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Paesaggi naturali e paesaggi dell’anima

Un percorso interdisciplinare fra poesia e musica

dall’Arcadia al Romanticismo (1723-1833)

 

DAVIDE MONDA
Università di Bologna

 

 

 

Pare innegabile che le Quattro stagioni di Antonio Vivaldi rappresentino ancor oggi - alba plumbea ed amara del terzo Millennio - per ogni persona non insensibile al ricco e multiforme divenire della cultura occidentale un capolavoro tanto magnifico quanto famoso, un vero e proprio mito musicale, tanto che a qualcuno (probabilmente) la nostra scelta di riproporle come fondamento per un percorso didattico interdisciplinare potrà sembrare un po’ troppo facile, se non addirittura banale…

D’altra parte, noi siamo persuasi che, se ascoltati con l’attenzione informata e partecipe che meritano, se calati nel contesto insieme complesso e affascinante a cui appartengono, questi quattro concerti che costituiscono, pure secondo molti valenti studiosi, la gemma più fulgida e preziosa de Il cimento dell’armonia e dell’inventione - dato alle stampe dall’Autore ad Amsterdam nel 1725 - possano ancora dirci e darci moltissimo, in quanto fanno luce con incantevole, prodigiosa efficacia non solo su motivi, temi e problemi propri di un Siècle des Lumières che continua ad attrarci e interrogarci, ma altresì su valori universali, su ideali e sentimenti assoluti, che trascendono davvero ogni tempo ed ogni luogo.

A molti è ben noto ch’essi furono pubblicati insieme con quattro poesie, da taluni attribuite alla penna dello stesso Vivaldi: si tratta, più precisamente, di quattro «ingenui sonetti - come li ha definiti con giusta ragione, qualche anno fa, Carlo Vitali - che illustrano situazioni e paesaggi stagionali di un’Arcadia rurale e di maniera». Consapevole o meno che sia dei nessi ben precisi e calcolati che il nostro compositore - sempre conformandosi, analogamente a tanti suoi contemporanei, ad una poetica fondata sull’imitatio - mirò a creare fra questi versi e la propria musica, chiunque mediti tali «sonetti dimostrativi» prima, durante o dopo l’ascolto dei concerti, non tarderà ad accorgersi di quanto essi siano vicini, anzi intrecciati alle melodie del grande veneziano. In verità, lo straordinario, infaticabile estro creativo del “prete rosso” seppe qui trasfigurare in concenti oltremodo originali e spesso sublimi notti e meriggi, nevicate e temporali, il cinguettare degli uccelli e l’abbaiar dei cani, e cacce animate, e canti ingenuamente gioiosi di contadini e molto altro ancora…

         Ma, oltre a queste note (giustamente) celeberrime e a questi rispettabili componimenti poetici, il nostro itinerario culturale si propone di offrire al lettore panorami, scenari, emozioni e spunti ulteriori, onde incitarlo a percorrere anche vie interdisciplinari di portata alquanto più generosa e di gran lunga più libera. Così, nel tentativo forse troppo ambizioso ed ardito d’illustrare qualche elemento nodale della sensibilità e del gusto, delle atmosfere e delle passioni di un secolo intero, abbiamo pensato di presentare la lettura di alcuni testi letterari significativi, trascelti in un arco cronologico che va, per l’appunto, dal tempo dell’ “Arcadia vivaldiana” sino al Romanticismo sui generis de Il pensiero dominante di Giacomo Leopardi. 

 

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Fra tutte le stagioni tratteggiate da Vivaldi la Primavera è senza dubbio la più lieta, lieve e serena, costellata com’è di deliziosi canti d’uccelli, dolci fonti, soavi zefiri, tenere zampogne, danze eleganti di ninfe e pastori... Già in questo primo concerto, il violino principale – “primadonna” indiscussa dell’intero edificio musicale - non perde occasione per far sfoggio del proprio scintillante virtuosismo!

Di ben altra drammaticità ed intensità stilistica è il sonetto descrittivo «Ombrose valli e solitari orrori» di Faustina Maratti Zappi (1679 ca.-1745), donna di poliedrica cultura, arcade alquanto apprezzata (ricevette, nell’Accademia, il nome di Aglauro Cidonia) e consorte del celebre avvocato e poeta imolese Giovanbattista Felice Zappi: nella loro residenza estiva di Albano, questi coniugi “letteratissimi” ospitarono, inter alios, musicisti del calibro di Alessandro Scarlatti, Arcangelo Corelli e Georg Friedrich Händel. Nel testo, la donna dialoga concitata con i diversi elementi (valli, monti, fiumi, fiori etc.) di un paesaggio che gode, ai suoi occhi, della gran fortuna di aver presso di sé il vago oggetto del suo amore, e li prega di dirgli «qual pena il [suo] cuor sente», ovverosia quanto aspre e crudeli siano le cure, le ansie, le angosce che opprimono le corde più sensibili del suo animo, torturato di continuo dai demoni dell’assenza.

Prossima a siffatte inquietudini, anzi ancor più aspra e convulsa, ci appare l’Estate vivaldiana, una «dura stagion dal Sole accesa» durante la quale né alla natura né agli umani è dato trovare un poco di ristoro: in effetti, i venti guerreggiano ferocemente, le mosche e i mosconi molesti importunano senza requie uomini e animali, e i nubifragi riversano sul mondo intero le loro temibili furie, che sembrano volergli sottrarre ogni pace, letizia e prosperità. 

Si passa quindi ad un clima squisitamente autunnale. Come si sa, Pietro Metastasio (1698-178) fu brillante allievo di Gianvincenzo Gravina - il severo, eclettico, dottissimo fondatore e legislatore dell’Arcadia -, nonché drammaturgo e poeta lirico di mirabile talento: la sua varia e vasta opera godette d’un immenso successo per tutto il Settecento, e fu da più parti apprezzata pure in séguito, allorquando la poetica misurata e ragionevole, aliena da ogni stravaganza e bizzarria, ed il “buon gusto” caratteristici della prestigiosa Accademia italiana erano oramai tramontati.

Ne La cacciatrice - il testo che qui proponiamo -, la protagonista è una sorta di novella Diana che afferma claris verbis di prediligere nettamente i virili, spartani piaceri dell’arte venatoria alle ambigue lusinghe di «un popol d’amanti», e che accetta (e stima) il sentimento amoroso soltanto a condizione che si dimostri schietto, nobile e leale.

Un’immagine davvero riuscita e coinvolgente della caccia la ritroviamo nell’Allegro finale dell’Autunno: dopo averci dipinto con superba maestria i canti, le danze, le ubriacature dei villani – rese meravigliosamente, queste ultime, dai funambolismi di un violino principale gagliardo e scatenato come non mai… - ed infine il loro placido sonno, Vivaldi delinea qui una caccia di potenza espressiva folgorante: il violino solista imita ora le note ch’era in grado di emettere, a quell’epoca, il corno francese per poi variarle e rielaborarle sùbito, ostentando more solito un’avvampata perizia tecnica, fatta di pirotecnie incalzanti e sorprendenti, che non può non ammaliare ed avvincere l’ascoltatore attento. Segue una deliziosa canzonetta anacreontica di Jacopo Vittorelli (1749-1835), che Carlo Calcaterra giudicò acutamente, molti decenni or sono, l’ultimo vero poeta d’Arcadia: in argentei settenari, egli contrappone all’intesa sostanziale e premurosa, alla fedeltà costante ed inconcussa, alla piena e felice consonanza affettiva che conforta, vivifica e rallegra l’usignolo e la sua compagna il proprio amore non corrisposto, o comunque corrisposto in una maniera ch’egli non reputa, non sente davvero appagante.

Invero, ci troviamo di fronte a una lirica nella quale è dato ritrovare tematiche, suggestioni ed ambienti che saranno sapientemente rielaborati, più di un secolo dopo, dal genio inebriante e languido di Salvatore di Giacomo (1860-1934), la cui poesia insieme delicata, calibratissima e struggente molto deve, fra l’altro, a questo secondo Settecento costellato di amare melanconie e d’inquietudini fosche, quasi presaghe degli eccessi tragici e cruenti che bruttarono la Rivoluzione francese, ma anche, nel contempo, del rinnovato sentire romantico.

Nebbioso, cupo, imprevedibile è sin dall’incipit l’ultimo concerto delle Stagioni che, sovente contratto e talora minaccioso qual è, rende prodigiosamente molti dei modi in cui si manifestano gl’impietosi e funesti rigori invernali. Qui come in diversi altri punti, a dirla giusta, la musica comunica assai più, molto più intensamente dei versi del sonetto, che si conclude fra l’altro con un verso pacificante e luminoso («Questo è ’l verno, ma tal che gioia apporte») che non sembra proprio corrispondere all’atmosfera tesa ed irrequieta espressa dall’ultimo movimento (Allegro) nella sua globalità.

Non troppo vicino nel tempo, e tuttavia prossimo a siffatte passioni per profondità sentimentale è invece un sonetto animoso di Vittorio Alfieri: memore, inter alia, di un certo petrarchismo paesaggistico cinquecentesco, l’homme de lettres “di forte sentire” per eccellenza vi condanna ore rotundo il «secol superbo e sciocco» nel quale è costretto a vivere, dipingendolo come un tempo iniquo e violento ove ancor predomina un dispotismo nemico d’ogni libertà, uguaglianza e fratellanza universale.

Ma ci sta a cuore concludere questo cammino artistico fra Sette e Ottocento su quel “paesaggio dell’anima” affatto decisivo, e non di rado imperioso e prepotente, che è l’amore. In due ponderati, raffinatissimi sonetti (1802), composti quasi sicuramente onde tratteggiare la sua infelice passione per l’affascinante Isabella Roncioni, Ugo Foscolo si confronta col tema principe della lirica europea anche instaurando, peraltro, uno stretto legame con la natura circostante (il «solitario rivo» e, specialmente, la «bruna notte»), la quale costituisce l’unica interlocutrice, il solo sostegno per il suo animo in preda alle pene amorose. Ancorché per molti aspetti già romantiche tout court, tali poesie mantengono ben saldi i legami con la tradizione: basti qui menzionare gli espliciti riferimenti a quei Rerum vulgarium fragmenta che lo scrittore di Zante sempre amò e volle a più riprese commentare.

Il nostro piccolo percorso potrebbe poi terminare degnamente con la meditazione di alcuni passi memorabili tolti da Il pensiero dominante (1833 ca.) - certo uno dei Canti più densi, potenti e appassionati di Giacomo Leopardi -, ispirato con ogni probabilità all’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, donna di grazia, cultura e sensibilità non comuni ch’egli aveva conosciuto a Firenze nel 1830.

Infine, ad ogni bolognese attento anche alla cultura del proprio “microcosmo” cittadino, gioverà forse rammentare che, nella parabola speculativa, poetica e sentimentale del Recanatese, l’operoso quanto travagliato soggiorno petroniano (1825-26) fu di rilevanza affatto decisiva. 

 

 

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