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Maria Giuseppina Muzzarelli, Un'italiana alla Corte di Francia, Il Mulino, Bologna, 2009

 

Una free lance italiana alla Corte di Francia

 

         Christine de Pizan, ovvero Cristina di Pizzano, è un'intellettuale vissuta fra il Tre e il Quattrocento alla Corte di Francia: ella trae il suo titolo di piccola nobiltà da una frazione di Monterenzio, a una ventina di chilometri da Bologna, da cui proveniva la famiglia del padre Tommaso, un eminente dottore dello Studio bolognese che volle dare alla figlia, cosa insolita a quei tempi, un'istruzione completa e che le trasmise la passione per i libri e per lo studio. Scrive Maria Giuseppina Muzzarelli nel suo bel saggio, Un'italiana alla Corte di Francia: “L'educazione impartitale dal padre è il marchio della differenza. È l'origine e il centro di questa storia”.

 

         Chistine, nata nel 1365, segue il padre a Parigi alla Corte di Carlo V, dove egli è chiamato per le sue conoscenze astrologiche, e si sposa quindicenne con Étienne, un nobile piccardo che diviene segretario del re e notaio. Ma la fortuna gira in senso sfavorevole: fra il 1380 e il 1390 muoiono il re, il padre e il marito da cui ha avuto tre figli. La giovane vedova reagisce alle difficoltà economiche, alla solitudine e allo sconforto (bellissimo il lamento in forma di ballata Sono sola...) iniziando un'intensa attività letteraria e pedagogica e divenendo la prima donna che ha fatto della scrittura una professione e che, dirigendo uno scriptorium, ha pubblicato i propri manoscritti facendoli illustrare con splendide miniature (ora conservate in gran parte alla British Library di Londra).

        

         Il merito di Muzzarelli è di avere restituito la figura di Christine alla concretezza della sua attività intellettuale nella Francia travagliata dalla Guerra dei Cent'Anni e da sanguinosi moti popolari, come quello dei cabochiens parigini. Così vediamo Christine difendere la dignità delle donne con La Cité des Dames e con Le Livre de Trois Vertus in un'epoca di pregiudizi misogini (diceva un proverbio popolare: “Dio fece le donne per piangere, parlare e filare”). La osserviamo, grazie alle sue miniature, nell'abbigliamento sobrio ed elegante che prediligeva e che raccomandava alle donne costrette a lavorare: una sopravveste di colore blu cobalto dalle ampie maniche da cui esce il bel tessuto della cotta sottostante e un copricapo a sella o a corna impreziosito da un velo leggero. La seguiamo presso i Borgognoni e gli Orléans in lotta fra di loro a proporre la sue opere volte all'educazione delle giovani e alla formazione della classe dirigente. Una “free lance” della cultura che conduce le sue battaglie con coraggio e moderazione: “Da vera intellettuale moderna essa appare consapevole della propria autorità e del ruolo che le spetta nella società, ma anche di essere, in quanto donna, una rara avis”.

 (Alessandro Castellari)

 

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