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I mille occhi che proteggono Cuba…

 

Un miracolo religioso:

l’incontro tra il colonizzatore europeo

e la schiavitù africana

in un’isola allora sconosciuta

 

MARILù Oliva

 

 

Le sfumature della religiosità cubana non si possono certo condensare in un’unica definizione. Là dove mancano i confini dell’ortodossia, il sincretismo cubano si dispiega, labile e fantasioso, in un pantheon di divinità ove spiritualità e magia sono alcune delle caratteristiche fondamentali di una religione in cui crede e si riconosce il 70% dei cubani.

Le radici della Santeria, di cui la Regla de Ochà è il ramo principale, affondano in una storia che ha visto lo spettacolare miscuglio di popolazioni diverse: i cattolicissimi conquistadores spagnoli, gli schiavi nigeriani lucumí, gli arauacos autoctoni delle Antille, detentori di una fede dallo spiccato contenuto animista, magico e mitologico.

Ma se del cattolicesimo aragonese è intrisa l’epoca rinascimentale delle grandi scoperte, occorre soffermarsi un poco su quella parte della Terra, il continente africano, da cui provennero le migliaia di schiavi destinati a lavorare nelle piantagioni cubane. Con il termine Yoruba, si identificano tutte le tribù che parlavano la medesima lingua, appartenente al ceppo Kwa Que, che è, a sua volta, un tassello della grande famiglia idiomatica negritica, suddivisa in molteplici dialetti che corrispondono ai frazionamenti tribali. Tali popolazioni vivevano in un territorio che comprendeva la Nigeria, si estendeva in Togo, Guinea, Dahomey e si affacciava sul golfo di Benin.

Il contatto delle credenze Yoruba con quelle dei bianchi fu conflittuale e produsse una prima conseguenza nel divieto di professione e pratica di religioni pagane imposto agli schiavi: perché la religione degli Orishas divenisse legale, si dovette aspettare fino al 1870. Per i seguaci della Regla, invece, lo sposalizio con il cattolicesimo fu un naturale processo d’adattamento di un popolo abituato a una grande elasticità mentale e alla concezione dell’assenza di una verità assoluta da difendere allo stremo.

Fu un difficile sposalizio, ma lentamente, secolo dopo secolo, le immagini dei santi cristiani e le vicende narrate nella Bibbia vennero assimilate agli spiriti e alle divinità Yoruba, dando così avvio alla suggestiva “architettura sacra” tipica della Santeria.

Gli Orishas, ovvero i santi, sono divinità immateriali che albergano nei vari elementi naturali (fiumi, mare, boschi ecc.) ma sono stati esseri umani, in un passato remoto, quando detenevano quell’aché (la grazia) che ha permesso loro di assurgere a rango divino. Da ciò si evince quanto la natura rivesta un ruolo sostanziale nel culto cubano, attraverso corrispondenze concentriche fra i regni vegetale, animale e minerale.

Le divinità rispondono alla strepitosa mistura di razze che si è verificata in America Latina in generale e a Cuba in particolare, la mezcla, della quale rispecchiano, seppur con differenti accordi, l’inimitabile varietà. E così gli Orishas, come gli dei del paganesimo, possiedono virtù e vizi tipici degli uomini, come i santi cristiani, proteggono e aiutano, come le divinità Yoruba, assecondano il sodalizio con la natura.

Ciascuno di loro ha diverse preferenze, dal cibo ai colori, dalle danze alle parti del corpo. L’idea eccelsa del Dio è raffigurata in Olofin, che si presenta sempre assieme a Olodumare col quale compie la fusione tra cielo e terra.

Questa religione non ha comandamenti né un’etica basata su assiomi universali, semplicemente si identifica in un’ideologia di fondo molto vicina all’essenza epicurea. Eppure è compreso che la felicità dell’individuo non può sussistere se non inserita all’interno di un quadro naturale e spirituale armonioso. Salute, benessere materiale, felicità e soddisfazione amorosa sono gli ingredienti fondamentali per rendere un essere umano sereno, ma restano irraggiungibili se gli elementi di cui è composto l’ambiente non sono ciascuno in equilibrio rispetto agli altri. Se qualcosa non funziona nella vita di un aderente alla Regla, il primo passo da compiere è scoprire il punto di squilibrio. Dopodiché entra in gioco il momento del rito – o della magia – e del sacrificio (Ebbò) per ricomporre l’ordine. E della divinazione, per mettere in comunicazione i terreni col loro mondo spirituale, per conoscere eventi futuri, per comprendere motivi che sfuggono.

I metodi di divinazione sono innumerevoli: dalla trance, al lancio di pezzi di cocco e di conchiglie, al complesso sistema Ifà, esclusivo territorio di conoscenza e pratica dei babalaos, i messaggeri di Orula. Ogni strada di queste – comunque si svolga – mira alla ricomposizione dello sfaldamento dell’equilibrio, anche quando l’instabilità è un fattore personale. Come infatti ha scritto Giuliana Muci ne La Santeria cubana (BESA, 1998), “l’efficacia terapeutica della possessione riguarda forme di disagio psico-sociale, più o meno latenti, che vengono per suo tramite ritualizzate e sottomesse ad un processo catartico individuale e collettivo. Dagli studi effettuati nel campo dell'antropologia medica è emerso, però, che attraverso la trance si mette in atto un rituale terapeutico in grado di scongiurare non solo eventuali danni psichici, ma anche una serie di malattie comunemente catalogabili come psicosomatiche. In generale nei rituali magico-religiosi relativi a questo culto sono spesso implicati anche altri campi del malessere che comprendono patologia di natura organica. Tutto ciò parrebbe confermare l’esistenza del profondo legame stabilitosi nel corso dei secoli fra medicina e religione, il quale non riguarda, ovviamente, solo la Regla de Ocha”.

Non tutti coloro che praticano la Santeria si possono definire Santeros. Questo nome riguarda solo i sacerdoti ai quali si rivolgono i credenti per le consultazioni e i sacrifici. Costoro – sia uomini sia donne – praticano la predizione del futuro attraverso un sistema denominato Caracoles e, per le strade delle città dell’isola, sono ben distinguibili perché camminano vestiti interamente di bianco, con collane o bracciali del proprio santo.

Se una persona sceglie di entrare nel magico cerchio, la cerimonia con la quale è iniziato si chiama asiento ed è intrisa del fortissimo potere di creare un vincolo tra il santero e l’orisha. Dopo aver ricevuto l’asiento, il nuovo adepto può scalare la gerarchia santera e provare il rito del cuchillo che gli permetterà di fare sacrifici con animali.

Quando una persona decide di farsi Santo (Hacer Santo), intraprende un percorso di tre mesi e attua varie cerimonie. Dopo sette giorni dall’inizio del percorso, l’iniziato (Jawo o Iyawò) dovrà indossare, per un anno, delle vesti bianche. Il cammino iniziatico si conclude con una cerimonia, l’Ebbò, al termine della quale si raggiunge la carica di Santero od anche Obbà o Obbatero. Siffatta cerimonia può portare ad un ulteriore percorso per diventare Babalao, il sacerdote più carismatico, diretto portavoce di Orula.

Nella seguente rassegna sono elencate, in ordine alfabetico, soltanto alcune delle più rilevanti divinità, tra le numerosissime che popolano la Santeria.

 

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Changò - Dio del fuoco, del raggio, del tuono, della guerra, dei balli, della musica e della bellezza virile. è patrono dei guerrieri e delle tempeste, rappresenta il maggior numero dei vizi e delle virtù umane: è lavoratore, valente curatore, buon amico. è però bugiardo, donnaiolo, giocatore, rissoso e vanaglorioso. Protegge dalle bruciature e dal suicidio per fuoco. La sua collana è composta da perline bianche alternate a perline rosse, simbolo dell’amore e del sangue. S’è sincretizzato con Santa Barbara e la sua festa si celebra il 4 dicembre.

 

Tiene tres esposas: Oba (legítima), Oshún (con quien tuvo a los Ibeyes) y Oyá (ex esposa de su hermano Ogún, con quien mantiene terribles relaciones. Changó le robó la esposa a Ogún cuando se enteró que su padre había matado a su madre por mantener relaciones incestuosas con Ogún.). Según algunos, Changó es hijo de Obatalá y Algallú; según otros, su madre es Yemayá (que se presenta en ocasiones como su madre adoptiva). (Bolìvar Aròstegui, 1990).

 

Elegguà - Tiene la chiave del destino e apre o chiude la porta alla disgrazia e alla felicità. E’ la personificazione del rischio e della morte. La sua figura è tradizionalmente legata a quella di Echu. Questa coppia costituisce l’espressione manichea del positivo e negativo. Elegguà protegge il focolare domestico risiedendo nella porta, che acquista così una duplice valenza: passaggio verso l’interno, la sicurezza, e, verso l’esterno, il pericolo. Quando in casa si presentano problemi, significa che è entrato Echu, il vagabondo. Protegge dagli accidenti, dalle liti, dalle pene, dalle miserie, dalle pleuriti e dalle malattie collegate alla circolazione: emorragia e mala coagulazione del sangue (c’è anche stata una variante che risponde alle esigenze terapeutiche moderne, ovvero l’aggiunta di una nuova calamità da cui il dio dovrebbe salvaguardare i suoi devoti: l’AIDS). Si è sincretizzato con il Nino de Atocha, Sant’Antonio da Padova, l’Anima Sola e Benito da Palermo (San Morisco). La sua festa si celebra l’1 gennaio.

 

Elegguá es hijo de Okuboro que era rey de Añagui. Un día, siendo todavía un chaval, vio una luz brillante con tres ojos, que estaba en el suelo. Se acercó y vio que era un coco. Lo cogió y se lo llevó a palacio, contó a sus padres lo que había visto y luego tiró el coco detrás de una puerta. Al rato, todos se asombraron al ver la luz que salía del coco (Bolìvar Aròstegui, 1990).

 

Obbà - Con Yewà e Oyà, egli forma la trilogia degli Orishas che abitano i cimiteri e sono conosciute anche come Las muerteras. è anche guerriera e padrona dei laghi e delle lagune. Eternamente innamorata di Changò, si tagliò un orecchio per suo amore e fu da lui ripudiata. Allora pianse così tanto che le sue lacrime formarono un fiume, poi laghi e lagune. Si ritirò poi in solitudine, e si convertì al suo lugubre destino di guardiana delle tombe.

è simbolo della fedeltà coniugale ed è rappresentata come una donna giovane e sensuale. La sua collana è composta da perline rosate e ambrate. Protegge dalle afflizioni delle ossa e dell’udito. S’è sincretizzata con Santa Rita di Casia, con Santa Caterina da Siena e con la Vergine del Carmine. La sua festa è il 22 maggio.

 

Dueña de lagos y lagunas; guardiana de las tumbas; símbolo de las mujeres que sufren y se esfuerzan mucho por mantener la unidad familiar. Se cortó las orejas para saciar el hambre de Changó, quien al descubrirlo la rechaza y repudia. Según otras versiones, Obá se suicidó cuando Changó la dejó por Oyá. Sincretiza con Santa Rita, abogada de las causas difíciles, o con Santa Catalina (Bolìvar Aròstegui, 1990).

 

Obbatalà - Creatore della terra e dell’umanità, divinità della purezza e del bianco, è misericordioso e amante della pace e dell’armonia. Tutti gli Orishas lo rispettano e lo cercano come avvocato. Quando creò gli esseri umani, fu l’inizio di una tragedia: lui, così bianco e puro, soffriva enormemente per i comportamenti terreni, così si ritirò sulle nubi e da lì iniziò a osservare e meditare sull’agire disonesto degli uomini, ma capì che c’era qualcosa che non andava: non era stata ancora creata la morte.

è padrone dell’argento e dei metalli bianchi. Dello stesso colore è la sua collana. Protegge dalla cecità, dalla paralisi e dalla demenza. Si è sincretizzato con la Vergine de Las Mercedes e viene celebrato il 24 di settembre.

 

En el principio de las cosas, cuando Olordumare bajó al mundo, se hizo acompañar de su hijo Obatalá. Debajo del cielo solo había agua. Entonces Olordumare le dió a Obatalá un puñado de tierra y una gallina. Este, echó la tierra formando un montículo en medio del mar y la gallina escarbó la tierra y la esparció formando el mundo que conocemos. Olofi le encargó a Obatalá que formara el cuerpo del hombre, así lo hizo y culminó colocándole la cabeza sobre los hombros. Por eso se dice que Obtalá es el dueño de las cabezas.

En una ocasión los hombres preparaban una fiesta en honor de los orishas pero descuidaron a Yemayá. Ella, furiosa, conjuró al mar para que empezara a tragrse la tierra. Los hombres asustados y temerosos, imploraron a Obatalá, quién se interpuso en el camino de Yemayá, quien por respeto, siendo la dueña del mar atajó las aguas y cesó su cólera.

Obatalá es un orisha mayor. Creador de la tierra y escultor del cuerpo humano. Es la deidad pura por excelencia, dueño de lo blanco, de la cabeza, de los sueños y los pensamientos. Es hijo de Olofi y Olordumare. Es misericordioso y ama la paz y la armonía (Bolìvar Aròstegui, 1990).

 

Ochùn - Se Orula è la saggezza, Ochùn è la conoscenza e l’una senza l’altra sono inefficaci. Ochùn è la dea della femminilità e del fiume. E’ altresì il simbolo della civetteria, della grazia e della sensualità femminile. E’ la moglie di Changò ed è intima amica di Elegguà che la protegge. Sempre accompagna Yemayà. Vive nel fiume e assiste le gestanti e le partorienti. Protegge da tutte le affezioni del basso ventre e dei genitali, del sangue, del fegato e da ogni sorta d’emorragia.

è rappresentata come una bella mulatta, simpatica, grande ballerina, festaiola sempre allegra, accompagnata dal tintinnio dei suoi campanelli. La sua collana è gialla o ambrata. Si è sincretizzata con la Vergine della Carità del Cobra. Il 10 maggio 1916 Benedetto XV la dichiarò Patrona di Cuba.

 

Orisha del amor, del matrimonio y del oro, símbolo de lo femenino. Es la más bella y joven de los Orishas. Ha sido amante de muchos de ellos, pero su verdadero amor es Inlé (que no corresponde a sus sentimientos) Cuando baja a una fiesta, se alcanza el paroxismo y el frenesí. Le gusta ir de fiesta y suele ser alegre (Bolìvar Aròstegui, 1990).

 

Oggùn - E’ dio dei minerali, della montagna e patrono di chi lavora il ferro, dei meccanici, degli ingegneri, dei fisici - chimici e dei soldati. Rappresenta il raccoglitore e il cacciatore solitario e vagante per i boschi, di cui conosce tutti i segreti. Domina i misteri della campagna come uno stregone, ma simboleggia anche il guerriero barbaro e bestiale. è padrone delle chiavi, delle catene e delle prigioni. La sua collana è di perline verdi e nere, alternate o di sette perline marrone chiaro seguite da sette nere.

Protegge dall’eccitazione sessuale, e da tutti i tipi di mali conseguenti a ferite inflitte col ferro. S’è sincretizzato con San Pietro, San Paolo, San Giovanni Battista, l’Arcangelo Michele e l’Arcangelo Raffaele.

 

Oggún, es el dueño del hierro. Se trata de un orisha irascible y solitario, que se encargó de abrir paso a los demás orishas cuando bajaron a la tierra. Con su machete infatigable cortaba cuantos troncos y malezas le salian al paso. Vivía con sus padres (Obatalá y Yemú) y sus hermanos Ochosi y Elegguá. Oggún estaba locamente enamorado de su madre y trató de violarla varias veces, cosa que siempre se encargó Elegguá de evitar. Al final Oggún se las arregló para conseguir su propósito, pero fue sorprendido por su padre Obatalá, y antes de que este pudiera decir nada, el propio Oggún dijo: “Yo mismo me voy a maldecir. Mientras el mundo sea mundo lo único que voy a hacer es trabajar para la Ocha”. Después de esto se fue al monte con la única compañia de sus perros, se escondía de los hombres y solo su hermano Ochosi el cazador consiguió verle (Bolìvar Aròstegui, 1990).

 

Olofi - è la personificazione della divinità per eccellenza, la causa di tutto. Non è nato da nulla se non da se stesso. Fu lui a creare il mondo e fu colui che diede potere agli Orishas perché creassero tutte le cose: Dio onnipotente, viveva in uno spazio infinito, composto di fuoco, fiamme e vapori densissimi. Un giorno si annoiò della sua solitudine e dalla sua potenza sgorgarono acque e torrenti. Tuttora vive ritirato lontano dal mondo e non mantiene rapporti con alcuno, quantunque senza il suo aiuto nulla si possa conseguire...

 

Olofin u Olordumare: Personificación de la divinidad; vive retirado y pocas veces baja al mundo. En Ifá se recibe Olofi, según la letra que le salga al Babalawo iniciado. No se realiza ningún acto religioso sin la presencia de Olofi (Bolìvar Aròstegui, 1990).

 

Olokun - è padrone dell’Oceano ed incarna il mare nel suo aspetto terribile e sconosciuto all’uomo. In alcune occasioni si rappresenta metà uomo e metà pesce. La sua collana presenta soluzioni svariate. In alcuni casi predominano le perle cristalline e di distinti toni di azzurro, verde e rosso.

 

Orisha de las profundidades del océano. Es lo más aterrador del mar. Deidad andrógina, vive en las profundidades del mar y a él le pertenecen las riquezas del mar. En algunas versiones es uno de los caminos de Yemayá (Bolìvar Aròstegui, 1990).

 

Orula - Rappresenta la sapienza e la divinazione. Ha la possibilità di influire sul destino, anche il più avverso. E’ inoltre considerato un grande medico e uno dei padroni dei quattro venti. Protegge dalla pazzia. E’ figlio di Obbatalà e di Yemmù. I suoi migliori amici sono i suoi fratelli Changò ed Elegguà. I suoi sacerdoti sono i babalows (lett. “padri dei segreti”). I suoi colori sono il verde e il giallo. Come forma di saluto, coloro che lo hanno ricevuto, toccano terra con le dita, le baciano e le elevano dicendo: “Iborù, Iboya, Ibochechè”. S’è sincretizzato con San Francesco d’Assisi, con San Josè de La Montana e San Filippo. La sua festa si celebra il 4 di ottobre.

 

Cuando Obatalá descubrió a Oggún queriendo violar a su madre, su ira fue tanta que ordenó matar a todos los varones. Cuandó nació Changó, Elegguá compasivo lo llevó escondido a su hermana mayor para que lo criara. Después nació Orula y con el mismo propósito de salvarlo, Elegguá le enterró en el pie de la ceiba y le llevaba comida todos los dias. Con el tiempo el viejo Obatalá enfermó y Elegguá buscó corriendo a Changó, el gran curandero, para que lo curara. Cuando Changó curó a su padre, Elegguá imploró el perdón de Changó y de Orula a Obatalá. El perdón fué concedido y entonces Changó, lleno de alegría cortó la ceiba y con ella labró un tablero espléndido y se lo regaló a su hermano Orula, a quién dió también el poder de la adivinación.

Desde entonces Orula es el dueño del tablero, el adivinador del futuro y el consejero de los hombres, además de ser el intérprete del oráculo de Ifá (Bolìvar Aròstegui, 1990).

 

Yemayà - Madre della vita e di tutti gli Orishas, è padrona dell’acqua e rappresenta il mare, dal suo ventre uscirono la luna e le stelle. è indomabile e astuta. Le piace cacciare e maneggiare il machete. I suoi castighi sono duri e la sua collera terribile, ma giusta. La sua collana è composta da perline trasparenti con sette perline azzurre. è una madre virtuosa, ma in compagnia è allegra e sandunguera. Protegge da ogni malattia al ventre e da ogni pena o morte connessa con l’acqua, sia dolce che salata, dalla pioggia e dall’umidità. S’è sincretizzata con la Vergine de Regla e il 23 dicembre 1714 fu proclamata patrona della baia.

 

Es la Orisha madre de todos los orishas puesto que reina en el mar, donde nacen los caracoles que se usan en el diloggún. Es la más respetada del panteón yoruba. Es orgullosa y arrogante, especialmente cuando se enfada.

Orisha de las profundidades del océano; según Bolívar Opolowó 9, fue la primera orisha en surgir en el proceso de creación del mundo –cuando Olofi decidió crear el mundo apagando con abundante agua el fuego existente. En algunas versiones es la propia Yemayá quien decide crear (Bolìvar Aròstegui, 1990).

 

 

 

 

 

 

Bibliografia essenziale

 

·        Bolìvar Aròstegui, Natalia, Los Orishas en Cuba, La Habana, Ediciones Unión, 1990.

·        González-Wippler, Mingene, Santería. The Religion, New York, Harmony Books, 1989.

·        Muci, Giuliana, La Santeria cubana, BESA 1998.

·        Murphy, Joseph M., Santería. An African Religion en America, Boston, Beacon Press, 1988.

 

 

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