Blaise Pascal Pensieri; edizione con testo a fronte a cura di Carlo Carena; prefazione di Giovanni Raboni; Torino, Einaudi, Biblioteca della Pléiade, 2004.
Ci fu un
uomo che, a dodici anni, con alcune aste e cerchi, aveva creato le matematiche;
che a sedici, aveva fatto il più dotto trattato sulle coniche mai visto
dall’antichità in poi; [...] che, all’età in cui gli altri uomini
cominciano appena a nascere, finito di percorrere il cerchio delle scienze
umane, si accorse del loro nulla e volse i suoi pensieri verso la religione; che
da quel momento fino alla morte, sopraggiunta nel suo trentanovesimo anno,
sempre infermo e sofferente, fissò la lingua che parlarono Bossuet e Racine,
diede il modello dello scherno più perfetto come del ragionamento più
forte;infine, che nei brevi intervalli del suo male risolse, per astrazione, uno
dei più astrusi problemi della geometria, e gettò sulla carta dei pensieri presi
tanto da Dio quanto dall’uomo:questo genio sgomentante si chiamava Pascal.
Dovrebbe bastare questa straordinaria
presentazione contenuta nel Génie
du christianisme di
Chateaubriand per giustificare l’acquisto di un volume del valore di ottanta
euro, anche se a ben vedere la pregevolezza della fattura, delle note, delle
concordanze e degli indici il suo prezzo potrebbe essere addirittura superiore.
Ci si trova infatti di fronte ad un testo davvero unico in Italia che va a
colmare una grave lacuna, fornendoci per la prima volta una vera e propria
analisi del manoscritto originale e di conseguenza la travagliatissima vicenda
editoriale del capolavoro di Pascal considerato dalla laica Francia testo
capitale della propria letteratura. E vale proprio la pena di lasciarsi
avvincere da questa affascinante storia sunteggiata con cura da Carena per
capire come un’opera, attraverso l’interpretazione che ogni epoca ha voluto
esprimere, compia un percorso non solo nel tempo ma anche nella nostra coscienza
contemporanea da tempo ormai non più vergine e insensibilmente vecchia.
Così,
se è l’interpretazione a far camminare fra gli uomini le opere, questa
edizione ci permette di fare il punto su un autore che di volta in volta è
stato ritenuto uno scettico e un moralista lettore di Epitteto e di Montaigne
loro seguace prima, ma poi subito loro fiero oppositore e che è stato tacciato
di “indecenza e puerilità” prima da Voltaire, ma poi anche da Condorcet che
commentava come impossibile alla natura umana votata all’azione il frammento
168, quello, per intenderci, relativo al divertissement. È davvero singolare (e
“singolare” è veramente l’aggettivo più appropriato per definire
Pascal), che questo genio solitario abbia riscosso tanta collera così come
tanta approvazione negli spiriti più diversi e che ancora oggi la sua opera
desti scandalo e stupore.
Ma qui sta anche l’eccezionalità della
sua esperienza umana e letteraria così distante o, per meglio dire, così
equidistante sia dalla scolastica che dalla rivoluzione scientifica e da quella
presunta rivoluzione filosofica di cui si è sentito investito Cartesio.
“Je
suis seul”. È Pascal stesso a
dirlo in una delle Provinciali ed è a questa solitudine così consapevole
che bisogna guardare per riuscire a collocarlo nella sua giusta posizione.
Nato da un padre che fin da giovanissimo
gli aveva inculcato un profondo disprezzo per la scolastica, egli è estraneo a
ogni prova razionale dell’esistenza di Dio, così come erano state formulate
dai grandi filosofi del medioevo. Allo stesso modo la sua parabola esistenziale
si colloca fra una riforma protestante che chiede a viva voce un ritorno alle
origini dell’esperienza cristiana e la rivoluzione scientifica; fra il purismo
dei giansenisti e Cartesio. Fra questi estremi avviene la sua formazione, quando
l’onda del platonismo si è ormai esaurita e un nuovo umanesimo stoico portato
avanti da Justus Lipsius, da Du Vair e da Montagne si fa strada in
quell’Europa insanguinata dalle guerre di religione. Il suo percorso
assomiglia in ciò a quello di Agostino tormentato dal dualismo di Mani, che
rigetta la filosofia perché come il grande padre della Chiesa evidenzia il
circolo vizioso tra gnosi-superbia-ottenebramento dello spirito, così come è
agostiniana la consapevolezza dell’impossibilità della salvezza senza la
grazia. Ma per lui è impraticabile la teoria agostiniana dell’illuminazione
intesa come ponte, perché il suo pensiero non discende certo da Platone o
Plotino ma da Epitteto e Montaigne.
Per Pascal il ponte fra l’uomo e Dio può
essere gettato unicamente dalla grazia del Dio libero che sceglie e riprova.
Questa sua medietà che può apparire al lettore meno avvertito una posizione
paradossale è in realtà quella stessa posizione che ha l’uomo per Pascal. È
in questa chiave che vanno letti i celebri frammenti della canna pensante e
della sproporzione dell’uomo rispetto a Dio. Come la luce produce l’ombra,
così l’infinita piccolezza dell’uomo permette a se stesso di avere la
misura per poter affermare l’esistenza dell’infinito. Tutto il pensiero di
Pascal cammina lungo questa pericolosa riva senza mai provare la vertigine che
l’esistenzialismo ci farà sentire con Kierkegaard, perché se per il danese
la salvezza resta sempre un quid che l’uomo non può avere mai la certezza di
raggiungere, per l’autore dei
Pensieri la condizione dell’uomo, nella sua paradossale infondatezza è anche
quella che ha scelto Dio per lui dopo la caduta del peccato originale.
L’ essere umano infatti può misurare
solamente dal suo punto di vista e perciò dalla sua modesta altezza verso il
basso. La salvezza sarà verticale e cioè da chi gli si pone infinitamente più
in alto che liberamente lo eleggerà. La miserabile situazione dell’uomo
diventa agli occhi di Pascal la più degna e l’unica possibile grazie alla
perfezione umana dell’incarnazione di Cristo, del Dio che diviene uomo che
scende a quella condizione di medietà e la risolleva. E anche la rivelazione
avrà questa caratteristica.
Essa non sarà quasi mai completamente
evidente. Per trent’anni infatti Gesù rimarrà anonimo, poi inizierà la sua
predicazione seguito da pochi odiato ed osteggiato dalla religione ufficiale e
morirà solo tradito da Giuda e rinnegato da Pietro. Un Dio nascosto, dunque,
che si rivela nella fragile e vana insipienza del quotidiano e che sceglie,
eccetto il peccato, la stessa condizione dell’uomo.
In questo si giustifica quindi l’eccezionale
frammento della scommessa con quel geniale uso del calcolo delle probabilità,
un esempio che rimane veramente unico ed insuperato e che con altri permette di
vincere l’empasse creato dal dualismo cartesiano. Preso da solo questo duello
a distanza, così come quello fra Kierkegaard ed Hegel, rappresenta forse uno
dei momenti più alti della storia del pensiero e ne costituisce l’onore in
anni come i nostri in cui la filosofia non sembra più destare alcuna novità.
Anche per questo motivo vale la pena di rileggere i
Pensieri
per scoprirsi ancora una volta vinti dallo stupore di un uomo che non si è mai
stancato di cercare la verità.
(Marco Antonellini)