A. Marchetti, con A. Bedeschi e D. Monda (a cura di), Moralisti francesi. Classici e contemporanei, Milano, Rizzoli-BUR, 2008, pp. 750, € 16
Discorde dai proclami dei filosofi “di professione”, ora impegnati a protrarre la tradizionale dicotomia fra epicureismo e stoicismo, ora intenti a emancipare «la ragion pratica» dalla pretesa, ad essa congenita, di sottostare ai condizionamenti dell’esperienza, per farne un sistema rigoroso, quando non l’oggetto di una scienza fondamentale; discorde, dunque, da questa sorta di presunzione speculativa, la voce del moralista ricorda piuttosto – variatis variandis – quella dell’epigrammista Marziale, laddove, rimproverando Mamurra per le sue letture tanto solenni quanto vane, lo ammoniva in questi termini: «Che vantaggio ti portano le illusorie fantasie di un misero foglio di carta? Leggi invece ciò di cui la vita possa affermare: “Mi appartiene”. […] Le mie pagine sanno d’uomo. Ma tu non vuoi, Mamurra, comprendere i tuoi costumi, né conoscere te stesso (tuos cognoscere mores / nec te scire)» (X, 4).
In ogni epoca e in ogni luogo, ma forse mai come nella Francia moderna e contemporanea, agli autori canonici si sono affiancati scrittori apparentemente minori, eppure capaci di convertire «la loro marginalità intellettuale in una riserva etica e in un’invenzione poetica tra le più inclassificabili» (dall’Introduzione di Adriano Marchetti). Né sono mancati autori più blasonati, ma ugualmente refrattari alle pressioni ideologiche vigenti o, tanto più, alle istanze culturali di moda.
Il moralista, a metà strada fra il pensatore e il poeta, fra il caratterista e il censore, si muove a una distanza di insicurezza da quell’umanità multiforme e sfuggente che costituisce il suo oggetto d’analisi. Le sue opere, spesso frammentarie e irregolari, comunque mai ultimative, recano traccia evidente di uno sforzo di comprensione realmente impregiudicato e, perciò, rifuggono il miraggio della sistematicità. Egli «non è un moralizzatore che stabilisce norme; semmai contesta la possibilità di affermarne e, più che pronunciare condanne, favorisce la pluralità interpretativa, vietandosi l’amplificazione e la finzione narrativa. Le sue raccolte sono partiture di “piccoli pezzi” che spetta al lettore eseguire» (Ibidem).
La saggezza del moralista rinuncia per scelta (o per dovere) alla compattezza organica del trattato, preferendo la complessione più fluida e contenuta della scriptio brevis (dell’aforisma, del pensiero, della massima, del carattere…), eppure – in tal modo – si pone come uno strumento privilegiato per comprendere la «complessa unità» (Huizinga) di un’epoca, soprattutto se si tratta di un’epoca di crisi. Non per caso, Moralisti francesi raccoglie testimonianze di prosatori vissuti dall’età delle Guerre di religione fino a quel tempo della frantumazione policentrica che è il nostro presente.
Ad Adriano Marchetti, Andrea Bedeschi e Davide Monda, curatori del volume rizzoliano, vanno ascritti non solo i meriti di un’inusuale acribia filologica e traduttologica, ma anche il riconoscimento di aver ridato voce a protagonisti della cultura francese che – vuoi per pigrizia intellettuale, vuoi per gli allettamenti di una ricerca più attenta alla sempre più labile motivazione dei fruitori che non al valore effettivo della materia – perfino l’intellighenzia accademica rischiava di dimenticare. Michel de Montaigne, Blaise Pascal e François-René de Chateaubriand, certo, ma passando allora per François des Rues, Madame de Sablé, Jean Domat, Charles Dusfresny, Louise Ackermann-Choquet e tanti altri scrittori, le cui parole ora reclamano spazio in una crestomazia che ha tutto il pregio di un vaglio attento e sensibile, nonché l’aspirazione a elaborare un organismo di rara coerenza metodologica.
Crediamo di cogliere nel giusto, affermando che l’attualità coinvolgente e insieme profonda di tali Moralisti francesi risieda proprio nel progetto di «formare un quadro di riferimento» attraverso un’indagine empirica e una campionatura soppesata su criteri che intreccino le ragioni della sociologia con quelle della stilistica e, magari, della critica tematica e del «razionalismo applicato» bachelardiano. Atteggiamento dal quale, a ben vedere, discende altresì quello «spirito di consapevole umiltà» – per mutuare un’espressione di Emilio Pasquini – a cui si confanno i brevi commenti e le notulae biografiche dei curatori, i quali paiono maggiormente solleciti a patrocinare la pregnante centralità dei testi antologizzati, secondo gli ammonimenti oramai ineludibili di un’accorta metodologia fenomenologica.
Quanto, infine, ai reali protagonisti di quest’opera – i moralistes – è senz’altro vero che le loro asserzioni celano frequenti discordanze, incongruenze, contraddizioni a volte (non di rado permanendo all’interno della produzione di un medesimo soggetto); è vero che oscillano tra una vocazione alla perentorietà e una al raccoglimento, «tra la cella e il pulpito» (Alfonso Traina), così capita che aspirino alla palinodia; è vero che adottano un registro ora bonario, ora sconsolato, ora ironico, ora tragico: nondimeno, tutto ciò non inficia minimamente il loro tasso di verità, anzi.
A differenza del teorico, in effetti, il moralista batte e ribatte la via compromissoria dell’esperienza e del coinvolgimento, ed elabora quindi una riflessione che rimanda al disordine della esistenza, alla sua ineludibile entropia, ma sottoforma di indefessa reazione: essa sa porsi come esercizio, come esperimento su di sé e come stimolo per il lettore.
«La filosofia non consiste nell’insegnamento di una filosofia astratta, e meno ancora in un’esegesi di testi, ma in un’arte di vivere, in un atteggiamento concreto, in uno stile di vita determinato, che impegna tutta l’esistenza» (Pierre Hadot). Ecco perché anche quella dei moralistes è senz’altro un modo di far filosofia. La filosofia, infatti, deve essere al servizio dell’uomo, non già viceversa; e poiché suo scopo autentico è un miglioramento realmente misurabile, non può che essere, al fondo, filosofia morale. (Lorenzo Tinti)