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LA POETICA DELLA MEMORIA IN MONTALE E SERENI  

 

Marco Antonellini

 

But flowers distill’d thugh they with winter meet

Leese but their show, their substance still lives sweet

Shakespeare, Sonetti, V

 

In una situazione in cui la percezione del reale si muove, per citare le parole di P. Florenskij, attraverso una prospettiva rovesciata, appare inevitabile che la poesia di Montale e Sereni si rivolga al passato e alla memoria. Non vi è – è ovvio – una visione storicistica o dialettica della vita ma la ricerca di un qualcosa di fermo e stabile da salvare. In questa ricerca sta forse la divergenza più importante fra Montale e Sereni perché, se per il secondo il passato si giustifica alla luce del presente e riviverlo è l’unico modo per vivere nell’adesso, per il primo la storia degli errori resta imperturbata. Per Montale il poeta deve salvare ciò che per la sua vicenda umana è ineliminabile. Non c’è dunque redenzione per ciò in cui si è mancati. Basta per questo ripercorrere gli ultimi versi di Riviere:

 

                       … Pensa:

cangiare in inno l’elegia; rifarsi;

non mancar più.

                           Potere

Simili a questi rami

Ieri scarniti e nudi ed oggi pieni

Di fremiti e di linfe,

sentire

noi pur domani tra i profumi e i venti

un riaffluir di sogni, un urger folle

di voci verso un esito; e nel sole

che v’investe, riviere,

rifiorire!

 

In quel “rifarsi; non mancar più” sta indubbiamente buona parte del senso di quel che andavo dicendo sopra. Appare evidente una volontà di cambiamento che diviene ad un certo punto esigenza incontrollabile. Non si tratta di mistificare il proprio passato, ma di leggerlo nella sua luce amara per proiettarlo così com’è verso un esito. Per Sereni il passato è il modo migliore di vivere il presente. Esso è vivo solo nel presente. Per Montale invece salvare la fissità dell’istante serve a mostrare quelle sequenze esperienziali che fanno l’umanità dell’uomo. E che il ricordo abbia in Montale un valore che inevitabilmente si richiama all’esperienza qui e adesso se ne accorge bene Sereni nel suo Dovuto a Montale. C’è in lui prima di tutto la necessità di fermare qualcosa per cui valga la pena. Così in una prosa di Nel nostro tempo:

 

«L’isolamento dell’artista (che assume spesso forme di sfacciato esibizionismo pubblicitario) era inevitabile in un tempo in cui azione e conoscenza camminano senza conoscersi o s’incontrano casualmente. Alla volgarizzazione, in senso etimologico, delle arti corrisponde la sfiducia nel linguaggio e la convinzione che ormai tutti i ponti sono tagliati. Partecipare a un urlo collettivo a un no universale sembra essere la sola ambizione dell’artista d’oggi. Scomparso il senso statico della vita (il senso che nel panta rei qualcosa debba restar ferma) rotto il diaframma fra arte e vita, la vita stessa si presenta come una mostruosa opera d’arte sempre distrutta e sempre rinnovata[1]

 

Mi sembra chiaro da queste poche righe che per Montale l’arte abbia un significato etico sul quale è bene non scherzare. Lungi dall’intenderla come semplice intrattenimento o come esclusiva riflessione estetica, l’artista per Montale svolge una funzione carica di responsabilità. In una modernità in cui l’effimero e il transeunte delle mode rischiano di divenire l’oggetto dell’arte, la contemplazione estetica del poeta pur con i retaggi di una filosofia del sensibile che dal rinascimento in poi ha capovolto i rapporti, ricerca una via d’uscita dall’impasse imposto dal modo di percepire la realtà. La poesia di Montale è sempre drammatico impegno, come bene testimonia De Robertis:

 

«Che Montale abbia scritto degli inni in questo suo secondo libro, non diremmo: ha preservato, riscattato, nei suoi momenti migliori, l’elegia degli scadimenti, con arte oh quanto accresciuta, e consumando il molto in poco: e di quell’arte ha dato poi, esperimenti un poco letterari, tradendo un gusto di lettore assai più che non dichiarando un gusto di poeta solo. Ci ha dato insomma i “mottetti”; e, in disparte, le scaglie, i testimoni del lavoro. Ma ci ha anche dato, nelle sue liriche più vaste, il drammatico svilupparsi, del recitativo di una poesia più intensa: testimonio, anche quello, d’un lavoro, più drammatico, di più totale impegno , dove questa è l’emblema della vittoria di Montale sopra sé, il segno, se pur fuggitivo dell’elegia salvata in inno[2]

 

Dopo gli Ossi per il poeta esistono principalmente due vie di fuga. In realtà questa parola andrebbe chiarita. Per fuga non è da intendersi rifugio ma una autentica alternativa ad una vita che Montale ha già sperimentato come “avara”. La memoria intesa come  recupero del passato è senz’altro la prima e non si tratta di un passato vissuto con nostalgica contemplazione o come un doveroso ricordare. Per Montale gli errori sono errori e tutta la bellezza del mondo non li risarcirà. “Occorrono troppe vite per farne una” è la splendida chiusura della lirica L’estate, poesia che con altre chiude il secondo libro del poeta. È una sorta di piccolo leit – motiv, di piccola parola chiave per comprendere l’opera di Montale. L’esperienza umana è troppo breve e misera per essere sprecata, per essere sepolta, per dirla con Sereni “dentro una polvere d’archivi”. La vita è unica e per questo troppo preziosa e l’uomo non s’accontenta perché “nulla paga il pianto del bambino a cui il pallone fugge tra le case”. In una cultura in cui il patto fra l’io e il mondo non accetta più una visione unitaria del reale e in cui la scienza risponde a tutto tranne che alle domande sul senso della vita, il poeta può fino ad un certo punto accontentarsi di un quieto vivere sancito da un tacito accordo di non belligeranza parando i colpi del  destino. Ma questo non è il caso di Montale e la perentorietà delle sue sentenze ce lo testimonia. Nell’inquieto pelago delle emozioni, il ricordo rappresenta un punto fermo dal quale partire, a cui ricapitolare non tanto e non solo la propria esperienza ma anche la propria conoscenza. Esso non è frutto di contemplazione, ma riemerge dal pozzo della memoria come una folgorazione, un lampo di verità nella piatta penombra della storia. Il ricordo viene a visitare l’uomo ed ad interrogarlo e non chiede certo celebrazioni di sorta. Quando Calvino fa notare che Montale usa la rima per abbassare il tono e non per alzarlo è probabilmente a questo che si riferisce. “Torcere il collo alla retorica” significa anche depurare dalle incrostazioni solipsistiche una verità di fatto che diviene a poco a poco verità personale senza perdere il proprio valore oggettivo. La memoria per Montale non è celebrazione dunque, ma punto partenza gnoseologico, verità prima sul mondo e poi su di sé. È un altro modo di cogliere i segnali di quel quid che metta l’uomo sul sentiero di una qualche verità. Qui sta probabilmente la vera distanza fra la poesia di Montale e quella di Sereni perché laddove la prima nel momento in cui sembra chiudersi si apre materializzandosi nella figura femminile, la seconda si chiude nell’autoreferenzialità del diario intimo non appena sembra aprirsi. Passato e futuro si condensano in un presente che si astrae da sé stesso attraverso la mitizzazione dei luoghi cari al poeta:

 

«Passato e futuro, insomma, entrano nella partita solo nella misura in cui collaborano a conferire senso più profondo al “presente”, a renderne più vivide e meno periture le emozioni, a integrarlo o illuminarlo, e non già a illuderlo o mistificarlo. Per gradi, s’intende, e secondo una spirale sempre più stretta e aggressiva, con spirito sempre più esigente: dal 1935 ad oggi, dai versi di “Frontiere” agli “Strumenti umani”. […]

Senza una lucida e matura coscienza politica, per sua stessa dichiarazione, Sereni si è ritagliato dunque, in quegli anni, un “presente” del tutto privato, il quale risulta involontariamente (ma anche necessariamente) eccentrico, per non dire oppositivo, rispetto al presente ufficiale, con cui non entra in conflitto ma a cui neppure consente: mite e gentile quanto quello è rozzo e bellicoso, riservato e urbano quanto quello è sfacciato e volgare. È senza dubbio un “presente” mitico (e suoi luoghi deputati sono certe strade e sobborghi di Milano e Luino,  Zenna e Creva, e soprattutto la vagheggiata Europa, al di là della “frontiera”, libera e civile come una terra promessa…), un “presente” evidentemente intriso di letterarie suggestioni, chiuso nel cerchio ben sigillato e gelosamente protetto dell’autobiografia e refrattario alla comunicazione; e tuttavia schietto e vero, nato spontaneamente dalla coscienza a colloquio con essa: suo emblematico diario[3] 

 

Se dunque per Sereni la memoria è essenzialmente legata al colloquio autobiografico della coscienza con sé stessa, per Montale essa diviene primo luogo sul quale costruire una conoscenza ma anche una coscienza che sappia riconoscere principi di discernimento. Ad essa si legherà sempre un fremito, un dolore ed un rancore per le occasioni mancate, per un passato che non può più essere modificato. Il ricordo per Montale “trema”, cioè scuote, sveglia l’uomo dal suo torpore, non lo conforta o giustifica, riemerge dal pozzo del passato rendendolo più vigile, più cosciente della sua infermità fino a volersi “scabro ed essenziale”, povero fra i poveri, portatore di una verità che la folla non può riconoscere. Il no alla vita e il tuffo nella storia di essa di Esterina porta con sé come frutto l’estraneità, ma anche una superiore conoscenza. E questo scarto ironico quasi socratico, sarà il timbro fra le righe di tutta l’arte di Montale al cui il poeta non verrà mai meno anche soprattutto nelle sue ultime prove. Il ricordo conserva l’essenza di questa verità come testimoniano i versi finali del Sonetto V di Shakespeare quello stesso che Montale usa ne Le occasioni, e che qui propongo nella traduzione di G. Baldini:

 

«Ma i fiori distillati, al sopraggiungere del verno, perdono soltanto l’esterna apparenza, ché la loro intima essenza vive per sempre fragrante

 

E sarà una fragranza amara quella dei ricordi di Montale ma pur sempre interezza di verità e di intendimenti. Accanto alla memoria, che come abbiamo visto diviene presupposto gnoseologico alla sua poetica, troviamo una seconda via che si incarna nella figura di Clizia, un’apertura questa che esprime “un sentimento di profonda religiosità” come bene ha intuito Macchia che poi sempre a proposito delle figure femminili di Montale afferma:

 

«Tutta la poesia di Montale è una “poesia con personaggi”. Nati da un’idea della lirica non quale gioco di suggestioni sonore, ma simile a “un frutto che contenesse i suoi motivi senza rivelarli”, con un totale assorbimento delle intenzioni nei risultati raggiunti, l’identificazione di questi personaggi resta difficile. I loro volti, quasi tutti femminili, sono sfuggenti, eppure mossi dal desiderio di esistere in quanto personaggi: Arletta , Esterina la tuffatrice, la pianista (nella più gozzaniana delle sue liriche) e Gerti, e Dora Markus. Anche “La bufera” contiene più di un’immagine di donna: la malata della “Ballata”, manichino di gesso dagli spessi occhiali di tartaruga, con le sue lenti di lagrime, e, affidata a un breve ciclo, l’altra donna chiamata Volpe. Ma “La bufera” è soprattutto il “romanzo di Clizia”, il romanzo della “strana sorella”. (…) .. tutto il terzo libro è percorso da un canto d’amore continuamente minacciato. Ed è quella minaccia, la guerra, a scatenare tale straordinario bisogno di vita[4]

 

Tutta l’opera di Montale appare tramata da questa minaccia di una fine imminente, una fine che cancelli la memoria e la speranza affidata alla donna angelo. Ma se la realtà sembra offrire uno scenario così sconfortante tale sembra non essere il destino della parola poetica alla quale Montale resta fedele fino all’ultimo. In essa egli continua a scorgere un valore magico, il potere che essa ha di legarsi alla realtà e di restituirla all’uomo che la contempla nella sua integrità e dignità. Anche in questa visione l’opera di Montale non perde il suo slancio ma acquista in freschezza e in verità, quella stessa verità che scorge Florenskij nella parola:

 

«La parola è un isotopo ontologico. Come un nuovo evento nel mondo che racchiude ciò che è diviso, la parola è né l’uno né l’altro di ciò che è stato unito; è la parola. Ma non si può dire “è se stessa in sé”. Senza i poli da collegare essa non è affatto. Come un nuovo fenomeno, la parola dipende completamente da i suoi sostegni, come il ponte se perde uno dei punti di appoggio. Diviene così comprensibile anche l’affermazione opposta, che cioè la parola è il soggetto conoscente e l’oggetto da conoscere, le cui energie unite la tengono in essere”[5]


 

[1] Cfr E. Montale, Nel nostro tempo, Rizzoli,  Milano, 1972,  p.28.

[2] G. De Robertis , Altro novecento, Firenze, Le Monnier, 1962, p. 309.

[3] L. Caretti, Antichi e moderni, Einaudi, Torino, 1976, pp. 455 – 456.

[4] G. Macchia, Saggi italiani, Mondadori , Milano, 1983, pp.309-310.

[5] P. Florenskij Il valore magico della parola Milano, Medusa 2001 p. 33.

 

 

 

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