DIVAGAZIONE SU ORAZIO LIRICO:
QUATTRO ODI DAL PRIMO LIBRO
Federico Cinti
Nell’esporre e definire il suo canone, Dante definisce Orazio poeta principalmente satirico: «Quelli è Omero poeta sovrano; / l’altro è Orazio satiro che vene; / Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano» (Inf. IV 88-90). Eppure, io ho sempre preferito l’Orazio lirico, il sommo autore delle Odi, l’autore di una poesia che, come la famosa goccia, scava il sasso, penetra, plasma e ridetermina il nostro modo di vedere, considerare e agire il mondo. E certo quella di Orazio è una poesia molto consapevole del suo ruolo, intellettuale e sociale, che è poi il ruolo della letteratura. L’aurea mediocritas, in fondo, è lo strumento, l'imprescindibile methodus, per raggiungere tutti gli uomini, al di là di linguaggi iperspecialistici e tecnocratici, al di là di lingue volutamente oscure e impenetrabili, salvo che agli iniziati.
Non mi addentrerò, per motivi di spazio e di tempo, in discussioni che non mi competono. I testi, di per sé, parlano, se non nella lingua originale – un latino splendido, ma lontano ormai, dalla sensibilità postmoderna – in quella dei traduttori, in una diffrazione infinita di riscritture, ripensamenti e adattamenti.
Propongo, nella mia traduzione, quattro Odi, scelte tutte dal primo libro: la 1, dedicata a Mecenate; la 9, dedicata a Taliarco; la 11, giustamente nota perché formula il carpe diem; la 38, e ultima del primo libro, dedicata a un generico puer. La prima e l’ultima, possiamo dire, riguardano la concezione che il poeta ha della poesia; la 9 e la 11, invece, trattano la necessità di saper gioire di ogni singolo momento, quasi che fosse l’ultimo, senza che il pensiero del domani possa oscurare la felicità del momento, del dies.
Carmina, I, 1.
Mecenate da re nato antichissimi,
o tu presidio, o tu dolce mio orgoglio;
c’è a chi piace raccogliere la polvere
olimpica col cocchio e con le fervide
ruote evitare il cippo e con la nobile
palma arrivare a dio re degli uomini;
a questo, se i romani, folla ondivaga,
lottano per alzarlo alle tre cariche;
a quello, se il granaio sa nascondergli
tutto ciò che si spazza su aie libiche;
chi gode aarare i campi di famiglia
col sarchio neanche a condizioni attaliche
lo spingeresti in nave cipria a fendere
il Mirtoo mare, marinaio pavido.
L’Africo in lotta con i flutti Icarii
teme il mercante, e il suo paese elogia
per l’ozio e i campi, e infine i legni infrantisi
rifà, incapace a rimanere povero.
C’è chi non sdegna i calici di vecchio
Massico e un po’ del suo giorno trascorrere
sdraiato sotto il verde d’un corbezzolo
o presso un’acqua sacra che gorgoglia.
A molti piace il suono che si mescola
di corni e trombe e le guerre che in odio
sono alle madri. Sta, nel tempo gelido,
chi caccia e scorda la sua dolce moglie,
se scorgono una cerva i fidi cuccioli
o l’apro Marso gli rompe la pania.
Me mischia tra gli dèi del cielo l’edera,
premio di dotte fronti, e me dal popolo
divide il fresco bosco, se la tibia
Euterpe non mi nega né Polimnia
Smette di temperare il lesbio barbito.
E se m’inserirai tra i vati lirici
il cielo toccherò col capo altissimo.
Carmina, I, 9.
Vedi il Soratte come stia candido
per l’alta neve e il peso non reggano
i boschi affaticati e i fiumi
siano rappresi dal gelo acuto.
Disperdi il freddo ponendo ad ardere
legna su legna e senza risparmïo
tu versa vino di quattro anni,
o Taliarco, da un vaso sabino.
Demanda il resto agli dèi che subito
hanno placato sul mare tumido
i venti in lotta né i cipressi
più sono scossi né i vecchi orni.
Che sia domani, smetti di chiedere e
i giorni avuti dal fato credili
un dono, e tu non disprezzare
dolci amori, ragazzo, né danze,
finché sei in fiore e non c’è la burbera
vecchiaia. È adesso che si ricercano
il Campo, le piazze, i bisbigli
lievi, di notte, e l’ora fissata,
Della ragazza il riso piacevole
Rivelatore nascosta all’angolo
Più intimo e il pegno tolto al braccio
O al suo dito che male resiste.
Carmina, I, 11.
Non chiedere, sapere non è lecito,
gli dèi che fine diedero a me e a te,
e i numeri, Leucònoe, non tentare
di Babilonia. È meglio sopportare
tutto quello che accade, se più inverni
concede Giove o se l’ultimo è questo
che tra gli scogli fiacca il mar Tirreno.
Sii saggia, filtra il vino, e ogni speranza
lunga recidi in questo tempo breve.
Mentre parliamo è già fuggita via
l'età invidiosa: cògli ogni giornata,
senza dare alcun credito al domani.
Carmina, I, 38.
Odio, ragazzo, i fasti dei persiani,
spiacciono i serti intrecciati di tiglio,
smettila di cercare ove la rosa
tardiva indugi.
Voglio che al mirto semplice tu nulla
con zelo aggiunga: non è sconveniente
il mirto a te che servi e a me che bevo
sotto una pergola.