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Pierre Milza, Verdi e il suo tempo , Roma, Carocci Editore, 2001 

 

        «Io sono ancora qui, ma al primo scoppio di cannone me ne andrò […]. Andrò pel momento a Genova, e vi resterò fino all’ultimo, ultimissimo momento in cui devo o dovrei partire per Parigi. Dico dovrei perché lasciare l’Italia in questo momento mi pesa come un rimorso. È ben vero che io non ho né età né braccio per andare alla guerra; non ho testa per dar consigli, io infine non son buono a nulla […]». Queste le parole di Verdi durante l’ultima campagna contro l’Austria, nel 1866. Parole non diverse da quelle che sette anni prima, quando lo sorprese la seconda guerra d’indipendenza mentre soggiornava nella villa di Sant’Agata, scrisse alla “cara Clarina” (contessa Clara Maffei): «L’altro jeri un povero prete (il solo bempensante in tutte queste campagne) mi portò i saluti di Montanelli che aveva incontrato a Piacenza soldato semplice nei volontari […]. Oh, avessi altra salute e sarei con Lui anch’io! Ciò dico a voi, e ben in segreto: non lo direi ad altri ché non vorrei si credesse vana millanteria. Ma che potrei fare io che non son capace di fare una marcia di tre miglia, che la testa non regge a cinque minuti di sole, e che un po’ di vento, od un po’ d’umidità mi produce dei mal di gola da cacciarmi in letto qualche volta per settimane?! Meschina la natura mia! Buona a nulla!». In entrambi i casi, pur non avendo più l’età delle marce forzate e delle cariche con la baionetta, Verdi esagera sulla sua incapacità di portare le armi; da altri documenti sappiamo di passeggiate di dodici ore nella Bassa, di partite di caccia interminabili con gli amici Muzio (allievo e confidente di Giuseppe Verdi) e Piave (autore, tra l’altro, del libretto di Ernani) e di massacranti cavalcate. Quando la sorte dell’Italia si decide sui campi di battaglia, soffre di non prendervi parte, ma non sente la vocazione a fare il soldato e non certo per mancanza di coraggio: molti avvenimenti dicono il contrario. Semplicemente Verdi non cerca di sembrare ciò che non è: non è un condottiero come Garibaldi, non è un combattente come l’amico Montanelli. Verdi sa che la sua lotta sta altrove; conosce il ruolo della sua musica, della sua drammaturgia, sa di poter sostenere e fortificare il sentimento nazionale italiano con le «strofe infiammate» delle sue opere.

Fin dalle prime prove di Nabucodonosor (presto trasformato dal pubblico italiano nel più familiare Nabucco), primo trionfale successo del maestro, gli stessi cantanti, i coristi, gli strumentisti e tutti i collaboratori, avvertono il carattere innovativo dell’opera e persino i macchinisti, i pittori, i “lampionai” e gli addetti alla sicurezza sospendono le loro attività per assistere per qualche istante alle prove ed «immergersi nell’universo musicale creato da Verdi». La sera della prima, «un vero e proprio diluvio di applausi e di evviva salutò la fine dello spettacolo». Da questo momento il successo di Verdi arriverà a Bologna, Roma, Napoli, Venezia, fino a Parigi, Londra, Vienna, successo che lo porterà ad assumere la funzione simbolica che la storia gli assegna.

        In questo libro, Pierre Milza, storico in grado di coniugare sapientemente rigore filologico e piacere della lettura, ci guida alla scoperta di Giuseppe Verdi, non solo uno dei maestri dell’opera mondiale, quello che ancora oggi occupa lo spazio più vasto sulla scena lirica e che, oggi come allora, richiama i pubblici più numerosi ed entusiasti, ma anche uno dei principali eroi del Risorgimento italiano, l’uomo che ha incarnato per gli italiani i concetti di identità e nazione, un «eroe antico», «un mito che non ha atteso la morte del compositore per imporsi agli italiani». Una biografia per gli appassionati dell’opera verdiana, ma non solo. Una lettura, direi quasi necessaria, per riscoprire «una certa idea di nazione: libera, democratica e solidale» e per scoprire questo eroe italiano, che ha saputo incoraggiare un popolo e guidarlo alla libertà e all’amor di patria, senza ricorrere alle armi, ma attraverso la musica.

 

Più volte Pierre Milza sottolinea come il maestro di Busseto, più che “inventare” un movimento, abbia saputo cogliere al volo qualcosa che era nell’aria e renderlo concreto attraverso le sue opere, anticipare le reazioni del pubblico, farsi portavoce di un vento di cambiamento. Attraverso l’amplissima proposta di documenti raccolti dallo storico, attraverso i racconti e le testimonianze, ci viene offerta la possibilità di conoscere il Verdi compositore ed eroe, ma anche il Verdi uomo, minato dalla sofferenza, dalla perdita dei più cari affetti, marito ed amante affettuoso, amico sincero e generoso, persona semplice e umile pur di fronte alle più alte onorificenze. Nel 1868 ricevette la nomina a Commendatore della Corona d’Italia da parte del governo regio, per iniziativa del ministro dell’Istruzione Emilio Broglio, al quale inviò la seguente lettera:

Signor Ministro

Ho ricevuto il Diploma che mi nomina Commendatore della Corona

d’Italia.

Quest’ordine è stato istituito per onorare coloro, che giovarono sia colle armi colle lettere scienze ed arti all’Italia attuale.

Una lettera a Rossini dell’Eccellenza Vostra, benché ignorante di musica (com’Ella stesso lo dice, e lo crede) sentenzia che da quarant’anni non si è più fatta un’opera in Italia. Perché allora si manda a me questa decorazione? – Vi è certamente un equivoco nell’indirizzo e la rimando.

Del resto, già nel 1860, quando si era pensato a lui come possibile candidato al Parlamento di Torino, Verdi aveva manifestato nelle lettere agli amici tutto il suo disagio. A Minghelli Vaini scriveva:

Io non mi sono presentato, non mi presenterò, né farò un passo perché mi si nomini.

Le elezioni si svolsero nel 1861 e Verdi, alfine, vinse per 339 voti contro i 206 ottenuti dall’avversario. Ma nel 1865 scrive a Piave: «Verdi come deputato non esiste». Così, dopo la morte di Cavour, al quale Verdi era molto legato, e portato a termine il mandato, pose fine a questa esperienza.

Nel 1870 gli fu proposta la direzione del Conservatorio di Napoli, ma scosso in quel periodo dalle vittorie prussiane sui francesi, rifiutò, invitando Francesco Florimo (storico e archivista del prestigioso Conservatorio) a “tornare all’antico”, in contrapposizione a Wagner e al germanismo musicale diffuso e riconosciuto come “musica dell’avvenire”: «Tornate all’antico, e sarà un progresso», fu la formula che Verdi contrappose e che farà epoca.

Moltissimi altri furono i riconoscimenti che da tutta Europa Verdi ricevette: a Parigi, nel 1875 ricevette dalle mani del ministro dell’Istruzione pubblica la croce di commendatore della Legion d’onore; a Vienna venne ricevuto e decorato dall’imperatore Francesco Giuseppe, ma come sempre accadde, queste onorificenze lo lasciavano piuttosto freddo e le considerava con distacco.

 

Anche quando, nel 1874 fu iscritto alla lista dei senatori, la sua reazione non fu diversa. Scrive al senator Giuseppe Piroli, in seguito alla richiesta di giustificazione dei suoi titoli universitari e musicali rivoltagli dalla segreteria del Senato:

I miei titoli? Tutto il mondo sa che io non ho fatto altro che scrivere opere in musica. Se la cosa fosse come dicono i giornali, Voi capirete, che non so, se potrei ora rifiutare dopo aver scritto al Ministro una lettera d’accettazione, ma so che non metterei mai piede in Senato nemmeno per prestare giuramento.

I titoli furono inviati al Senato da Peppina (Giuseppina Strapponi), ma qualche anno dopo Verdi scriverà, sempre a Piroli:

Non vi parlo del Senato che è una vera tomba. Ci si trova abitualmente in cinque o sei ombre vaganti. Nessuno si occupa dei progetti di legge che sono allo studio, tranne quelli politici che il Governo ha interesse che siano votati prontamente […]. E quando questi sono i fretta e furia esaminati dai pochi che si trovano costà si convoca il Senato e i Senatori accorrono in pochi ma bastanti a costituire il numero legale e all’indomani partono. Sapevo benissimo che era così, ma vi confesso che visto da vicino è proprio uno stato di cose che da dispiacere. Ma così è e così sia.

 

Un incontro molto particolare e atteso fu quello con Alessandro Manzoni, avvenuto dopo un breve scambio epistolare, all’inizio dell’estate del 1868. Verdi aveva una grande venerazione per Manzoni, lo considerava, come traspare dalle sue lettere in merito, un idolo, un santo:

[…] per quell’uomo che, secondo me, ha scritto non solo il più gran libro dell’epoca nostra, ma uno dei più gran libri che sieno usciti da cervello umano. E non è solo un libro, ma una consolazione per l’umanità.

[…] Cosa potrei dirvi di Manzoni? Come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me, alla presenza di quel Santo […] Io me gli sarei posto in ginocchio dinnanzi, se si potessero adorare gli uomini.

Con lui Verdi divide il merito di aver dato una lingua agli italiani, e per lui compone tra il 1873 e il 1874 la celebre Messa da Requiem, che diverrà in breve tempo un successo europeo e mondiale.

Queste e altre furono le ragioni che fecero di Verdi un eroe nazionale e un uomo amato da tutti. Verdi si spense il 27 gennaio 1901, «pianto da tutto un popolo. Ovunque si alzarono bandiere a mezz’asta, i monumenti furono coperti a lutto, le serrande dei negozi abbassate. Fu proclamato lutto nazionale e al Senato e alla Camera venne pronunciato l’elogio del grande defunto».

Scrive Boito, amico di Verdi, a Camille Bellaigue (biografo di Verdi) all’indomani della sepoltura: «Ora è tutto finito. Dorme come un Re di Spagna nel suo Escorial. […] egli la odiava [la morte], essendo egli la più potente espressione della vita che ci si possa immaginare», espressione di cui ancora oggi abbiamo testimonianza e che continua nella perennità e attualità dell’opera verdiana.

 

(Stefania Contardi)

 

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