Maurice de Guérin, Quaderno verde, a cura di Adriano Marchetti, Genova-Milano, Marietti, 2007, pp. 279.
Nell’ambito di una disciplina non di rado capricciosa, qual è la critica letteraria, mi sia concesso l’arbitrio (del resto non solo mio) di definire una categoria classificatoria e interpretativa al contempo: quella dei “poeti giovani”. Giovani perché venuti meno prematuramente alla scrittura per scelta, è il caso di Rimbaud, o per necessità, come Catullo, Villon e, appunto, Maurice de Guérin (1810-1839). Ad essi vanno ascritti alcuni caratteri ricorrenti: l’immediatezza, che spesso nondimeno dissimula una rigorosa abilità tecnica; la forte incidenza della biografia sulla poesia; il potenziamento delle funzioni emotiva e conativa del linguaggio, ovvero il rifiuto di una comunicazione meramente referenziale e la conseguente affermazione delle psicologie dell’io e dell’altro che ne è interlocutore (anche quando sia il mondo stesso); concluderei infine con la ricerca, di frequente provocatoria, dell’estremo.
Georges-Pierre-Maurice de Guérin fu un poeta giovane, non v’è dubbio, eppure la sua breve esperienza umana e artistica acquistò in profondità ciò che perse in durata. Del resto, come spesso i grandi scrittori, poco produsse e meno salvò dal rogo che egli stesso allestì per i suoi fogli. Pressoché sconosciuto in vita, fu riabilitato tardivamente grazie all’intervento dell’amico Barbey d’Aurevilly, che definì i suoi scritti «matériaux d’un livre immortel»; oggi è giustamente collocato tra le principali voci del romanticismo francese ed è considerato tra i primi ideatori del moderno poema in prosa (cfr. Le Centaure e La Bacchante), nonché tra i precursori dell’estetica del simbolismo.
Egli si impone altresì come testimone straordinario di quella linea di ricerca tipicamente transalpina che da Jean-Jacques Rousseau e da Bernardin de Saint-Pierre conduce magari a François-René de Chateaubriand attraverso il dispiegarsi di un senso nuovo del paesaggio, di una nuova concezione della Natura, non più opposta all’uomo in quanto res extensa ma ad esso accomunata in quanto res sentiens. Soprattutto nel Cahier vert – un diario che egli tenne dal 1832 al 1835 durante un soggiorno nella regione nativa di Le Cayla – Maurice de Guérin proiettò il proprio tormento spirituale sulla natura rigogliosa della costa meridionale della Francia, la cui trepida vitalità, le cui più riposte vibrazioni sembravano garantirgli una intima corrispondenza di sentimenti. Come suggerisce il curatore: «durante le passeggiate, il giovane Guérin, cullato dai propri passi, misura ritmicamente le proprie angosce e gioie, le proprie aspirazioni e disperazioni. Il suo isolamento si fonda forse ancora su delle ragioni negative come se ci fosse un male da vincere. Fugge la città e si può sospettare che si sia ritirato nella campagna per essere solitario. Ma anche l’inverso è verosimile: Guérin si fa solitario per essere con la Natura. In questa seconda ipotesi non è più una psicologia perturbata a suggerire le scelte, ma il desiderio, rivoluzionario a suo modo, di ritrovarsi, solo nella più fastosa compagnia, a essere se stesso ritrovando il mondo in una ebbrezza spirituale resa possibile dai sensi del corpo».
Adriano Marchetti, docente di Letteratura Francese all’Università di Bologna, con la consueta perizia propone oggi per i tipi di Marietti (nella collana I Rombi) la traduzione delle pagine sconvolgenti di quel Quaderno, corredandole di veloci ma esaustivi apparati esegetici. Il filologo, in questo caso, è chiamato a farsi scrittore, è sfidato ad aderire a una lingua impressionistica, primigenia, il cui suono riproduce immediatamente il ritmo fisiologico della vita naturale, che è musica ancestrale, ma lo rifrange poi nelle consonanze emotive dell’io poetico. Il critico, qui, deve conformarsi a una psicologia e a una sensibilità allo stesso tempo virginali e abissali, capaci di intuire come il soprannaturale permei il creato e come il creato si faccia così miroir de l’âme . «Il poetico non è escluso dalla prosa, quando la scrittura si modula al diapason delle pulsazioni del cuore e all’appello di una sincerità assoluta. Il risorgere del poetico nella prosa accade in Guérin fuori dal calcolo, nell’innocenza del sentimento immediato, nell’inavvertenza, nella dolorosa inconoscenza di causa». Tradurre le parole selezionate, cadenzate, pregne di senso di Maurice de Guérin non è insomma impresa da poco, e tuttavia la sfida in questo caso può dirsi senz’altro vinta.
(Lorenzo Tinti)