A PROPOSITO DI MEMORIA STORICA
Giovanni Greco
Università di Bologna
Noi siamo ciò che ricordiamo di essere stati.
La memoria storica è un diario, un salvadanaio dello spirito, e racconta i fatti più pregnanti della vicenda umana: ecco perché la storia diventa la memoria vivente del mondo intero. Non c’è futuro senza memoria.
Distruggere la memoria equivale a distruggere la base della propria identità e della propria continuità nel tempo.
La memoria storica è testimonianza del passato: consiste, in estrema sintesi, nell’organizzare il passato in funzione del presente, insegna la fecondità del sacrificio e celebra il trionfo della spiritualità. Indubbiamente, però, la conoscenza storica non filtrata dall’osservazione delle vite individuali, oscilla tra una improbabile razionalità e l’insignificanza dell’addizione degli avvenimenti.
Tutto ciò che oggi noi siamo ha le sue radici nel passato, e dimenticare queste radici è come condurre una vita priva di riferimenti. Si ha fame e sete di memoria storica, non per una sterile nostalgia del passato, ma perché essa orienta una visione positiva della vita e dei rapporti umani, educa alla convivenza pacifica.
Fra le altre, la cultura umanistica stimola fortemente la funzione educativa tra gli uomini: seicento anni fa, l’umanista Coluccio Salutati scriveva che, nel concetto latino di humanitas, si somma tutto ciò che è degno dell’uomo e lo rende civile, innalzandolo al di sopra della barbarie e alimentando di continuo il terreno dove trovano spazio le domande più profonde che agitano l’animo umano.
La storia è una costruzione, un racconto che mette in scena tanto il presente quanto il passato e la bruttezza del presente ha un valore retrospettivo. Non casualmente ben pochi secoli sono stati crudeli come il ventesimo: basti solo pensare agli orrori indicibili cagionati dai governi autoritari e totalitari, i quali, in nome di principi infondati quanto alieni da ogni diritto, hanno calpestato e annichilito la dignità e l’esistenza di un novero immane di persone innocenti.
Qualche tempo fa, Ernst Gombrich, rimeditando il contenuto di un suo fortunato libro, riteneva, non senza amarezza e sdegno, che la “vera nuova epoca” iniziò quando i pensieri dell’uomo si staccarono dalla brutalità dei tempi precedenti e le idee e gli ideali dell’illuminismo settecentesco divennero così comuni che, da allora in poi, si ritennero una cosa naturale. “Quando lo scrissi – sostiene Gombrich – mi sembrava davvero impensabile che qualcuno si sarebbe mai potuto abbassare a perseguitare persone di fede diversa, a ottenere confessioni con la tortura o con il ricatto e a negare i diritti umani. Ma ciò che allora mi sembrava impensabile è accaduto”.
Ed anche nel Novecento italiano spiccano le due terribili guerre mondiali che ci fanno tornare alla mente le affilate parole di Céline, il quale così dipingeva la guerra e certi soldati apparentemente irrefrenabili nella loro foga devastante: “Con elmetti, senza elmetti, con cavalli, senza cavalli, su moto, in auto, urlanti, fischianti, sparacchianti, cospiranti, volanti, scavanti, defilanti, caracollanti, spetazzanti, schiacciati pancia a terra, per distruggere tutto, tutto quel che respira, più arrabbiati dei cani, in adorazione della loro rabbia”.
Bisogna ricordare. Si sa che le SS, quando si ritiravano dai campi, distruggevano il più possibile, proprio per uccidere la memoria, sostenendo che tanto nessuno avrebbe creduto… In uno dei suoi libri più famosi e fortunati, Primo Levi ha scritto da par suo che, fra i prigionieri, si diceva che bisognava farcela, bisognava sopravvivere anche per far vivere la memoria. Questa era, in effetti, la prima preoccupazione di Levi allorquando compose Se questo è un uomo: fornire grandi motivazioni alla memoria, l’atto di ricordare porta un uomo a porsi davanti al suo passato e alla storia, davanti ai luoghi della memoria, cercando di trarre da essa una strategia di comportamento.
Ecco perché lo storico è stato autorevolmente definito un veggente che guarda all’indietro.
E, specialmente dopo l’agghiacciante inferno bellico (“caldo” e “freddo”), si sono manifestati sempre più evidenti gli effetti della famosa e famigerata globalizzazione: non va dimenticato però che quest’ultima costituisce un fenomeno tipico di ogni tempo ed è antica quanto l’uomo. Gesù parlava in aramaico, perché quella era la lingua della globalizzazione; dopo, la lingua della globalizzazione fu il greco e poi il latino; in tempi moderni, la lingua di riferimento è stata il francese – al punto che gli ambasciatori inglesi agli inizi del novecento, parlavano in francese – mentre nel nostro duemila la lingua egemone è diventata l’inglese, speriamo ancora per poco…
Sono quasi quarant’anni che, grazie alla memoria e alla conoscenza della storia, aspiro a contribuire utilmente alla costruzione di esistenze responsabili, all’educazione alla legalità, alla realizzazione di un domani respirabile, cercando di comprendere e di narrare in una sorta di gestazione introspettiva, in una specie di infaticabile gravidanza spirituale.
D’altronde, nessuno può insegnare nulla se non ciò che già sonnecchia nell’albeggiare della nostra conoscenza. Un maestro non deve tanto elargire la sua sapienza, ma piuttosto la sua fede e il suo amore per guidare alle soglie della nostra mente. Ed è la storia che fornisce l’arco che lancia i cittadini verso il domani.
Lo sforzo dello storiografo, oggi forse più che mai, dovrebbe mettere in luce nuovi attori, nuovi scenari e nuove prospettive, delineare panorami fondati su un’ampia pluralità di storie, anche stimolando l’individuazione di nessi interdisciplinari e suggerendo originali tracce di studio, d’interpretazione e di ricerca.
Sono persuaso che il miglior modo di valorizzare la memoria storica non consista nell’indulgere in espressioni magniloquenti e nemmeno nella comunicazione di un bagaglio d’informazioni tanto cospicuo quanto scollato dai temi decisivi della nostra epoca, bensì nel tentativo di far scaturire dal reale fluire di ogni elemento storico le ragioni di un concreto innovamento.
Tutto ciò in una fase in cui si è passati da una storiografia, per dir così, mutilata e ossificata a un indagare più libero e aggiornato, che mira ad una conoscenza globale della realtà, ad una costante contaminazione interdisciplinare, ad una ricerca storica emancipata da prescrizioni dogmatiche.
Ricordiamoci che è la memoria storica a darci la misura del percorso nei secoli dei diritti umani, all’interno dei quali uno spazio speciale è quello delle donne. Olympe de Gourges, una ‘madre nobile’ del femminismo europeo, denuncia la falsa universalità della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, auspicando una società senza patriarcato, e anticipando così tante rivendicazioni femminili otto-novecentesche. Desidero almeno ricordare che, quando morì di parto, nel 1797, la straordinaria Mary Wollstonecraft – scrittrice anticonformista, critica contro il sistema educativo dell’epoca –, il reverendo Polwhele accolse la sua dipartita come “un meritato castigo divino”.
E non voglio neppur dimenticare un romanzo contemporaneo esemplare in tal senso, quello che Dacia Maraini ha consacrato alla Lunga vita di Marianna Ucrìa, aristocratica siciliana del Settecento che, sebbene sordomuta per un terribile, atroce trauma infantile, impara a leggere e scrivere e, proprio attraverso la scrittura, riesce a rompere il proprio silenzio: non solo quello fisico, ma probabilmente anche quello più grave a cui le donne per secoli sono state assoggettate.
Sin dai tempi più lontani vi è anche un’arte della memoria colla quale si indicano quei metodi scaturiti da età antica, quando i libri non erano tascabili e l’efficace organizzazione del discorso era fondamentale per lo studioso, per il retore, per lo storico. La prima straordinaria diffusione di quest’arte coincide con la stagione democratica ateniese, quando l’efficacia del discorso era determinante per convincere l’uditorio. I sofisti insegnavano anche ad organizzare efficacemente il discorso e, naturalmente, a ricordarlo. Il sistema più noto utilizzava luoghi e immagini: il discorso veniva pensato come un percorso entro un tempio e in quel luogo si collocavano immagini associate ai vari argomenti del discorso. La trattatistica antica ha conservato diversi testi di arte della memoria, fra cui quelli di Cicerone e Quintiliano.
Possiamo distinguere tre fasi nell’arte della memoria: la fase retorica, quella antica, in cui la memoria ha la specifica funzione di conservare l’ordine del discorso e del sapere; la seconda fase s’avvia nel Rinascimento con Giulio Camillo “Delminio”, Giordano Bruno e Robert Fludd, in cui l’arte della memoria acquista un preciso significato ermetico, e più che conservare il sapere, lo organizza e lo crea: nella memoria si rispecchia l’ordine macro-microcosmico che congiunge l’universo con l’uomo. Attraverso la memoria si giunge, dunque, alla sapienza. La stessa struttura mnemonica è profondamente diversa: non più per luoghi e immagini è organizzata con un criterio che parte dall’uno, rigorosamente al centro e che va per gradi verso il molteplice, posto inevitabilmente in periferia, al margine della circonferenza. La terza fase, che potremmo dire scientifica, comincia con Francesco Bacone e vede nella memoria lo strumento di organizzazione della ricerca nel campo della filosofia naturale.
Non casualmente Lucien Febvre sosteneva che lo storico non è colui che sa, ma colui che cerca. Gli storici non han da essere professori di morale, ma devono esprimere la condizione umana con una speciale attenzione però alla distinzione fra il bene e il male, altrimenti tradisce la propria natura più profonda e non può aspirare alla sua insostituibile funzione formativa. È invece nell’officina delle emozioni che la storia deve cercare di fondere la cifra degli elementi storico-politici con le più avvincenti suggestioni del passato, nella complessa filigrana di passioni che è in grado di suscitare. Mettere in fila i fatti, le cifre, le date, gli eventi, i dati sono importanti, ma sono le emozioni che fanno la storia, forse l’unica verità è l’emozione. Ecco perché noi dobbiamo recuperare i particolari, i dettagli, finanche le piccole cose vere che restituiscono il senso delle grandi tragedie con un’attenzione particolare all’autoformazione delle coscienze. Questo è un percorso necessario perché, finché i leoni non avranno i loro storici, le storie di caccia continueranno altrimenti a magnificare il cacciatore.
Così, in una fase politica in cui taluni danno la sensazione di essere lì per preservare la democrazia non per praticarla, forse si è ancora alla ricerca di una nuova Betsy Ross – la sartina che cucì la bandiera americana con tredici stelle per il generale Washington – per realizzare la “nostra” bandiera.
Il nostro è un Paese ove non mancano ingegni brillanti e potenzialità sorprendenti, ma che sembra non di rado mancare di quel tessuto connettivo senza il quale è pressoché impossibile collegare ciò che è alto – estremamente alto – al basso.
Grazie alla memoria storica bisogna tentare di ridare respiro a nuove e più forti tensioni sociali ora sostanzialmente addormentate e rese inoffensive da potenti ammortizzatori sociali sapientemente progettati. Il senso più alto della conoscenza storica credo risieda soprattutto nel fatto che non si tratta solo di conservare il passato, ma principalmente di realizzarne le sue speranze. E l’unico modo di valorizzare il passato è quello di saper essere innovatori, cercando d’immettere il ricordo e le immagini dell’antico entro un circuito di stimoli e di pensieri rinnovato.
San Bernardo di Chiaravalle usava dire: “troverai qualcosa di più nei boschi che nei libri; gli alberi e gli oggetti ti insegneranno ciò che non puoi apprendere da ciascun maestro; confida nella memoria delle cose”.
Fare storia, ricordare la storia, raccontare la storia è come predisporre un raccolto, un granaio, un patrimonio prezioso per l’attuale, durissimo inverno dello spirito. Rimembrare il passato non significa tanto tornare a riviverne minutamente ogni attimo, quanto piuttosto selezionarne i momenti più significativi, più eloquenti, più utili, più vivi per noi. Alle volte, l’antica pittura su tela, invecchiando, si fa trasparente. Quando questo accade è possibile vedere le linee originali di certi quadri: sotto un vestito di donna trapelerà un albero, una barca che non naviga più in mare aperto. Ora la pittura è invecchiata: noi volevamo vedere che cosa c’era per noi una volta, che cosa c’è per noi adesso.