadrani. Furono elezioni importanti per gli antichi compagni di Costa che si mobilitarono nella propaganda. Pascoli collaborò sicuramente con due novelle (ma forse con qualcosa di più) al foglio pratese «I Ciompi» che sosteneva che le candidature congiunte di repubblicani e socialisti fra cui era Costa. Anche Severino Ferrari partecipò alla campagna elettorale sul «Sole dell’Avvenire» di Ravenna e, scrivendo nel settembre al Carducci, garantiva il suo voto in assenza di quello del Pascoli e del Brilli destinati all’insegnamento: «Il Pascoli andrà a Matera. Brilli è qui e si apparecchia a tornare alla bròza: ma il giorno 29 di ottobre saremo tutti tutti a votare pel Costa Cipriani Nabruzzi». Pascoli partì per Matera il 3 ottobre. Non fece in tempo a votare. Fece in tempo però, come fece Andrea Costa e anche tutto il gruppo degli Internazionalisti bolognesi (Buggini, Calanchi, Leonesi, Pradelli) ad entrare nella Massoneria. Fu iniziato così il 23 settembre nella Loggia Rizzoli dove era Maestro Venerabile il suo difensore del 1879, l’avvocato Barbanti Bròdano e dove si trovò dieci giorni prima di partire con lo stato maggiore della democrazia bolognese (Ceneri, Carducci, Regnoli, Filopanti, Saffi). Anche Costa eletto deputato, era già entrato o stava per entrare in una loggia romana[17].     

 

   Non sappiamo però le vere ragioni che spinsero Pascoli ad aderire alla Massoneria. Certamente la cornice ambientale in cui egli viveva gli mostrava un largo stuolo d’intellettuali aderire all’istituzione. L’ingresso di Pascoli alla Massoneria dovette essere comunque meditato a lungo. Infatti, mentre l’iscrizione effettiva avvenne nel settembre del 1882, il nullaosta era arrivato dal Gran Maestro già nel gennaio del 1882. Il fatto, a sua volta, presupponeva una richiesta d’iscrizione ancora anteriore di Pascoli. Ma quando la formulò il poeta? Come terminus a quo possiamo fissare, molto presumibilmente, il periodo intorno al 22 dicembre 1881, data di fondazione della loggia Rizzoli stessa (la prima ad essere ricostituita in Bologna, dopo anni di assenza di Officine massoniche nella città a seguito del precedente scioglimento delle due Logge Galvani e Felsinea)[18]. Nullaosta giunto – elemento inconsueto – prima della laurea (giugno del 1882). D’altro canto, quando Pascoli entrò nella Massoneria, sapeva che di lì a poco – nell’ottobre del 1882 – sarebbe andato a Matera, con la possibilità, peraltro, di frequentarvi altra loggia. Una volta iscritto, se Pascoli si allontanò per qualsiasi ragione, venne a collocarsi – secondo la terminologia in uso – «in sonno». Ma si ricordi che nel 1885 la stessa Loggia Rizzoli venne sciolta per contrasti e antagonismi (anche personali) sorti sia tra gli affiliati sia nei confronti delle «Luci» a cui furono mossi appunti «sulla conduzione della Loggia» stessa: in seguito alla domanda inoltrata dal Venerabile Maestro Guido Gozzi e firmata da 33 Fratelli, la Rispettabile Loggia Rizzoli all’Oriente di Bologna venne sciolta con Decreto n. 18 dell’allora Gran Maestro Adriano Lemmi («Dato dalla Valle del Tevere all’Oriente di Roma il giorno XXI, del mese III, anno Vera Luce 000,85 e dell’Era Volgare 21 Maggio 1885»)[19]. Molti fratelli della Rizzoli passarono, fondandola, alla Loggia VIII Agosto: non Pascoli, in quegli anni, peraltro, lontano da Bologna. Ricorda a tale proposito Manelli:

 

Dopo la demolizione della Loggia Rizzoli, Augusto Dalmazzoni si mise subito all’opera per costruire a Bologna una nuova officina massonica di Rito Scozzese Antico e Accettato e la sera del 27 maggio 1885 presiedé la prima adunanza di fondazione della nuova Loggia cui parteciparono i fratelli fra i quali Pagani Federico, Galassi Tommaso, Barbieri Celestino e Vito Giulio. A questa successe la seconda adunanza nella quale si adottò il titolo distintivo di Loggia VIII Agosto. In seguito, ottenuta la bolla di fondazione da parte del Grande Oriente in data 16 novembre 1885, il 10 marzo 1886 ebbe luogo la terza adunanza inaugurale alla quale erano presenti trentasette Fratelli tra i quali Bernaschina Giovanni, Massano Felice, Cattaneo Guglielmo. Il 6 maggio 1886 ebbe luogo la solenne inaugurazione del Tempio, che allora si trovava nel Palazzo del Podestà. Era Venerabile Carlo Carli ed erano stati invitati ed intervennero Francesco Magni, Giuseppe Ceneri, Gaetano Tacconi, Aurelio Saffi, Giosué Carducci, i quali, con un precedente ordine del giorno, erano stati proclamati “membri onorari” della Loggia VIII Agosto; copriva la carica di Oratore Giulio Vita il quale pronunciò il discorso inaugurale[20].   

 

   Nondimeno sono stati indicati diversi rapporti di Pascoli con figure della massoneria del tempo. Naturalmente a Bologna (luogo della sua iniziazione); a Savignano di Romagna, dove Carducci fu Presidente della «Rubiconia Accademia dei Filopatridi» dal 1878 al 1898 (nel 1869 aveva ricevuto il compito di emendarne gli statuti). Lo stesso Pascoli fu membro di questa Accademia che vedeva come soci uomini del Risorgimento e della cultura laica come Gino e Francesco Vendemini, Sella, Guerzoni, Filopanti, Cavallotti, Arrigo e Camillo Boito, Francesco Rocchi, ecc.; a Livorno dove Pascoli visse dal 1887 al 1895: città proprio di Adriano Lemmi[21].

   Il poeta, comunque, non sembra aver avuto un ruolo attivo nell’istituzione: anzi, se la massoneria di quegli anni, partecipava concretamente alle vicende politiche, economiche e sociali dell’Unità d’Italia (dopo aver contribuito non secondariamente al Risorgimento), i suoi interessi sembrano invece appuntarsi sugli aspetti simbolico-iniziatici e sulle sue profonde valenze semantiche piuttosto che pratiche: e di ciò resta traccia soprattutto nei suoi studi danteschi. D’altro canto, la stessa esperienza di Pascoli nell’ambito del socialismo, che pure voleva presentare una base internazionalista, poteva trovare un adeguato completamento proprio nell’umanesimo sovranazionale massonico. Siamo in anni in cui fatta l’Italia, si dovevano ancora fare gli italiani: sia nei termini di una condivisa definizione “interna” della comune appartenenza ad una patria unica da parte dei cittadini che si riconoscevano nella nazionalità italiana, sia nel ruolo che l’Italia poteva svolgere all’interno del nuovo scacchiere internazionale, negli scenari prospettati – in quegli anni – dalla politica estera. La dimensione politica del Pascoli è tutta inscritta in un interclassismo umanitario che vedeva le classi medie, schiacciate tra il grosso capitale, da un lato, e il proletariato, dall’altro. È il “fanciullino” ad avere la capacità, quando riesce ad affacciarsi alla soglia dell’anima e a far udire il suo trillo di campanellino, di far sì che tutti gli uomini, a qualsiasi classe appartengono, dimentichino i conflitti e gli odi che li dividono e si riconoscano in un sentimento comune e di solidarietà[22].

   Ci piace ricordare come sintesi dell’apertura pascoliana ad una comune identità sovranazionale all’insegna della Libertà, della Fratellanza e dell’Uguaglianza (valori dettati all’Europa dalla Rivoluzione francese e profondamente liberomuratori[23]), la sua esperienza in seno alla Federazione internazionale studentesca Corda fratres, fondata nel 1898 dal torinese Efisio Giglio-Tos. La Federazione, che ebbe tra i suoi presidenti e soci personalità come Angelo Fortunato Formiggini e Gugliemo Marconi, promosse convegni ispirati ad un’universale fratellanza studentesca e ad un ideale di pace e di solidarietà tra i popoli, riunendo gli studenti di diverse università nel tentativo di rinnovare, in ambiti sovranazionali, i profondi legami di solidarietà. Un «sogno di fratellanza universale che s’infranse – come ricorda Fabio Roversi Monaco – nelle trincee della prima grande guerra europea»[24]. Per essa, Pascoli compose anche un inno in latino – si tratta di una strofe alcaica, formata da due endecasillabi, un enneasillabo e un decasillabo alcaici – pubblicato sulla «Rivista Internazionale» del 20 febbraio 1902 (lo riportiamo nella traduzione dello stesso Pascoli che Gandiglio trovò tra le carte private e i manoscritti del poeta):

 

Utcumque dulcis limina patriae

solo exsulantes corpore liquimus,

         miramur ignotis in oris

                       nota diu bene corda, fratres.

 

Qui cum sciamus bella parentibus

pugnata, «Signum dicite» disimus

         utriuque: «Pax» et «Lux» utrimque

                        corda sonant et «Havete, fratres».

 

Nos terra, sacris, aequore, legibus

divisa pubes absumus, adsumus

          non ora nec linguam genusve

                        consimiles, nisi corda fratres.

 

(Quando lasciamo le soglie della dolce patria, partendo col corpo e restando con l’anima, ecco in paesi sconosciuti ci meravigliamo di trovare dei cuori conosciuti ben da gran tempo, o fratelli! // Noi che sappiamo qualcosa delle guerre che combatterono i nostri padri, gli uni agli altri diciamo «La parola d’ordine», e dall’una e dall’altra parte i cuori rispondono «Pace» e «Luce» e «Gioia con voi, o fratelli»! // Noi, gioventù divisa da terra e mare, da religioni e da leggi, siamo lontani e vicini, assenti e presenti, non simili tra noi di faccia e di lingua e di schiatta, ma di cuore… fratelli!)[25].

 


 

[1] Vd. M. Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, a c. di A. Vicinelli, Milano, Mondadori, 1961, pp. 122-24: cit. pp. 122-23.

[2] Ivi, p. 124. Secondo lo psichiatra Vittorino Andreoli, che riconosce in Maria Pascoli un soggetto disturbato, la donna  risulta «del tutto inaffidabile nelle sue affermazioni sul poeta e persino nella scelta nell’ordinare le sue opere»; la sua patologia rende Mariù «la vera disgrazia per gli studiosi poiché si trovano a dover lavorare su materiale manipolato quando non distrutto. Falsato sempre sulla base di princìpi e di esigenze personali, in quanto pronta a sacrificare una realtà che non vi collimasse. Agli studiosi del Pascoli sono note le scomparse di materiali e sarà sempre più evidente a mano a mano che la catalogazione si completerà. Tutto è ad usum di Mariù e dei princìpi della sua isteria. Sono certo che sono maggiori i danni che Mariù ha prodotto come fonte di documentazione rispetto a quanto di vero abbia rivelato grazie alla sua diretta esperienza di persona aggrappata al poeta. Certamente ha bruciato molto materiale e ha cercato di “pulire” i comportamenti del poeta da lei ritenuti inadeguati: sia nel caso li avesse raccontati a lei direttamente, sia che ne avesse fatto riferimento ad altri (in lettere): in ogni caso ha taciuto con la stessa caparbietà di una Sibilla. Una parte del Pascoli è stata certamente uccisa dalla sorella. La crudeltà dell’isterica è nota e gli episodi drammatici nella vita del poeta sono numerosi», vd. V. Andreoli, I segreti di casa Pascoli. Il poeta e lo psichiatra, Milano, Rizzoli, 2007, pp. 30-31.

[3] Su Pio IX, vd. almeno G. Martina, Pio IX, beato, in Enciclopedia dei Papi, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2000, III, pp. 560-75. È bene, tuttavia, per una corretta ricostruzione dei fatti ricordare come, se è vero che nel tempo i comportamenti “deviati” – per brama di potere e denaro – di taluni aderenti sono stati consegnati agli annali della cronaca nera e dello spionaggio corrotto, altri sono i valori ai quali si richiama la Massoneria, come affermava già il Gran Maestro Ernesto Nathan in occasione dell’inaugurazione della nuova sede del G.O.I. a Palazzo Giustiniani il 21 aprile 1901, vd. La Massoneria. Sua Azione – Suoi Fini. Inaugurazione della sede massonica in Roma XXI aprile MCMI, Conferenza del Gran Maestro E. Nathan, Roma, Stab. Tip. Civelli, 1901.

[4] Vd. A. A. Mola, Carducci “propagandista” della Massoneria. Una leggenda in meno, in Id., Giosue Carducci. Scrittore, politico, massone, intr. di A. di Savoia, Milano, Bompiani, 2006, pp. 513-17. Quanto alla citata «Società Dante Alighieri» a cui Pascoli prese parte, si sapeva allora (come proprio le parole del poeta riferite dalla sorella, pur nella forma dubitativa, confermano) ed è ormai acclarato che essa fu direttamente legata alla Massoneria, vd. B. Pisa, Nazione e politica nella Società «Dante Alighieri», Roma, Bonacci, 1995 e P. Salvetti, Immagine nazionale ed emigrazione nella «Dante Alighieri», ivi, id., 1995.

[5] Vd. A. Piromalli, Giovanni Pascoli e la Massoneria, in Aa. Vv., Massoneria e letteratura attraverso poeti e scrittori italiani, Atti del Convegno di Pugnochiuso 9-11 maggio 1986, a c. di A. A. Mola, Foggia, Bastogi, 1987, pp. 201-210: cit. a p. 202 (nel vol. è da vedere anche A. A. Mola, Carducci e i carducciani in Massoneria e per la Massoneria, alle pp. 211-42). Cfr. A. A. Mola, Storia della massoneria italiana dalle origini ai giorni nostri, pref. di P. Alatri, Milano, Bompiani, 2003, p. 191. Informato il volume di C. Gentile, Giovanni Pascoli. Saggi massonici di poesia, Livorno, Bastogi, 1976, pp. 75 sgg. Utili accessioni ora anche in F. Conti, Storia della Massoneria italiana. Dal Risorgimento al fascismo, Bologna, Il Mulino, 2003. Per una sintesi precisa vd. F. Cordova, Massoneria, in Dizionario storico dell’Italia unita, a cura di B. Bongiovanni, Roma-Bari, Laterza, 1996, pp. 572-81. Succinto, invece, il riferimento a Pascoli massone in Aa.Vv., Storia d’Italia, dir. da G. Galasso, Annali 21 (La Massoneria), a c. di G. M. Cazzaniga, Torino, Einaudi, 2006, p 563.  

[6] Vd. C. Manelli, La Massoneria a Bologna dal XVIII al XX secolo, pref. di M. Cecovini, Bologna, Analisi, 1986, pp. 111-12.

[7] Vd. Archivi degli studenti, Lettere e Filosofia (1860-1930), a c. di G. P. Brizzi e D. Negrini, Bologna, Alma Mater Studiorum-Università degli Studi di Bologna, 2002, p. 77.

[8] Vd. A. A. Mola, Storia della massoneria italiana, cit., p. 191.

[9] Vd. G. Pascoli, Lettere agli amici lucchesi, cit., pp. 122-23. Carducci è il «poeta laureato e coronato e per dir così ufficiale della…»; l’altro «poeta laureato e coronato» e «ufficiale» è D’Annunzio che in quegli anni girava trionfalmente l’Italia leggendo la sua canzone La notte di Caprera, la «filastroccola» edita allora da Treves con il titolo La Canzone di Garibaldi (titolo del progettato poema garibaldino di cui, tuttavia, La notte di Caprera fu l’unica parte realizzata delle sette previste; confluì nel libro di Elettra). Celebre l’incontro a cena tra Carducci e D’Annunzio l’11 aprile 1901 proprio in occasione della lettura della testo ad opera del vate abruzzese presso il Teatro Comunale di Bologna: lo ricorda Augusto Majani, presente al banchetto, in Id., Nei regni della gastronomia. Spigolature storiche e considerazioni…filosofiche di un malnutrito, Bologna, Zanichelli, 1925. Cfr. anche lett. 25 febbr. 1902 (da Messina): «A morte le sette, caro Alfredo; sette religiose, politiche, sociali, e…letterarie! Queste qui sono le più piccole e balorde e cattive e ignobili e sputacchievoli. Hai visto oggi il telegramma (nella Tribuna) del d’Annunzio (D’Annunzio e Hugo: il gigante e il suo… stronzolo, un giorno che era stitico!) che da sé afferma di voler leggere un’ode… in Campidoglio? Imbecille! […]», ivi, p. 221.     

[10] Vd. M. Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, cit., pp. 123-24 (n. 1). Conclude il curatore in nota: «Ma parlando con Maria egli era sincero nell’affermare la sua costante avversione alla Massoneria e nel negarne ogni aiuto» (ivi, p. 124). Il “documento d’iniziazione” – il testamento massonico – di Giovanni Pascoli (un foglio di carta, appunto, di forma triangolare, con scrittura autografa, recante ai vertici le risposte di Pascoli alle tre domande poste per tradizione al “profano” e al centro la sottoscrizione del poeta), è stato messo all’asta – il 20 giugno 2007 – dalla Casa Bloomsbury a Roma in una seduta dedicata a libri, autografi e stampe e acquistato dal Grande Oriente d’Italia (ne ha dato notizia la stampa nazionale).

[11] Vd. J. Boucher, La simbologia massonica [1948], trad. it. Roma, Atanòr, 2006, pp. 27-32; parlano correttamente della natura del documento Ilaria Sacchetti (vd. Ead., Giosue Carducci, in AA.VV., Sarastro e il serpente verde. Sogni e bisogni di una massoneria ritrovata, a c. di G. Greco e D. Monda, Bologna, Pendragon, 2003, p. 328) e Antonio Piromalli (Id., Giovanni Pascoli e la massoneria, cit., p. 206). Carlo Manelli (in Id., La Massoneria a Bologna dal XVIII al XX secolo, cit.) e Aldo A. Mola (in Aa.Vv., Massoneria e letteratura, cit., [apparato fotografico]) – pubblicano anche parte del verbale d’iniziazione di Pascoli. Nel documento sopra citato le lettere della parola “V.i.t.r.i.o.l.” – attribuite ai Rosa-roce – significano: Visita Interiora Terrae, Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem; in “V.i.t.r.i.o.l.u.m.” le ultime due lettere valgono: Veram Medicinam.     

[12] Celeberrime, ad esempio, le parole di Carducci (lett. 4 dic. 1856 da S. Miniato al Tedesco, a Felice Tribolati) sulla ricerca di una «società giovanile ben pensante ben leggente ben istudiante», che si diramerà lungo tutto il periodo bolognese: esse già sembrano contenere in nuce e incastonare nella filigrana del discorso un motto assai vicino, de re e de dicto se ben contestualizzate, ad uno dei principi fondamentali della Massoneria (lo si trova spesso posto ai tre angoli del Delta luminoso): «ben pensare, ben dire, ben fare» (gli ultimi due elementi paiono come raccolti dal carducciano «ben leggente ben istudiante» dell’uomo di lettere), infatti, è una cosiddetta “divisa” rappresentante il «ternario»: «Pensiero», Parola», «Azione», che corrisponde al «Compasso», alla «Squadra» e al «Regolo», vd. J. Boucher, La simbologia massonica, cit., p. 353. Il sentire carducciano, espresso dalla frase su citata, venne maturato ovviamente dal poeta – a quell’altezza cronologica – in autonomia rispetto al credo massonico, ma successivamente proprio nella sua adesione all’istituzione troverà profonda consonanza e, anzi, sarà come formalizzato dai valori suoi propri. La lettera di Carducci è cit. in M. Veglia, Carducci e San Miniato. Testi e documenti per un ritratto del poeta da giovane, Carrara, Aldus, 1999, pp. 205-06: cit., p. 205 (del volume uscirà una nuova edizione presso la Casa Editrice Carabba di Lanciano, all’interno di una nuova collana di studi e testi dedicata a Carducci, alla sua scuola e alla generazione coeva).

[13] Vd. G. F. Pasini, La letteratura dalla scuola carducciana a Longanesi, in Aa.Vv., Storia dell’Emilia Romagna, a c. di A. Berselli, Bologna, Bononia University Press, 1980, III, pp. 991-1009. Su Carducci e Bologna è ora fondamentale M. Veglia, La “vita vera”. Carducci a Bologna, ivi, id., 2007 (pubblicato con il patrocinio della «Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna»). Per una piena intelligenza del clima culturale attivo nell’ambiente bolognese, dal punto di vista dei modelli storico-politici di riferimento, si legga il volume delle Letture del Risorgimento di Giosue Carducci (vd. ora l’ed. curata da M. Veglia per la nuova collana “Ottocento” edita dalla Bononia Univerity Press di Bologna, grazie all’iniziativa della «Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna»).

[14] Vd. F. Conti, La Massoneria e la costruzione della nazione italiana, in AA.VV., La Massoneria. La storia, gli uomini, le idee, a c. di Z. Ciuffoletti e S. Moravia, Milano, Mondadori, 2004, p. 152. Sui rapporti fra Massoneria e socialismo, vd. F. Conti, Storia della Massoneria [], cit., pp. 215-12 e Z. Ciuffoletti, Storia del PSI, Roma-Bari, Laterza, I, Le origini e l’età giolittiana, 1992, pp. 447-51. Rapporti che sfoceranno in un aperto contrasto durante la guerra di Libia, mentre l’istituzione subiva anche «l’offensiva nazionalista» (nel congresso di Ancona venne accolto un ordine del giorno, presentato da Zibordi e Mussolini, che «decretava l’incompatibilità fra Massoneria e socialismo e l’espulsione dei fratelli dal partito»), vd. F. Conti, Storia della Massoneria […], cit., pp. 159-60. 

[15] Vd. A. Piromalli, Giovanni Pascoli e la Massoneria, cit., p. 208. Ricordiamo che anche il forlivese Olindo Guerrini (Lorenzo Stecchetti), allievo di Carducci, fu massone, cfr. Sabrina Fattori, I volti di Olindo Guerrini, in Aa.Vv., Sarastro e il serpente verde, cit. pp. 331-44. Andrea Costa finito il liceo si era iscritto «come uditore» alla Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Bologna («spesso per frequentare i corsi, doveva percorrere a piedi i 35 km di distanza da Imola»): fu assiduo alle lezioni di Carducci, che lo prese a benvolere (lo chiamava il “romagnolino”) e con lui intrattenne «un lungo rapporto fatto di affettuosa e reciproca stima». Durante il processo a Bologna nel 1876 – Costa era difeso da un «principe del foro» come l’avv. Ceneri (vd. Difesa proferita per Andrea Costa nelle udienze 18 e 19 Maggio 1876 del processo degli Internazionalisti alle Assise di Bologna dal Prof. Avv. Giuseppe Ceneri, Bologna, Zanichelli, 1876) –, proprio l’antico maestro si presentò (insieme ad altri, come il leader repubblicano A. Saffi), a deporre in suo favore, vd. A. De Clementi, Costa, Andrea, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1984, XXX, pp. 128-44; si ricordi, inoltre, che sia Costa sia l’avv. Ceneri aderirono alla Massoneria, cfr. anche 200 anni di Massoneria ad Imola. Studi storici su Ugo Bassi e Andrea Costa, pres. di G. Raffi, Imola, La Mandragora, 1997.

[16] Ibidem.

[17] Vd. E. Graziosi, Pascoli studente e socialista: una carriera difficile, in Aa. Vv., Pascoli socialista, a c. di G. Miro Gori, Bologna, Pàtron, 2003, pp. 75-103: cit. pp. 97-98. Vd. anche M. Isneghi, Le campagne di un vate di campagna fra mandati sociali e autorappresentazioni degli intellettuali, in Aa.Vv., Pascoli e la cultura del Novecento, a c. di A. Battistini, G. Miro Gori e C. Mazzotta, Venezia, Marsilio, 2007, pp. 5-27. Sulle «misteriose passeggiate» – per usare l’espressione della Graziosi – fatte da Pascoli con Pio Squadrani «nel ravennate», vd. S. Muratori, Giovanni Pascoli e Ravenna, in Ravenna a Giovanni Pascoli, Ravenna, a cura del Municipio, 1924, p. 11; la lettera di Ferrari si può leggere in Lettere di Severino Ferrari a Giosue Carducci, a c. di D. Manetti, Bologna, Zanichelli, 1933, p. 31. Come spiega la studiosa «tornare alla “bròza” (al biroccio) significava per Brilli tornare al suo posto di Novara» (E. Grazioni, Pascoli studente e socialista […], cit. , p. 98). Ancora la Graziosi precisa in nota come dell’iscrizione di Pascoli alla Massoneria «diede notizia anche il Barbanti Bròdano con una testimonianza che Mariù volle comunque ignorare: vd. G. Barbanti Bròdano, Pascoli e la politica, in «Il Resto del Carlino», 21 settembre 1924»; del Barbanti, d’altronde, nelle memorie della sorella «non si fa neppure cenno»: «e questo non è che un esempio della parzialità con cui la sorella considerò le vicende giovanili di Giovannino» (Ibidem).   

[18] Molti Massoni però avevano continuato «ad essere presenti in associazioni politiche ed in particolare nell’Unione Democratica Bolognese fondata il 12 Aprile 1867 e che ebbe come suo primo Presidente il Ceneri e primo Segretario il Carducci. Inoltre, molti massoni bolognesi frequentarono in quel periodo altre Logge italiane, od aderirono a “Centri massonici” disgiunti dal Grande Oriente in seno al quale successivamente rientrarono, vd. C. Manelli, La Massoneria a Bologna dal XVIII al XX secolo, cit., p. 109.

[19] Ivi, cit., pp. 118-19.

[20] Ivi, cit., p. 122.

[21] Per i la massoneria livornese vd. ora Aa.Vv., La Massoneria a Livorno: dal Settecento alla Repubblica, a c. di F. Conti, Bologna, il Mulino, 2006. Sulla Rubiconia Accademia dei Filopatridi vd. P. Palmieri, «Romagnolo di cuore e d’elezione». Lo Satuto dell’Accademia dei Filopatridi, in Id., Giosue Carducci “buon leopardiano”, Savignano-Bertinoro, Rubiconia Accademia dei Filopatridi-Accademia dei Benigni, 2002, pp. 43-64.

[22] Significative le parole che Pascoli scriveva in una lettera inviata da Messina il 14 gennaio 1901 all’amico Caselli per una possibile collaborazione alla «Sementa», un giornale lucchese considerato «organo dei socialisti»: «Io non sono né socialista, né antisocialista, perché sono libero e modesto predicatore d’una nuova dottrina. Spero d’essere sostanzialmente d’accordo – se non col da me odiato sempre (anche quando scontavo nelle patrie prigioni il mio ardente socialismo) credo Marxistico – col sentimento, almeno, che anima i socialisti veramente sinceri. Il fatto è che del socialismo io, pro vili parte, voglio fare, come praticamente faccio, una religione, la quale m’accorgo, nelle mie meditazioni, che è un fondamento molto più scientifico che il plus valore dell’economista ebreo-tedesco. Qua a Messina mi hanno scomunicato, perché io predico che l’Italia essendo la nazione proletaria ed essendo insidiata dalle nazioni borghesi (oltre Francia, Inghilterra e Deutschland), i socialisti resterebbero socialisti anche diventando (come dovrebbero ed è vergogna incredibile e pianto al cuor nostro che non siano divenuti) patrioti… Ma lasciamo lì. Anch’io li ho scomunicati! E siamo pari», vd. G. Pascoli, Lettere agli amici lucchesi, a c. di F. Del Beccaro, Firenze, Le Monnier, 1960, pp. 101-104: cit. pp. 102-03.

[23] Sin dall’inizio la Massoneria «ha fatto proprie le ideologie illuministiche della fratellanza universale, della libertà di pensiero, della democrazia, assumendo allo stesso tempo connotazioni religiose di tipo deistico (anticlericale nei paesi latini e cattolici, raccoglie invece numerosi aderenti tra i protestanti nei paesi anglosassoni e nordeuropei)», vd. s.v. massoneria ne Il Vocabolario Treccani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1997, III, pp. 271-72: cit. p. 272.

[24] Vd. F. Roversi Monaco, Ai lettori, in A. A. Mola, Corda fratres. Storia di una associazione internazionale studentesca nell’età dei grandi conflitti (1898-1948), con prem. di F. Roversi Monaco Bologna, Clueb, 1999, p. 7.

[25] Vd. A. A. Mola, Corda fratres, cit., p. 67.

 

 

 

 

 

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