UOMINI E TOPOI: LA PERMANENZA DEL MITO LETTERARIO DELLA MANTÌCORA
1. La mantìcora, inaspettatamente, fa capolino in Grecia
2. La manticora a rischio d’estinzione
3. Dal greco al latino: una boccata d’ossigeno
4. La mantìcora tra i mirabilia medievali
5. Da res a verbum
6. La modernità: resistenza di un topos

1. Nella sua classificazione degli organismi Carlo Linneo non esaurì la casistica degli animali di cui gli uomini hanno parlato nei loro libri. Ne era ben consapevole Jorge Luis Borges, visto che nel 1957 pubblicò in collaborazione con Margarita Guerrero il Manuale di zoologia fantastica, opera che mirava a colmare le lacune della tassonomia ufficiale, fornendo una descrizione di quegli esseri che dalla notte dei tempi popolano la letteratura mondiale, nonostante non abbiano acquisito diritto di cittadinanza nella scienza della modernità. Del resto, non ci si poteva aspettare troppo da una civiltà che prima si è costretta sul letto di Procuste della prova sperimentale e poi è sprofondata nella nevrosi collettiva per grave carenza di sogni.
I biologi di oggi, magari imbeccati dagli psicologi cognitivisti, mutuerebbero senz’altro una categoria della gnoseologia empirista e parlerebbero di immaginazione creativa, come a suggerire che le “creature” che non figurano sui cataloghi accademici di zoologia sono il prodotto o dell’estremizzazione delle caratteristiche naturali di altri animali (il Roch, ad esempio, non è che un rapace somigliante al condor, ma talmente grande da nutrire i suoi piccoli con elefanti) o di un collage di porzioni di diversi animali (come emblematicamente esemplifica l’iconografia classica della chimera). Viene da pensare a quei signori di altri tempi, in mustacchi e redingote, ammalati di esotismo, i quali allestivano le loro Wunderkammern con bizzarri pastiches che assemblavano alla bell’e meglio pezzi di corpi differenti (non è forse vero che i primi esemplari di ornitorinco trovati morti vennero considerati scherzi di tal fatta?). Nondimeno l’attività della fantasia ha da sempre modificato, e non di rado anticipato, l’esistente solleticando l’immaginario della gente con il fascino dell’inaudito e rendendo labile lo statuto di verosimiglianza. E se per noi, avvezzi alla prospettiva storico-critica e alla specificità della semiosi letteraria, è ovvio dove finisca il regno della finzione e dove cominci quello della realtà, non sempre è stato così. Basti ricordare come Marco Polo, imbattendosi durante i suoi viaggi in un rinoceronte asiatico, piccolo e bruno, anziché stupirsi di aver trovato una specie nuova, si meravigliò che il modello reale non somigliasse poi tanto alla descrizione che le auctoritates facevano dell’unicorno.
Ebbene, dall’antichità classica ai nostri giorni c’è uno spettro che s’aggira tra le pagine dei libri e che, prima di divenire un vero e proprio topos letterario, è stato temuto come assolutamente reale, per quanto relegato nel lontano Oriente. Parlo della manticora (o marticora). La prima attestazione di questo animale, che solo una visione illuministica definirebbe inesistente, risale in realtà all’inizio del IV secolo a.C. Ne fu responsabile uno dei più famosi geografi dell’epoca, nonché medico alla corte del Gran Re persiano Artaserse, Ctesia di Cnido, il quale faceva maledettamente sul serio sostenendo nella sua Storia dell’India (FgrHist 688 F 45d) come in questa regione vivesse «una belva […] il cui muso ha le fattezze di un volto umano. Ha la taglia di un leone e la pelle color rosso cinabro; ha tre file di denti, orecchi umani ed occhi cerulei simili a quelli degli uomini. La sua coda è fornita di un pungiglione come quello dello scorpione di terra, e misura più di un cubito; lungo la coda – lateralmente e da entrambe le parti – vi sono altri pungiglioni, oltre a quello che – come nello scorpione – si trova sulla punta di essa. È con questo pungiglione che la marticora ferisce chi le si avvicina, e la ferita provoca una morte sicura. Se invece qualcuno la affronta tenendosi a distanza, essa cerca di colpirlo sia di fronte – sollevando la coda e saettando con essa, quasi fosse un arco, i pungiglioni – sia alle spalle, agitando la coda dritta e tesa di fronte a sé. Essa riesce a lanciare fino a un pletro di distanza e chi viene colpito – tranne gli elefanti – va incontro a morte certa. I pungiglioni hanno la lunghezza di un piede e lo spessore di un giunco sottilissimo. In greco il termine “marticora” equivale ad “antropofago”, perché nella maggior parte dei casi essa divora gli uomini che uccide; si ciba comunque anche degli altri esseri viventi. Combatte pure con gli artigli, non solo con i pungiglioni; questi ultimi, […] una volta lanciati, si riproducono. In India le marticore sono molto diffuse: gli uomini le cacciano a dorso di elefante e le uccidono bersagliandole dall’alto». Così almeno si legge nell’epitome che dell’opera di Ctesia, irrimediabilmente perduta, fece nel IX secolo d.C. il patriarca di Bisanzio, Fozio (Biblioteca, 72, 45b-46a).
L’etimologia sembrerebbe avvalorare l’ipotesi di Ctesia-Fozio; il termine “manticora”, difatti, pare essere un composto del persiano martiya (“uomo”) e dell’avestico khwar (“mangiare”), cioè: “mangiatrice di uomini”. E quello dell’antropofagia, che nella descrizione di Ctesia-Fozio rimane tutto sommato in disparte, diverrà il carattere dominante della manticora, quando con la latinità e soprattutto con la media latinità si diffonderà l’idea che nomina sunt consequentia rerum. In India, ancora oggi, l’epiteto di “mangiatrice di uomini” viene attribuito al più formidabile pericolo naturale di quelle zone: la tigre; e sarà forse il caso di anticipare come per molti studiosi della classicità, sulla scorta del geografo antico Pausania, il mito della manticora nasca proprio come rielaborazione fantastica della tigre. Ma andiamo per gradi.
L’autorità di Ctesia non era certo cosa da ridere, e lo dimostra il fatto che di lì a un cinquantennio il più grande scienziato dell’epoca, oltre che uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi, Aristotele di Stagira, inserì la manticora nella sua Storia degli animali, che assieme alle Parti degli animali e alla Riproduzione degli animali rappresentava il risultato delle sue ricerche in campo zoologico. Aristotele, si sa, riteneva che senza l’esperienza sensibile la scienza non potesse procedere e non era, dunque, tipo da fidarsi sulla parola, soprattutto nello studio delle sostanze inferiori, per le quali, a differenza di quelle superiori, si dava la possibilità di una conoscenza diretta e documentata. Non stupisce, quindi, che trattasse la faccenda della manticora con le molle (Historia animalium, II i, 501a 25):
Nessuno degli animali appartenenti a questi generi [scil. quadrupedi, sanguigni e vivipari] ha una duplice fila di denti. Ve n’è però uno, se si deve credere a Ctesia: egli asserisce che la belva dell’India chiamata «manticora» ha una triplice fila di denti su ciascuna mascella; aggiunge che per dimensioni, pelo e piedi essa è simile al leone, ma la faccia e le orecchie hanno aspetto umano, gli occhi sono azzurri, il corpo ha colore vermiglio, la coda è simile a quella dello scorpione terrestre, ed è provvista di un aculeo e di spine che possono essere lanciate come frecce; emette suoni simili a un tempo a quelli del flauto e della tromba, corre non meno veloce dei cervi, è feroce e antropofaga.
Ma è noto che la pubblicità negativa è pur sempre pubblicità, e lo scetticismo di Aristotele a riguardo finì per soccombere sotto il peso della sua fama. Lo Stagirita aveva parlato della manticora nelle sue opere (non importa come), ergo la manticora non poteva non esistere. Si aggiunga, per soprammercato, che con l’andare del tempo nel canone delle opere aristoteliche venne ammesso un trattato di paradoxographia sicuramente spurio (ma ritenuto genuino dagli antichi) dal titolo De mirabilibus auscultationibus, nel quale la curiositas dell’autore, o degli autori, s’appuntava sul meraviglioso (thaumasion), trasformando il testo in un elenco raffazzonato di aspetti teratologici, strani e bizzarri della natura (thaumasia, appunto, in greco; mirabilia, in latino). Neanche a dirlo, in questa sede l’esistenza della manticora riacquistava pieno credito. Non stupisce, così, che il naturalista greco Eliano, tra II e III secolo d.C., scrivendo Sulla natura degli animali, ancora inserisse nel suo catalogo la manticora e la descrivesse come una creatura effettiva, per quanto, non avendola ovviamente mai vista, scaricasse la responsabilità delle sue affermazioni sul lontano Ctesia, da cui effettivamente attingeva lata manu (IV, 21):
Vive in India una bestia selvaggia, di indole feroce, con una taglia simile a un grossissimo leone; ha un colore rosso come il cinabro ed è pelosa come un cane; gli indiani la chiamano nella loro lingua martichoras. Il suo muso, però, non è quello di una bestia selvaggia, ma è simile a quello di un uomo; ha tre file di denti nella mascella superiore e altre tre in quella inferiore: sono particolarmente affilati e più larghi di quelli di un cane; le orecchie assomigliano a quelle dell’uomo, ma sono più grosse e pelose; anche i suoi occhi di colore azzurro assomigliano a quelli dell’uomo; ma le zampe, notate bene, e gli artigli sono uguali a quelli del leone; all’estremità della coda ha un pungiglione di scorpione, che può raggiungere una lunghezza che supera un cubito; questa coda reca, intervallati da entrambi le parti, degli aculei; con la punta della coda può infliggere a quanti incontra un colpo che provoca immediatamente la morte. Se qualcuno si mette a inseguirla, gli scaglia addosso, come se fossero frecce, gli aculei che porta lateralmente, e può farlo anche da grande distanza; quando li scarica contro chi le è davanti, piega indietro la coda, se invece (come fanno i Saci) vuole dirigere gli aculei contro chi le è alle spalle, allora la distende al massimo. Chiunque venga colpito, muore, ad eccezione degli elefanti. Gli aculei scagliati da questa belva sono lunghi un piede e la loro grossezza è quella di una fune. Ctesia afferma (e dice che gli indiani possono confermare le sue asserzioni) che nelle zone da dove sono stati scagliati questi aculei, ne spuntano altri nuovi e così questo malanno continua a riprodursi. Secondo lo stesso scrittore questa belva prova vivo piacere nel divorare gli uomini; ne uccide veramente molti e non si accontenta di un uomo solo, ma non esita ad assalire due o perfino tre uomini alla volta, e pur essendo sola riesce a sopraffarne tanti. Essa lotta vittoriosamente contro tutti gli altri animali, però non riuscirebbe mai ad abbattere un leone. Che questa bestia goda in modo particolare nel rimpinzarsi di carne umana, lo prova anche il suo nome, che tradotto in greco significa “antropofago”. È un nome giustificato per l’appunto dalla sua attività. Il marticora è velocissimo, come un cervo. Gli indiani cacciano i giovani di questo animale quando non hanno ancora aculei nella coda, e per impedire che questi spuntino, schiacciano la coda con una pietra. Il suono della voce di questo animale ricorda un po’ quello della tromba. Ctesia riferisce di aver visto personalmente un marticora quando era in Persia: era stato mandato in dono dall’India al re dei persiani. Non so se Ctesia sia da ritenersi una fonte sicura su questo argomento. Ad ogni modo, dopo aver ascoltato le caratteristiche di questo animale, è bene prestare attenzione allo scrittore di Cnido.
2. Nondimeno, se ci fu una civiltà amante del contraddittorio questa fu la civiltà greca. E così dalla stessa cultura che a suo tempo aveva dato vita alla leggenda della manticora, tra il II e il IV secolo d.C., provennero alcune voci discordanti, le quali ora “si dimenticarono” di inserire la belva nel parco-animali dell’India, ponendola quindi in dubbio sebbene e silentio; ora cercarono di razionalizzarne il mito, così come Evemero di Messina aveva fatto con quello degli dei olimpici; ora ne negarono risolutamente l’esistenza, adducendo testimonianze a sostegno. Lo storico Arriano, ad esempio, famoso biografo di Alessandro Magno (Anabasi di Alessandro) vissuto sotto l’imperatore Adriano, scrisse un agile trattatello intitolato L’India (Indiká), nel quale narrò le imprese del macedone e dei suoi compagni in quelle sperdute plaghe orientali. Sia che si trattasse di un capitolo dell’Anabasi di Alessandro, giuntoci separatamente per ragioni testuali, sia che si trattasse di un’opera autonoma per quanto breve, è un fatto che L’India non faceva menzione di un animale chiamato “manticora”, nonostante i suoi primi diciassette capitoli fossero una lunga digressione di interesse etnografico-naturalistico modellata sull’omonimo libro (per noi in gran parte perduto) di Megastene il Seleucide. L’autore si soffermò a descrivere le particolarità della fauna autoctona (l’elefante, la tigre, il pappagallo, le formiche indiane – in realtà, probabilmente le marmotte, cfr. Erod. III, 102 – e i serpenti velenosi), indulgendo sui suoi caratteri singolari, a volte addirittura stupefacenti, ma, come detto, evitando qualunque accenno a una fiera dal corpo leonino, dal muso umano e dalla coda di scorpione. Certo, alcuni potrebbero obiettare che omettere un elemento in una descrizione non significa ipso facto disconoscerne l’esistenza, e avrebbero ragione. Tengano tuttavia presente che, assieme alla tradizione scientifica latina, proprio i testi di Arriano paradossalmente avrebbero avuto un ruolo fondamentale nella definizione del mito medievale dell’Oriens incognitus, nel quale Alessandro Magno, l’India e le sue creature favolose, compresa la manticora, sarebbero stati indistricabilmente connessi.
La medesima reticenza la riscontriamo nel Fisiologo greco (e così poi nelle sue prime traduzioni latine: versiones B e BIs; la seconda delle quali, più tarda, avrebbe allegato al testo originale materiale tratto dalle Etymologiae di Isidoro di Siviglia). Questo trattato fu composto tra II e III secolo d.C., probabilmente ad Alessandria d’Egitto, e rappresentò il modello imprescindibile per tutti i bestiari occidentali successivi. Si strutturava in 37 capitoletti, ognuno dedicato a una animale o a una pianta (non di rado immaginari), nei quali ad una prima sezione meramente descrittiva si aggiungeva un paragrafo allegorico, volto a conciliare le caratteristiche naturali precipue di ogni essere con i fondamenti del catechismo cristiano, giacché, come avrebbe in seguito sentenziato Alano da Lilla, omnis mundi creatura quasi liber et pictura nobis est in speculum. L’assenza in questa sede della manticora, l’avrebbe costretta ad una latitanza prolungata all’interno dello stesso genere letterario.
A spingersi oltre fu Pausania il periegete. Egli nel nono libro della Descrizione della Grecia (dedicato alla regione della Beozia) affrontò il problema della manticora, riconducendolo entro i termini della ragionevolezza. Con una modernità insospettabile per un uomo del suo tempo, costrinse la materia irrealistica che ormai circondava la belva indiana a confrontarsi con quello che oggi chiameremmo “rasoio di Ockham”, ovvero con l’idea che, a parità di dati forniti, tra due ipotesi tende ad essere esatta quella logicamente meno dispendiosa (IX, 21, 4):
In realtà la belva che Ctesia nella Storia degli indiani scrive essere chiamata dagli abitanti dell’India «manticora», mentre dai greci (per la sua tipica ferocia contro gli uomini) «antropofago», crederei non essere altro che la tigre. Ha su entrambe le mascelle una triplice fila di denti e, all’estremità della coda, degli aculei per proteggersi nel combattimento corpo a corpo o per bersagliare i cacciatori dalla distanza, usandoli come frecce. Personalmente ritengo che questa notizia, la quale, per così dire, si è gonfiata passando di mano in mano tra gli indiani, sia falsa e che gli uomini, a causa di un’eccessiva paura, abbiano avuto delle allucinazioni. Infatti si sono ingannati anche a proposito del colore, avendolo definito vermiglio; giacché con ogni evidenza, se talora l’hanno veduta alla luce del sole, essa è sembrata mostrare questo stesso colore, del tutto simile a quello del sole. E del resto accade forse la medesima cosa relativamente alla sua velocità. Quand’anche infatti essa se ne stesse del tutto ferma, tuttavia, a causa della straordinaria agilità con la quale si lancia in ogni direzione, non sarebbe assolutamente possibile avvicinarsi e osservarla senza pericolo. Io invece ritengo che anche viaggiando fino agli estremi confini dell’Africa o dell’India o dell’Arabia per verificare se in quei posti si trovino altrettante forme di animali quante ve ne sono presso i greci, innanzitutto non se ne troverebbero molte, e in secondo luogo si finirebbe per considerare appartenenti a specie del tutto differenti bestie della medesima famiglia. Difatti non solo gli uomini non subiscono modificazioni di forma al variare delle terre e dei climi, ma lo stesso accade anche ai rimanenti esseri animati.
Ancora. All’inizio del III secolo, dall’entourage di influenti dame di corte che si muovevano intorno alla dinastia dei Severi venne commissionata a un tale Filostrato la biografia del santone orientale Apollonio di Tiana, che era vissuto quasi duecento anni prima e di cui esse erano devote. Filostrato era un letterato alla moda, nonché uno dei rappresentanti di spicco di quell’eclettico movimento culturale definito Seconda Sofistica. Il suo eclettismo filosofico ben s’incontrava con il sincretismo religioso professato dalla casa imperiale, che per via femminile era legata al culto solare praticato a Emesa in Siria. Gli autori dell’Historia Augusta, ad esempio, ci informano che l’imperatore Alessandro Severo (222-235), pilotato in realtà dall’influente nonna Giulia Mesa, conservava nel suo sacrario privato uno accanto all’altro i busti di mistici e sapienti di ogni epoca, tra i quali figuravano anche Gesù Cristo e, appunto, Apollonio di Tiana.
Il paradosso solo apparente della letteratura agiografica è quello di ridimensionare fortemente il meraviglioso naturale esaltando per converso le virtù miracolose dei propri personaggi, le quali rifulgono in tutta lo loro eccezionalità proprio nel momento in cui violano il meccanicismo delle cose. Lo spazio della magia o dell’illusionismo viene rifiutato e subentra l’idea che certe facoltà sovrumane siano meriti ortodossi guadagnati attraverso una vita ascetica e, nel caso di Apollonio, ligia ai dettami del pitagorismo. Così, nel terzo libro della sua opera (cap. 45), Filostrato racconta come Apollonio, accompagnato dal fido discepolo Damis, si fosse recato in India presso una comunità di Brahamani e lì avesse interrogato il loro maestro, Iarca, sull’autenticità dei monstra indiani:
Chiese dunque Apollonio: «Vive qui un animale detto marticora?». «Cos’hai sentito dire» ribatté Iarca «intorno alla natura di questo animale? Probabilmente circola qualche diceria anche a proposito del suo aspetto». «Si dicono» rispose Apollonio «cose enormi e incredibili: che abbia quattro zampe, ma che la sua testa assomigli a quella di un uomo, che sia grosso come un leone e che porti sulla coda peli lunghi un cubito e forniti di spine, che scaglia a guisa di frecce contro quanti gli danno la caccia». Gli chiese poi notizia dell’acqua d’oro che si dice stillare da una fonte, della pietra che ha gli stessi effetti del magnete, e degli uomini che vivono sotterra, dei Pigmei e degli Ombripodi. «Degli animali, delle piante e delle fonti» rispose Iarca «che tu stesso hai visto nel tuo viaggio, è inutile che ti parli: ormai tocca a te descriverli agli altri. Quanto a una fiera che lancia frecce o a fonti d’oro liquido, qui non ne ho mai sentito parlare».
A un secolo di distanza, il parere negativo di Filostrato a proposito della manticora venne ripreso più o meno con le stesse parole, questa volta però in ambito cristiano, dal padre della Chiesa orientale, Eusebio di Cesarea, nel trattato Contro Ierocle (cap. 21).
Ormai, insomma, nell’ambito dello spirito greco le attestazioni pregiudizievoli erano sufficienti a togliere credibilità all’effettiva esistenza della manticora. Fortunatamente per essa, tuttavia, il mondo si trovava allora sull’orlo di una spaccatura insanabile: le comunicazioni si erano fatte sempre più rade tra la pars Orientis e la pars Occidentis dell’Impero e ben presto l’inconciliabilità dei loro destini storici sarebbe stata sancita dalla reciproca incomprensione linguistica. Mentre nell’area bizantina l’intellighenzia greca avrebbe orgogliosamente ereditato la tradizione culturale di Roma, in Occidente gli eventi drammatici che tutti conosciamo avrebbero consegnato alla Chiesa cattolica il compito di conservare almeno il lumicino a cui si era ridotto il faro della classicità, affidandosi a quello che, soprattutto negli ultimi secoli, era stato più lo strumento comunicativo dell’amministrazione e della politica che non la lingua della cultura: il latino. E il clero romano si dispose a questa missione con la meticolosità e la surcigliosa sospettosità cui lo vincolava una ristrettezza di vedute che era insieme asfissia intellettuale ed estrema protezione contro la violenza dei barbari (non solo quelli esterni). Va da sé che il greco venne dimenticato, rimanendo sconosciuto all’Europa occidentale fino almeno alla rinascita del basso Medioevo. Similmente si diffuse l’idea che non esistesse progresso nel pensiero umano, ma che lo scopo degli uomini di cultura, ovvero i clerici, fosse quello di ripetere le verità di fede e la sapienza degli antichi latini, contendendo al buio del loro tempo la luce del passato con salmodiante abnegazione. «La cultura medievale tutta è effettivamente, più che una riflessione sulla realtà, un commento della tradizione culturale» (Eco). Come conseguenza, il genere che meglio soddisfece le esigenze della nascente media aetas, oltre alla letteratura religiosa, fu quello enciclopedico, il solo che per concisione e completezza fosse in grado di preservare un patrimonio sterminato di conoscenza senza comportare uno spreco eccessivo di pergamena.
3. Tornando al nostro tema, dunque, bisogna chiedersi se la manticora fosse riuscita ad infilarsi tra le pagine di qualche enciclopedista latino prima del crollo dell’Impero d’Occidente. La risposta ovviamente è positiva.
Il primo scrittore romano a recepire le notizie riguardanti la manticora era stato, intorno alla metà del primo secolo dell’era volgare, Plinio il vecchio. Egli, com’è noto, fu l’autore di una monumentale opera d’erudizione specialistica intitolata Naturalis Historia, articolata in trentasette libri, nella quale sistematizzò tutto quello che la sua civiltà sapeva o credeva di sapere in ambito scientifico: dalla cosmologia alla geografia fisica, dall’antropologia alla zoologia, dalla botanica alla medicina, dalla metallurgia alla mineralogia. Al tempo di Plinio, quel rigore epistemologico che già in parte si era posto con la riflessione aristotelica, che ancora era ravvisabile nelle Naturales Quaestiones di Seneca e che oggi pretenderemmo da un’opera scientifica, lasciava ormai il posto a un “dilettantismo d’eccezione” nel quale l’intrattenimento dei lettori sopravanzava non di rado le finalità tecniche. Il grigiore lessicale e la severità contenutistica di una saggistica corretta ma austera avrebbero rischiato di alienarsi un pubblico dal palato sempre più esausto, come aveva dimostrato il recente successo delle opere paradossografiche di Licinio Muciano. Così la mancanza di metodo venne sostituita dalla curiosità, la rinuncia al vaglio della prova sperimentale dalla fiducia acritica nelle auctoritates (soprattutto greche), la ricerca della verità dal bisogno di strabiliare attraverso la divulgazione di casi straordinari e imprevisti, nonché dalla ricerca del dettaglio realistico ed esotico.
In un contesto come questo, i racconti sulla manticora erano un frutto troppo succoso per poter sfuggire a un autore attento e intelligente come Plinio, il quale infatti li compendiò nell’ottavo libro della sua compilazione (VIII, 30, 75), modificando però alcuni elementi, tra cui la tradizionale collocazione indiana della belva: «Ctesia scrive che presso gli stessi Etiopi nasce l’animale che egli chiama manticora, con un triplice ordine di denti uniti a forma di pettine (triplici dentium ordine pectinatim coeuntium), con faccia e orecchie umane, occhi azzurri, colore sanguigno, corpo di leone, e che punge, come lo scorpione, con la coda; la sua voce ricorda un suono di zampogna e insieme di tromba, ha una grande velocità, e soprattutto è avido di carne umana»; a cui va aggiunto, last but not least, VIII, 45, 107: «Giuba attesta che in Etiopia anche la manticora imita la voce umana». Mentre la differente indicazione geografica sarebbe stata successivamente corretta (la si può spiegare con la confusione che gli antichi facevano tra il popolo indiano e quello etiope, considerati molto simili dall’etnografia classica; si senta, ad esempio, Arriano, Indiká, VI, 6, 9: L’aspetto fisico degli Indiani e degli Etiopi non è poi del tutto differente. Gli Indiani del sud assomigliano maggiormente agli Etiopi: sono neri di pelle e neri sono i loro capelli, con la differenza che non sono camusi e non hanno i capelli crespi come gli Etiopi; gli indiani del nord, invece, sono fisicamente più simili agli Egiziani), l’organizzazione della dentatura pectinatim sarebbe entrata nel corredo ufficiale della bestia, così come, e con notevoli ripercussioni sulla sua elaborazione allegorica medievale, l’abilità nell’imitare la voce dell’uomo.
Assieme, e spesso in alternativa, alla Naturalis Historia di Plinio, l’Europa medievale per la propria erudizione “scientifica” si affidò allo scritto di un altro latino, un personaggio per noi oscuro ma la cui opera, una delle tante Collectaneae rerum memorabilium che nella tarda antichità esasperarono il gusto per l’insolito, ebbe una rinomanza paragonabile a pochi altri testi. Parlo del Polyhistor di Gaio Giulio Solino, vissuto probabilmente tra III e IV secolo. Egli recuperò dalla lettura dello stesso Plinio, di Pomponio Mela, di Svetonio e di opere a noi sconosciute una messe di curiosità e di informazioni inusuali e organizzò questa vasta materia letteraria su di un solido impianto geografico, partendo dall’Italia e spingendosi fino all’India e al regno dei Parti. E proprio durante la trattazione dei mirabilia indiani, inserì la solita descrizione della manticora:
Tra questi animali ne nasce uno chiamato manticora, dotato di un triplice ordine di denti raggruppati a due a due; con volto umano, occhi azzurri, colore sanguigno e corpo da leone, e munito di una coda terminante con un aculeo come gli scorpioni. Ha una voce così acuta da imitare la melodia dei flauti e delle trombe che suonano. Brama con grande avidità la carne umana. Ha una tale forza nelle zampe e riesce a spiccare tali salti, che non la possono fermare né spazi molto estesi né barriere molto alte.
In realtà tra il Medioevo maturo e gli autori romani succitati si collocherebbe uno scrittore, Isidoro di Siviglia, che svolse una vera e propria funzione di filtro culturale tra il passato e il futuro, ammettendo alla conoscenza dei posteri quelle informazioni che si potevano adattare ad un’adeguata educazione cristiana e cassando le altre. È con lui (ma prima di lui già con Agostino) che i monstra acquistano dignità, in quanto rappresentazioni della potenza creatrice di Dio. Nondimeno nelle Etymologiae Isidoro, pur facendo riferimento ai portenta (ovvero quae contra naturam nata sed divina voluntate fiunt), agli elephantos ingentes, monoceron bestiam, psittacum avem dell’India e alla ferarum et serpentium multitudo della per lui finitima Etiopia, non nominò esplicitamente la manticora, lasciando agli enciclopedisti successivi il compito di recuperarla dalla auctoritates classiche. Né costoro tardarono in detto adempimento.
4. Fermo restando che i testi di Plinio e di Solino rimanevano fruibili, per quanto relegati nelle biblioteche dei monasteri, la latitanza della manticora negli scritti teratologici dei cosiddetti secoli bui (il Liber monstruorum o il De rebus in Oriente mirabilibus, per citare i più noti) perdurò fino alla fine del decimo secolo. Né risultò particolarmente giovevole alla sua identificazione l’accenno a «una razza sconosciuta di bestie, larghe circa sei piedi, munite di testa leonina e di coda con due artigli, tramite la quale colpivano gli uomini, impedendo loro di fare qualsiasi movimento» fatto dall’Epistola Alexandri ad Aristotelem, testo ovviamente spurio e difficilmente databile, ma verosimilmente ascrivibile al VII-VIII secolo. Tuttavia, a ridosso del passaggio di millennio, il medico persiano Ibn Sīnā, meglio conosciuto in Europa con il nome di Avicenna, sebbene con qualche licenza, ricordò all’Occidente la descrizione della manticora, attingendola direttamente dal canone aristotelico: «Nelle terre dell’India esiste una specie di lupo, che in greco è chiamato maricorion, in latino invece manticora. Sia sopra che sotto ha tre file di denti. Inoltre è di grande stazza e peloso; ha le zampe come un leone, muso, occhi e orecchie come un uomo. I suoi occhi sono neri (fusci) e il colore del pelo è rosseggiante come il minio. La sua coda è come quella dello scorpione di terra, anch’essa di colore rosso. Il manticora scaglia i suoi peli ed è in grado di parlare (et loquitur) e di nitrire. La sua voce è simile al suono della tromba; corre veloce come un cervo e allo stato selvatico si nutre di uomini». Non a caso Alberto Magno, che nel suo immane sforzo di sistematizzatore non ne voleva proprio sapere di escludere informazioni autorevoli, nel De animalibus (De quadrupedibus) avrebbe parlato della bestia detta Marintomorion, ibridando i due nomi forniti per la belva indiana da Avicenna. E a parte il cambiamento della tradizionale tonalità degli occhi, da azzurrognola a bruna, si ponga attenzione nel testo del medico musulmano al ricordo di Plinio VIII, 45, 107, ovvero all’annotazione della capacità di parola posseduta dalla fiera, giacché in progresso di tempo diverrà un elemento fondamentale nella sua elaborazione simbolica.
Prima della fioritura delle grandi enciclopedie del XII e XIII secolo (gli Specula), nelle quali la manticora avrebbe fatto la sua trionfale rentrée, si ebbe un’eccezionale attestazione della sua esistenza nei Gesta francorum Ierusalem expugnantium di Fulcherio di Chartres (1059-1127 circa). Lo scritto in questione rientrava nel genere delle Historiae Hierosolymitanae, era cioè una delle numerose cronache sulle crociate, che tuttavia si presentavano anche sempre come eredi della tradizione della letteratura odeporica sacra, ovvero come itinerari turistici dedicati ai luoghi santi. In particolare, l’opera di Fulcherio, che aveva quindi velleità storiografiche, si articolava in tre parti: la prima trattava gli avvenimenti dal 1099 al 1105, la seconda dal 1106 al 1124, la terza dal 1125 fino al 1127; ma l’elemento per noi più interessante, nonché quello che meglio illumina l’ambivalente statuto della verità nel Medioevo, è che Fulcherio fu un testimone oculare dei fatti di cui scrisse. Ebbene, il nostro autore, discutendo nel 49º capitolo De diversis generibus bestiarum et serpentium in terra Sarracenorum, inserì con assoluta leggerezza (e, verrebbe da dire, buonafede) la consueta rappresentazione della manticora, mutuandola alla lettera dal succitato brano di Solino (Migne, P.L., CLV, Col. 932): “Mantichora” nomine inter haec nascitur, triplici dentium ordine coeunte, vicibus alternis, facie hominis, glaucis oculis, sanguineo colore, corpore leonino, cauda velut scorpionis, aculeo spiculata, voce tantum sibila, ut imitetur modulos fistularum. Humanas carnes avidissime affectat, pedibus sic viget, saltu sic potest, ut morari eam nec extentissima spatia possint, nec obstacula latissima. «Il problema non sta nella maggiore o minore credulità degli antichi, ma in una fondamentale diversità sia del loro e del nostro concetto di verità, di realtà e di verosimiglianza, sia dei loro e dei nostri codici di cultura. Del resto, certe cose erano appoggiate ad autori famosi o alla Bibbia, insomma ad auctoritates; e nelle opere che si leggevano si cercavano conferme a tali auctoritates. Ecco perché Marco Polo, che sull’Asia diceva cose vere ma diverse, non fu creduto; mentre altri, che si conformarono agli antichi libri o li scopiazzarono impudicamente, ebbero fama di grandi e veritieri scopritori di terre» (Cardini). In altre parole, il modo migliore per essere creduti allora non era sostenere delle tesi che fossero il frutto di esperienze documentate e ripetibili, ma tesi che derivassero dai libri di cui convenzionalmente ci si fidava.
Approssimandosi e poi valicando la soglia del 1200, l’affermazione delle meraviglie zoologiche dell’Oriente (oltre alla manticora andrebbero ricordati la leucocroca, il basilisco, il metagallinario, gli onagri, i grifoni…) fu definitiva, e da quel momento senza manticore qualsiasi quadro dell’India sarebbe stato incompleto, almeno quanto oggi sarebbe incompleto un quadro dell’Australia senza canguri. Ne furono garanti gli enciclopedisti del tempo, tra i quali si potrebbero citare Onorio Augustodunense (De imagine mundi: «Qui [in India] vi è anche la bestia manticora, con la faccia umana, un triplice ordine di denti, corpo di leone, coda di scorpione, con gli occhi azzurri, colore del sangue, ha la voce dei serpenti, più veloce di un uccello che vola, si ciba di carne umana»), Vincenzo di Beauvais (Speculum maius) o Tommaso di Cantimpré (Liber de natura rerum). Costoro partirono dai modelli fissati in precedenza da Isidoro di Siviglia, da Cassiodoro, da Rabano Mauro (De universo), ma li integrarono con informazioni desunte dalle opere della classicità, che cominciavano ad uscire dall’ombra polverosa degli scriptoria monacali, e di norma all’interno dei loro libri, nella sezione intitolata De bestiis, riservarono un posto speciale alla trattazione della manticora. Così fece intorno al 1210 il poligrafo inglese Gervasio di Tilbery, il quale scrisse e dedicò all’imperatore Ottone IV una delle più eccentriche opere del XIII secolo: gli Otia imperialia, in gran parte destinati alla piacevole divulgazione delle «meraviglie di ogni provincia, non tutte, ma qualcosa di ognuna di esse» (II, 3, 19): Illic [in India] quoque manticora belva est, faciem habens hominis, triplicem in dentibus ordinem, corpus leonis, caudam scorpionis, oculos glaucos, sanguinei coloris, vocem sibili serpentini, humanas carnes in esu habet, fingens discrimina vocum, velocior cursu quam ales volatu (già Tommaso da Cantimpré aveva sostenuto che la manticora fosse ita velox cursu sicut avis volatu).
E così pure fece l’anonimo autore dell’epistola Prudenti Viro, inserita a metà del 1200 tra gli scritti apocrifi del filosofo arabo Ya‘qub Ibn Ishaq al-Kindi, ermetico e neoplatonico. Costui visse in realtà nei territori mediorientali appartenenti al califfato abbasside intorno al IX secolo, ma l’occidente cristiano, che recepì le prime traduzioni latine dei suoi scritti tra XII e XIII secolo, lo credette più tardo, come dimostra l’identità del destinatario della succitata lettera: Teodorico, astrologo di Federico II. Lo scritto si presentava come un resoconto di interesse escatologico sui fatti mirabili pronosticati per la fine dei tempi dall’Apocalisse di Giovanni e confermati al presunto autore da prigionieri cristiani incontrati durante i suoi avventurosi viaggi ai confini del mondo, presso popoli barbarici e violenti (Nosse cupiens diversitates hominum et linguarum adcessi personaliter ad gentes ferocissimas, quasi mercator, inter quas inveni multos Latinos ab illis gentibus subiugatos, qui michi libros barbaros et Latinos de futuris mirabiles ostenderunt). Naturalmente il riferimento andava al mito delle feroci civiltà di Gog e Magog, che avrebbero dilagato per il mondo prima della sua fine e che il medioevo occidentale aveva collegato ben presto alla storia delle guerre di Alessandro Magno. Ebbene, il capo macedone, spintosi nelle regioni dell’estremo oriente, aveva soggiogato molte popolazioni dall’aspetto terribile e orrendo, incontrando innumerevoli usi e costumi, nonché multa genera preliandi. Uno dei popoli sottomessi, i Tartari, che l’epistola descrive secondo la caratteristica iconografia dei blemma (Quidam etiam caput infra spatulas habent, et os in pectore et oculi in eorum cervicibus videantur), scendevano in battaglia accompagnati da beluas manticoras […], qui facie hominis, corpore et pedibus leonis, cauda scorpionis, dentium ordine triplici sunt conpacte, vescentes carnes hominum er ferinas. Alla fine, al trionfo di Alessandro si opposero ventidue re, ciascuno dei quali munito di un potente esercito, che il macedone, per intercessione divina, riunì (congregati) in valle Caspia e rinchiuse dietro una possente muraglia di roccia (Inter quos sunt duo reges principales: Gog, qui gladio pugnat, et Magog, qui precipit, maledicit et benedicit). Tra questi, inoltre, il sedicesimo sovrano, di nome Anafagius, comandava Mardangos nigros, apud quos est belva Manticora, faciem habens hominis, triplicem in dentibus ordinem, corpus et crura leonis, caudam scorpionis, et oculos sanguineos; cuius vox est sibilus, fingens discrimina vocum, vescens carnes humanas et ferinas, cursu velocissima. Riconoscete le parole?
Curiosa, d’altro canto, la svista di Brunetto Latini nel Livre dou Trésor. Dedicando un paragrafo alla manticora, infatti, egli mostrò di confondere la struttura dentaria dell’animale (ricordiamolo: tre fila di denti distribuiti su entrambe le mascelle), con quella delle zampe e trasformò la belva in un essere speculare dotato di due serie di quattro arti. Leggendo dalla traduzione italiana di Bono Giamboni: «Manticore è una bestia in quello paese medesimo [l’India], con faccia d’huomo et colore di sangue, et occhi gialli, et corpo di leone, et coda di scarpione. Et corre sì forte che nessuna bestia li campa dinanzi. Ma sopra tutte vivande, ama la carne del huomo. Et ha quattro gambe disopra et quattro disotto. Et tal fiate corre con quelle disopra et tale con quelle disotto tutto che siano fatte quelle disopra come quelle disotto. Et avicendosi sì come li piace quando v’ha alcuna stanchezza, o alcun corso ch’elli faccia o abbia fatto».
5. I tempi erano sufficientemente maturi perché la cultura medievale si impadronisse della manticora codificandola secondo i propri criteri, ovvero trasformandola in un correlativo allegorico: ora dell’invidia, ora della malizia, ora direttamente del Maligno (come dimostra il suo frequente inserimento nell’iconografia tradizionale del profeta Geremia). Il carattere della sua iconografia classica che più ispirò gli scrittori del XIII secolo fu la doppiezza, stigmatizzata dalla compresenza di un volto umano, invitante, e di una coda dagli effetti mortali (venenum in cauda, non si diceva così?) o, se si preferisce, dall’abilità di attirare gli uomini imitando la loro voce per poi cibarsene. Si credette di cogliere un’analogia tra l’essenza della manticora e il comportamento del fraudolento, di colui cioè che simula accondiscendenza solo per perseguire un fine criminoso. In tal senso è illuminante l’interpretazione del cosiddetto Bestiario moralizzato, uno dei primi testi (probabilmente risalente alla seconda metà del ’200) a complicare la struttura dei precedenti bestiari romanzi, ricorrendo alle enciclopedie coeve per ampliare il materiale tradizionale, riorganizzandolo in una forma metrica ben precisa, quella del sonetto, e definendone chiaramente le finalità didascalico-edificanti (XXIV):
De la manticora
Una fera, manticora kiamata,
pare d’omo et de bestïa cocepta,
però ka a ciascheduno è semegliata,
e carne humana desia e afecta.
Àne una boce bella e consonata,
nella quale, ki l’ode, se delecta;
a lo Nemico pare semeliata,
ke, varïando, nell’alma decepta.
Semiglia ad omo, per demostramento,
ké, volendo la gente a sé trare,
fasse parere angelo de luce;
a bestia, ké in reo delectamento
fa ki li crede tanto delectare,
k’a la dannatïone lo conduce.
le tombe, la Manticora veloce, e della Nubia il Cefo;
e Manticora e Cefo e Iena avevano tutti
voce di uomo e viso d’uomo, e d’uomo piedi e mani.
Disse Astarotte: - La gran Libia mena
molti animali incogniti alle genti,
de’ quali alcun si dice anfisibena,
e innanzi e indrieto van questi serpenti
che in mezzo di due capi hanno la schiena;
altri in bocca hanno tre filar di denti,
con volto d’uom, manticore appellati;
poi son pegàsi cornuti ed alati: