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D. Monda (a cura di), Miserabili in prosa. Ottocento: da Hugo a D’Annunzio. Premessa di R. Roversi. Con saggi di S. Scioli, L. Tinti, M. Veronesi, Bologna, CLUEB, 2008.

 

 

Basato su una rigorosa filologia che trova la sua forza vitale nella storia delle idee – del cui «potere mirabile» Davide Monda ci ha già fornito tante prove – Miserabili in prosa. Ottocento è uno di quei volumi la cui appassionata lettura quasi costringe ad affermare: è un libro che mancava! E spinge a doverose considerazione che, solo all’apparenza, esulano dal compito di una semplice recensione.

In effetti, l’idea di fondo che struttura ed anima queste pagine, la solida coerenza della loro organizzazione, vuole porsi non tanto, e non solo, come modello antologico, ma soprattutto come una sorta di sfida alla “repubblica delle lettere”, la cui sostanziale assenza nella cultura italiana di questi decenni ha contribuito (e contribuisce) ad una crisi, a un’inerzia, ad una sterilità, che appaiono diffuse tanto nel mondo accademico quanto in quello relativo all’orizzonte del lettore. Da tempo, invero, la ricerca di una “scientificità” obbligata, mal interpretata, frutto di un senso di inadeguatezza verso le cosiddette discipline esatte – di una “scientificità” che giustamente Roberto Roversi, nella sua Premessa, definisce «rutilante», «dubbia» e «interessata» – ha finito con l’inaridire l’effettiva, universale forza della letteratura, il cui nobile scopo (forse) è sempre stato quello d’interferire con il nostro mondo e la nostra coscienza, di proporre ed anche imporre idee e cambiamenti, di arricchire, attraverso la riflessione inquieta e il confronto-scontro con i problemi più gravi di ogni epoca, l’interiorità dell’individuo, nonché di rafforzare la sua responsabilità etico-civile e morale.

Ed è un vero e proprio appello morale a muovere le appassionante e, spesse volte, sofferenti parole con cui Davide Monda introduce alla lettura del suo lavoro: una moralità, si intenda bene, che è innanzitutto “compassione” ed “empatia”, necessario e vivificante colloquio fra gli orizzonti di attesa che queste pagine vogliono demarcare e fondere (quello dei “miserabili ottocenteschi” ed il nostro), in una virtuosa interazione che desidera indicare e caldeggiare al cittadino europeo del terzo millennio il dovere assoluto di interrogarsi – per dirlo con Vittorio Andreoli – sul «grado di moralità» della società e dell’individuo, e rispondere così alla «vera emergenza sociale e personale di ciascuno di noi».

Il senso profondo di questo appello, infatti, trova la sua pienezza nella capacità di far dialogare la storia con la scrittura, la cultura con la quotidianità, e dunque di confrontare e fondere i problemi del testo con il contesto da cui esso mai può prescindere. La vitalità, l’efficacia del fare letterario incomincia dunque là dove il testo finisce, per consegnarsi alla responsabilità di chi ne ha fruito la bellezza e l’idea, di chi ha avuto il privilegio di una convivenza con il suo respiro contestuale, e ha fatto proprio il compito di valutarne le risorse e le ricadute pratiche.

L’autentica cultura umanistica non dovrebbe, non può limitarsi alla mera descrizione di fenomeni e problemi formali, all’analisi di dati positivi; prendendo le mosse da questi, essa dovrebbe viceversa abbracciare sfide più ardue, accettare la complessità del “mondo” che il testo comunque contiene, con i suoi uomini e i suoi dei, il suo cielo e la sua terra, abbandonando quel nichilismo che ha voluto (ed ancor vuole) eliminare ogni legame ontologico tra quel mondo ed il nostro, e che ha demoralizzato ogni virtuosa sinergia fra le innumerevoli e, spesse volte, prodigiose risorse dell’immaginazione e le sue potenzialità concrete, reali, progettuali.

Solo in questa prospettiva, nella volontà di confrontarsi fiduciosamente con «le asperità dell’argomentazione e le insidie del dubbio», il “sapere inutile” ci dimostra la sua straordinaria, incomparabile utilità, la sua necessità pressoché inconfutabile, la sua ineludibile urgenza… e solo chi condivida appieno questa prospettiva metodologica e morale può parimenti comprendere appieno «le sorprendenti potenzialità educative presenti nella migliore produzione di ieri e di oggi dedicata ai misérables».

Si tratta, del resto, di accogliere, insieme con Monda, l’appello che buona parte degli studiosi più lucidi e illuminati di questi tempi – da Martha C. Nussbaum al Todorov di La letteratura in pericolo – hanno lanciato e fatto proprio: si tratta, in estrema sintesi, di riscoprire la forza epistemologica dell’immaginazione e della fantasia, dell’invenzione e del «sentimento della meraviglia», per tornare – senza certo negare le risorse migliori di una “specializzazione” oggi imprescindibile – sulle tracce della genuina humanitas occidentale, sintesi preziosa e memorabile della totalità dei saperi. (Edoardo Ripari)

 

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