indietro

                                                            La navicella degli occhi

 

Elisabetta Venturi

                                     

 

Bologna, maggio 2004

 

A tutti i miei compagni di giochi,  quelli di oggi e quelli di… oggi

 

 

                                                                  Quasi un soffio…                  

 

Non ho mai capito il perché,

delle divisioni e delle moltiplicazioni,

degli addendi e delle somme,

dei conti che devono

sempre tornare. L’unica cosa

che doveva tornare

era lì:

quel senso di Amore

e di Uguaglianza,

impresso nel cuore,

                   come un sasso nel mare.

 

Mi sono sempre chiesta il perché

d’innumerevoli cose:

forse ora solo

so la risposta

a quei molti perché.

 

 “Vi arriva il poeta”,

 lungo lo “sciame dei tuoi pensieri”.

 

Così si arriva

nel mezzo della vita,

un cammino lungo un’ora,

breve come un secondo

e lieve come un soffio,

al mare sulla sabbia

d’inverno.

 

Quando ero bambina,

pensavo a come

sarebbe stato un giorno,

ma ora il mondo

è racchiuso in uno schermo,

di vetro o di cristallo:

lo sento intorno

e lo guardo e lo osservo,

ma spesso non riesco

a riflettere.

E penso di essere stupida

perché non amo la razionalità,

che tanto serve

a non soffrire

mentre,

con infantile ingenuità

e severa maturità,

ancora non mi aiuta l’età

a comprendere le persone,

i loro infiniti

 controlli emotivi,

le mancanze d’amore,

le carenze del cuore,

in nome di una più forte

sensibilità:

quella della praticità!

Mi domando che mondo

ho mai avuto.

Non so quando è successo,

ma ancora me lo chiedo.

Questo mondo così bello e così acuto

e incerto

 e come un trovatello.

mi guardo intorno

e madre non ho.

E cosa chiedo, 

uno sguardo ancora?

 Ma no

È solo un pensiero d’amore

per tutti noi e per tutti voi.

E madre non ho.

Ho avuto solo un padre,

e la madre nel cuore.

Eppure, lontana da tutti,

a tutti io voglio tornare.

E mi sento come

un scilp videvitt

di pascoliana memoria

E’ dialogo quello che cerco

Ma io non lo so regalare

Perché la parola esce fuori di me

e madre non ho.

Un uomo morde il cielo,

una donna non fa nulla

e tace: meglio così

se non le piace

null’altro

 che stare intorno

a guardare

aspettando la

pace.

Pace del cuore.

Mio tenero amore,

qui pace non c’è.

C’è solo una bambina,

un embrione di gelatina,

ma tutti abbiamo

lo stesso Amore.

Non lo sentiamo però

con lo stesso fervore

In realtà è nel bene

del forte braccio

che il vuoto riempie

la solitudine.

Non abbiamo paura -

dice il cuore.

La storia ci può aiutare,

ma i sistemi si sono confusi.

Ricordate le madri, quante madri

nella poesia dei nostri padri,

embrioni saltati

e poi

finalmente nati

Quelli da cui voglio sentire

anch’io

la mia appartenenza.

 

Ora siamo in attesa delle elezioni. La città, come ad ogni appuntamento elettorale, si rianima e torna al lavoro usato : manda a chiamare le proprie tradizioni popolari e comunali. Il  paese è chiamato a raccolta, come ai tempi del capo e dei suoi guerrieri:  questa  piccola comunità emiliana, aristocratica e popolare, cattolica e comunista; qualcuno dice che siamo una città moderna, ma non è vero: è una facciata di modernità, una finestra e una speranza  sul futuro, ma la città non riesce a scrollarsi di dosso l’antico costume  ghibellino; nella piazza s’incontrano persone, le solite - da sempre - di questo paese di cultura, di un’Università, di un tempo.

 

Cerchiamo tutti un perché,

per chi votare  per che cosa,

ma la nostra città era bella, un tempo,

Bologna.

 

 

 

Ogni mattina ascolto la città,

che si risveglia;

m’incontro con lei,

oltre che con me stessa,                  

con pochi esseri umani

che  lungo la strada compiono

le azioni mattutine:

autobus, quotidiano, caffè.

Alcuni vivono

col sorriso a brandelli:

dopo le  delusioni,

siamo tutti sciocchi,

nessuno escluso;

qualcuno, certo,

è  più furbo

di altri

siamo tutti

tanto ignoranti.

Quando si andava al cinema,

da ragazzi,

il mondo doveva ancora arrivare;

adesso siamo tutti qui.

La speranza era riposta

in quelle poche, monotone

immagini

del cinematografo.

 

 

 

Abbiamo qualcosa

da imitare:

nel fango, qualcuno direbbe,

il mondo si è fermato;

per molti invece va

avanti.

Quella speranza è nella

Vita,

ma la vita non sempre

chiama

a raccolta i suoi

figli,

alcuni li disperde.

 

Un tempo eravamo

tutti là,

in fila, ad aspettare

la nostra razione

di vita.

 

Ora siamo qui,

con il tempo che sta

e per qualcuno non è più.

 

Le farfalle non le vediamo più,

le speranze sono vuote

e immature;

non abbiamo

occasioni,

dobbiamo

cercare tra noi.

 

Ci siamo sposati

e ci siamo separati,

dagli amori e dalle idee,

dalle mogli e dalle ideologie,

inseguendo chimere

che per noi son come i figli,

quelli  sani,

che ringiovaniscono il mondo.

Qualche figlio l’abbiamo preso

all’abbandono del mondo.

A volte nessuno  prende noi.

C’è sempre una madre,

un padre quasi mai.

È meglio essere orfani,

forse,

che passare dei guai.

La vita scorre uguale

in un abbraccio ideale.

 

 

 

Muor giovane colui che al cielo è caro.

 

 

 

Primo stasimo

 

Ma quando questa nostra

sensibilità

ci dirà che non possiamo

raggiungere la felicità?

Siamo andati un giorno

lungo il corso del fiume;

siamo andati un giorno

sulla riva del mare.

Nella battigia,

sulla scia delle onde,

acqua marina

dalle sabbie profonde.

C’erano bambini

come di mercatini,

ma ingenui burattini

si sono accoccolati

con tanti nastri colorati

per prender nella mano

un volo di gabbiano.

Allora un giorno -

non sappiamo

quale sarà per noi -

 che per la nostra mente,

un barlume di intelligenza,

senza la paura

ci illuminerà

di   Sapienza.

Ma  la Sapienza non è per noi,

che abbiamo l’anima ferita

e

come cosa sgradita,

ci facciamo del male .

Perché non comprendiamo:

stiamo ancora lontano

dalle  strade della bontà.

Ho cercato tante volte di comprendere

quanto si potesse vivere

senza…

Ma dopo questo intoppo

non c’era

nessun qualcosa

per riempire lo spazio

lasciato dal timore

di una schiavitù.

Andando su e giù

per la strada,

mi chiedevo

ma è questa la vita

e dove è lei

per me?

faccio finta di nulla

 e dentro mi frantumo.

Andiamo in cortile,

ma non sappiamo giocare

entriamo nella vita

e non sappiamo amare.

 

Raggiungiamoci,

siamo più coraggiosi:

ma la parola non è per noi,

che siamo anime ferite .

 

 

 

Secondo stasimo

 

Arrivano i moschettieri:

che orrore!

Non è realtà

questo spadacciare

per le strade

di un falso eroismo.

Avvicinatevi,

signore e signori,

inchinatevi

alle sorprese della vita

e

ascoltate

qualche suono qua e là come di

rime sparse

e di

spiagge riarse

or qui

or lì.

Ci siamo quasi:

alla rinfusa

  vien fuori

 la Poesia.

Cosa ne pensi,

mia piccola Amica?

Mi sento come

quel personaggio di Esopo:

non sono mai all’altezza

di quell’uva fiorente.

 

Ti ho evocato,

Amica del cuore.

Ma è solo un ricordo

e non so

se vi sia.

 

 

Perché esistono le fanciulle?

 

Ma sarà  vero

che s’aprono fiori rari,

o forse troppo frequenti

  per essere chiari.

Finiscono tutti per “i”:

quindi non li distinguo.

ualcuno  

 

 

 

 

 

 

Un giorno andavano le ragazzette,

vestite a scacchi,

sembravano ranocchiette:

non c’è più religione,

il mondo sembra finto,

impazzito dietro rumori,

non suoni.

Io non so come

mi par di rivedere

le antiche primavere,

quelle del tempo andato:

un ritorno al passato

che mi rimanda

al fato.

 

Eccomi là, giù in fondo:

son sempre di lontano

nuvole a tutto spiano.

 

Ma che dici, stai forse rimpiangendo

qualcosa del tuo mondo,

quello falso o quello vero,

quello del cimitero.

 

Un canto di ninne nanne:

non le conosco affatto,

non mi ricordo nulla,

sembrava quasi un soffio:

 

il canto di una

culla.

 

 

 

 

Ci siamo radunati

tutti quanti.

Eravamo tanti.

Sento un tranquillo

eremo

dentro il mio cuore.

Ma pace non ho.

Non sento la mia voce.

Il segno della croce

io non lo riconosco:

sarà per via

del fosco

pensiero che m’insegue .

Io provo,

ma non esce

la voce

del sentiero

di mille rovi torti.

Aiutami tu,

Mammina.

 

Avevo una sorellina:

sarà falsa,

sarà vera,

o solo una chimera?

Ma ancora siamo insieme

sul pensiero del mare..

 

 

 

Alto

 

Andiamo,

non disturbare

questa seria tranquillità.

 

 

 

 

Vita

 

Indomito pensier,

dolce ricordo

di mille aneliti. 

 

 

 

 

 

 

 

Il rimpianto

 

Sempre ti cerco,

Anima del mio cuore

Sei forse tu,

Signore,

che mi parli da un

dentro

che  non conosco.

 

 

Siamo più atti noi

a fare che cosa ?

Guardare una rosa,

cercare un limone,

vivere nel pensiero

delle persone.

 

 

Mille passi son passati

tra i mille anni

che ci hanno guardato.

Cambiare la nostra

umida storia.

 

 

 

 

La mia città

 

La mia città è serena.

La mia città è in pena?

Ma no,

non è il suo genere

piangere

di dolore.

Piuttosto è battagliera:

nella sua  fibra

di condottiera;

quando c’è il Re alle porte

s’aprono i levatoi:

entra con i fedeli,

suonano i trombettieri,

tornano ai lavatoi

le donne dei cimieri,

che i loro baldi uomini

dall’elmo hanno rimosso

per scavalcare un fosso

più facile a saltar.

 

Bologna

 

Ecco la mia città:

è forse un po’ pesante,

greve nell’ansimare

di tante  azioni.

 

 

 

Idea

 

Ma lo sai che non si pensa mai

da soli,

che le nostre parole

e i nostri pensieri

sono un quadro di idee,

un’immagine a priori

del nostro cielo

e del nostro orizzonte

occidentale.

Non pensar d’essere

originale:

sei sempre stato

già pensato

solo la differenza

sta nella

normalità,

nella vita delle azioni

quotidiane

nel vivere vissuto,

e non nel vivere

pensato.

 

 

 

 

 

Aderenza

 

Paesaggio, non ci sei

più?

Sei sempre lo stesso.

Nella piazza di rivedo

intanto.

Vorrei vedere il mare.

Non riesco a ripartire

da dove son venuta.

M’immagino

lontana.

Da allora

una molecola

dell’universo,

un brandello

di anima

persa nell’avvenire

di tutti noi.

Ci sarà mai

una particella

di originalità?

In fondo

che differenza c’è

tra  stare soli

e stare in compagnia,

Grande in realtà

la sofferenza

nella  fragilità

immensa

di un’anima non capìta.

 

 

 

 

 

 

 

Allegria morta e viva

 

Una parola sola:

Allegria.

Ti cerco

perché ti voglio.

Non ti conosco.

Non mi conosco.

Invece forse sei sempre in me,

ma non ho la Parola

per comunicare

col mondo

La stupida debolezza del mio

corpo

la forza della  mia

mente.

 

 

 

La navicella degli occhi

 

Un giorno ho incontrato due occhi

Loro hanno incontrato me

Ridevano e io non capivo,

sorridevano

E io speravo,

poi non ho più capito.

Mi hanno preso

dal centro dell’universo

azzurro

nel quale  mi trovavo

e mi hanno detto:

“Sei forse qui per noi?”

Allora mi uscì una sola parola:

Amore.

                                                      

 

 

Ma

lo sai che proprio non ci siamo?

 

 

indietro