indietro

 

Paolo Orvieto, Labirinti castelli giardini. Luoghi letterari di orrore e smarrimento, Roma, Salerno, 2004

 

 

Le consuetudini culturali odierne ci inducono a pensare certi luoghi inquietanti della nostra cultura (il sotterraneo, il castello, il giardino…) in termini di pura suggestione. Essi, nel nostro immaginario, dimostrano la consistenza degli sfondi della Play Station e la vacuitas memoriale dei non-luoghi di Marc Augé. Restano, nella letteratura o nel cinema o nei fumetti, come semplici citazioni di qualcosa che si è perso; conservano nient’altro che un vago ricordo di altri significati e vicende, una lieve vertigine, reminiscenza di profondità che non intravediamo più. Insomma, ora sono soltanto dei simulacri, mentre un tempo erano spazi, luoghi, loci: potevano rispecchiarsi in un mito, si aprivano come orizzonti culturali, come degli ipertesti che il lettore poteva percorrere per proiettarvi il proprio io con il senso dell’avventura intellettuale; il che li sottraeva al ruolo di pura funzione narrativa neutra, rigida e immutabile di opera in opera, e da un sistema letterario ad un altro.

 Paolo Orvieto, nel suo Labirinti castelli giardini. Luoghi letterari di orrore e smarrimento riprende tale concezione cronotopica del luogo letterario, forse con qualche ricordo della lezione del Curtius, e attraverso le sue lenti guarda e saggia le concrete manifestazioni fenomeniche degli spazi della clôture, della clausura, spazi ‘ermetici’ nel senso più pieno del termine, come quelli del titolo, ai quali egli aggiunge, per estensione di significato, i sotterranei, i conventi, le case maledette, il sottosuolo… Si tratta di luoghi ‘ermetici’ perché conservano il privilegio del mistero: sono abitati da creature oltre le soglie dell’ humanitas e delle leggi della Natura; affondano le radici nelle paludi ancestrali della pre-civiltà; lasciano trasparire la faccia nascosta della Luna, tutto ciò che nella nostra coscienza rimane in chiaroscuro, occultato, latente; sono le dimore delle antiche madri dell’espiazione e dell’iniziazione, sono, infine, le infinite e ingegnose imitazioni umane del Labirinto totale, il mondo creato da un Dio che senz’altro ha letto Borges e che ama la meraviglia e la confusione.

 Orvieto, con spiccato, felicissimo istinto di narratore, lascia che questa tensione misterica emerga dagli ampi brani riportati per esemplificare il suo discorso, assumendo, per sé, quasi un ruolo di archeologo che attraversa silenziosi edifici, legge iscrizioni, ricostruisce immagini di un tempo perduto che però, in un certo  qual senso, è anche suo. In questo modo, egli non irrigidisce mai, nella propria ricerca, l’immaginario architettonico (gli edifici) e teratologico (i mostri) nella tassonomia o nella rassegna formale: al contrario, ne mette in risalto le relazioni di significato, gli orizzonti culturali di riferimento, le variazioni significative, con l’occhio curioso e analitico di un pittore fiammingo, ispirando nel lettore una sorta di vertigine (l’ilinx di Roger Caillois) attraverso l’inesauribile serie d’incontri con le molteplici manifestazioni di uno stesso archetipo. Senza gabbie ‘morfologiche’ precostituite, il libro può aprirsi a una miriade di riferimenti a testi e ad autori; la divisione dei capitoli in base alle tipologie delle figure (i luoghi, gli architetti-Dedali e le creature) è flessibile, e certo in consonanza con la logica che governa il tema: un libro sui labirinti dev’essere un po’ ‘a labirinto’, fatta salva, naturalmente, la caratterizzazione storica delle forme sulla quale il discorso di Orvieto si dimostra ineccepibile.

Ma la vis profonda del libro sta nei modi dell’indagine. Il suo percorso si svolge in spazi bui, imbrogliati, non-mappabili, deve talvolta arrestarsi di fronte a delle porte chiuse, a dei confini invalicabili: tutto l’impianto dei capitoli  è organizzato su questa clôture - com’egli la definisce -, una clausura archetipica che ci obbliga a riflettere e ad aprire il ventaglio delle ipotesi su temi che, posti per loro natura sulla soglia tra la manifestazione e l’occultamento, l’omen e la pura suggestione, ciò che è pius e ciò che è empius (rimosso, quindi, dalle istituzioni preposte a conservare l’ordine costituito). Per forzare tale clôture, Paolo Orvieto s’avvale di strumenti junghiani, antropologici, sociali, ma senza mai perder di vista la proteiforme pluralità delle storie degli uomini: i Minotauri ch’egli ricerca nei suoi labirinti hanno non solo mille aspetti diversi, ma pure mille diverse nature (vampiri, serpenti, creature deformi), a seconda della temperie culturale nella quale si collocano; i giardini fatati, che costituiscono una vera e propria Via Francigena nella letteratura medievale e rinascimentale, presentano un cammino diverso, non diremo per ogni lettore, ma almeno per ogni personaggio, crocevia e bivi, luoghi di sosta, opere d’arte e mirabilia, testimonianze del fatto che, oltre le Colonne d’Ercole dei nostri consueti istituti di realtà, ci sono altri spazi, altre architetture, e un punto di vista obliquo o addirittura proibito sul mondo. Eppure - ed è su questo punto che il libro di Orvieto è non soltanto più rigoroso, ma anche più sottile e ricco d’implicazioni - il creatore del labirinto non è mai un altro: Dedalo è parte della nostra civiltà, e la sua creazione, questo spazio che visto da dentro è caos e visto dall’alto è cosmos, intrattiene con quella un inesauribile rapporto dialogico. Così, i divertentissimi (nell’accezione latina del termine) giardini delle storie rinascimentali esprimono il senso di una ricerca, attraverso il disorientamento dei punti di vista, ch’è propria anche delle arti figurative, della filosofia, della letteratura del periodo, persino della politica (pensiamo alla scrittura a ‘bivii’ del Machiavelli).

Venendo a tempi più vicini ai nostri, la Legge che costringe Gwynplaine nell’Uomo che ride di Victor Hugo a percorrere i labirinti uterini della prigione di Southwark perché egli possa conoscere il suo vero status di Lord oppure, al contrario, quella che regola in modo occulto le tribolazioni dei protagonisti del Processo e del Castello di Kafka, non ha niente a che vedere con la Giustizia, ma trae le sue origini dal medesimo orizzonte culturale, quello dell’Occidente moderno. In questo modo il labirinto e, per estensione di significato, il luogo chiuso in cui l’ordine sembra occultato, secondo Orvieto, assume una dimensione di iper-realtà, di mimesi di una realtà quotidiana in cui vengono meno i punti di riferimento essenziali: i labirinti metropolitani tra ’800 e ’900 ne sono forse il frutto più evidente, ma le case stregate degli eleganti quartieri residenziali inglesi di Lovecraft, e le ville dei gialli di Agata Christie, luoghi nei quali la borghesia celebra la propria nera coscienza, rendono ancor di più - nell’ottica dello studioso - il senso dello spazio ove il nostro io rischia di smarrirsi, nel confronto con il lato ‘dionisiaco’ e notturno della propria civiltà che gli impone pentimenti, confessioni, espiazioni, iniziazioni crudeli.

            Neppure quando Orvieto prende in esame gli esemplari più giocosi di questi luoghi dello smarrimento, come Sette piani di Buzzati o La casa ispirata di Savinio, viene meno l’inquietudine verso un percorso che non sembra garantire, nell’età contemporanea, uno scioglimento felice, un’uscita liberatoria, una rinascita dell’io. Le soluzioni prefigurate da Calvino nelle sue celebri riflessioni sul tema appaiono, almeno a chi scrive, come un punto sulla linea dell’orizzonte, una meta raggiungibile forse sì e forse no. Persino in un libro come Se una notte d’inverno un viaggiatore - un labirinto testuale nel quale, nota Orvieto, viene recluso chi legge -, la scrittura non concede mai al lettore (i lettori all’interno delle varie storie) il divertissement intellettuale, ma gli toglie sistematicamente, viceversa, non solo il filo d’Arianna, ma altresì l’allegria dell’avventura postmoderna: in ultima analisi, noi lettori dentro-fuori il testo, abbiamo sempre l’impressione di veder scivolare dietro l’angolo di un corridoio l’ombra del Minotauro che, prima o poi (od oltre la lettura del libro), dovremo necessariamente incontrare.

Proprio siffatta inquietudine rinnova un procedere dubitativamente di galileiana memoria: essa non si accontenta di risposte semplici, ma spinge piuttosto il lettore a visitare luoghi altri e non consueti, con il vago avvertimento che gli siano propri, e rende infine la ricerca di Orvieto vigile, volutamente incompiuta e, in questo senso, affatto esemplare.

 

(Marco Marangoni)

 

indietro