Poesie per mio padre Cesarino
Federico Cinti
Via Broccaindosso è una strada di quelle
Di una volta, coi portici un po’ bassi
E bui, che hanno le crepe nella pelle
Greve di sassi;
Le finestre si fissan come occhi
Color del cielo, qualche uscio rimane
Spalancato, si sentono i rintocchi
Delle campane.
Nacque alla vita qui mio padre, quando
Già da dieci anni il fascio era inastato;
Qui passeggiamo, ogni tanto, parlando
Di ciò che è stato
I pomeriggi di festa. Le bici
Cigolano passando per la via;
Abbaia un cane, parlano due amici
Con nostalgia
Di cose tristi; un anziano signore
Legge, fermo, annoiato il suo giornale.
E in un attimo si è in Strada Maggiore
Da San Vitale.
2‑7 marzo 1998
Il muro intorno, oltre i cupi cipressi,
Ha uno spiovente di tegole rosse;
Mi scaldo al sole, come i fiori messi
Sopra le fosse,
Guardo la terra impastata, mi sento
Leggero, vuoto e mi vedo una cosa,
Forse una foglia fragile nel vento
Della Certosa.
E mi ritrovo accanto ai marmi bianchi
Del muro, ai portici, al cancello, ai fiori
Che vendono all’entrata. E incontro stanchi
Uomini fuori
Per la stradina. Costeggio il canale
Torbido contro corrente: ritorno
A casa, in cui tutto appare normale,
Come quel giorno.
E i nostri colli verdi all’orizzonte
Seguono il mio cammino e sempre sbuca,
Da tutti i punti di Bologna, il monte
Dove è San Luca.
4 aprile 1998
Mia zia Pierina sta in via Mascarella
Da quaranta anni; mi è sempre piaciuto
Venire in questa via che è sempre quella
Che ho conosciuto
Fin da bambino, coi muri sbiaditi,
Gli scuretti scrostati e sopra il dorso
Stradale i buchi per quei mai finiti
Lavori in corso.
Piove. La puzza di muffa è più forte
Delle altre volte; mi sento una voglia
Di caldo e asciutto. Passano le porte
Chiuse. Alla soglia
Dell’undici mi fermo, aspetto zitto,
Come quando mio padre era a suonare,
Parlare, andare; ma oggi tiro dritto
Senza pensare.
Entro nel bar all’angolo. Un profumo
Di paste calde si mischia all’odore
Di caffè: anch’io bevo il mio in mezzo a un fumo
Denso, incolore.
21‑22 aprile 1998
Via Barberia è, al solito, intasata
Da mille macchine e autobus che vanno
A passo d’uomo. È una bella giornata,
Oggi. Mi affanno
Per arrivare in fretta. Il cielo è bianco
Sui palazzi, non c’è un filo di vento
E l’aria è mite. A chi mi passa a fianco
Sorrido a stento,
Se mi conosce; ogni cosa racconta
Con sue parole, qui, ciò che è accaduto.
Ma laverà via anche l’ultima impronta
Il tempo, muto,
Da questi sassi gelidi, dai volti
Delle persone. E sarà tutto uguale
A prima, forse: i ricordi son molti,
E fanno male.
Sto fermo fuori, qui, solo, aspettando,
Come dopo il lavoro, a capo chino,
Di esser preso per mano, come quando
Ero bambino.
24 aprile 1998
Mi siedo su una di queste panchine
Nuove, in piazza di Porta Ravegnana;
La gente passa innanzi alle vetrine
In fila indiana
Tra il muro e i vasi delle piante dietro
Me; ho gli occhi fissi sulla via che corri‑
Sponde all’antica via Emilia, lì, a un metro
Dalle due torri.
Lassù diceva papà che non ci era
Mai salito in tanti anni e prima o poi
La dovevamo fare insieme, intera,
La scala, noi
Due, spaziare nel limpido infinito
Quasi a cercare con lo sguardo anelo
Tra i tetti casa nostra e con un dito
Toccare il cielo.
Mi alzo, sto fermo a guardare distratto
Le macchine, i palazzi e le persone
Al banchetto dei libri, su cui, a un tratto,
Vola un piccione.
16‑18 agosto 1998
In piazza Santo Stefano il selciato
Digrada a mano a mano e sette palle
Stanno a emiciclo all’entrata, a ogni lato
Come alle spalle
Della chiesa è una fuga di palazzi,
Di strade, viuzze, portici in mattoni;
Si spostano coi soliti svolazzi
Qua e là i piccioni.
Questa è la zona della giovinezza
Di papà: stava in via Cartoleria
Ventotto, lì dal Duse. In questa brezza
Corre ogni mia
Fantasia, ogni mia immagine di quella
Città vissuta per anni, cercata,
Tutte le volte scoperta più bella,
Ma devastata.
Continuo a andare sui sassi, mi fanno
Già male i piedi, su il sole rasoia
I muri; alcuni corrono via, vanno
Non senza noia.
21‑23 settembre 1998
Questa colonna, queste tombe, questo
Selciato sono qui come altre volte
Ad aspettare un pellegrino mesto.
Tra questa molte
Case ai lati che attorniano la chiesa
Di piazza San Domenico, che a poco
A poco scende giù in una discesa
Quasi in un gioco,
Quello che mi sembrava anni fa quando
Con mio padre andavamo al museo in via
Archiginnasio e guardando, parlando
In allegria
Per la nostra città fatta a salite,
Fatta a discese, a portici, a mattoni
Qui arrivavamo per strade ingrigite,
Mentre i piccioni
Beccavano le briciole di pane
Avute da qualcuno e senza fretta
Papà espirava nuvole lontane
Di sigaretta.
6‑8 marzo 1999
Da una crepa del cielo di cemento
Rampolla una piramide dorata
Di luce, quasi polvere, che a stento
Resta posata
Col riflesso sull’angolo di un monte
Lontano, su qualche albero, sui campi
Che si aprono davanti all’orizzonte
Quadrati a stampi
Di filari di vite e di sentieri
Che vanno al Reno. È tutta la mattina
Che siamo al parco, che parliamo seri,
Che si cammina,
Io e mia madre, e la fine della strada,
Questa strada, è una salita
Alla cui sommità c’è già una rada
Erba fiorita:
Per questa via che ci avvicina al cielo
Ritorneremo indietro e senza posa
Arriveremo con in cuore il gelo
Alla Certosa.
7‑9 marzo 1999
Via Castiglione ha portici e colonne
Sospesi sulla strada in gradi e salti
Come le scarpe che hanno alcune donne
Con i tacchi alti
E un cappello di cielo illuminato
Da un chiarore traslucido che pare
Riscoprire qualcosa del passato
Da raccontare
Che non so riconoscere più, adesso,
Da solo, se anche torno con mia madre
Che sempre narra ciò che qui è successo,
Tra lei e mio padre.
Vedo un mondo che sfuma, innanzi agli occhi,
Tra mille facce di gente lontana,
Mentre ogni tanto si odono i rintocchi
Di una campana,
Che veglia inesorabile, che scrosta
Ogni ricordo: il tempo ha sempre fretta,
Procede, senza intoppo e senza sosta,
E non aspetta.
3 marzo 2000
Piazza Malpighi ha, al centro, una colonna
Che corre al cielo scura di mattoni;
E, sopra questa, svetta una Madonna
Che le volano in testa e sulla mano:
Guardano la città, senza il timore
Di una caduta a terra o di un lontano
Aereo rumore.
Per questi luoghi è passata la vita,
Giorno per giorno, di mio padre, quando
Stavo aggrappato e stretto alle sue dita,
Piccolo, e andando
In giro, qui, mi stupivo soltanto
Di un albero vecchissimo e imponente
Che stava in un cortile e aveva accanto
Macchine spente
Di chi abitava lì. La primavera
Riporterà le foglie a ogni suo ramo:
L’aria tra esse dirà, con voce vera,
Ciò che non siamo.
4 marzo 2000
La ragazza, che viene alla fermata
Dell’autobus, ha il volto dolce ancora
Di sonno come l’aria un po’ cambiata
Che, appena, sfiora
Questa mattina tiepida; e mi pare
Di sapere già dove andrà a cadere
Questo sole che copre, irregolare,
Le cose nere
Che l’ombra lascia, ancora un po’, dormire
Come la terra messa sulle fosse
Su cui crescono le erbe a rinverdire,
Certo, commosse.
Passano mille macchine davanti
A me e nessuna torna indietro: in loro
Hanno un bagaglio di uomini ingombranti,
Come un tesoro,
Ma non capisco cosa agita e impazza
Dentro ogni vita fragile che stride.
C’è l’autobus: mi guarda la ragazza
E mi sorride.
9 marzo 2000
Ogni singola via, tutti i palazzi
Della città racchiudono la storia,
La vita, gli anni di vecchi e ragazzi,
Che la memoria
Non potrà mai conoscere e sapere
Chiusi tra voci di malinconia,
Tra occhiate un po’ distratte e passeggere
Di nostalgia.
Gregorio tredicesimo, dal seggio
Posto sopra colonne in un nicchione,
Dà un occhio in piazza Maggiore al passeggio
Delle persone,
Ai tavolini del bar, al Gigante
Tra i sassi della sua piazzetta dentro
Zampilli di acqua limpida e scrosciante,
In pieno centro:
Da qui, a Bologna, prima o poi, noi siamo
Passati tutti; e, in me, rimane un sordo
Grumo di fantasie, un dolce richiamo
Che più non scordo.
6 marzo 2000
Il triangolo di asfalto e di cemento
Di via Marconi ha il vertice in un getto
Continuo di acqua dentro un cerchio: lento,
Scende in perfetto
Ordine di armonie di case vive,
Simili a enormi scatole ineguali
Che creano allucinate prospettive
Innaturali;
Per aria, i fili dell’alta tensione
Corrono come righe in tutto il cielo
Bianco; passando in mezzo alle persone,
Schivo un po’ il gelo
Di un pomeriggio che trascorre inerte
Sotto una luce pallida e insapore
Che stempera, pian piano, in ombre incerte
Senza colore.
Su pezzi di metallo plasticato
Ritorno a casa, per un’altra sera,
Senza pensare a ciò che mi ha portato
La primavera.
5-6 marzo 2000
I panni stesi si agitano al vento
Candidi come il foglio su cui scrivo
Di loro. Il pomeriggio è sonnolento
Come sempre di sabato. È ossessivo
Questo sole che scalda il pavimento
E i miei piedi: mi sposto e non lo schivo.
Blu chiaro è il cielo come l’andamento
Continuo del mio scrivere corsivo.
Questo vento che scivola sul viso
E sulle braccia fresco ha risvegliato
In me un ricordo e un brivido improvviso
Che sanno di altro luogo e di altra vita,
Quella giornata a Imola sul prato,
Che è come questa pagina finita.