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Daniele Mencarelli, Bambino Gesù- poesie- Edizioni Nottetempo 2010

 

 

 

         Di rado, leggendo poesie contemporanee capita di vivere un’esperienza di lettura così intensa e umanamente compiuta come leggendo i versi della raccolta Bambino Gesù di Daniele Mencarelli, raccolta che riassume la fatica di alcuni anni e che si innesta su un’esperienza di vita e di lavoro vissuta dall’autore nell’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma. La realtà, anzi il rispetto per il reale nei suoi lati più drammatici quindi più veri, rendono il libro un unicum nel panorama letterario corrente. Non ci sono manierismi di stile, pur essendo visibile un attento lavoro di calibratura nel lessico di registro medio, variato a tratti da espressioni popolari o termini tecnici, né estremismi nel trattamento di un  verso spesso giambico, solenne negli accenti in modo da raccontare “l’epica della realtà quotidiana della morte e di Dio”, che potrebbe essere il sottotitolo del libro.

L’elemento narrativo è così presente nella raccolta da riconoscere quasi in ognuno dei testi una micronovella a sé, un medievale exemplum che rappresenta in modo scarno, vivido, studiatamente senza filtri, un comportamento umano esemplare dinnanzi al mistero della sofferenza e della morte. Davanti a quelle “teste pelate” di bambini, a  quelle facce dal “colorito avorio spento”, si muove, soffre e di rado gioisce tutto un mondo fatto di “famiglie di ammalati/che per mesi infiniti anni/ ci vivono pregano e dormono”: c’è il padre che arriva per la lezione di grammatica : “tuo figlio carta e penna già t’aspetta/ un bacio e subito inizia la lezione”, per poi trasformarsi in allievo in modo mirabile come davanti a un Gesù ragazzo nel tempio della Sofferenza, le “sventole” con “le gonne attillate”, che si umanizzano pian piano grazie alla sofferenza dei loro figli, fino a raggiungere la purezza di “un viso che più non provoca ma intenerisce/ora sì che sembrano madri/”.

Proprio un viaggio verso la purezza e la bellezza definirei in conclusione questo stupendo libro di poesie, nell’unico modo che è possibile farlo, e non solo per un cristiano, attraverso l’esperienza lancinante della realtà.  

                                                                                                        (Maurizio Clementi)

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