Parola plurale- Sessantaquattro poeti italiani tra due secoli (a cura di G. Alfano, A. Baldacci, C. Bello Minciacchi, A. Cortellessa, M. Manganelli, R. Scarpa, F. Zinelli, P. Zublena) Roma: Luca Sossella Editore, 2005, pp.1177
Prima del frontespizio, una pagina bianca e in alto a sinistra, in caratteri minimi, la definizione:
Numerus,i, m: numero, quantità, moltitudine; misura,
ritmo, armonia; valore; ordine, regola; canone.
Esempio: numerus scriptorum optimorum.
E di numeri non si può non parlare, per questa “antologia ragionata”: 1.177 pagine, 64 poeti, 8 curatori; un indice sterminato, una infinita bibliografia. Il ventaglio degli anni considerati va dal 1975 al 2005: l’arco di tempo in cui i sessantaquattro poeti antologizzati hanno pubblicato le prime opere significative.
L’antologia “dei numeri” nasce dal “desiderio di premiare la poesia con la volontà di diffusione, piuttosto che con quella di sottrazione silenziosa”.
Nasce da una polemica, una presa di posizione di fronte alle tante antologie uscite in questi anni, tutte praticanti il principio dell’ esclusione, e da una sfida: cercare una formula diversa, coniugare una gran quantità di poeti – un vero censimento – con una ricca e variegata analisi critica. Una antologia questa che vale molto, sia per le poesie raccolte, che per le belle pagine critiche, vere finestre sul panorama lirico e letterario italiano; finestre che, come nella teorizzazione jamesiana del romanzo, si accendono ed illuminano alternativamente un territorio o un altro. Così l’immagine-tesi che se ne può ricavare è di un intreccio molto complesso, di una germinazione continua, di una collaborazione mai sopita tra critica e poesia, cifra di tutto il novecento.
Ormai solo i poeti si affannano a leggere e scrivere di altri poeti? Non abbiamo più la benché minima idea di cosa sia oggi la poesia, nel nostro paese? Sono questi gli interrogativi da cui si parte. La poesia è troppa e discontinua. Senza più mappe. Ma la critica non può demandare il suo compito – ce lo ha rammentato anche Lavagetto in un piccolo testo recente; ce lo rammenta il dibattito che a scansioni regolari si riaccende sui quotidiani. La critica è il genere del discorso che serve a collegare fra loro diversi campi del sapere, e a riaggregarne le componenti interne; e quindi deve avere il coraggio di percorrerlo in lungo e in largo, questo territorio.
Gli otto critici vantano un percorso comune, che in sintesi conduce dalla critica filologica a quella filosofica. Hanno lavorato in collegialità, come un’assemblea, una comunità ermeneutica di condivisione. Hanno scelto di non fare raggruppamenti per tendenza, aderendo alla convinzione per cui piuttosto in letteratura avviene una compresenza di generazioni diverse, che porta a una contemporaneità dilatata e a una circolazione di forme, grazie alla quale Luzi convive con De Angelis, Zanzotto con Magrelli…. Di questo si fanno mediatori, ed infatti gli autori non antologizzati compaiono più e più volte, a confronto e a contrasto con quelli presenti, nei commenti. Una antologia di poetiche, dunque, non solo di poeti. Non poeti monadi, non un plurale singolare, ma delle tendenze, delle famiglie, delle regioni.
Dei margini sono comunque ravvisabili. La faglia epocale della poesia italiana sprofonda tra il ’71, quando escono Satura e Transumanar e organizzar, e il ’75, che vede il Nobel di Montale e la morte di Pasolini. Quel che è avvenuto dopo è terreno di coltura che produce il nostro presente. In termini paesaggistici si sono scelti piuttosto dei territori, che a volte sbordano uno nell’altro.
Ogni critico (tutti nati tra il 1965 e il 1973- dato non inerte) propone testi di commento a un territorio, nei quali rende conto dei legami tematici o stilistici tra alcuni poeti presenti, e poi- ma anche non nell’ordine prefigurato, precedono i testi elaborate schede critiche di presentazione individuali: questo produce un effetto di riverbero notevole, davvero plurale.
C’è un grande sforzo di completezza: di ogni poeta sono riportati almeno una ventina di testi, raccolti da pubblicazioni diverse, che testimonino un percorso e sappiano offrire al lettore una presa di contatto generale ma completa.
“La poesia sfugge, ma come se volesse ritornare”- dice Zanzotto; e dice anche che la poesia serve, senza servire nessuno; gli estensori dell’antologia, di contro alla negatività diffusa, sono convinti che la poesia non abbia mai mancato di essere in questi ultimi trent’anni riserva dell’immaginario e sostegno della lingua, tra tradizione e novità. Ed anche la guerra all’idea di Forma, o perlomeno la sua messa in discussione, si è oggi trasformata nella consapevolezza della sua necessità.
Quali sono dunque i territori in cui i poeti dell’ultimo scorcio del novecento si sono posizionati? In qualche modo si possono ravvisare tre grandi regioni.
La più conosciuta è forse quella che viene definita da Paolo Zublena “IL DOMESTICO CHE ATTERRISCE - LA TEMATIZZAZIONE DEL QUOTIDIANO”.
Il quotidiano, persa l’illusione che potesse essere pharmakon nei confronti dell’instabile, rischia di cedere verso il patologico. “Non accade nulla, questo è il quotidiano; ma qual è il senso di questo movimento immobile?” argomenta Blanchot. Nel bruissement umano in noi e intorno a noi , nel brusio feriale, sta l’essenza pericolosa. Nella micronarrazione, attraversati i modi che sono stati di Pagliarani, Erba o Giudici, i poeti di questo ambito vanno verso la decostruzione del senso comune: Maurizio Cucchi, Patrizia Cavalli o Enrico Testa, Eugenio De Signoribus o Milo de Angelis sono voci di questa tendenza.
Fatti minimi, slittamenti impercettibili, che usufruiscono di quegli “STILI SEMPLICI” (il saggio è di Raffaella Scarpa) che si configurano come arte del levare, “porre davanti agli occhi” in una lingua-una che è dunque lingua comune.
Nel listino della poesia del secondo novecento il titolo del comico risulta in ribasso: lo nota Massimiliano Manganelli nella ricognizione del territorio delle “DEFORMAZIONI - COMICO, GROTTESCO ED ALTRE VIE”; riprendendo le categorie bachtiniane, l’ultima avanguardia che si è riconosciuta nel gruppo ’93 , e di cui dà conto il saggio di Cecilia Bello Minciacchi, sceglie infine il grottesco come l’unica risposta possibile ad una realtà già mostruosa.
“Datemi un corpo!” Andrea Cortellessa introduce col grido deleuziano il territorio corporale: la funzione-Artaud del "credere alla carne”, abbracciata dalla sperimentazione degli anni settanta, si mescola con il cinismo violento della parola, con Bataille e con la lingua agìta come corpo di Amelia Rosselli.
La poesia di Magrelli ne sarà la sintesi, in connubio con la filosofia dell’io mutuata da Valery: l’idea dell’auscultazione di sé, che dalle metafore corporali delle prime prove giunge al condominio di carne, e alla scrittura-pelle: l’irresistibile salute precaria di cui gode il poeta.
E’, la regione del corpo, quella che più sborda nel “RIPENSAMENTO DEL TRAGICO” di cui dà conto Alessandro Baldacci. Qui abbiamo gli esiti più alti, quelli con cui il nuovo secolo poetico dovrà confrontarsi. La grande poesia novecentesca, da Celan a Benn a Dylan Thomas, ne ha fatto la sua cifra. Il tragico annichila l’umano e al tempo stesso tende all’in-fanzia.
“Un tempo il poeta era là per nominare le cose… oggi egli sembra là per accomiatarsi da loro” . Cristina Campo ha colto perfettamente l’essenza di una poesia che procede per spoliazione, per progressiva perdita. Le parole congedano e svuotano, fanno buchi.
Ecco allora i versi di Antonella Anedda, che toglie peso “al peso nero del prato” e scrive “per ogni creatura che indietreggia”; non c’è più canto o compiacimento, il poeta non fa che piegare con sconforto la parola e scrivere “ perché nulla è difeso e la parola bosco/trema più fragile del bosco…”
Così più che parole restano passi, respiri, rumori, fischi: residui traghettati da Satura ad un inconciliabile presente.
Vivian Lamarque risolve il dissidio congedandosi dall’ infanzia, nella scelta ritmica di una cantilena finto-svagata che è invece disperato tentativo di rifondare la casa materna. Così nella cifra della geminazione, del raddoppiamento Vivian si trova ad “avanzare giorno per giorno indietro nel tempo”, lasciando “zampette sulla neve” e “tracce di piccole ali".
Infine Vito M. Bonito, bolognese d’adozione, giunge all’orlo più estremo di questa vita inferiore, di questa poesia che si fa balbettio, e poi singhiozzo e poi fiato (il magro/ànsito della notte). Ci arriva con versi assoluti che mettono in scena la perdita, e sono un consumarsi nell’irrespirabile “rima del bianco”, ad un livello che sfocia nell’anossia (“come dentro sé chi danza/ spegne la sua stessa/ incandescenza”) e sfonda il margine del silenzio: “mai stata neve/mai/stato vento - /alla fine non c’è/mai stato niente”.
Il colpo di genio di questa antologia benemerita, che coniuga poesia e critica e illumina sulle poetiche italiane dell’ultimo novecento, lo ha compiuto l’editore Luca Sossella: www.parolaplurale.it è il sito in cui l’intero libro è leggibile in pdf, in tutte le sue parti e in tutti i suoi autori. Lo aveva preannunciato nei ringraziamenti:
“Parola plurale ha l’ovvio obiettivo di favorire nuovi ragionamenti critici e didattici sulla poesia contemporanea e si propone di allargare, oltre il supporto cartaceo, la diffusione della poesia”.
E dopo 1.177 pagine, riusciamo a dire cosa è oggi poesia? Affidiamoci ad Emily Dickinson: “Se provo la sensazione che mi scoperchino la testa, allora so che quella è poesia”.
(Magda Indiveri)