Il Viaggio in Italia di Montaigne - per molte ragioni già chiarite da voci attendibili e per altre che tenterò qui di esporre - può considerarsi un classico tout court. Così, preliminarmente, mi chiedo con Roberto Roversi: «Sono ancora i classici il ponte di liane degli incas, tremolanti su tremendi strapiombi, che con filo di dura corda e pezzetti di legno uniscono ripe lontane e contrapposte altrimenti inaccessibili? Resistono ancora ad essere lo specifico miracoloso di lunga durata?». E la risposta, per me come per numerosi altri lettori, è sì: non dobbiamo, per esempio, resistere alla tentazione di attraversare la passerella tesa fra la società organizzata e la giustizia ingiusta dell’emarginazione, o fra le più diverse sensibilità contemporanee e le antiche tradizioni culturali. Per di più, i classici antichi e moderni ci consentono di alimentare - è proprio Montaigne a sostenerlo persuasivamente - «un retrobottega tutto nostro, assolutamente autonomo, ove conservare la nostra libertà, avere il nostro più importante rifugio, godere della nostra solitudine».
Montaigne non coltiva pregiudizi di stile, ma ha il culto costante dell’antico classico, a cui consacra riflessioni di notevole respiro, alla Sainte-Beuve per intenderci. Nel panorama del pensiero moderno poi, come si sa, occupa un ruolo davvero centrale il nostro Michel Eyquem, signore di Montaigne, latifondista benestante e produttore di vini, autore sostanzialmente di un’unica, incomparabile opera, i Saggi. Invero, il Viaggio in Italia di cui ora ci occuperemo - anche leggendolo come uno specchio dell’epoca mirabile e miserabile in cui è stato steso - può considerarsi de plano un arricchimento ed un potenziamento degli Essais, nonché una chiave con cui penetrare nell’essenza spirituale del Rinascimento europeo.
Montaigne - questo inesauribile maître à penser cinquecentesco che ci accade così sovente di sentir prossimo alla nostra inquieta “condizione postmoderna” - soffre sì del mal della pietra, ma trova nelle ragioni terapeutiche pure un pretesto onde intraprendere un viaggio intensamente desiderato: si reca, pertanto, nelle più rinomate stazioni termali dell’epoca, dai bagni di Plombières ai Bagni della Villa (l’odierna Bagni di Lucca), presso cui si sottopone alle varie cure con una diligenza venata di scetticismo, che non sa farsi troppe illusioni su risultati e giovamenti.
Montaigne amava talmente viaggiare, visitare luoghi sconosciuti che, alla stessa stregua del lettore trasportato ed avvinto dal libro che sfoglia, soffriva nel timore che l’opera stesse per giungere alla conclusione: «aveva tanto piacere di viaggiare che odiava la vicinanza del luogo in cui si sarebbe dovuto fermare».
Il Viaggio in Italia non era destinato alla pubblicazione, e fu scritto in buona parte (poco meno della metà) da un famiglio di Montaigne di cui non ci è nota l’identità, ma che - come acutamente chiarito da Fausta Garavini, esegeta ed interprete straordinaria dell’intera opera montaignana - era tutt’altro che sprovveduto dal punto di vista culturale. A partire dal soggiorno lucchese, Montaigne prova quindi a cimentarsi con la lingua italiana, che dimostra peraltro di saper usare con una certa studiata familiarità.
Se il Viaggio in Italia di Stendhal «è uno stupendo romanzo», se quello di Montesquieu - anch’egli, come Montaigne, grande cittadino di Bordeaux - risulta ictu oculi pieno di vita, colore e gusto, il Viaggio in Italia del nostro homme de lettres - lo ha sostenuto con dovizia di argomenti Guido Piovene - è certamente assai meno pretenzioso, ma, fra tutti i libri riconducibili a questo genere oltremodo apprezzato e fortunato, è il più bello e il più moderno in assoluto. Non casualmente Sergio Solmi riteneva che i lavori di Montaigne rappresentassero un’autobiografia di pensieri più che di fatti: peraltro, già il grande Sainte-Beuve era convinto che Montaigne, autore superbo per profondità e universalità, fosse l’ “Orazio dei francesi”: «Il suo libro è un tesoro di osservazioni morali e di esperienza. A qualsiasi pagina lo si apra e in qualsiasi condizione di spirito, si può star sicuri di trovarci qualche pensiero saggio espresso in modo vivido e duraturo, che spicca immediatamente e s’imprime, un bel significato in una parola piena e sorprendente, in una sola lega forte, familiare o grande».
Montaigne ha quella che è forse la dote più rilevante dell’autentico viaggiatore, ossia la consapevolezza di non essere superiore a nessuno; non accetta che il viaggiatore girovaghi per il mondo lamentandosi di non trovare ciò a cui è abituato: gli piace per contro adeguarsi alle varie peculiarità territoriali, e mai compirebbe un viaggio per comprovare un preconcetto. Ciononostante, il confronto fra i paesi tedeschi e gli italiani è a nostro netto svantaggio per l’ordine, la cucina, il benessere, l’onestà, gli edifici, le finiture, le finestre senza vetri, gli alloggi, le seduzioni inferiori alle attese, le donne etc.
Il “bastione Montaigne”, per utilizzare certe tipologie di Albert Thibaudet, è il bastione dell’uomo interiore, con gocce di sangue ebraico (la madre era ebreo-spagnola), tradizionalista, moderno, cosmopolita, cattolico, antisistematico, tant’è che «stoicismo, epicureismo, scetticismo coesistono in lui». Montaigne è, per dirla con Giovanni Macchia, il maestro del dubbio, del dubbio inteso come antidoto onde tentare di giungere alla verità per quanto concerne sia il passato sia il presente, il dubbio, ancora, che pervade le ombre e i contorni del futuro. Montaigne sostiene poi che «la peste dell’uomo è il credere di sapere», e desidera discorsi che «colpiscano il dubbio là dov’è più forte», coltivando perciò il dubbio e le cose nella loro essenza. Non per caso Sainte-Beuve definì ore rotundo Montaigne «le français le plus sage qui aie jamais existé». Fra le altre cose, il nostro filosofo dirà dei commentatori dei suoi tempi che «c’è più da fare a interpretare le interpretazioni che a interpretare le cose».
Montaigne, che ha conosciuto il latino come lingua madre e nutre un’autentica adorazione per la poesia, è nemico giurato della noia e di ogni forma passiva e sterile di ozio, nonché scrittore che afferma persuasivamente di sforzarsi di comporre la sua opera con la maggior sincerità possibile: egli sottolinea con energia quest’ultima, rara qualità già nel decisivo ed incisivo incipit dei Saggi («Questo, lettore, è un libro sincero»), indicando così con efficacia il percorso che intende seguire, un progetto che al centro ha la sua stessa persona («sono io la materia del mio libro»). Del resto, in uno dei suoi più riusciti autoritratti egli prova a spiegare come vede se stesso e perché parli di sé in quel suo modo sconcertante e inconfondibile: «Se dico cose diverse di me, è perché mi guardo da angolature diverse. Tutti gli opposti si ritrovano in me in qualche piega o maniera. Discuto, insolente; casto, lussurioso; chiacchierone, taciturno; laborioso, svogliato; ingegnoso, ottuso; triste, allegro; imbroglione, sincero; dotto, ignorante e liberale, e avaro, e prodigo, tutto ciò io lo vedo in me in qualche modo, a seconda di come mi giri; e chiunque si studi attentamente trova in se stesso, e anzi nel suo stesso giudizio, questa volubilità e discordanza. Non posso dir nulla di me una volta per tutte, semplicemente e per sempre, senza confusione e mescolanza, né in una parola».
Montaigne è l’uomo di provincia esemplare, è davvero uno scrittore nato, è una coscienza fine ed irrequieta legata anche sentimentalmente alle discipline giuridiche, è un letterato che, per così dire, si consegna alla carta, è un filosofo che ritiene l’aspirazione alla saggezza una sorta di gioia permanente. Ha una visione grosso modo laica di quel cattolicesimo che stima una pratica virtuosa significativa, il miglior modo (forse) di cogliere elementi di autentica religiosità.
E’ perfettamente consapevole, comunque, della straordinaria difficoltà, per gli uomini, di riconoscere ed afferrare la verità, convinto com’è che la verità umana, per dirla con Spagnol, si trova più spesso arrotolata fra i panni sporchi che non nelle pieghe delle solenni cartapecore. Gli è inoltre ben noto che, non di rado, la conoscenza del vero è conoscenza del nero (Rigoni). Montaigne sembra persino credere che, se è opportuno tendere sempre e comunque alla verità, essa tuttavia va probabilmente rivelata solo di quando in quando. In piena sintonia con lui è un altro grande moraliste, quell’Oscar Wilde persuaso del fatto che «la verità di rado è pura, e non è mai semplice». Ancora, basta una semplice lettura dell’opera montaignana per comprendere non solo quanto gli stessero a cuore quei temi e problemi di natura morale e pedagogica che andava costantemente indagando nei suoi diletti libri, così come nel proprio non meno amato percorso esistenziale, ma anche quanto fosse forte in lui - che reputava fra l’altro, evangelicamente, l’uomo un umilissimo vaso d’argilla - il gusto per le sentenze bibliche e classiche.
La sua Weltanschauung sfocia nel concetto di salute fisica e morale, come acutamente sostenne in pagine famose Sergio Solmi, che definì la “salute” di Montaigne una qualità innata, un elementare e supremo equilibrio di vita. Quindi: tener saldo il fisico e non consentire alcun condizionamento alla moralità, per definire un modello di vita preciso e costruttivo. E non mi sembra davvero un caso che uomini tutt’altro che ingenui e sprovveduti abbiano deciso di formarsi in maniera a un tempo virtuosa e serena, severa e tollerante, virile e delicata, leggendo e rileggendo Montaigne: in verità, gli Essais sanno suscitare come ben pochi libri, nell’animo del lettore non distratto, il desiderio autentico, la volontà di autoeducarsi in maniera equilibrata.
Nei Saggi - ove l’antropologo (in senso etimologico) prevale sul cronista, che la fa invece da padrone nel Viaggio in Italia - la preoccupazione maggiore di Montaigne è, come accennato, che le sue pagine siano immediatamente percepite come un libro sincero. Aspira perciò a presentarsi senza infingimenti ed assicura che, se si fosse trovato fra popoli primitivi, si sarebbe denudato completamente: «Voglio che mi si veda qui nel mio modo d’essere semplice, naturale e consueto, senza affettazione né artificio: perché è me stesso che dipingo. Si leggeranno i miei difetti presi sul vivo e la mia immagine naturale».
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