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Ogni notte, ogni giorno

 

Giovanna Zùnica

 

 

 

Ha freddo. È sicura di essere ancora viva, avverte il proprio corpo. O piuttosto le tumefazioni dolenti, l’umidità delle lacerazioni. La sedia metallica aggrava le sensazioni. La luce della lampada le ferisce il viso, fa male anche quella. Per un breve raggio illumina il pavimento di linoleum verdastro. Lo hanno pulito.

 

Lui ora le sta di fronte, nella penombra, seduto più comodamente.

Non ne vede distintamente i lineamenti, con gli occhi tumefatti, semichiusi, ma intuisce la fissità dello sguardo. Ne percepisce l’odore penetrante, e quello dell’agente che le sta alle spalle, in attesa.

 

L’uomo apre un dossier. Esamina pagine e documenti, uno dopo l’altra, inespressivo.

Non troverà nulla, che cerchi. Le darà tregua.

 

Ora non fa caso all’uomo, alla sua espressione immutabile, ai gesti rari e controllati.

Continua a percepirne l’odore, il suo e quello dell’agente, che non si è mosso, non ancora.

È certa di essere ancora viva. Il freddo, l’umidità, il dolore si confondono in un’unica sensazione, il corpo, distinto dall’odore degli altri due. Differente, del tutto, come se quelli fossero fatti d’una materia diversa, non di carne.

 

L’agente si sposta, si avvicina al carrello. Sente il rumore dei ferri. Sta provando se passa la corrente. Quanto tempo è passato? L’altro è fisso, inespressivo, inumano. Poi fa un cenno.

 

 

Il dolore urla assordante, con la bocca spalancata. Le versano addosso dolore rovente...

 

 

Ora solo pulsazioni incessanti, il sangue è impazzito. Il sangue martella, scuote le sbarre. Il sangue dice hai poco tempo. Il sangue non vuole fermarsi. Non fermarti.

 

Il sangue non pulsa, ora.

Guarda il suo aguzzino. Non può vederne che i contorni sfuocati.

Un’illusione, se non fosse per l’odore. Quell’odore.

 

* * *

 

Eccomi. Sono io.

Sì, morta.

Sono la tua memoria, ora.

Sono venuta perché tu ricordi.

 

Voglio che ricordi il dolore che ho provato. Spesso, ottuso, discontinuo. Incessante. Nel corpo passa, nella mente resta impresso. Per sempre. Se sopravvivi.

 

Vorresti tornare indietro, e cambiare tutto. O almeno dimenticare. Tutto.

Non puoi. Immagini disordinate ti presidiano la mente, tornano assillanti, al di fuori di ogni possibilità di controllo.

L’unica via d’uscita è sforzarsi di ricordare, tutto, per non essere sopraffatta dal ricordo.

Non è impossibile.

 

C’è di più. Qualcosa che non ha un nome, non riesci a dargliene uno, le parole ti si svuotano.

“Aver subito violenza”. La grammatica è difettosa. Non è un evento passato, che la memoria può cancellare o trattenere. È un effetto permanente, un cambiamento irreversibile di rotta.

Sei diventata un soldato che non potrà mai andare in congedo. In una guerra mondiale e incessante, incessabile.

Il tuo carnefice ha cercato di strapparti di dosso la tua umanità e di fare di te una cosa nuda.

O meglio di strapparti al tuo corpo; che di te resti un nulla con le sembianze di un corpo.

Qualcuno ha voluto estirparti, come se fossi un’erba senza valore, inutile, persino infestante. Ma tu sopravvivi, e giuri che non dovrà più accadere, a te o a un tuo fratello.

Invece accade, continua ad accadere. Ho scoperto di avere molti fratelli e sorelle, tutti insieme facciamo un continente.

 

Da mesi ci spostavamo altrove ogni giorno, senza fermarci, ricordi? Non ce n’era il tempo, dovevo fare presto, la guerra non dorme. Non lascia dormire.

Ero stanca, stanca persino di ricordare, di aiutare a ricordare, di scrivere perché tutti possano ricordare. Per i miei fratelli.

Ero stanca, ho abbassato la guardia. Mi sono fidata di te.

Di nuovo dolore, rabbia, impotenza. Calore d’inferno e una luce da non riuscire a vedere. Le ferite bruciavano al sole. Il corpo, svuotato d’acqua, era pesante. Sotto di me la sabbia era umida, lì soltanto.

Quanto tempo prima che riuscissi a rialzarmi? E a camminare, senza sapere dove. Ho camminato soltanto fino a crollare di nuovo. Di nuovo ho trovato sollievo nel mio liquido. Poi nemmeno più quell’umidità impossibile, lenitiva. Mi avete ripresa. Il furgone era rovente. Avevo freddo, ma tutto alla superficie bruciava.

 

Delitto di parola.

Ordine: far tacere.

 

Ma tu non immaginavi.

Sono un soldato e non ti darò tregua. Non smetterai di pensare a me, lo giuro.

Sono pura memoria, ora, incancellabile.

Verrò a trovarti tutte le notti, ti farò sudare e tremare. Non smetterò nemmeno quando non ne potrai più. E la tua anima non avrà pace neppure quando si sarà liberata della sua zavorra.

Se si può chiamare anima quella che hai tu.

 

Li chiamate interrogatori. Persino al lessico fate violenza, interrogatori senza domande.

Anche voi avreste voluto che di me restasse un nulla con le sembianze di un corpo. Il mio corpo avrebbe potuto continuare a vagare per il mondo e per voi sarebbe lo stesso.

Invece questa volta il corpo si è degradato, resta soltanto ciò che avreste voluto estinguere.

 

Violenza. Sai di che cosa parlo, vero?

Sto parlando della tuta sozza di sangue e di urina che ai vostri occhi – ai vostri – rende indistinguibili i detenuti. “I detenuti”. Lo stesso nome, la stessa tuta. Sembrano corpi già vuoti, così. In questo modo deve essere più facile per voi.

La indossano tutti quella tuta, vero? Sozza di sangue e di urina.

Non li ho visti, ma ne ho sentito i gemiti, i lamenti, le urla di strazio.

Ho sentito anche l’urlo di un guerriero, una notte. Poi un rumore sordo. Poi il silenzio. È qui con me, adesso.

Li ho conosciuti tutti, uno a uno, perché il loro gemere era diverso. Persone, sotto le vostre tute di sangue raggrumato, dietro questi occhi tumefatti che rendono il nostro aspetto somigliante.

Li ho sentiti piangere anche quando lo hanno fatto in silenzio, con le labbra socchiuse e il respiro sottile.

Le pareti erano umide lì, al centro di quel deserto di fuoco. Intrise del sangue e delle lacrime di quelle persone detenute.

 

 

Prova a pensarci: acqua. Acqua nel deserto.

Anche il sudore marcio dei tuoi scagnozzi. Anche tu sei acqua.

Stai sudando, adesso, vedi? Emani un fetore di morte, di putrefazione.

Voglio vederti evaporare. Che tu possa evaporare, fino all’ultima goccia di liquido.

Resterò qui con te. Non sono un incubo, sono la tua morte. Starò qui ad aspettare.

Voglio guardare il tuoi bulbi opachi prosciugarsi e rinsecchirsi. Vedere la tua pelle vestire flaccidamente le ossa, indurirsi, poi svanire come polvere.

Che di te resti solo il fetore. La memoria deve restare.

 

 

 

 

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