indietro

 

 

E. Musiani, Circoli e salotti femminili nell’Ottocento. Le donne bolognesi tra politica e sociabilità. Prefazione di L. Avellini. Introduzione di E. Guerra, Bologna, CLUEB, 2003, pp. 211.

 

             

Premettiamo, in primis et ante omnia, che il tema affrontato in questa ricerca è, a parer nostro, importante quanto insidioso, appassionante quanto complesso e sfuggente, giacché richiede allo storiografo - pena il fallimento dell’intrapresa - la capacità di spaziare abilmente dalla storia politica a quella sociale, dalle idee alle mentalità, dal costume alle letterature ed alle arti figurative: in una parola, esige inesorabile dallo studioso un ingegno davvero multiforme! Non crediamo di sbilanciarci affermando che Elena Musiani ha superato brillantemente questa vera e propria sfida scientifica, quest’autentica prova del fuoco culturale, rappresentando in maniera ad un tempo meticolosa e raffinata, rigorosa e accattivante il policromo, decisivo universo delle causeries che animavano i salotti europei ottocenteschi. Grazie soprattutto a lavori esemplari d’insigni intellettuali contemporanei, da anni è ormai ben noto, in effetti, quanto siffatti milieux fossero rilevanti - in tempi anni luce lontani dalle rivoluzioni mediatiche e telematiche - onde informarsi, discutere, confrontarsi in merito a questioni di ordine politico, culturale e lato sensu mondano.

Tra le diverse forme della sociabilità europea, i circoli e i salotti femminili del XIX secolo presi in considerazione da Elena Musiani - la quale, a onor del vero, ha già dato prova a più riprese di saper coniugare impeccabilmente rigore scientifico e raffinatezza espressiva su queste tematiche (lo ripetiamo) fascinose quanto spinose - offrono una prospettiva illuminante ed eloquente come poche donde osservare il divenire storico nella sua globalità: giova infatti rammentare che il salotto era luogo d’intersezione par excellence fra dimensione privata e dimensione pubblica, come ricorda Elda Guerra (p. 17) che, nella densa e partecipata Introduzione al libro, segnala altresì opportunamente diversi studi imprescindibili sull’argomento.

Quantunque il cuore pulsante, l’oggetto privilegiato dell’indagine sia indubbiamente la vivacissima Bologna sette-ottocentesca, Elena Musiani pone tuttavia costantemente in dialogo il microcosmo dei salotti petroniani col macrocosmo dei salons europei: siamo persuasi che tale generosa apertura internazionale, tale esigenza squisitamente comparatistica - oramai per più ragioni rara avis negli studi storici del nostro Paese - costituisca una virtù tutt’altro che secondaria, un cospicuo valore aggiunto di questo progetto di ricerca. Invero, pur senza misconoscere o sminuire la discendenza di tali nuclei di “pensiero e azione” dai tanti modelli dell’Illuminismo francese - e addirittura da quelli risalenti al XVII secolo così cari, inter alios, a Marc Fumaroli e a Benedetta Craveri -, l’Autrice ricerca e mette in luce il quid novi effettivo, ciò che di affatto originale presenta la sociabilità femminile ottocentesca della realtà bolognese; osserva così, ad esempio, come Bologna, nella prima metà del XIX secolo e fino all’Unità d’Italia, occupi una posizione politica e culturale d’incontestabile rilievo non solo nello Stato della Chiesa, ma pure in àmbito internazionale: si tratta, peraltro, d’una fama ampiamente - e non di rado entusiasticamente - confermata dai numerosi viaggiatori e intellettuali di tutt’Europa che vi passarono o, alle volte, vi trascorsero periodi più o meno prolungati, frequentando fra l’altro con vivo interesse le mirabili, eterogenee, accoglienti architetture felsinee.

Emerge, così, un affresco ampio e variegato, ove s’intrecciano i più bei nomi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia bolognesi, le cui donne, nel corso del secolo, andranno via via impegnandosi sempre più consapevolmente, tanto a livello etico-civile e politico (alcune debbono essere considerate pleno titulo protagoniste del nostro Risorgimento), quanto sul versante - tutto in salita - delle prime riforme sociali. Soprattutto attraverso un’acuta e paziente analisi delle fonti epistolari - diverse lettere interessanti sono riportate nella pregevole appendice al volume -, Elena Musiani scopre numerosi elementi oltremodo utili per ricostruire le parabole esistenziali e la fittissima rete di rapporti sociali di quelle salonières petroniane sovente provviste d’una cultura tanto varia quanto vasta, nonché d’un respiro schiettamente europeo.

Pur nella loro condizione privilegiata, queste femmes d’esprit pensavano, sentivano d’avere precise responsabilità nei confronti delle classi più disagiate, non ignorando certo di rivestire un ruolo di primo piano nello scenario sociale, a dispetto delle innumerevoli, avvilenti difficoltà e limitazioni poste loro dalla mentalità e dal costume dominanti dell’epoca. Fra le tante figure evocate con lucida grazia, desideriamo menzionare Maria Brizzi Giorgi con la sua “Accademia musicale” (Polimniaca), ma soprattutto la splendida Cornelia Rossi Martinetti, cantata in versi superbi anche da Foscolo: dotta cultrice di lingue classiche e moderne, annoverava fra gli illustri ospiti del suo giardino “alla grottesca” Canova, Leopardi, Monti e, naturalmente, Stendhal; ci piace poi rammentare Teresa Malvezzi e Maria Laura Malvezzi Hercolani, vicina quest’ultima alle vicende romantiche e risorgimentali. Per quanto riguarda gli anni successivi, spicca l’intensa attività di Brigida Fava Ghisilieri, che andò sposa, giovanissima, al marchese Giuseppe Tanari, e divenne quindi animatrice, insieme col marito, di un salotto “militante”, punto di riferimento strategico nella Bologna liberale; ma la stessa si prodigò altresì nel campo della cooperazione (ante litteram), del mutuo soccorso (gli “asili”, sul modello inglese) e dell’istruzione femminile, incontrando spesse volte la diffidenza o l’opposizione dell’occhiuta autorità pontificia.

Nel prosieguo di questa coinvolgente rilettura di un passato per tanti aspetti e motivi ancora coinvolgente, vediamo via via riapparire il fervido salotto politico di Elena Gozzadini Marescotti e il salon di Carolina Pepoli, discendente in linea materna da Gioachino Murat, la quale, l’8 agosto del fatidico 1848, scenderà addirittura in istrada per innalzare barricate! E ancora i salotti di Clementina Ranieri Pepoli e di Gualberta Beccari, fondatrice de “La Donna”. Ma siamo già, a questo punto, verso la fine del secolo, ed assistiamo oramai all’inesorabile declino dell’ “epoca aurea” dei salotti: per i rimarchevoli mutamenti politici e sociali, infatti, le donne (e non più solo le nobildonne…) s’avviavano a ricavarsi, pur in un clima di faticosa e talora mortificante emancipazione, altri spazi nella società. “Anche le donne bolognesi - afferma con giusta ragione Luisa Avellini nell’intelligente e sottile Prefazione al libro - come tante in Italia e in Europa, sperimenteranno le nuove vie dei periodici femministi e di un associazionismo pubblico, proiettato in una richiesta d’uguaglianza che non può tollerare ormai la reclusione, per quanto dorata, negli spazi cauti del privato” (p. 12). 

 

(Davide Monda)

 

indietro