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Mavis Gallant, Al di là del ponte, Milano, Rizzoli, 2005

 

 

Netta Asher manda avanti un albergo nel sud della Francia e si guadagna da uno dei suoi ospiti il soprannome di “moglie musulmana”, per via della tolleranza con cui tratta il marito, uomo molto attraente e sempre circondato di donne. La prima cosa che ci viene detta di lei è che non osa contrariare suo padre, l’ultima la domanda che rivolge a se stessa mentre attraversa Place Massèna al braccio del marito, ritornato dall’America dopo anni: “Che cosa posso fare [...] se non lasciare che mi si tenga il braccio, che i miei passi siano guidati?”

Sylvie e sua madre svuotano nella Senna la borsa con le partecipazioni al matrimonio della ragazza; lei si è appena accorta di amare un uomo diverso dal promesso sposo, uno conosciuto solo per lettera. Quando si capisce che le intenzioni del corrispondente non sono affatto quelle di sposarla, Sylvie ci mette un po’ ma poi torna dal fidanzato di prima, il dolce e timido compagno che a tavola parla di loro due come di Tamino e Pamina.

Alec Webb stabilisce di morire in Riviera piuttosto che a carico del Servizio Sanitario Nazionale, ma questa morte che tarda ad arrivare costringe tutta la sua famiglia ad un forzoso esilio dall’Inghilterra. Walter Henderson cerca al contrario di liberarsi della turbolenta comitiva costituita dalla famiglia di sua sorella, piombata nel mezzo di un’estate ad alterare la sua tranquilla vita di scapolo.

I personaggi dei quattro racconti di Al di là del fiume sono figure sempre variamente “fuori luogo”, alienate rispetto alla realtà che le circonda o quanto meno in esilio dal luogo d’origine, spesso costrette a parlare una lingua che non è la loro o comunque con problemi di comunicazione.

Quando Mavis Gallant si trasferì a Parigi per dedicarsi esclusivamente alla scrittura erano gli anni del dopoguerra, l’Europa cominciava a scoprire la letteratura canadese e la Gallant pubblicava i suoi primi racconti su riviste di respiro internazionale, ma il direttore del giornale da cui si licenziò le gridò dietro ugualmente che sarebbe tornata strisciando a implorare un impiego, che tutti i cronisti pensano di saper scrivere ma si sbagliano.

Leggendo recensioni di romanzi o racconti scritti da donne, capita invariabilmente di vederli  confrontati con romanzi o racconti scritti da altre donne. Il che, per quanto i giudizi possano poi essere entusiasti, sembra sempre sottintendere che il prodotto è valido, per essere scritto da una donna. Nel caso della Gallant, tuttavia, il paragone con autrici come Alice Munro o Margaret Atwood sembra motivato dal fatto che la letteratura canadese contemporanea, concentrata fin dai suoi esordi sul racconto più che sul romanzo,  pare rappresentata oggi soprattutto da scrittrici. A detta dei curatori dell’antologia Musica silente, pubblicata in Italia nel 1992 con l’intento di tracciare un panorama della letteratura canadese contemporanea, si tratta di un continente ancora inesplorato, noto di fatto solo agli specialisti della materia; e questo anche per motivi meramente commerciali, che garantiscono traduzioni immediate a scrittori statunitensi anche di scarso profilo e poca o nessuna diffusione ad autrici come le tre di cui sopra.

La letteratura canadese è costretta infatti a dibattersi tra il modello inglese e statunitense da una parte e quello francese dall’altra; gli autori stessi sono spesso bilingui, come la Gallant, che decide però di scrivere in quella che definisce la sua “lingua dell’immaginazione”, l’inglese. Il mondo descritto dagli autori canadesi sembra comunque riuscire a conservare un’identità ben distinta da quella statunitense; si guarda anche a modelli europei, nel caso di Al di là del ponte sicuramente alla Mansfield. Emerge dunque con forza il desiderio di distaccarsi da modelli culturali oppressivi – spesso nei racconti della Gallant rappresentati da personaggi maschili- per mezzo di una scrittura non esplosiva né rivoluzionaria, bensì attenta al particolare, ma non sempre i protagonisti riescono nei loro tentativi di emancipazione: un po’ come nella scena in cui il grosso ospite americano si siede con tutto il suo peso sul divano dove si trova Netta, facendo involontariamente scivolare la donna di qualche centimetro verso di lui.

I lettori che si appassionano alla cura del dettaglio senza che questa comporti una complicazione linguistica, che apprezzano  l’ambiguità della narrazione ma anche il lieto fine, troveranno affascinanti i racconti di Mavis Gallant.

(Daria Biagi)

 

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