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Il metrò

 

Capitolo Uno

 

Donato Ndongo

 

traduzione di Valeria Magnani

 

 

Tratto da

Il metrò, di Donato Ndongo, a cura di Valeria Magnani,

Edizioni Gorée, Siena, 2010, © Gorée 2010 (www.edizionigoree.it)

Titolo originale El metro, Ediciones El Cobre, Barcelona, 2007.

 

 

Si ringraziano l’autore e l’editore

per l’autorizzazione a riprodurre il testo del primo capitolo dell’opera.

 

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Donato Ndongo Bidyogo è uno scrittore e giornalista della Guinea Equatoriale. Costretto a lasciare il suo Paese per motivi politici, vive da molti anni in Spagna, dove lavora incessantemente alla divulgazione in Occidente della situazione sociale e politica del suo Paese. Ha diretto per molti anni il Centro di Studi Africani dell’Università di Murcia e il prestigioso Collegio di Nostra Signora d’Africa di Madrid. Nel 2005 è stato visiting professor alla University of Missouri-Columbia. Tra le opere di maggior rilievo, i romanzi Los poderes de la tempestad (Morandi, Cooperación Española, Madrid, 1997), Las tinieblas de tu memoria negra (Ediciones del Bronce, Barcelona, 2000), tradotta in francese nel 2003, El Metro (ElCobre, Barcelona, 2007), che è anche la prima opera di un autore della Guinea Equatoriale tradotta in italiano (Gorée, Siena, 2010). Ndongo ha inoltre curato una Antología de la literatura guineana (Editora Nacional, Madrid, 1984) ed è coautore di due saggi: España en Guinea (Sequitur, Madrid 1998) e Historia y tragedia de Guinea Ecuatorial (Cambio 16, Madrid 1977). Collabora con i periodici Mundo negro e Boletin de cultura afrohispana e numerosi suoi lavori su temi storici, culturali e politici sono apparsi sulla stampa spagnola e straniera.

 

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Nonostante avesse perso la sfacciataggine e l’insolenza dei suoi avi, Lambert Obama Ondo, membro del clan degli yendjok, si sforzava di affermare e mantenere viva la sua africanità in ogni luogo e circostanza. Ma non poteva evitare di sorprendersi ogni volta che scendeva verso la metropolitana: gli pareva di trasformarsi in un essere strano, metà animale e metà umano, una specie di gigantesco grombif che ad ogni imbrunire cercava la sua tana nei cunicoli sotterranei della grande città. Pensava che quell’irrimediabile discesa verso le profondità non fosse naturale per gli esseri umani, e un malessere lo assaliva ogni volta che le scale mobili lo portavano nelle viscere della terra, perché immaginava che in quegli abissi umidi forse un giorno avrebbe incontrato l’anima di qualcuno dei suoi morti, anche se subito si riprendeva dicendosi che era poco probabile che gli spiriti dei negri potessero apparirgli in un paese di bianchi. Altre volte lo tormentava l’inquietudine immaginandosi sepolto vivo sotto i detriti, le macerie e i ferri ritorti dei vagoni in quei tetri corridoi sotterranei perforati dai cavi e infestati dai ratti; ma lo tranquillizzava la certezza che la metropolitana funzionava alla perfezione da chissà quanto tempo senza che si avesse notizia di deragliamenti in galleria. E perché poi la solida struttura fabbricata da uomini accorti avrebbe dovuto crollare proprio quando lui tornava verso casa? Non riusciva a capacitarsi che a lui, precisamente a lui, dovesse toccare tanta mala sorte, e preferiva credere che se mai tale disgrazia fosse accaduta l’avrebbe appresa per radio; e non voleva che i suoi familiari, da qualche parte nei dintorni di Mbalmayo, lo credessero scomparso per sempre dalla faccia della terra senza neppure che qualcuno raccontasse loro come aveva trascorso i suoi ultimi momenti. Era sicuro che non avrebbe trovato una morte anonima e indegna in questi paesi stranieri dove scarseggiano gli alberi, gli uccelli e i fiori, e certamente è a causa di questa mancanza che i bianchi si sono inventati quel loro culto religioso tanto strano; paesi dove, quando muori, nel migliore dei casi ti bruciano come un vegetale, come un legno secco. No: quando fossero giunti il giorno e l’ora, voleva giacere per sempre sotto la terra dei suoi primi ricordi, sepolto ai piedi dell’immenso adjab che dava riparo ai resti mortali dei suoi antenati, e non in una fossa comune da cui in poco tempo cacciano i tuoi resti per gettarli in qualche letamaio come quelli di un cane randagio.

Obama Ondo se ne andava in metropolitana sempre assorto, solo con i suoi pensieri anche se lo circondavano tanti altri esseri umani chiusi in se stessi come lui, e si affidava al mare delle sue tante incertezze e delle sue poche ma salde convinzioni.

Nonostante fossero già passati due anni da quando le circostanze della vita lo avevano trascinato verso i paesi dei bianchi, non si era ancora abituato a vivere in quell’agitazione permanente, pungolato dallo stupore e dall’eccitazione di scoprire a ogni istante una nuova meraviglia, di conoscere cose che non aveva mai sognato potessero esistere, anche se per lui erano irraggiungibili e doveva goderle a distanza, accontentandosi dei sogni. La maggior parte di ciò che scopriva in quel mondo abitato dai bianchi gli era inaccessibile, e quando la malinconia s’impadroniva del suo spirito comprendeva che per quante foreste, deserti e mari potesse ancora attraversare, non sarebbe più arrivato ad ammirare quei prodigi che qui, quotidianamente, contemplavano i suoi occhi attoniti, luminosi e intensamente neri. Nemmeno se fosse vissuto più tempo che il vecchio Nso Endaman, uomo leggendario arrivato a essere quasi immortale, perché quando la terra madre coprì infine il suo viso, era rimasto l’unico yendjok che ancora poteva raccontare per esperienza diretta come gli occupanti avessero vinto il capo Abena Mituy.

Per questo lo affascinava la metropolitana: perché, dei molti prodigi che lo abbagliavano, era l’unico alla sua portata. Proprio come ora, il primo giorno che scese le scalette di quella stazione non poté contenere quell’esaltazione che suo malgrado lo lasciava ancora sbalordito: gli sembrava appunto di trasfor­marsi in un grombif, uno di quegli enormi ratti selvatici che cacciava con suo cugino Ntogo là nel suo villaggio nel territorio di Mbalmayo, e che, quando era inseguito, scavava condotti nella terra molle, umida, piena di passaggi invisibili protetti da tappeti di foglie, finché l’espertissimo Ntogo gli aizzava contro i cani. I grombif sono molto agili, molto scaltri e molto veloci. Solo la pazienza dell’uomo e l’astuzia dei cani riescono a dargli la caccia. Quando si sentono molestati fuggono rapidi verso la tana dove possono restare rannicchiati giorni interi senza mai uscire, fintanto che continuano a percepire l’odore del pericolo. Il trucco consiste, allora, nell’allontanare i cani il più possibile, calmare la loro eccitazione davanti alla preda che sta per arrivare, distanziare la vittima in modo che, quando alla fine viene messa alle strette, la cattura regali la massima emozione. La cosa più difficile è governare l’impazienza dei cani. Perciò, un buon cacciatore è quello che sa addomesticarli e ammaestrarli, renderli capaci di obbedirgli anche nel fragore del combattimento. Obama Ondo lo sapeva. Lo aveva imparato da suo cugino Ntogo, che a sua volta aveva cacciato per molto tempo con il vecchio Nso Endaman, l’uomo più saggio della tribù, che aveva accumulato tutta la sua abilità nel corso di un’esistenza prodigiosa.

Perché l’anziano Nso Endaman si era sempre preoccupato di trasmettere le sue conoscenze e la sua profonda esperienza ai giovani, rispettando così con fedeltà le sacre leggi della tradizione; non come gli anziani di oggi invece, che tengono per sé la saggezza ereditata dagli antenati, comportamento questo pieno di egoismo e preambolo a tutti i mali che poco a poco si erano addensati sul villaggio, ormai ridotto a nulla.

Ma non tutta la colpa doveva ricadere sugli anziani, che si giustificavano con il comportamento di una gioventù che rinnegava le tradizioni del proprio popolo per abbracciare le credenze degli stranieri. E cosa ci si poteva mai aspettare da una generazione che non obbediva agli anziani, che disprezzava tutta l’esperienza precedente, che agiva come fosse stata la prima genìa umana ad abitare questo mondo?

Non era forse vero quanto aveva detto il vecchio Nso Endaman sul suo letto di morte, che la decadenza della nostra stirpe era stata annunciata il giorno in cui i negri avevano abbandonato le proprie tradizioni per abbracciare le credenze e i costumi degli albini venuti dall’altra parte del mare?

A Obama Ondo non piaceva pensare, tanto meno ricordare. Ma non poteva neppure evitare di evocare, rivivere, esumare il passato per avere sempre presente il motivo per cui si trovava lì; e allora i proverbi, le sentenze e le parabole si riaffermavano nella sua testa, guidandolo nel tormentato cammino del suo incerto percorso sulla Terra. Nella sua vita, appena trent’anni persi cercando se stesso e tentando di realizzare il semplice desiderio di vivere, peraltro ancora inappagato, aveva lottato contro quella tendenza alla riflessione che lo portava ad analizzare qualsiasi parola udita, ogni idea espressa dagli altri, qualunque immagine catturata nello scorrere veloce dei giorni e delle notti piagate dall’insonnia. Avrebbe invece preferito essere un uomo d’azione. Per questo si dibatteva costantemente tra i desideri e la realtà, tra la voglia di fare le cose tanto per farle, così, per puro piacere, e l’incancellabile propensione a soppesare tutto, ponderare tutto, agire con riflessione, non essere una banderuola che ondeggia al vento. Ammirava quelle persone brillanti che parlano per parlare, simpatiche per pura leggerezza, che si accompagnano con naturalezza alle ragazze di strada, che non si compromettono mai in nulla di serio. Ma voleva anche essere come gli avevano detto che gli uomini devono essere: i suoi antenati l’avevano ripetuto generazione dopo generazione fino a imprimerglielo nell’anima che una persona responsabile deve rimanere sempre fedele alla parola data, non può camminare a tentoni per la vita senza obiettivi, non deve parlare per parlare, né mangiare qualunque cosa o qualunque parte di animale anche se la fame stringe, né vivere senza un lavoro degno che giustifichi l’esistenza.

Sapeva molto bene che non doveva inseguire la ricchezza per se stessa, che i beni materiali sono solo mezzi per realizzare i fini; sentiva il vincolo ai suoi doveri: essere onesto, generoso e sincero, non ricorrere mai alle erbe né alle stregonerie per raggiungere i suoi obiettivi; non mangiare neppure un solo giorno un boccone frutto della sofferenza di altri; non cadere mai sul sangue di un suo simile.

Perciò, fin da bambino, aveva fuggito la tentazione di appropriarsi di beni altrui, di cadere nell’indolenza e nella menzogna, nell’invidia e nella maldicenza, nella fornicazione sventata e negli altri vizi che gli avevano detto connaturati alla sua razza.

E il risultato di quel conflitto interiore mai risolto aveva lasciato tracce contraddittorie, e la conseguenza era sotto gli occhi di tutti: stava lì, sul piazzale della metropolitana di Lucero, a dispiegare foulards e sciarpe di falso batik, maschere ed elefantini di ebano e legno rosso, pettini di tartaruga marina, portafogli di pelle grezza, collane e pendenti di ambra, madreperla, agata e ametista, bracciali di caorì, film e cd di Sister Sledge, Barry White, Papà Wemba, Tabu-Ley e altre registrazioni pirata, mercanzie di un esotismo superato e a buon mercato che gli forniva il suo socio senegalese.

Lambert Obama Ondo non aveva mai pensato che la vita lo avrebbe condannato a essere solo un povero venditore ambulante.

Quando terminò di mettere ordine sulla stuoia colorata, acquistata da un marocchino che la portava sulle spalle, impassibile davanti allo sguardo indifferente dei passanti che transitavano per la Puerta Del Sol – da Madrid al Cielo, aveva sentito dai vecchi del posto – Obama Ondo fissò lo sguardo su quegli scarsi prodotti che costituivano il suo commercio e tutto il suo mondo, disposto ad aspettare ciò che avrebbe portato il nuovo giorno. Era allenato a essere paziente. Le persone gli passavano accanto senza prestargli attenzione, totalmente indifferenti al fatto che la sua vita dipendeva dal loro capriccio di acquistare pendenti di latta laccati con un fragile strato di porporina simil oro; e anche se i suoi occhi si alzavano ogni tanto dal suolo per fissarsi su di loro, cominciò a sentire chiaramente che il suo spirito abbandonava il corpo indolenzito – sofferente per il riposo scarso in una stanza condivisa con quattro senegalesi e un malese, che non lo riparava del tutto dai venti gelidi dell’inverno madrileno – e pian piano volava verso il passato, verso quel territorio intimo e viscerale riservato solo a sé.

Nonostante tutto, Obama Ondo sapeva di non aver fatto quel duro cammino per arrivare in un luogo che ora gli offriva solo il tepore avvolgente della traspirazione di mille corpi coperti meglio del suo, vestito appena con una leggera maglietta nera con l’immagine di Michael Jackson all’altezza del petto, la testa insaccata in un berretto di lana nera, e un vecchio giubbotto di pelle, anch’esso nero, acquistato poco prima al Rastro. I suoi jeans, logorati dal troppo uso e di cui non ricordava l’ultima volta che erano stati lavati, svolgevano a stento la funzione di preservarlo dalla vergogna della nudità, vergogna che era solo un pretesto di facciata in più per i bianchi, li aiutava a mantenere insieme i pezzi della loro sempre fragile morale. E le sue scarpe sportive, troppo vecchie, gli rovinavano talmente le dita dei piedi che gli si erano formate dure callosità che provava ad ammorbidire ogni notte in un secchio di acqua calda con sale e che tagliava poi con una lametta, secondo la formula scientifica trasmessa dalla spicciola esperienza di altri emigrati più vecchi. Così, la più grande aspirazione di Obama Ondo si era ridotta a quella di comprarsi grosse calze di lana, perché i suoi piedi martoriati non finissero sempre impregnati, in capo al giorno, di quella piaga molliccia e putrida che tanto lo mortificava, il cui odore acre di sudorazione si propagava per tutto il corpo mescolandosi agli effluvi sgradevoli della biancheria che non si toglieva nemmeno per dormire, unica maniera per esorcizzare un freddo tanto intenso che la stufa a butano non riusciva a diminuire; un freddo che perforava le coperte, trapassava e anchilosava le carni fino allo spasmo, facendole rabbrividire tutta la notte e tutte le notti. Sì, era il freddo la cosa peggiore da sopportare in questa nuova vita, l’unica cosa a cui di sicuro non si sarebbe mai abituato nei paesi dei bianchi.

Obama Ondo sapeva molto bene che non era il primo negro e, disgraziatamente, nemmeno l’ultimo, a dover sopportare tante sofferenze.

Apparteneva a una razza che – dicevano – non aveva mai scoperto nulla, anteponeva il sentimento alla ragione, bramava la pace futura disdegnando la felicità nel presente. Apparteneva a una razza di schiavi creata per la servitù, fortificata nell’umiliazione e addestrata dai secoli alla pazienza e alla sofferenza. Apparteneva a quella razza sulla quale si alzavano gli altri per raggiungere il loro cielo. Era solo un negro: negro – dicevano – senza storia, né scienza, né tecnica; negro depredato della sua lingua, della sua identità, della sua cultura; negro senza poesia, senza arte né nozione di estetica; negro – dicevano – senza passato, né presente, né futuro. Arrivava dalla terra maledetta, Africa, il continente della notte eterna, il cuore delle tenebre.

Obama Ondo sapeva tutto questo: sentiva su di sé il peso della sua africanità, il carico storico di essere solo un povero negro in un mondo come questo, la zavorra delle sue irrefrenabili ansie di libertà, i secoli di povertà e oppressione. E se si credeva singolare, era solo a causa di quella ostinazione per cui ogni essere umano pretende di essere unico, con vissuti unici, sentimenti unici, preoccupazioni uniche, desideri unici, frustrazioni uniche, anche quando sa che condivide tutto ciò con milioni di simili. Anche se aveva visto troppe cose per potersi credere singolare, la sua esperienza non l’aveva diluito nella massa informe, né lo aveva portato allo scoraggiamento che lentamente corrode l’esistenza dei perdenti. Al contrario: aveva così rafforzato quel suo territorio intimo e la volontà di vincere le avversità, che aveva preso una decisione: la sua morte non sarebbe mai stata una morte anonima.

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