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MUNERA MORTIS

 

Lorenzo Tinti

 

 

A M.; 15/04/2006

 

La pelle opaca non era che l’involucro

di un respiro rotto già a novembre.

Nessuno riteneva la tua tempra

capace dell’inverno, men che meno il dottore.

Un inferno di piaghe, di tendini sfibrati,

di digiuno, aggrappata al tuo rosario

e a quell’unico Signore di cui non parlavi.

E dopo una vita da comprimaria

ti sei scelta un’uscita trionfale

seguendoLo nella notte della sua passione.

 

I troppi lividi, graffi e bernoccoli,

segni di un equilibrio precario

(almeno lo credevamo noi sciocchi),

erano un costo calmierato

per fornire un appoggio al sortilegio ortodosso

che dava ai tuoi cari la direzione.

L’hai costretto al vostro patto privato

anche dal letto dove hai sofferto;

da oggi sarà impazzita la mia bussola,

ne sono certo.

 

 

 

 

Vittime di un abbaglio collettivo,

pensavamo non avessi il carattere

per combattere in un mondo di squali,

quando era l’acquario in cui ci avevi messi tutti.

 

I tuoi occhiali spessi che destavano

ironia non erano che l’oblò

da palombaro dietro cui ci spiavi,

un riparo dalla nostra miopia.

 

 

 

 

 

«Me ne andrò raminga per il mondo

con la mia creatura», ovvero te

che sei nata e cresciuta in un coriandolo

di terra di questa pianura.

Comincio adesso a capire il tuo lascito:

queste lettere e le loro parole

tolte da una nobile di provincia

a qualche romanzo di appendice

sono la cornice da cui più volte,

se ci penso, ho tentato di uscire;

in esse anzi origina il tuo mistero

e il senso di ogni mia futura scelta.

 

 

 

 

 

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