ONOMASTICA PARTIGIANA NEL BOLOGNESE
Paolo Zurzolo
1 Onomastica partigiana: caratteristiche generali
Scopo molto più modesto di un’analisi della «lingua della guerra e della resistenza», della cui necessità Bruno Migliorini, nell’immediato dopoguerra, si era fatto interprete[1] e che ancora oggi, fatta eccezione per alcuni notevoli ma settoriali saggi[2] difetta di studi esaustivi, le note che seguono si occupano dei modi di produzione dei nomi di battaglia partigiani. In esse trovano ampio spazio riferimenti alla ricerca interdisciplinare di Franco Castelli[3] che, a pieno titolo, può definirsi innovativa. L’indagine dello studioso sull’onomastica partigiana, benché incentrata prevalentemente sull’area piemontese e ligure, è ricca di suggerimenti che esulano dall’ambito localistico vagliato. Se lo «spoglio onomastico»[4] di differenti realtà regionali o provinciali può anche dare adito a scostamenti notevoli nelle occorrenze dei singoli nomi o dei tipi, le considerazioni a carattere generale che Castelli propone assumono un carattere sovraregionale.
Debitore confesso di Roberto Battaglia e, in ambito onomastico, dell’opera di Emidio De Felice[5], l’interesse dello studioso è rivolto non tanto agli «pseudonimi clandestini», maggiormente vincolati da «norme di precauzione e di “cautela rivoluzionaria”», monotoni e scarsamente originali[6], quanto ai «fantasmagorici e rutilanti nomi di battaglia» ricorrenti nelle formazioni di montagna[7]. Le «diverse condizioni», sia nella «vita di banda» che in quella «della guerriglia armata partigiana» offrono, in linea di massima, «una libertà ben maggiore» nella scelta dei nomi di battaglia, «che vengono così a collocarsi in una sorta di “zona franca” lasciata alla creatività soggettiva (dell’individuo) o collettiva (del gruppo partigiano)»[8].
Questa «creatività» – che è frutto, nella maggior parte dei casi, di una «libera scelta personale» ed, in minima parte, di una «imposizione dall’esterno (da parte del comandante della formazione, o dello scritturale, o dei compagni d’arme)»[9] – non è importante esclusivamente perché il suo riflesso, la «libera scelta», è indice «del clima democratico e libertario della stagione resistenziale»[10], ma anche e soprattutto perché può «fornire (...) informazioni preziose sulle matrici “culturali” in senso lato, sui meccanismi psicologici, sulle componenti di tipo etico ed esistenziale che stanno alla base dell’opzione della lotta armata antifascista»[11]: può illuminare cioè di rimando, con la sua «funzione simbolico-espressiva»[12], sia le origini della scelta resistenziale che il movimento resistenziale stesso attraverso il suo immaginario, collocandosi nel difficile ma stimolante territorio di confine tra linguistica, psicologia, sociologia, antropologia e storia[13] ed i suoi molteplici e spesso forse inutilmente iperspecializzati ibridi.
Se vi sono resistenti per cui «un nome valeva l’altro» e «chiamarsi», ad esempio, «Spaccaferro» piuttosto che «Spaccamontagne, Lampo, Folgore (...) era lo stesso»[14], in tanti casi la scelta del nome era il punto d’approdo di un preciso ragionamento[15] o, è ipotizzabile, di associazioni inconsce: un condensato in cui si rivela la presenza, spesso la compresenza, di «motivazioni politiche e ideologiche», «autobiografiche», cui «si mescola (...) una vasta gamma di atteggiamenti»[16]. Ad ogni modo lo pseudonimo partigiano, che vela sì «la nostra identità», disvela per contro «il nostro carattere», i miti ed i sogni di cui si lascia permeare, «rivela infatti le nostre ambizioni, o le nostre letture, oppure i limiti della nostra fantasia»; ed è quantomeno indicativo che tali parole siano contenute in un libro che Angelo Del Boca ha significativamente intitolato La scelta[17], avvicinando così l’ambito delle motivazioni a quello simbolico rappresentato dallo pseudonimo.
L’«analisi qualitativa» cui Castelli sottopone il «repertorio onomastico partigiano»[18] individua una ripartizione per categorie strutturali e grammaticali[19] ed un’altra, estremamente ricca, per campi semantici[20]. Di più difficile «inquadramento tipologico», per vari motivi quali il carattere eterogeneo e complesso «dei fattori e dei processi sottesi alla sua “storia”, alla sua insorgenza e diffusione», assieme ad «un certo grado di “ambiguità” che permane nelle intenzioni e sulle modalità reali dell’assunzione dello pseudonimo» qualora «testimonianze orali o scritte» non ne chiariscano il senso ed, infine, «per la polivalenza stessa del significante», per la «ridondanza espressiva» propria della polisemia[21], il nome partigiano è, proprio per queste ragioni, sfuggente e rivelatore ad un tempo di diversi stimoli. È la visualizzazione, grafica e simbolica, ideologica e culturale, conscia ed inconscia, di un immaginario solo recentemente sottoposto ad indagine che parla di miti di varia natura[22]. Come il «mito dell’America, terra dell’avventura e della libertà», che le giovani generazioni, in rotta di collisione con una cultura di ambito provinciale che li aveva delusi, hanno modo di formare, veicoli la cinematografia western, tutto il filone letterario che porta da Steinbeck a Dos Passos, non meno che i fumetti[23] e la lezione dei loro “fratelli maggiori” Vittorini, Pavese e Fenoglio[24]. È un immaginario in cui ricorrono «i miti dell’Avventura e dell’Esotismo», in cui gli stessi giovani mostrano di ricercare concetti più freschi del retorico e vacuo patriottismo insegnato a scuola, una realtà differente che si riflette nei «tanti Tarzan, pirati, corsari, spadaccini e cow-boys», per non parlare dei nomi esotici o di origine salgariana[25]. O, ancora, echi classici, cui sono particolarmente sensibili discenti e docenti – anche se non esclusivamente: va pur sempre considerata una certa “inerzia” delle reminiscenze scolastiche, che agisce su strati più larghi di quelli della cultura in senso stretto – che si impegnano nella lotta resistenziale e che eleggono dei, semidei ed eroi di Omero, così come filosofi e statisti della storia antica, quali referenti per il proprio pseudonimo. Sono presenti anche echi della «romanità», ma «non tanto (...) i dominatori, i condottieri delle “quadrate legioni” (...), quanto gli oppositori della colonizzazione e della pax romana: non i Giulio Cesare, ma gli Annibale, gli Asdrubale e gli Amilcare» o gli schiavi come Spartaco[26]. La scelta di figure marginali rispetto – ed in opposizione – alla tradizionale vulgata della romanità di regime, sconfitti – anche se eroici sconfitti – prova che il mondo resistenziale opera un proprio personale adattamento del quadro culturale fascista, anche se di esso permangono, né può essere altrimenti, evidenti resistenze linguistiche[27].
Su tutti, come «mito che può definirsi “fondante” per l’immaginario della Resistenza», la figura del «Ribelle», del «“bandito sociale” alla Robin Hood», che vediamo comparire sia sotto forma nominale (Robin Hood, appunto, o Fra Diavolo, per fornire solo alcuni possibili esempi) che attributiva[28]. È questo il caso di lemmi usati con significato spregiativo dagli avversari, ed invece orgogliosamente rivendicati dai resistenti, i vari “Ribelle” o “Bandito”, presenti anche nei titoli di parte della memorialistica partigiana[29].
Venendo ora ai richiami storici e politici desumibili dal «repertorio onomastico partigiano», che gettano luce sui modelli ideologico-politici dei resistenti, osserviamo la presenza sì di una tradizione ascrivibile al Risorgimento (su tutti spicca il nome di Garibaldi)[30], ma il suo peso specifico è certo largamente inferiore ai richiami risorgimentali che invece trovano ampio spazio «in scritti e discorsi (...) solenni e ufficiali»[31]. I resistenti, cioè, manifestano una poco marcata «propensione (...) a riconoscersi negli eroi risorgimentali, sia pure in forma ironica», indubbiamente assecondati in ciò «[dal]la figura distaccata, retorica e scolastica che avevano sempre avuto» i protagonisti dell’ottocentesca storia patria e che «non favoriva la loro assunzione come nomi di battaglia partigiana»: «In tanta varietà», sottolinea infatti Pavone riferendosi ad essi, «il Risorgimento si affaccia con molta parsimonia»[32]. E, ancora una volta, è difficile determinare quanto peso abbia nella scelta del nome una esplicita motivazione politica, una reminiscenza scolastica, o una somiglianza fisica[33]. Assieme al Risorgimento, «tracce della tradizione politica del movimento proletario organizzato»: ruolo minoritario riflesso evidente «della rottura della memoria storica perpetrata dal fascismo», artefice, «nel tentativo di cancellare 50 anni di lotte e di conquiste dei lavoratori», di una cesura tra le generazioni che investe anche la scelta degli pseudonimi, per cui gli antifascisti della Resistenza lunga «continuano a portare i loro tranquilli nomi “mimetici” della clandestinità (non fatti per ostentare le loro idee)», di contro agli antifascisti esistenziali, i giovani resistenti nati a cavallo degli anni ‘20, i quali «non [hanno] ancora né la preparazione politica, né l’informazione necessaria» per trasformare quelli che per i loro padri erano santi della classe operaia in icone adottabili anche dalla propria generazione[34]. Presenti risultano anche la tradizione della Russia rivoluzionaria (Lenin, Stalin) o della «lotta di resistenza jugoslava» (Tito), sostantivi afferenti la «corrente “militare” e monarchica» (Badoglio, Cadorna), nomi di persona di origine spagnola, eco della «recente esperienza della guerra civile» che gli appartenenti alle Brigate internazionali avevano vissuto in terra di Spagna[35]. Ma va fatto notare come sia il «filone (..) di tipo rivoluzionario» che i vari filoni portatori di istanze politico-ideologiche siano minoritari rispetto alla matrice «ribellistico-avventuros[a]», e che i primi, come ormai ripetuto più volte, non siano sempre segno di una scelta politicamente o ideologicamente connotata poiché, ricorda Castelli avendo in mente un passo di Mario Giovana, «la base giovanile del partigianato», figlia della «disinformazione» in cui il regime l’aveva cullata, a digiuno di politica, «compie (...) la sua scelta non tanto in base a meditati spunti politici (...), ma sulla base di impulsi morali e di insofferenze quasi istintive»[36]. La stessa tradizione della Russia rivoluzionaria ha un’eco superiore rispetto alla tradizione operaia, ma non ha, è opinione di chi scrive, valenza esclusivamente politica: il mito di cui è portatrice non fa appello solo agli antifascisti del ventennio, che possono risultarne sedotti anche e soprattutto per questo aspetto, ma ha un appeal transgenerazionale eminentemente emotivo che riesce a catturare, creando aspettative di una società più giusta, l’attenzione sì soprattutto del proletariato, ma anche di quello politicamente neutro o orientato in maniera superficiale. Un mito che, bisogna ricordare, a differenza di quello emanazione della tradizione operaia, sconfitto dal fascismo, può a ragione, all’epoca, ritenersi vincente, e la cui incarnazione storica è al momento all’offensiva sulla Germania hitleriana.
Le «categorie “politiche”», per giunta, non esauriscono i miti dell’immaginario partigiano. Accanto ad esse si collocano, anche se «radi», i nomi afferenti «simboli e (...) miti religiosi, tratti quasi sempre dal Vecchio o dal Nuovo Testamento», come i «biblici» Caino e Abele, o gli «evangelici» Messia e Giuda[37] e, notevolmente più numerosi, di origine laica, i «miti culturali», che ritroviamo nella scelta di pseudonimi traenti ispirazione dai nomi di «scrittori, artisti, filosofi, personaggi del mondo della cultura», ma soprattutto «mutuati da opere letterarie» – e la parte del leone è sostenuta dalla «letteratura “popolare”» – ed ancora, sul versante «[del]la cultura di massa», pseudonimi che attingono al «cinema, la musica leggera, i fumetti, lo sport»[38].
Compaiono pure pseudonimi che attingono all’«ambiente regionale», al «patrimonio popolare e dialettale»[39], anche se il giudizio di Castelli in merito è più cauto rispetto a quello di Battaglia: «la “connessione (...) fra scelta degli pseudonimi di guerra e tradizione contadina dei “soprannomi paesani”» è per l’autore della più famosa storia della Resistenza italiana più stretta[40], mentre Castelli è dell’opinione che «prevalga non tanto la “continuità” di una tradizione popolare», pure presente, «quanto la sua “rottura”», la quale ha la sua genesi in «una istintiva forma di ribellione» dei partigiani appartenenti alle giovani generazioni ed ha come referente linguistico e culturale «un’ansiosa e impellente voglia di parole nuove, oltre che di nuovi simboli e di nuovi miti»[41].
Procedendo con l’analisi, a pseudonimi riconducibili ad una «indubbia componente ludica» si affiancano pseudonimi che evocano un’idea di potenza, come «animali “forti o astuti o crudeli”» (Aquila, Lupo), assieme a «simboli del male o della violenza» (Diavolo), «nomi di fenomeni naturali violenti» (Folgore, Fulmine), «nomi di armi ed esplosivi» (Sten, Dinamite), «nomi di materie dure o incandescenti» (Roccia, Fuoco), forme aggettivali o metafore con valore iperbolico (Audace, Spaccamontagne) riconducibili a «meccanismi di autogratificazione e di autodefinizione rafforzativa»: lemmi tesi a rimuovere, ad esorcizzare la paura del combattimento, ma anche a porsi come sfida, ad un tempo «scudo» ed «armi», protezione ed «amplificazione illusoria di forza»[42], secondo un meccanismo che in termini psicanalitici verrebbe definito di identificazione proiettiva. È opinione di chi scrive che però, anche nella «componente ludica» possa ritrovarsi, sebbene in forma diversa, una componente scaramantica: l’esorcizzazione della paura può passare anche attraverso il gioco.
Naturalmente, la funzione del gioco non è solo quella di esorcizzare la paura. L’ironia, la beffa o la derisione di cui il nome si fa portatore sono, in prima istanza, dipendenti dal fatto che certi pseudonimi rappresentano «epiteti scherzosi appioppati dai compagni d’arme, con probabile riferimento (...) a elementi fisici o comportamentali manifestati dalle reclute»[43]. Essi ricorrono in «veste dialettale, semidialettale o gergale» e sono quindi «abbastanza vicini alle maldicenze paesane o [ai] soprannomi etnici e locali»[44] e ricadono in quella che Bachtin definisce categoria del «carnevalesco»[45]: «maschere» che assolvono la duplice funzione «di copertura e mascheramento delle reali generalità del partigiano» ed «una talvolta rilevante funzione ludico-espressiva»[46]. Alle volte gli «elementi fisici o comportamentali», o nomi personali e cognomi, vengono ironicamente ribaltati nel loro contrario tramite antifrasi[47]. Altre volte ancora le qualità elette a bersaglio dell’ironia dei partigiani risultano ispiratrici di uno pseudonimo tramite metonimia[48]; e si danno pure casi di «anagrammi», «dislocazioni per contiguità (...) e per associazione verbale»[49]. La più diffusa figura retorica, fonte di ispirazione degli pseudonimi partigiani, è però la metafora, prevalentemente «ispirata dalla vita selvaggia condotta alla macchia» propria di chi aveva scelto la guerriglia resistenziale[50] e che ricade, in sostanza, nelle «parole-forza» quali animali o fenomeni naturali di cui ci siamo precedentemente occupati.
Ma come, del resto, non sempre le caratteristiche fisiche o comportamentali che stanno alla base della scelta dello pseudonimo sono oggetto di ironia e vengono semplicemente assunte come dato di fatto (Barba, Biondo), ricorrono, ed in numero relativamente elevato, «nomi “tranquilli” e neutri esenti da valutazioni positive o negative» quali «i nomi propri di persona», alle volte assunti senza mutazione alcuna, «più spesso inventati o alterati (...) o abbreviati», o anche «i cognomi, talvolta identici (...) e più spesso inventati, sulla linea della tradizione cospirativa portata nella Resistenza dai vecchi antifascisti»[51]. Altre volte ancora lo pseudonimo è ispirato dal mestiere o dalla professione che il resistente svolgeva nella vita civile (Dottore, Professore, Pittore), dal corpo di appartenenza (Alpino, Carrista) o dal grado – «real[e] e fantasticat[o]» – (Colonnello, Generale) se questi vanta un’esperienza militare, o da titoli nobiliari – forse più fantasticati che reali, o, nuovamente, ironici – (Duca, Re, Sire)[52]. Costume diffuso, poi, nel designare i partigiani provenienti da altre zone d’Italia, il ricorrere a «nomi geografici» quali fiumi, monti, regioni o, più spesso, «località di provenienza o di nascita»[53]; costume che fa affermare, ad uno storico della Resistenza a noi caro, «quanti Bari, Napoli e Palermo nelle file partigiane»[54].
Altra caratteristica che emerge dallo studio dei nomi di battaglia è la «“distorsione” da produzione, trasmissione e ricezione orale», deformazioni nella grafia che si riflettono nella pronuncia e viceversa, che dipendono dal carattere «prevalentemente orale» che assume lo pseudonimo dei resistenti nelle formazioni partigiane e che lo differenziano dal «nome di copertura del clandestino politico, trascritto e registrato sui documenti d’identità “regolarmente” falsificati»[55]. Frutto di un altro genere di deformazione, estremamente ricorrenti risultano anche le alterazioni dei nomi personali a partire da un «radicale onomastico» comune[56]: vezzeggiativi, accrescitivi, diminutivi e loro varianti, dialettali o, ad esempio, americanizzate, «forme ipocoristiche» risultato di procope, aferesi[57], apocope[58] o, in numero minore, sincope[59].
Ricorrenti sono poi, come abbiamo avuto modo di accennare, «le componenti non italiane», lemmi stranieri tra i quali «la prevalenza assoluta spetta al gruppo inglese» ed in cui si riscontrano pseudonimi «avventuroso-western» assieme ai «loro rispettivi ipocoristici», «forme cognominali» o altre forme di diversa origine[60]. Ma, pur se in tono minore, compaiono anche pseudonimi di origine francese (Claude, Jean), tedesca (Franz, Fritz), spagnola (Pedro, Ramon), russa o slava (Dimitri, Ivan, Wassili), «sino a quella araba (Alì, Azim, Nadir) (...) di provenienza letteraria e favolistica»[61], o africana, per le quali, oltre all’esotismo, indubbio ruolo ricoprono anche reminiscenze coloniali. Vari sono i motivi di questa presenza: assieme all’effettivo «rimescolamento di genti e di linguaggi (...) causato dalla guerra», i lemmi di origine straniera assecondano anche lo «spiccato gusto dell’esotico e dell’avventuroso» dei giovani partigiani[62]; e non va taciuto il fatto che gli pseudonimi stranieri, specie in forma ipocoristica, non si allontanano nella sostanza da un’altra fondamentale presenza che Castelli riscontra nell’onomastica partigiana: onomatopee, «forme (...) tronche e sincopate», soprattutto monosillabi – ma non mancano le dittologie –, spesso ugualmente di «valore “sensoriale”»[63]. Forme che si situano ad un livello pre-semantico – riscoprendo in conseguenza di ciò «certi caratteri specifici dell’oralità infantile» – e che, imponendosi per «la loro concreta sostanza fonica e sonora», Castelli con efficacia definisce, riprendendo un concetto già espresso da Zumthor e Certeau, «scoppi verbali»[64].
In questa miriade di riferimenti, le caratteristiche degli pseudonimi che identificano le resistenti si discostano abbastanza dalla tipologia adottata dai loro compagni maschi; prevale generalmente, come indizio di una minore disposizione all’eroismo immaginario, l’uso di conservare umilmente il proprio nome di battesimo (...) oppure un’abbreviazione o un diminutivo dello stesso (...). Più scarsi dunque i riferimenti letterari o romanzeschi (...), abbondano invece i riferimenti all’aspetto fisico (...) e all’agilità, destrezza e velocità negli spostamenti, di capitale importanza per una staffetta (Freccia, Trottolina). Non manca qualche attribuzione apparentemente più bellicosa o “grintosa” (Breda, Katiuscia), qualche riferimento patriottico-risorgimentale (Anita), qualche probabile indizio di provenienza geografica (Trieste). Se alle giovani partigiane si attribuiscono spesso vezzeggiativi come Cilli (Tersilia), Fuffi, Nucci, ecc., i ragazzi della Resistenza, con spontanea identificazione sentimentale, non esitano a chiamare Mamma le anziane donne contadine che ad ogni ora del giorno e della notte li accolgono nei loro casolari, li rifocillano e li confortano.[65]
Sono scostamenti che coinvolgono, come mostra la lunga citazione di Castelli, non tanto i modi esteriori di produzione – ipocoristici e «riferimenti all’aspetto fisico» sono ricorrenti sia per gli uomini che per le donne – quanto proprio la sfera dell’immaginario: e quello femminile si rivela un immaginario, può sembrare paradossale, maggiormente ancorato alla realtà di tutti i giorni, antieroico forse non solo per scelta ma per educazione e perché legato a differenti aspettative sociali, diverso da quello maschile. Ma per le donne, la stessa partecipazione alla lotta resistenziale rappresenta un ruolo di rottura rispetto al passato ed agli schemi che le volevano relegate in un ruolo subordinato rispetto all’uomo all’interno di una società che ancora non aveva vissuto l’era dell’emancipazione dell’“altra metà del cielo”. L’assenza di quello che Castelli definisce «eroismo immaginario» è frutto di un difetto d’immaginazione? Non crediamo si possano dare risposte definitive senza sapere esattamente il ruolo che imposizione maschile o autoattribuzione ricoprono in relazione agli pseudonimi femminili, poiché nel primo caso sarebbe ipotizzabile un difetto di immaginazione da parte degli uomini, i quali proietterebbero, anche nell’imposizione del nome, una loro immagine di donna carica di stereotipi che, se anche trovano parziale ragion d’essere in una realtà diversa da quella attuale, non rappresentano certo l’immaginario femminile ma lo stesso immaginario maschile.
Per concludere: nei nomi di battaglia finiscono per «condensa[rsi] tutti i miti, i simboli, gli idola di un’epoca breve ma intensa»[66], ideali comuni e sentiti, non per la prima volta in assoluto, ma per la prima volta con tale intensità ed ampiezza, in un’area geografica che non può essere limitata a questa o quella parte della penisola. Al di là della «molteplicità (...) degli pseudonimi» e delle differenze che, almeno esteriormente, sembrano separare regioni e province italiane, si registrauna grossa unitarietà di fondo fra repertori di aree anche lontane e diverse, sia a livello di funzioni, strutture, modelli, tropi, regole combinatorie ecc., sia a livello di schemi psicologici e di matrici culturali. Questo perché la Resistenza, come “epifania civile e morale” (...), crea ovunque uno stesso “clima” culturale, colmo di passione e di fervore romantico, che rende omogenee e/o omologhe certe espressioni, al di là delle differenze di contesto.[67]
Non farà quindi meraviglia ritrovare, anche nel bolognese, molte delle componenti fin qui prese in esame, ed un repertorio che, se non può sovrapporsi in toto a quello piemontese studiato da Castelli, presenta una genesi e tipi simili.
2 Onomastica partigiana nel Bolognese
Gli esaurienti riferimenti di Castelli, la sua stessa ammissione sulla «grossa unitarietà di fondo» riscontrabile «fra repertori di aree anche lontane e diverse», rendono superfluo ripercorrere puntualmente le tematiche appena affrontate. Ci limiteremo quindi a poche, essenziali note, e lasceremo soprattutto spazio agli esempi[68].
Innanzitutto, anche nella realtà bolognese riscontriamo casi sia di imposizione che di autoattribuzione dello pseudonimo. Se nulla in proposito dice il commento di Giorgio Vicchi il quale, in procinto di partire per il Veneto, alloggia con altri partigiani «che facevano parte della spedizione» in una base sicura e ricorda: «Ci scambiammo strette di mano e “nomi di battaglia”»[69], altri resistenti sono più espliciti: «Voglio ricordare che cominciarono a chiamarmi Spettinato fin dall’inizio e quello restò sempre il mio nome di battaglia», fa presente Claudio Quarantini[70]; «Si decise che il mio nome di battaglia fosse Luigi», prosegue sulla stessa linea Giuliano Bentivogli[71], come fa, del resto, anche Graziano Zappi:
Anche se dice «scegliemmo», quindi, Zappi, come l’altro resistente cui fa riferimento, Dante Cassani, viene «battezzato», subisce cioè l’imposizione dello pseudonimo.
Scelta nel vero senso del termine è invece quella di Pietro Ciotti, che elegge a suo soprannome Jumbo[73], come pure quella di Placido Armando Follari: «Seguendo le norme cospirative partigiane», sottolinea infatti il resistente, “anch’io mi diedi un nome di battaglia, che fu Otello»[74].
Poche e frammentarie sono però le informazioni desumibili dalla raccolta di Bergonzini al proposito. Non è quindi possibile affermare categoricamente, come aveva fatto Castelli per la zona da lui esaminata, quale delle due opzioni sia nel bolognese la più diffusa: propendere per l’una o per l’altra in mancanza di dati certi ci fa entrare nel campo delle ipotesi non suffragate dai fatti, e quindi non sufficientemente rigorose. È vero che all’interno della raccolta sono relativamente diffuse affermazioni quali la seguente di Olindo Grandi su un «giovane comunista toscano che si faceva chiamare “il baffino”»[75], che ci farebbero propendere, per la scelta autonoma, per un ruolo attivo svolto dal resistente nell’attribuzione del nome. Sono però ugualmente, o forse maggiormente, diffuse, espressioni che, sempre a prima vista, ci farebbero propendere per l’imposizione, come in Luigi Lincei, il quale parla di «Medardo Bottonelli, che chiamavamo “Sfilatino”»[76]. Ma, a ben vedere, né nel primo caso, né nel secondo, risulta sufficientemente chiaro, al di là di alcuni esempi, se si possa parlare di imposizione o di autoattribuzione. Nel secondo caso, inoltre, più che ad un vero e proprio nome di battaglia, gli esempi fanno riferimento a nomi e nomignoli della tradizione dialettale o gergale che si trovano ad essere assunti anche quali nomi di battaglia, ma di cui il resistente sarebbe stato, probabilmente, portatore, indipendentemente dalla lotta in corso. Non dovremmo però essere molto lontani dal vero se affermiamo che, relativamente ai nomi di battaglia veri e propri, la scelta autonoma rappresenti il meccanismo principale, mentre, relativamente a nomi e nomignoli che non si discostano dalla tradizione gergale e locale, è più facile pensare ad una imposizione da parte della comunità di cui il resistente è parte.
Questo ci porta ad un altro aspetto della trattazione di Castelli in cui sembra riscontrabile uno scarto rispetto alle conclusioni dello studioso: il “peso” della tradizione, che nel bolognese è in chiara evidenza[77]. Notevole diffusione hanno infatti soprannomi o addirittura nomignoli, dialettali o meno, che fanno esplicito riferimento ad usi e costumi, linguistici o extralinguistici, della zona, come nel caso di Enrico Sgarzi, «detto Sgherz»[78], il cui soprannome altro non è che la pronuncia dialettale del cognome; o in quello di Amedeo Gamberini, «“al bròt” (che in bolognese vuol dire “il brutto”)»[79]; Aroldo Tolomelli, al Fangén (il ragazzino)[80]; Giulio Belloni, Subitén[81]; Mario Marchi, al Pasturen, che è, in effetti, «un piccolo pastorello»[82]; ed un non meglio identificato resistente, Parduz, il quale pure deve il suo soprannome, che in dialetto bolognese significa mattone, al mestiere svolto (il muratore), ma per via metonimica[83]. E ancora: Amilcare Antilli, Sfrombolo; Vitaliano Armaroli, Ciuca; Marino Bacchelli, Gnocca; Ciro Bagarini, Basterd; Renato Baldisserri, Canarêla di S. Lazzaro; Bruno Benaglia, “Baioca”; “Demetrio Bernardi, Tabac; Felice Berti, Bocia; Dante Betti, Paciuga; Stanislao Biancoli, Cudèn; Walter Borsari, Furmighen; Odoardo Burzi, Radisen; Gianni Casalini, Stufilot; Giovanni Corticelli, Cinen; Libero Poluzzi, Stantof; Antonio Bolognini, Schiccio; Luigi Grimaldi, Gigiat al Buratèl; Franco Larvati, Spuslein; Guido Guidetti, Ragazel; Luigi Lincei, Sganapino; Laerte Brugnoli, Due Torri. Un mondo che pochi ormai possono dire di aver vissuto, alcuni ricordano appena, ma del quale molti non hanno alcuna memoria, «un universo di sentimenti» ed immagini «di cui restano frammenti soltanto nella memoria di chi ha un lungo passato nel secolo che se ne va, di chi non ha dimenticato i racconti di padri e nonni»[84]. Un mondo il cui più importante legato sono proprio colori e sapori della vita contadina che va scomparendo, dei vecchi petroniani, delle maschere e dei simboli storici cittadini. Colori e sapori senza i quali la precedente sarebbe solo una lista di parole prive di significato[85].
Per quanto riguarda, invece, la tipologia evidenziata nell’introduzione al paragrafo, non si riscontrano scostamenti di rilievo. Rilevante è la presenza di pseudonimi caratterizzati da polisemia: l’appena visto Pasturen – forma dialettale ed ipocoristica afferente un mestiere – non è che un esempio tra i tanti possibili; lo pseudonimo Carnera che presto vedremo potrebbe riferirsi sia ad un mito dell’attualità e della cultura di massa, impersonato dal famoso pugile, che ad una caratteristica fisica, come pure essere un “nome-forza”; Caino, personaggio della Bibbia, è anche un simbolo del male; l’esotismo, infine, è riscontrabile in più di uno pseudonimo ed in più di una tra le categorie elencate, dai nomi geografici e di persona, a quelli che richiamano personaggi della letteratura popolare. Quello che presentiamo non ha la pretesa, quindi, di essere un elenco rigido – tra le tante possibili “sistemazioni” il lettore potrà trovarne o preferirne altre rispetto a quella indicata da colui che scrive –, né di rappresentare un elenco esaustivo, ma semplicemente una panoramica, una traccia, relativamente ad una questione che meriterebbe ben altro spazio e – ben altri strumenti.
Citando “a braccio” dall’ampia rosa degli pseudonimi, oltre a quelli di origine locale appena evidenziati – in altri della stessa natura ci imbatteremo nel corso del paragrafo – incontriamo:
il filone ribellistico-banditesco[86]: Ribelle, Fradiavolo[87], Passatore, Sparafucile ma anche Fanfan, a metà strada tra il romanzo d’appendice ed i richiami alle figure ribelli. In questo filone potrebbero essere inseriti anche quelli che potremmo definire “nomi-speranza” quali Libertà e Libero – che accomuna il ricordo degli schiavi affrancati dell’antichità con le speranze degli “schiavi” che si stanno affrancando dal fascismo –, Pace; od anche gli esempi di capi, che solitamente non sono condottieri di imperi ma capi ribelli: Toro Seduto, Attila;
tracce risorgimentali: Garibaldi, Verdi, Pellico, Bandiera, Montebello;
la Rivoluzione Francese: Robespierre, Marat;
idoli e simboli – persone ma anche lemmi legati a concetti astratti –, colori del movimento operaio: Marx, Matteotti, Socialista; Avanti; Camicia Rossa;
la Russia rivoluzionaria e quella che combatte il nazismo: Stalin, Lenin[88], Timocenko[89], Il Russo;
la Resistenza jugoslava: su tutti Tito;
la tradizione monarchica: Badoglio, Cadorna, La Marmora;
miti nazionali: Patria; Italiano[90]; o lemmi che mostrino orgoglio resistenziale: Partigiano;
miti religiosi – o loro assenza – e personaggi della Bibbia: Gesù, Barabba Ateo, Abele, Caino Noé, Abramo, Profeta, Evangelista;
vocaboli di origine o supposta origine fascista: Balilla – certamente, nella sua classe, il più diffuso – , Balbo, Ras, Repubblica, Marò, Mas;
romanità: Gracco, Spartaco, Bruto, Pompeo;
mitologici: Alcione, Marte, Mercurio, Nettuno, Febo, Giano, Nessuno, Ulisse;
persone e personaggi legati alla tradizione culturale ed alla letteratura “alta”: Dante, Faust, Werther, Paolo Uccello, Pigafetta, Fieramosca.
miti della cultura di massa, personaggi della realtà e dell’invenzione romanzesca e fumettistica: Binda, Carnera, Girardengo, Macario, Nuvolari, Totò, Tommix, Ridolini, D’Artagnan, Athos, Portos, Aramis, Cirano Tarzan, Fantomas, Gordon, Pluto, Zorro; Corsaro[91];
arti, mestieri e professioni, con riferimento sia all’attività “civile” che a quella svolta durante la Resistenza: Mugnaio Iacone, Fornaio, Muratore, Dottore, Stampa, forma metonimica di pseudonimo per un resistente che si occupa del giornale di brigata, Calzolaio, o la sua versione dialettale Calzuler, Meccanico, Imbianchino, Barbiere, od anche, in forma di diminutivo dialettale, Barbiren, Falegname;
armi dell’esercito e gradi militari, reali o fittizi: Alpino, Bersagliere, Carabiniere, Generale, Colonnello, Il Tenente, Sergenton, Maresciallo;
titoli “cavallereschi” e nobiliari: Messere, Nobile, Barone, Conte;
toponimi e lemmi relativi a nascita o provenienza: Cesena, Ferrarese, Toscanino, Bologna, Bolognese, Romano, Rodi, Cefalonia, Africano, persino Monte Sole, riferito ad un partigiano originario della stessa zona in cui combatte con la “Stella Rossa”. Esempio notevole di quest’ultima categoria è quello relativo ad un resistente, nato ad Anzola Emilia, partigiano in Francia, i cui pseudonimi sono L’Italien, Aldon, Petit Italien, ed un altro ancora, nato a Lione e allo scoppio della Resistenza residente a Bologna, noto con lo pseudonimo de Il Francese. E ancora: Modna, forma dialettale da Modena, e Sardagnolo. Tra esotismo e provenienza anche lo pseudonimo Garìan, cittadina libica.[92]
Spazio a parte meritano, se non altro per l’estrema diffusione di tipi ed occorrenze, alcune categorie:
tratti fisici, psicofisici e caratteriali: Moro, Moretto, Biondo, Biondino, Ricciolone, Pelato, Barba, Baffi, o il singolare Baffo, Naso, o Naso lungo, Lungo, Gigante Piccolo, Nano, Orbo, Miope, Occhiali, o, nella variante del diminutivo dialettale, Ucialen, Mancino, Dito Monco, Zoppo, Gobbo, Piedi Dolci, Gamba, Fegato, Slancio, Veloce, Risoluto, Sensibile, Pacifico, Placido, Intrepido, Battagliero, Furioso, Testone;
nomi-forza: Lampo, Fulmine, Saetta, Folgore, Vento, Uragano, Ciclone, Tempesta, Terremoto, Turbine, Terrore, Furia, Fracasso[93], Drago, o, nella versione dialettale, Dregh, Ercole, Maciste, Potente, Belzebù, Diavolo, Diavolo Rosso, Demonio, Lucifero, Satana, Mangiafoco, Buttafuoco, Freccia, Cannone, Siluro[94], Bolide[95]. La squadra “Temporale” della 7a Gap è uno dei migliori e più completi elenchi di nomi-forza, dal nome stesso dell’unità responsabile di centoventisei azioni[96] a quello del suo comandante Nazzareno Gentilucci, Nerone, a molti dei soprannomi dei suoi membri, che dovevano, come precisa Gentilucci nel successivo estratto, agire da deterrente sugli antagonisti, perfetti, quindi, per i giovani impegnati nella guerriglia urbana:
Anche il soprannome che Gentilucci elegge per sé richiama non tanto una romanità decadente quanto, contemporaneamente sul piano reale e simbolico, la furia distruttrice ed iconoclasta del fuoco;
animali: Lupo, senza ombra di dubbio il più diffuso, predatore nell’immaginario umano e metafora della vita resistenziale alla macchia. Enorme spazio, se considerati nel loro complesso, occupano anche i felini: Tigre, Leopardo, Pantera, Leone. E poi: Toro, Rinoceronte, Iena, Aquila, Falco, Rondine, Volpe, Lepre, Gallo, Topo, Vespa, Grillo, Ragno, Pesce. E ancora: Orso, Gatto, Rondine, Tortora, Pinguino, Rana, Bufalo, Lince, Gorilla, Cicala, Gufo, Capra, Anguilla, Airone, Anitra, Pescegatto, Fringuello, Mosca, Bisonte, Gallina, Daino, Formica, Faina, Cimice, Canguro, Serpente, Cammello, Cervo, Camoscio, Merlo, Beccafico. Assieme a questi vanno notati, anche se presenti in misura inferiore, nomi che richiamano il legame col mondo contadino, i campi, le colture: Granoturco, Arbusto, Ramo, Pioppo, Betulla, Pero, Fiore, Carota;
onomatopee, intercalare caratteristico: Brubru[98], Cri Cri, Cric, Pepé, Pik, Plik, Bax, Flip, Slip, Slitt, Flich, Floch, Flok, Flac, Zaza, Brisa, Daltronde;
stranieri, con marcata predilezione – per quanto riguarda la lingua inglese, almeno – per le forme ipocoristiche rispetto a quelle estese ed inframettenze dell’oralità, o distorsioni nella trascrizione, che ne deformano, a volte, la corretta grafia. Di origine inglese: Bill, Billy, Tom, Tommy, Bob, Gim, Gimmi, Sam, Sem, Charlie, Ken, Dik, Dich, Dic, Joe, Slim Clark Clarch, Dauglas, Smit, Baby, Bebi, Ginger, Tailor e Teilor, Bruce, Scout, Armstrong, Tompson, Tim, March, Spencer, Steven, Roosvelt e la sua variante Rusvelt; di origine russo-slava: Boris, Igor, Ivan, Wladimiro, Blasevic; di origine spagnola o sudamericana: Pablo, Pedro, Josè, Cisco, Alvarez, Ramirez, Rodriguez, Raul, Lopez, Muchacho, Cico, Paco, Bolero, Cucaracia, Carioca; di origine francese: Marcel, Petit, Pascal, Renè, Fernand; di origine tedesca: Fritz, Franz, Polizai; di origine araba: Alí, Abdul, Agadir, Mustafà, Salam; di origine africana, Menelik e la sua variante Menelich, Negus;
nomi o cognomi, reali o inventati: Aldo, Andrea, Armando, Bruno, Carlo, Filippo, Franco, Giorgio, Giovanni, Marco, Mario, Pietro, Raffaele, Sergio, Stefano, Tommaso, Walter, Marroni, Righi, Vecchietti, Bunarel, Fiuren, Grèll. Nei tanti nomi e cognomi ritroviamo note figure del mondo cospirativo antifascista del ventennio e degli organizzatori clandestini di “città”, come Cleto Benassi, Ilio Barontini, Verenin Grazia, Giovanni Bottonelli, Ubaldo Cazzoli, Bruno Gombi, Mario Jacchia[99], fino ad Antonio Meluschi, vero camaleonte dello pseudonimo: Colonnello Porta, conte Tormen, dottor Morri. Notiamo come per i vecchi antifascisti siano a volte riservati pseudonimi quali Vecchio, Vecio, Nonno. Essi corrispondono molto spesso all’età anagrafica, ma l’attenzione è posta in egual misura all’anzianità di lotta al fascismo: fattori entrambi cui i giovani guardavano con rispetto, nonostante talune incomprensioni dovute allo scarto generazionale. In taluni casi anche resistenti non certo anziani assumono questo particolare tipo di pseudonimi: le vicende resistenziali facevano maturare precocemente le persone ed i caratteri e alle volte partigiani giovanissimi vedono in resistenti di poco più anziani di loro uomini maturi[100]. Tenue presenza, i nomi femminili utilizzati da combattenti uomini: Bice, Laura, Ketty, Kitty, Tamara, Teresa, Rita. Ricorrono anche un Gabor, probabile omaggio alla famosa attrice, Merlén, altro probabile omaggio alla famosa interprete de L’Angelo Azzurro, Biancaneve, Rosamunda, Miss. Castelli legge in questa traccia – disponendo però della conferma di fonti orali, di cui noi non disponiamo – varie matrici: da un «gentile e cavalleresco omaggio alla donna del cuore o alla sorella o alla madre» ad un «richiamo a simboli femminili resi celebri dal cinema o dalla canzone»[101], ed avanza anche «l’ipotesi (...) di un puro “fantasma erotico” evocato da adolescenti inquieti e sognanti» o, infine, «assai più semplicemente», la componente giocosa: la «bizzarria del solito scritturale in vena di scherzi»[102];
ipocoristici, diminutivi, vezzeggiativi ed altro, anch’essi reali o inventati, ricorrenti talvolta in forma dialettale: Baldo, Berto, Bertino, Bertoz, Brando, Carlone, Checco, Franceschino, Fredo, Max, Gusto, Gustein, Nando, Beppe, Peppino, Pino, Pippo, Pepo, Gigi, Gigetto, Gigino, Gigion, Giacomino, Piron, Piren, Rico, Toni, Tonino, Ciccio, Pucci. Sono queste ultime due categorie, nomi e nomignoli, a risultare le più ricorrenti.
Anche l’universo degli pseudonimi femmminili, per quanto maggiormente uniforme rispetto a quello degli pseudonimi maschili, presenta una sua articolazione. Ricorrenti i nomi di persona eco di una tranquilla dimensione domestica, come Maria, notevolmente diffuso, ma anche Ada, Agnese – nome caro a Renata Viganò –, Anna, Ines, Lucia, Luisa, Mara, Margherita, Renata, Fiammetta ed un meno comune Lola; ipocoristici ed altro: Bice, Dana, Rosina, Tina, Gigina, Mimma, Mina, Nita; lemmi che richiamano legami di parentela affettuosamente usati, come per i resistenti uomini, specie per le partigiane più anziane: Mamma, Vecchia, Nonna; miti nazionali, orgoglio resistenziale e “nomi-speranza”: Italia, Italiana, Partigiana, Libera, Pace; animali: Lupa, Volpe; caratteri fisici e psicofisici: Bionda, Biondina, Mora, Moretta, Svelta; titoli di rispetto: Signora; nomi di persona di origine straniera: Fanny, Meri, Chetti; qualche reminiscenza risorgimentale: Anita; persino alcuni nomi di persona maschili come Franco, Loris, Gim o Tito, doppiamente importante anche per il sotteso riferimento al capo partigiano jugoslavo[103]; una divinità greca, Giano; “nomi-forza” come, ad esempio, un maschile Gladiatore, un’arma, Mitraglia, ed un ambiguo Katiuscia, in cui convergono nuovamente un’arma ma anche un ipocoristico di origine russa.
I partigiani stranieri sono spesso noti – o, per lo meno, ci sono noti – semplicemente con i rispettivi nomi di battesimo o diminutivi, o per cognome, come Nikolaj, «militare dell’Armata rossa sovietica fatto prigioniero dai tedeschi e costretto ad arruolarsi nella Wehrmacht», in seguito militante nelle file della 36a , o questi altri a fianco dei quali Carlo Cicchetti ricorda di aver combattuto nel battaglione “Pisacane” in Veneto:
Ma, pur se in misura minore, ritroviamo pseudonimi anche in relazione a resistenti stranieri, come in Wilhelm Beckers, il quale dichiara «il mio nome di battaglia era semplicemente Willy»[105], ma che è noto anche come Giuseppe Longo; o, ancora: Vassilje Mustuy, studente all’Università di Bologna e partigiano nella divisione “Armando”, noto con lo pseudonimo di Barba; Paul Henri Moscard, nativo di Parigi e partigiano nella Brigata “Matteotti” di Montagna, noto – secondo un meccanismo ormai familiare – come il francesino; Jacques Lapeyrie, Napoleon, nativo di Orleans, solare figura di socialista francese militante nella Brigata GL di Montagna; Vojka Jvosevic, jugoslava, staffetta in collegamento con Giuseppe Beltrame e nota come Anna; Vinka Kitarovic, Lina nel bolognese e Vera nel modenese; Ljuba Nakicenovic, jugoslava, studentessa nell’ateneo bolognese e partigiana nella 63a Brigata, nota come Luisa.
Pochi, purtroppo, i riferimenti espliciti alla genesi degli pseudonimi, anche se, alle volte, il contesto ne rende evidente la matrice: come per Idea, «professore di filosofia che leggeva Marx negli attimi di riposo»[106]. Non ci riferiamo, però, tanto a notizie o spunti che ne rivelino la natura, a volte presenti, o, almeno, desumibili, quanto al processo della loro formazione osservato dall’interno, illustrato dal resistente stesso, come abbiamo visto fare a Nazzareno Gentilucci. Emilio Vedova, ad esempio, chiama in causa la sua predilezione per un grande poeta spagnolo, le cui poesie accompagnano le sue riflessioni quando non è impegnato in azione e gettano un ulteriore ponte tra lui e gli altri resistenti della formazione: «– Garcia – il mio nome di battaglia, perché nel sacco avevo “Garcia Lorca”, e fra una tensione e l’altra trovavo modo di rileggermelo coi compagni»[107]. Assenti sia il lirismo che l’epica resistenziale, invece, nella motivazione che Vito Giatti fornisce del suo pseudonimo, Taiadela, originato da ben altre “eroiche” imprese, l’«aver mangiato tagliatelle», messe a disposizione da un contadino amico, «per ben sette porzioni»[108]. Blasfemo ma non privo di logica anche il soprannome di Francesco Noferini, che trae origine da un particolarissimo intercalare, tollerato persino da un sacerdote vicino alle posizioni resistenziali:
Il soprannome di Bruno Tagliavini, invece, sembra recare in sé l’impegno di tanti “umili” partigiani nella loro partecipazione alla lotta di liberazione:
Singolare, infine, la dichiarazione di Nino Ferrari, anch’egli portato ad interrogarsi sul nome, o meglio, nel proprio caso, sulla sua assenza: «Non ho mai avuto un nome di battaglia forse perché di battaglie vere e proprie non ne ho mai fatte»[111].
[1] B. Migliorini, La lingua della guerra e della Resistenza, in Id., Parole e storia, Milano, Rizzoli, 1975. Il saggio è stato pubblicato una prima volta in “Svizzera italiana”, VI, 1946, pp. 336-349.
[2] Legato all’ambito geografico della ricerca, vedi, in particolare, A. Battistini, Lingua e oratoria nei volantini della Resistenza bolognese, in L’Emilia-Romagna nella guerra di liberazione, vol. IV, Crisi della cultura e dialettica delle idee, Bari, De Donato, 1976. Di diverso e/o più vasto ambito, vedi D. Tarizzo, Come scriveva la Resistenza. Filologia della stampa clandestina 1943-45, Firenze, La Nuova Italia, 1969, e G. FAlaschi, La resistenza armata nella narrativa italiana, Torino, Einaudi, 1976 (in particolare il primo capitolo, Lingua e letteratura della stampa partigiana).
[3] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza: i nomi di battaglia partigiani, in “Rivista Italiana di Dialettologia”, Scuola società territorio, anno X, Bologna, CLUEB, 1986, pp. 161-207; Id., Miti e simboli dell’immaginario partigiano: i nomi di battaglia, in Contadini e partigiani, Atti del Convegno storico (Asti, Nizza Monferrato 14-16 dicembre 1984), Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1986, pp. 285-309.
[4] Ivi, p. 163.
[5] E De Felice, Dizionario dei cognomi italiani, Milano, Mondadori, 1978, e Id., I nomi degli italiani. Informazioni onomastiche e linguistiche socioculturali e religiose, Pomezia-Venezia, Sarin-Marsilio, 1982.
[6] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 163. L’autore ne fornisce alcuni esempi: Carlo Roncoli, Luigi Uberti, Giulio de’ Rossi, Carlo Inverni, Tranquillo Urbani, pseudonimi di Mario Montagna, Franco Momigliano, Franco Rodano, Vittorio Foa, Umberto Terracini, ibidem.
Sulla «cautela rivoluzionaria» in rapporto allo pseudonimo vedi le seguenti riflessioni di un famosissimo gappista: «Bisogna tessere una vera e propria rete nella clandestinità più assoluta. Comincio a predisporre l’organizzazione delle cellule. I singoli militanti avranno tra di loro solo i rapporti strettamente indispensabili e nella maggior parte dei casi, si conosceranno soltanto col nome di battaglia. Ciò ostacolerà l’azione dei fascisti e dei tedeschi nel caso che qualcuno venga catturato e, inoltre, proteggerà la famiglie dalle rappresaglie», G. Pesce, Senza tregua. La guerra dei GAP, Milano, Feltrinelli, 1973, p. 23 (I ed.: 1967). Parte della citazione è utilizzata anche da Castelli.
[7] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 163. Gli stessi sono definiti da Beppe Fenoglio «nomi romantici e formidabili», Id., I ventitré giorni della città di Alba, in Id., Opere, vol. II, Torino, Einaudi, 1978, p. 228.
[8] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., pp. 163-164. Castelli paragona ulteriormente i due ambiti sotto il profilo degli pseudonimi: «Lo scarto tra chi opera in città e chi sta alla macchia, tra “politici” e “militari”, ma anche, fra gli stessi partigiani combattenti, tra “pianura” e “montagna” (...), è così netto, che sorprende e viene segnalato dagli stessi protagonisti cui capita di cambiare zona e ambiente d’azione nel corso della lotta di liberazione», come nel caso di Nuto Revelli, ivi, p. 163. E ancora: «Certamente balza all’occhio la differenza notevole che passa tra gli pseudonimi che i vecchi militanti antifascisti (in primo luogo del PCI) si portano dietro dal loro “lungo viaggio” nella cospirazione, e gli pseudonimi che i giovani partigiani adottano nel corso dei venti mesi della lotta armata. Sono due “stili” strutturalmente diversi, che la Resistenza unisce ma non riesce a fondere: l’uno esprime la necessità di copertura mimetica assoluta del “clandestino” politico, braccato da spie e poliziotti nella città greve di pericoli; l’altro invece, la quasi sventata ostentazione di eroica baldanza del giovane partigiano in armi sulle libere montagne», Id., Miti e simboli dell’immaginario partigiano, cit., p. 293.
[9] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 165. Vedi anche il seguente estratto dalla testimonianza del comandante partigiano Bepi Lanfranchi: «Ognuno sceglieva il proprio nome di battaglia... ognuno si chiamava come voleva, non è che imponessimo... alcune volte si portava dietro il soprannome, suo o della famiglia, altre volte erano i compagni a dargli il nome...», “Studi e ricerche di storia contemporanea”, n. 11, 1978, p. 77 (citato in F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 164).
[10] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 165.
[11] Ibidem. Non si discosta da questa interpretazione l’analisi di Mosse, che Castelli mostra di conoscere: «L’analisi dei miti e dei simboli tramite i quali uomini e donne percepiscono il loro mondo può farci vedere a fondo nelle scelte personali e politiche, per mezzo delle quali essi tendono a fronteggiare la realtà e a contribuire così alla formazione dell’avvenire», G.L. Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Bari, Laterza, 1982, p. 17 (ed. orig.: New York, 1980).
[12] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 165. In altro passo, chiosando il Mosse di La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania dalle guerre napoleoniche al Terzo Reich, Bologna, Il Mulino, 1975 (ed. orig.: New York, 1974), Castelli scrive: «L’onomastica di tipo individuale degli pseudonimi bellici appare un campo interessante di indagine “culturologica” oltre che storica e linguistica, in quanto i nomi di battaglia si rivelano all’analisi come un crogiuolo di miti e simboli, spie e veicoli significativi dell’immaginario sociale di un’epoca di transizione», Id., Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 162.
[13] Ivi, in particolare le pp. 162-163 e 165.
[14] Intervista di Franco Castelli al comandante partigiano Giovanni Rocca, “Primo”, della 78a Brigata “Garibaldi”. Un estratto dell’intervista è riportato in F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 164.
[15] «Forse gli istruttori alleati ancora si ricordano di quel tale Renzo Barocci (era il nuovo nome che avevo assunto in base a quei sottili ragionamenti che ognuno fa quando deve prendere un nome per la lotta clandestina e rinunciare a quello che il caso gli ha dato, ragionamenti che qui non vale la pena di riferire)», R. Battaglia, Un uomo, un partigiano, Roma-Firenze-Milano, Edizioni U, 1945, p. 58.
[16] C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resisitenza, Torino, Bollati Boringhieri,
1991, p. 185.
[17] A. Del Boca, La scelta, Milano, Feltrinelli, 1963, p. 182 (citato in F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 165). Carlo Ginzburg parla, al proposito, di «paradigma indiziario», Id., Spie. Radici di un paradigma indiziario, in A. GArgani (a cura di), Crisi della ragione, Torino, Einaudi, 1979.
[18] F. Castelli ,Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 167.
[19] Ivi, pp. 166-167.
[20] Ivi, pp. 167-170.
[21] Ivi, p. 167. Castelli prosegue: «Per fare qualche esempio, Argo può essere nome mitologico o di elemento chimico, Radio nome scientifico o nome comune di cosa (per giunta di uno strumento di comunicazione molto importante nella guerriglia); Romano, nome personale o aggettivo etnico, riferito a provenienza geografica; Tito, semplice nome personale o riferimento politico (al capo della guerra di liberazione jugoslava); Riccio, nome zoologico o attributo fisico del partigiano così designato», ibidem.
[22] «Così, quasi del tutto inesplorato resta il territorio vasto e frastagliato dell’“immaginario partigiano”, intendendo con questo termine tutta un’ampia serie di rappresentazioni mentali, di espressioni e di manifestazioni collettive, di parole, simboli, credenze e valori germinati nel vivo della lotta», F. Castelli, Miti e simboli dell’immaginario partigiano, cit., p. 285.
[23] «Un fenomeno che balza agli occhi, da una semplice indagine qualitativa sul caleidoscopico repertorio, è la presenza ricorrente di nomi esotici e avventurosi, “sincopati e americanizzanti (...), tolti di peso dai giornali a fumetti e dal cinema. È soprattutto tra le file dei più giovani partigiani che si rinvengono di preferenza i tanti Bill, Bob, Blek, Dick, Fred (...), ecc. Da questi nomi-simbolo emerge con prepotenza (anche fonica, nella loro essenza toccante e pungente), il mito dell’America, terra dell’avventura e della libertà, di quell’America (...) che negli anni ‘30-40 viene scoperta dai giovani, stanchi dell’asfittica e opprimente cultura di regime, attraverso i film western, i romanzi di Steinbeck e Dos Passos, i suoi cartoons e i suoi comics, veicolati in Italia sugli albi dell’“Avventuroso”, dell’“Audace” e di “Topolino”», F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 171.
Sui fumetti di epoca fascista vedi C. Carabba, Il fascismo a fumetti, Firenze, Guaraldi, 1973, estremamente ricco in tavole dell’epoca, fedelmente riprodotte. In esso compare anche un Catalogo dei giornali, da cui ricaviamo che «dal 1920 al 1944 sono in circolazione in Italia una settantina abbondante di giornali, con fumetti o tavole disegnate; Il Corriere dei piccoli e pochi altri discendono dalla precedente età giolittiana, i restanti nascono negli anni del fascismo, con particolare intensità dal ‘30 al ‘36, quando il lancio dei nuovi eroi americani diventa massiccio», ivi, p. 265.
[24] Proprio quest’ultimo è additato da Castelli «quale precursore di un’antropologia della Resistenza che resta ancora tutta da costruire» in virtù delle «sue puntuali ed icastiche rappresentazioni di un certo “folklore partigiano” (che va dai simboli esteriori a pratiche, comportamenti, riti, espressioni interne alla banda, ecc.)», F. Castelli, Miti e simboli dell’immaginario partigiano, cit., p. 286.
[25] «I miti dell’Avventura e dell’Esotismo affascinano i giovani nati e vissuti sotto il fascismo, alla ricerca affannosa di verità e di “una storia differente da quella studiata a scuola”, edificante, patriottica, retorica (...). Così si spiegano nomi esotici come Amas, Amos, Arcos, Armais, Azim (...), così si spiegano i tanti Tarzan, pirati, corsari, spadaccini e cow-boys, gli eroi dei romanzi polizieschi o gli esploratori che gremiscono l’esercito partigiano, come si spiegano anche i romantici personaggi di Salgari (Sandokan, Yanez, Tremalnaich – sic nella versione partigiana –)», F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 171.
[26] Ivi, pp. 171-172. Relativamente al famoso schiavo, come meglio precisa in nota, Castelli rileva che «sarebbe interessante appurare quanti Spartaco partigiani nascono in base a suggestioni puramente scolastiche, e quanti invece in base a suggestioni “politiche” in senso lato», ivi, p. 196. Problema questo legato alle summenzionate polisemia, polivalenza nei motivi ispiratori ed incertezza che spesso ricorrono in relazione ai nomi di battaglia partigiani.
[27] Specificamente legate all’adozione del nome di battaglia, le annotazioni di Pavone, che cita due esempi: «Un Balilla compare anche nella divisione Modena [l’altro era un garibaldino della divisione Natisone], che dopo la ricostituzione del Comando con la messa in minoranza dei comunisti a vantaggio dei democristiani (12 dicembre 1944) aveva per capo di Stato Maggiore un Barba Elettrica, che era stato il soprannome del generale fascista Annibale Bergonzoli, comandante nella guerra di Spagna della divisione Littorio», Id., Una guerra civile, cit., p. 664. Anche Castelli si intrattiene sulla problematica: «Sono pure da segnalare nomi di battaglia come Balilla, Repubblica, Ciano e Balbo, che (nei primi due casi specialmente) “marchiano” probabilmente individui provenienti dalla G.N.R.», F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 175. Lo studioso ritorna poi, in un’annotazione, sulla polisemia insita nel nome Balilla, ivi, p. 197.
Nomi di origine fascista possono però non solamente «contrassegn[are] la provenienza di alcuni partigiani dalle file del nemico», ma anche, come le «parole minacciose e terribili», avere origine «apotropaica e scaramantica»: “Mediante tali processi psicologici si comprende come» si sia fatto ricorso «[al]l’adozione, altrimenti inspiegabile, di nomi “cattivi” (come Diavolo, Drago, Cobra, Vampiro, Atroce, Giuda...) o ideologicamente in contrasto con i valori della lotta partigiana (per es. Kaiser, Guglielmone, Bulov, Tenno, Cadorna...), o addirittura di nomi attinti dalla parte avversa, come Balbo, Ciano, Ras (?), Mas ecc. Un partigiano alessandrino giunge persino ad assumere il nome del federale repubblichino di Alessandria (Monero), comandante della Brigata Nera: nome che quindi costituiva un evidente spauracchio dei “ribelli”», F. Castelli, Miti e simboli dell’immaginario partigiano, cit., pp. 292-293.
[28] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 172.
[29] Ci chiamavano banditi è, ad esempio, il libro di G. Petter, Firenze, Giunti, 1995 che, come spiega l’autore nella Premessa, «già apparso nel 1978» in una differente forma narrativa – 3a persona contro la 1a della versione più recente –, «col titolo Che importa se ci chiaman banditi, (...) riprendeva il primo verso di una canzone partigiana ossolana», terra ove Petter ha militato come resistente, ivi. Vedi anche P. Chiodi, Banditi, Torino, Einaudi, 1975, secondo Pavone «uno dei più bei diari di vita partigiana», Id., Una guerra civile, cit., p. 16. Un ribelle come tanti. Intorno ad un diario partigiano dal 1944 al 1945, Cuneo, L’Arciere, 1993, è il titolo che Aurelio Visetti, il partigiano “Elio” della Brigata Giustizia e Libertà “Carlo Rosselli” della Valle Stura, dà alle note in cui ripercorre la propria militanza partigiana.
[30] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 173.
[31] C. Pavone, Una guerra civile, cit., p. 183.
[32] Ivi, p. 186. Maggior «fortuna», prosegue Pavone, incontrò «invece (...) l’aggettivo sostantivato “garibaldino”», la cui larga diffusione «deve attribuirsi non solo alla scelta operata dal PCI, ma anche al fatto che quel nome consentiva, senza eccedere nella immedesimazione con i grandi della storia patria, di riconoscersi nell’unico fenomeno di combattentismo volontario e democratico che il Risorgimento e il post-Risorgimento avevano conosciuto», ibidem.
[33] Sul grado di confusione tra motivazioni politiche e reminiscenze scolastiche vedi, a nota26, il riferimento a “Spartaco”. Sulla possibile presenza di fattori fisici nella scelta del nome vedi le seguenti riflessioni: «Troviamo un garibaldino piemontese che ha per nome, per l’appunto, Garibaldi, e uno veneto che si chiama, con generoso sentimento unitario, Cavour, ma non possiamo dire quanto abbiano influito, in casi come questi, le somiglianze fisiche», C. Pavone, Una guerra civile, cit., p. 186.
[34] F. Castelli, Miti e simboli dell’immaginario partigiano, cit., p. 302.
[35] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., pp. 174-175.
[36] Ivi, pp. 173-174. Il passo cui Castelli si riferisce è il seguente: «Sotto il profilo politico, i militanti antifascisti – e il discorso vale egualmente per i militanti di ogni tendenza – che danno vita alle bande, cadono pressoché all’istante in posizione di minoranza nell’ambito della forza da essi raggruppata. Ciò per il motivo che l’assoluta maggioranza di coloro che accorrono alle basi partigiane sono giovani privi di preparazione politica, gettatisi alla macchia in qualità di renitenti alle chiamate tedesche e alle leve repubblichine, pervenuti in maniera fortuita presso una formazione piuttosto che presso un’altra», M. Giovana, Processi di formazione e caratteri delle prime bande partigiane, in Contadini e partigiani, cit., p. 182.
[37] F. Castelli, Miti e simboli dell’immaginario partigiano, cit., p. 305.
[38] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., pp. 175-176.
[39] Ivi, p. 177.
[40] «La guerra riaccende la vecchia tradizione popolare e i patrioti si ribattezzano da sé in mille modi diversi, ma seguendo nelle grandi linee i suggerimenti di tale tradizione, adattandosi, spesso inconsapevolmente, all’ambiente regionale», R. BAttaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, Einaudi, 1964, p. 182 (I ed.: 1953).
[41] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 178.
[42] Ivi, pp. 178-180.
[43] Ivi, p. 181.
[44] F. Castelli, Miti e simboli dell’immaginario partigiano, cit., p. 293.
[45] M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, Einaudi, 1979 (ed. orig.: s.l., 1956).
[46] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 182.
[47] Castelli fornisce gli esempi «del partigiano di cogn[ome] La Pace, che si battezza o viene battezzato Guerriero, oppure del nome pers[onale] Bianco, mutato nello pseudonimo Nero. L’ironia diventa poi palese quando ad un volontario piccolo di statura si assegna il nome Gigante e viceversa ad uno alto il nome Pigmeo», ivi, p. 187.
[48] «Non mancano i nomi di battaglia risultato di METONIMIA (pars pro toto), come nel caso di un artificiere soprannominato Mina, di un sarto cuneese soprannominato Gücia (piem. ‘ago’), di un medico soprannominato Aspirina, di un aviere soprannominato Elica», ibidem.
[49] «Non mancano gli anagrammi (da Timò, Mito; da Dovano, Donovan) e le dislocazioni per contiguità (dal cognome Prefetto, Podestà; dal nome personale Annibale, Asdrubale) e per associazione verbale (dal cognome Berta allo pseudonimo Filava!», F. Castelli, Miti e simboli dell’immaginario partigiano, cit., p. 296.
[50] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 187.
[51] F. Castelli, Miti e simboli dell’immaginario partigiano, cit., p. 294.
[52] Ivi, p. 296.
[53] Ivi, p. 295.
[54] R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, cit., p. 213.
[55] «Un altro aspetto da non sottovalutare, che contribuisce per qualche verso alla “carnevalizzazione” sopra accennata, risiede nella fenomenologia prevalentemente orale dello pseudonimo partigiano, contrariamente al nome di copertura del clandestino politico, trascritto e registrato sui documenti d’identità “regolarmente” falsificati. Questa vita prevalentemente orale del nome di guerra partigiano, il suo appartenere ad una “tradizione orale appena nata, nei fatti, nel linguaggio” (...), uniti al fatto di attingere sia al repertorio dialettale, sia a quello romanzesco paraletterario o cinematografico sia italiano che straniero, fanno sì che spesso certi nomi vengano deformati nella pronuncia e nell’uso interno della banda (per es. Tomix o Tommix invece di Tom Mix, Zavazà invece di Jean Valjean ecc.) e che altri vengano deformati nella registrazione scritta, al momento della trascrizione sui “ruolini” clandastini delle formazioni, sui “fogli notizie” e poi nelle schede per il riconoscimento della qualifica partigiana (per es. Arlem o Arlen invece di Harlem, Sidny invece di Sidney, Aimè invece di Ahimè (...) ecc.», F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 182.
[56] Ivi, p. 183.
[57] «Gran parte di queste forme ipocoristiche sono effetto di PROCOPE o AFERESI: Agostino ð Tino, Alberto ð Bert, Alessandro ð Ciandro, Sandro (...). Ipocoristici aferetici che investono il cognome sono invece Militerno ð Terno e Casavecchia ð Vecia», ivi, p. 186.
[58] «Sono invece il risultato di APOCOPE i seguenti pseudonimi ipocoristici: Adriano ð Adri, Alexei ð Alex, Alessandro ð Ales, Alfonso ð Alfa, Baldovino ð Baldo», ibidem.
[59] «Più radi gli ipocoristici derivati da SINCOPE, com’è il caso di Gelindo ð Gedi», ivi, p. 187.
[60] «Fra le diverse componenti linguistico-onomastiche straniere, la prevalenza assoluta spetta al gruppo inglese, in cui, oltre alla colorita sequenza “avventuroso-western” già rimarcata, dei vari Bill, Bob, Dick, Gim, Jack, Joe, Sam, Tim, Tom e dei loro rispettivi ipocoristici, si registrano altre forme, da quelle cognominali (Donovan, Hamilton, London, Miller, Philips, Prand, Smith, Temple) a quelle di varia provenienza (Allo’, Hello, Okay, Poker)», ivi, p. 188.
[61] Ibidem.
[62] Ibidem.
[63] Ivi, pp. 188-189.
[64] Ibidem. Sulle caratteristiche dell’oralità infantile – che ritroviamo nei modi di formazione di alcuni nomi di battaglia partigiani – vedi il seguente estratto: «Tendenza a evadere dal linguaggio adulto o almeno a svolgersi sulle sue frange estreme, mostrando indifferenza nei confronti del senso denotativo; predominanza del ritmo sull’evocazione e sullo sfumato; giochi di parole e di sillabe, virtuosismi fonici, sconclusionatezze; uso ludico o iperbolico dei numeri; ripetitività; permeabilità alle influenze linguistiche straniere», P. Zumthor, La presenza della voce. Introduzione alla poesia orale, Bologna, Il Mulino, 1984, p. 108 (ed. orig.: Paris, 1983).
[65] F. Castelli, Miti e simboli dell’immaginario partigiano, cit., p. 295.
[66] F. CAstelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 190.
[67] Ivi, p. 191.
[68] Qualora non indicato diversamente, si faccia riferimento al dizionario biografico Gli Antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese, voll. II/III/IV, pubblicati a cura dell’Istituto per la Storia di Bologna, 1985/1986/1995/1998/2003, da cui abbiamo tratto la maggior parte delle informazioni relative agli pseudonimi di partigiani, patrioti e benemeriti.
[69] G. Vicchi, in L. Bergonzini, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, vol. III, Istituto per la Storia di Bologna, p. 176. La raccolta comprende cinque volumi, editi rispettivamente nel 1967, 1969, 1970, 1975, 1980. Il quarto volume è a cura di Luigi Arbizzani. Per comodità indicheremo sinteticamente la raccolta con RB; l’indice numerico individua il volume.
[70] C. Quarantini, RB3, p. 534.
[71] G. Bentivogli, RB5, p. 785.
[72] G. Zappi, RB5, p. 128.
[73] «Io scelsi il nome di Jumbo, però moltissimi partigiani di Imola mi conoscevano e continuarono a chiamarmi per cognome», P. Ciotti, RB5, p. 245.
[74] P.A. Follari, RB5, p. 387.
[75] O. Grandi, RB5, p. 390. Vedi anche Liliana Alvisi: «Fu così che avvenne l’incontro tra il prof. Palmieri e Giorgi (in questo modo si faceva allora chiamare Pancaldi)», RB3, p. 628.
[76] L. Lincei, RB3, p. 539. Vedi inoltre Maurelio Tirapani: «Un partigiano biondo di Scarperia che chiamavano il Toscano», RB5, p. 150.
[77] Non solo nel bolognese: Luciano Casali, nelle sue osservazioni sul ravennate, è giunto alle stesse conclusioni (conversazione con l’A. del 16 ottobre 1998).
[78] C. Bianchi, RB5, p. 568.
[79] A. Gamberini, RB5, p. 986.
[80] E. Biondi, RB3, p. 493.
[81] «Rimase con me Belloni, che assunse il nome di battaglia di Subitén», G. Campanelli, RB3, p. 542.
[82] L. Arbizzani, RB5, p. 1050.
[83] «Lo vidi, si faceva chiamare “Parduz” (mattone), ed infatti era un muratore, piccolo e tozzo», S. Amadori, RB5, p. 860.
[84] B. Valli, Grande Guerra. Il sangue battezza il secolo, in “La Repubblica”, 3 novembre 1998. L’immagine, come risulta dal titolo dell’articolo, è riferita dall’autore al periodo immediatamente antecedente e successivo al primo conflitto mondiale.
[85] Ricorrono inoltre: Ligamat (Ilario Mandrioli), Stuvanein (Giuliano Maniezzi), Maletta (Sergio Marchetti), Cirulein (Luigi Mattei), Cirulen (Aldino Matteuzzi), Briglon (Alberto Mazzetti), Sgranfgnien (Rinaldo Melloni), Strazaganas (Giorgio Milani), Sbanderno (Anna Montanari), Spuslén (Pasquale Morara), variante dell’appena incontrato Spuslein Franco Larvati.
[86] Di questo filone, esempio eclatante – non in relazione allo pseudonimo ma per l’“aura” che seppe crearsi – è Corbari, per personalità e carattere un moderno Robin Hood, definito da Antonio Meluschi «l’ardimentoso difensore dei poveri», RB3, p. 256.
[87] Ricorre anche la variante Fra Diavolo.
[88] Curiosamente, però, Lenin Fossi opta per, o riceve, un anonimo Nino.
[89] Anche Giorgio Zappoli ricorda che durante la guerra, «soldato al Distretto militare ed (..) insofferente dell’atmosfera caratteristica di quel periodo nell’esercito», fu soprannominato “Timocenco” dai suoi commilitoni, RB2, p. 111.
[90] Renato Romagnoli, dalla lettera di Elio Cicchetti a Luciano Bergonzini, RB5, p. 98. Nel suo contributo, Romagnoli, invece, non fornisce informazioni sul proprio pseudonimo.
[91] Simili, Pirata e Morgan.
[92] Tra esotismo e provenienza lo pseudonimo di Carlo Zanotti: «Mi chiede il nome di battaglia: Garian, rispondo io.. e lui: già è vero che tu sei un ufficiale coloniale!», Carlo Zanotti, RB3, p. 347.
[93] Giorgio Fabbri. Ricorre anche Fracassa, pseudonimo di Vittorio Magnani e Tonino Malossi (il cui primo pseudonimo è Leo), che richiama probabilmente la commedia dell’Arte.
[94] Per quanto riguarda nomi che richiamano armi, compaiono anche: Obice, Granata, Bengala, Mitraglietta, Mortaio, Contraerea.
[95] Ferdinando Biondi, Filippo Fava, Ennio Lanzoni, Pasquale Marani, Renato Pancaldi, Alcide Preti. E ancora: Vulcano (Italo Negrini), Incendio (Francesco Negrini), Pericolo (Giorgio Pancaldi), Strangola (Nerino Pantaleoni), Spaccaporte (Armando Parenti), Rompiteste (Pietro Pomi), Terribile (Alfredo Pareschi).
[96] N. Gentilucci, “Tempesta” e “Terremoto” in azione, in R. Barbieri-S. Soglia (a cura di), Al di qua della Gengis Khan, Bologna, Galileo, 1965, p. 81.
[97] N. Gentilucci, RB5, p. 969.
[98] Bruno Brusa, il cui pseudonimo risulta da un’interessante commistione di apocope e sincope.
[99] I cui nomi di copertura sono, rispettivamente: Vecchietti, Dario, Montini, rag. Gino Terzi, Fantini Giulio, Toetti, Rossini.
[100] Conversazione con Luciano Bergonzini dell’8 gennaio 1998. Lo pseudonimo Vecio ricorre, infatti, anche in Dante Bertuzzi (classe 1914), Ezio Margelli (classe 1920) e Carlo Meletti (classe 1924).
[101] F. Castelli, Antropologia linguistica della Resistenza, cit., p. 184.
[102] F. Castelli, Miti e simboli dell’immaginario partigiano, cit., p. 295.
[103] «Qui non contano i cognomi legali, ma solo un posticcio nome di battaglia. Mi chiamo Tito. Faccio la staffetta al comando della divisione “Bologna”», Gina Negrini, RB5, p. 922. Riportiamo un ulteriore passo, tratto dall’autobiografia della resistente, che getta ulteriore luce sulla genesi del suo pseudonimo: «Ma lui [Giacomo Masi] disse che lo avevo tormentato abbastanza e che mi avrebbe mandata in una base della 7a Brigata G.A.P. per farmi le ossa. – Dove, lo saprai quando arriverai. Tienti pronta domani mattina alle cinque davanti al tuo portone. Verrà a prenderti un partigiano. Non far domande, tanto non ti risponderebbe. Fa soltanto quello che ti verrà ordinato perché da questo momento sei un soldato. Il tuo nome dimenticalo, ti chiameremo Tito. La nostra identità denuncerebbe anche le nostre famiglie», G. Negrini, Il sole nero, Bologna, Cappelli, 1969, p. 83. Laura Mariani ci ha però fatto notare come, intervistando la resistente, quest’ultima avesse dichiarato, contrariamente a quanto afferma nella sua autobiografia, di aver personalmente scelto il suo nome di battaglia, in onore di Josip Broz, motivo non ultimo la sua avvenenza (conversazione del 5 settembre 1998).
[104] C. Cicchetti, RB3, p. 200.
[105] W. Beckers, RB5, p. 552.
[106] V. Betti, RB3, p. 198.
[107] Lettera di Emilio Vedova a Luciano Bergonzini, giugno 1969, inserita in RB3 come tavola fuori testo.
[108] «Fu così che il mattino seguente, alle ore sei, partimmo dalla base del Lavino (nella quale, poco prima, ero stato soprannominato “Taiadela” per aver mangiato tagliatelle per ben sette porzioni, offerte dal contadino per festeggiare il progetto della nostra impresa», V. Giatti, RB5, p. 740.
[109] F. Noferini, RB5, p. 145.
[110] B. Tagliavini, RB5, p. 1034.