Marino Magliani, La Tana degli Alberibelli, ed. Longanesi, 2009, pp. 329, € 18,00.
Jan Martin, un giovane olandese agente di un’agenzia europea antifrode, viene in Italia per indagare su fondi europei dirottati a fini di privata speculazione verso la costruzione di un porto turistico dalle dimensioni imponenti, forse il più importante del Mediterraneo. Jan agisce sotto copertura: lo scopo ufficiale della sua venuta, infatti, è un’attività da archeologo, consistente nella ricerca di notizie circa la verità d un racconto popolare che narra di due disertori francesi rifugiatisi in una grotta della zona (la Tana degli Alberibelli, appunto) subito dopo la battaglia di Marengo in attesa di trovare un imbarco per Cipro e rifarsi una vita. Entrambi facevano uso di hashish (secondo una vulgata l’hashish fu introdotto in Europa proprio da reduci delle campagne napoleoniche in Egitto) e se ne servivano utilizzando un mestolino d’argento in cui lo mescolavano con la menta il cui ritrovamento costituirebbe la prova della storicità della leggenda.
Jan è un uomo irrequieto che considera incerto il proprio destino, e non programmabile il proprio futuro. E’ un isolato, con un unico forte affetto, il nonno rimasto in Olanda con cui mantiene con una certa ansia i contatti via e – mail, ed è un amante della Liguria, nella quale ha soggiornato a lungo in passato: «ricordava quando da studente veniva in Liguria, e anche allora preferiva l’inverno. Era una regione di cui ormai poteva dire di conoscere vapori e luci come se ci fosse vissuto da sempre. Sulle colline, paesi antichi, comuni da duecento-trecento anime, e tetti da cui si alzavano cupole di campanile dalle squame colorate». È proprio nel Ponente ligure, nei paesini abbarbicati tra cielo e mare, tra uliveti terrazzati ed orti strappati alla montagna, che Jan sviluppa le sue indagini e pone la sua base operativa.
Nel corso della sua attività di copertura tuttavia scopre che nella Tana erano accaduti altri episodi avvolti dal fumo delle dicerie, e sostanzialmente ancora oscuri, durante la guerra di liberazione. Infatti, Iliev, un comandante partigiano cattolico, era stato assassinato proprio nella stessa grotta, e nelle valli intorno si era fin da subito mormorato di un tradimento da parte di qualche esponente dell’antifascismo. La sua eliminazione sarebbe stata dovuta ad un personaggio anch’esso avvolto nel mistero, detto lo Sfollato, un repubblichino che, tuttavia, risulta giustiziato subito dopo la caduta definitiva del regime. Questo episodio si rivela ben presto molto più di uno spunto per una nuova ricerca storica, perché alcuni elementi dell’indagine «coperta» fanno affiorare inquietanti collegamenti tra l’oramai remoto episodio della resistenza ed un sistema di potere che si sarebbe prolungato in un interminabile dopoguerra fino ai giorni nostri, quando un incestuoso connubio tra politica ed affari avrebbe prodotto, tra l’altro, proprio la speculazione su cui indaga Jan.
Si susseguono altri episodi inquietanti. Una misteriosa Volvo Bianca con a bordo un uomo e una donna segue spesso gli spostamenti di Jan, e i suoi occupanti indagano su di lui e sulle sue intenzioni. Viene sorvegliato anche Pietro, che molto sa del passato (mentre a suo padre infermo viene inopinatamente sbloccata l’indennità di accompagnamento che invano attendeva da anni). L’olandese prosegue di pari passo le sue esplorazioni nella zona della Tana degli Alberibelli e le sue indagini sulle deviazioni dei fondi europei. Le due inchieste, che presentano di tanto in tanto inquietanti punti di contatto, preoccupano un importante notabile del luogo, soprannominato “il Cavaliere”. Questi si reca a visitare in una casa di riposo uno dei sopravvissuti della fazione opposta, il vecchio repubblichino Vinzini, con il quale in un drammatico colloquio cerca di ricostruire ciò che è davvero accaduto nella Tana. Jan Martin, intanto, conosce una ragazza, Loredana, che lavora al bar di Sorba dove di solito va a mangiare, ed inizia con lei una relazione che nei brevi giorni della sua inchiesta si rivelerà più importante del previsto. Riesce poi ad entrare in contatto con Bacì, uno degli ultimi testimoni dell’attacco alla Tana, e con un gruppo di altri ex partigiani che molto avrebbero da raccontare. L’indagine prosegue poi con ulteriori avvenimenti, fino a rivelare quanto vicende che si pensavano ormai definitivamente consegnate al passato siano ancora, invece, pervicacemente legate al presente.
Questa, riferita in sintesi estrema, svolta per di più rispettando la regola generale di non rivelare il finale di una storia di intrigo e di mistero, l’ossatura della complessa vicenda che Marino Magliani propone nel suo recente La tana degli Alberibelli (Longanesi, 2008, € 18,00). In esso coesistono, fatto certo non così usuale nella narrativa di questi anni, molteplici motivi anche non del tutto omogenei tra di loro, con evidenti rischi per la tenuta e la compattezza del romanzo. Il mantenimento di un’intima coesione della storia raccontata, ed il contenimento degli episodi dispersivi rispetto all’economia del racconto, dimostrano che, per un narratore di rango, è ancora possibile coniugare l’invenzione di storie (nella doppia accezione che l’etimo latino suggerisce) con l’appassionata esplorazione degli anditi più reconditi delle nostre emozioni.
Per apprezzare appieno il valore letterario del romanzo è opportuno utilizzare un metodo di analisi che dia conto sia dell’elemento strutturale, sia della forma narrativa e sia infine dei temi che sono il fulcro della narrazione stessa, con uno sguardo quindi che dall’esterno muova progressivamente verso l’interno del corpus narrativo.
L’impianto narrativo è, come appare appunto dal sunto che se ne è dato, piuttosto robusto, costruito su un intreccio di piani temporali che conferiscono profondità alla vicenda narrata e facilitano l’inserzione di storie singole nel più ampio fluire della storia di una comunità, quella dei piccoli paesi dell’entroterra dell’imperiese, che a sua volta rimanda nella sua esemplarità (nel bene e nel male) alla storia recente dell’intero nostro paese. Un primo piano temporale è allora quello degli anni della Resistenza, che solo apparentemente sono lontani dal presente. La mancanza di verità di episodi che sono cruciali per la storia di comunità, per quanto ristrette siano come quella in cui si muove Martin, comporta strascichi a priori inimmaginabili, accumulazioni di dolori sordi, inespressi ma sopravviventi in una sorta di catatonia dell’anima, rancori che il tempo non cancella, piuttosto consolida in grumi di astio tanto più insolubili a mano a mano che se ne smarriscono nella dimenticanza le ragioni che li hanno generati.
Il tempo presente, d’altronde, pare unicamente proteso a perseguire il benessere materiale, ed in questa sua tensione rischia di infrangere molti limiti: quelli dell’onestà personale, anzitutto, ma anche quelli del rispetto della comunità a cui si appartiene, che ai giorni nostri si manifesta anche nella tutela del territorio che quella comunità ha nel tempo contribuito a formare, plasmandolo secondo le proprie possibilità e le proprie esigenze. E così le stesse radici di una collettività stanziata su quel lembo di terra stretto tra cielo e mare che è la Liguria di ponente rischiano di essere recise. La prospettiva che Magliani paventa è dunque proprio quella di una terra avviata alla deriva della perdita di se stessa, delle proprie origini e delle proprie tradizioni, che sono primariamente custodite dagli abitanti dell’entroterra, e che formano un tutt’uno con il paesaggio di cielo di monte e di mare da cui pare quasi, per un arcano sortilegio, siano state misteriosamente concepite.
I due tempi della narrazione sono del resto opportunamente tenuti distinti dall’autore: è nell’urgenza dell’attualità che la narrazione si costituisce (e questo conferisce forza all’intento di narrazione civile di cui si dirà oltre), mentre il periodo della Resistenza è evocato dai ricordi dei protagonisti o dall’avanzare degli studi di Jan Martin su ciò che accadde nella Tana al partigiano Iliev. Ma ciò non significa che non vi sia un principio di continuità tra un tempo ormai remoto (sono trascorsi più di sessant’anni...) e il presente più attuale. E’ con questa consapevolezza che la generazione che è oggi nella sua maturità, e può e deve scegliere e decidere per il bene collettivo anche sulla base delle eredità del passato, deve confrontarsi senza infingimenti e senza remore, anche a costo di portare alla luce un principio di tabe morale proprio laddove la comunità principiava a riscattarsi.
Il terzo tempo narrativo sfuma ulteriormente nella nebbia della leggenda e riguarda i disertori dell’esercito napoleonico nascostisi nella tana dopo la battaglia di Marengo e dei quali Jan Martin ricerca il mestolo usato per dosare hashish e menta: si tratta per inciso dello stesso spunto narrativo presente anche in una delle prime opere di Magliani, L’estate dopo Marengo.
Il racconto di Magliani scorre fluido giovandosi dell’ubiquità del narratore onnisciente, che, in una sorta di focalizzazione inversa, sfuma la sua visione dell’interiorità delle figure rappresentate in misura non necessariamente proporzionale alla contiguità con il protagonista. Ma ciò non sempre significa una più acuta percezione dell’interiorità del personaggio, risultando la scelta del modus narrandi a volte semplicemente funzionale alla migliore comprensione della storia. Talvolta basta invece un silenzio per svelare al lettore intenzioni e vicinanze: ne sono conferma certi dialoghi pressoché privi di parole tra Martin e Loredana.
In La tana degli Alberibelli si incrociano, oltre ai tre tempi del racconto di cui s’è detto, anche diverse intenzioni narrative. La prima attiene alla storia più apparentemente evidente, a cavallo tra poliziesco e storia d’avventura e si manifesta attraverso la particolare cura dell’intreccio, realizzato per accumulazioni di dati successive, per acquisizioni di elementi narrativi che di volta in volta sono per Jan Martin ulteriori tasselli per la ricostruzione della verità. In altri casi si tratta invece di elementi che aprono spiragli verso realtà laterali non necessariamente funzionali all’accertamento del vero: al contrario, anzi, si rivelano ad esso indifferenti. Deviazioni rispetto ad una trama che non può essere mai rettilinea: proprio come nella vita reale.
Ma qual è la verità che interessa a Martin? O meglio: è possibile che esistano più verità che lo riguardano? La più evidente, e a lui più presente, è quella per cui si trova in missione nell’estremo ponente ligure: l’accertamento dell’esistenza della trama criminosa volta a deviare i fondi della Comunità Europea verso speculazioni private. Ma a mano a mano che Martin si inoltra nella sua inchiesta, altri generi di indagini si fanno urgenti. Innanzitutto, quella su ciò che avvenne a ridosso della fine della guerra ed immediatamente dopo nella Tana: sempre che le risultanze che emergeranno dalle due istruttorie non si rivelino alla fine due facce di un’unica devastata e devastante verità. O ancora: quella relativa al proprio rapporto con il mondo, che pur se scarsamente affiorante in maniera esplicita, si rivela nel suo modo di scrutare il paesaggio ligure, di cui individua la scorbutica armonia, nella quale cercare, sapendo di trovarlo, un rispecchiamento, o nel suo rapporto con Loredana, in cui profonde tenerezza e ruvidità, o nella sua nostalgia per il nonno, rivelatrice di un’aspirazione ad una maturità non ancora compiutamente posseduta. E la ricerca interiore, intessuta su fili fragili e senza prospettive palesi, pare recuperare energia dall’attivismo prodigato nelle indagini, quasi che Jan dovesse ricavare giustificazione nel suo guardarsi dentro dal dovere di cercare una verità rilevante per l’intera collettività (sia essa riferita alle speculazioni edilizie o alla storia partigiana o a tutte e due).
Intimamente connesso con gli scarni accenni espliciti di ricerca interiore, lasciati trasparire con noncuranza dallo sviluppo della trama, è poi il versante della descrizione paesaggistica, sviluppato in maniera non usuale, perché adeguato alla strategia narrativa dell’autore, che preferisce il passo lento della riflessione all’andamento brioso della storia d’azione. Il paesaggio, per Magliani, è, infatti, anzitutto spazio dell’animo, svelamento di un umore o di un sentimento, momentanea o durevole consonanza dell’animo con il mondo. La sua scrittura scabra, aspra e tenera come i monti dell’entroterra ligure, scavata nella tensione all’essenziale, un’occhiata radente sul mondo, sa cogliere gli elementi del paesaggio e li definisce come segnali non casuali: li sa decifrare Martin, ma come anche certamente i vecchi partigiani con cui nel dipanarsi della storia si incontra. Non solo la natura nella sua immensità parla, lo fa anche l’umanità che vive su ciascuna minima porzione di essa, raccontando storie raramente gioiose, a volte anzi dolenti: la condizione esatta che traspare dai graffiti lasciati dentro la Tana.
La precisione nominalistica che denota lo sguardo di Magliani sul mondo è indizio non trascurabile di un anelito a possedere la natura e al contempo ad esserne posseduto che si va perdendo, e di cui autori come lui ci restituiscono la memoria: Martin partecipa a pieno titolo dell’ansia che corrode il nostro vivere odierno, eppure scorge una possibilità di distacco proprio in una residua capacità di contatto immediato con le cose, che un rapporto di intima contiguità con le manifestazioni della natura indubbiamente favorisce. Si intravede in ciò l’ombra di Biamonti (con l’esplicito omaggio di una citazione rivelatrice), ma la sovrapposizione, fino ad una sorta di non detta archetipica identificazione, di paesaggio e carattere degli uomini che lo vivono è propria di una linea ligure illustre, che congiunge autori tra loro non altrimenti comparabili se non per questa loro comune strenua volontà di dare voce alla terra (da Vittorio G. Rossi a Seborga). Un intento quasi consolatorio pare inoltre presiedere a questo empito di adesione al mondo naturale: in esso non esiste né tradimento né diserzione, quei veleni che hanno ammorbato in più occasioni dal 1945 ad oggi la vita della piccola collettività delle vallate dell’entroterra (ma anche della più ampia collettività nazionale), ma una perenne identità, un’immutabilità che garantisce da ogni voltafaccia, sia quando lo si contempli nella giovinezza, sia quando ci accompagni nell’estrema vecchiaia.
La Tana degli Alberibelli è infine anche il resoconto di un tradimento prolungato, perenne, che si compie nei decenni assumendo ogni volta un aspetto diverso: da quello commesso nei confronti del partigiano Iliev, a quello perpetrato dai notabili locali verso la propria terra sfregiata nella sua bellezza e mercificata per interessi speculativi, a quello, che in fondo tutti li ricomprende, consumato da troppi antichi combattenti nei confronti degli ideali della giovinezza. Nel moto di rivolta contro la constatata persistenza di una degradazione morale che il semplice scorrere del tempo non vale a scalfire, piuttosto anzi rischia di consolidare, è custodito il senso di “romanzo civile” dell’opera di Magliani, per la prima volta in rilievo con tanta urgenza nella sua produzione, che non casualmente qui allenta la tensione visionaria presente in alcuni libri precedenti (su tutti Il collezionista di tempo” per privilegiare invece soluzioni di più accentuato realismo. L’osservazione coinvolge necessariamente il versante resistenziale del racconto. L’autore fa proprio, infatti, il presupposto, ampiamente presente nella storiografia dell’ultimo cinquantennio, che l’Italia attuale sia figlia della Resistenza. Se così è, è allora lecito coltivare il dubbio che anche alcuni dei guasti attuali della nostra società possano avere origini in essa. Non si ricerchino tuttavia nel romanzo segnali di revisionismo: la resistenza di Baci’ e dei suoi compagni di un tempo è semplicemente ricordata e ricostruita senza orpelli, senza enfatizzazioni. Al mito si sostituisce una visione oggettivata: non c’è dubbio, in Magliani, su dove stesse la causa giusta e dove quella sbagliata, e su quale fosse la buona guerra da combattere e quale no. Ne è significativo indizio l’unica nota del libro dedicata alla memoria di un partigiano caduto, e soprattutto ne è garanzia la citazione di Una questione privata di Fenoglio, traccia lasciata dall’autore a comprovare la propria adesione a una concezione della resistenza esemplata su quella dello scrittore albese, non apologetica e privata di ogni retorica, ma proprio per questo in fondo più idonea a costituire insegnamento per una collettività che intende ritrovare i fondamenti del vivere comune. Le scoperte di Martin nel microcosmo dei paesini del ponente ligure costituiscono allora una sorta di rappresentazione figurale di ciò che si teme sia vero (e al tempo stesso si spera fortemente non lo sia) per l’intero nostro Paese, e cioè che non solo il lunghissimo dopoguerra dal 1945 ad oggi sia stato (anche) un inconfessato e progressivo allontanamento dagli ideali resistenziali, ma che i semi di questa infedeltà siano stati gettati già allora, quando si combatteva e si moriva per un’altra Italia. (Luigi Preziosi)