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Dacia Maraini,

I giorni di Antigone (Milano, Rizzoli, 2006)

 

SPUNTI E IDEE PER UN Commento storico-critico

 

GIOVANNI GHISELLI

 

 

 

Introduzione

“Purtroppo le parole non hanno la perfezione e la forza assoluta di un gesto come quello di Antigone”  (p. 7).

 

Commento. Le parole di Antigone

 

Le parole a volte hanno maggior forza dei gesti. Anche non poche parole dell’Antigone di Sofocle: parole con le quali la ragazza afferma la sua identità: quando Ismene le fa notare : “tu hai il cuore caldo per dei cadaveri gelati” (v. 88), ella risponde : “ma so di esser gradita a quelli cui soprattutto bisogna che io piaccia” (v. 89).

L’eroe tragico di Sofocle è un uomo (come Aiace, come Edipo) o una donna, o piuttosto una ragazza, come Antigone o Elettra[1], e comunque una persona di statura eroica “che, senza l'aiuto divino e contro l’opposizione degli uomini, prende una decisione che scaturisce dallo strato più profondo della sua natura individuale, della sua physis, e in seguito la mantiene ciecamente, con ferocia ed eroismo, anche fino alla propria distruzione… In sei delle tragedie superstiti, l’eroe si trova di fronte a una scelta tra la rovina possibile (o sicura) e un compromesso che, se lo accettasse, tradirebbe il concetto che egli ha di se stesso, dei suoi diritti e doveri. L’eroe decide contro il compromesso, e questa decisione viene poi oppugnata, dal consiglio degli amici, con le minacce, addirittura con la forza. Ma l’eroe rifiuta di cedere; egli rimane fedele a se stesso, alla sua physis, quella “natura” che ha ereditato dai genitori e che costituisce la sua identità. Da tale risoluzione deriva il mirabile pathos drammatico di tutte e sei le tragedie: più precisamente, dalla decisione di Aiace di morire piuttosto che sottomettersi, dall’incrollabile fedeltà di Antigone al fratello perito, da quella di Elettra a suo padre, dall’amaro rifiuto di Filottete di recarsi a Troia, dall’ostinata insistenza di Edipo a Tebe per conoscere tutta la verità, prima sull’assassinio di Laio e poi su se stesso, e dalla volontà del vecchio Edipo di farsi seppellire su suolo attico. In ogni dramma, “l’eroe è assoggettato a pressioni da ogni lato [...] Antigone deve affrontare la fraterna insistenza di Ismene, le minacce di Creonte, la violenta disapprovazione del coro, l'imprigionamento in una tomba e la mancanza di qualunque segno di approvazione da parte di quegli dèi di cui è paladina [...] e tutti resistono saldamente alla massiccia pressione della società, degli amici e dei nemici. Per descrivere nel modo migliore l’eroe sofocleo e la sua situazione, si pensi alla meravigliosa immagine che nell'ultima tragedia paragona il vecchio cieco a un ‘promontorio nel Nord, con le onde tempestose che lo battono da ogni direzione ’(Oed. Col. , 1240-1). Come lo scoglio, l’eroe sostiene i colpi della bufera e rimane incrollabile”[2].

Altre parole esemplari, educative, non meno del gesto[3] di Antigone sono quelle con le quali afferma la propria vocazione umanistica, nel senso che si sente incline a soccorrere l’umanità, a partire dai più deboli l’umanità: “certamente non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore” (v. 523). “Esiste un umanesimo greco, al quale dobbiamo opere come l’Antigone di Sofocle, una delle più alte tragedie ispirate a quest’atteggiamento; in essa, Antigone rappresenta l'umanesimo e Creonte le leggi disumane che sono opera dell'uomo”[4]. Credo che questi versi di Sofocle siano più significativi, per un giovane di oggi, che il gesto di seppellire il fratello.

Inoltre: il tiranno fa paura poiché non subisce limitazioni. Ebbene, Antigone denuncia non solo l’empietà ma anche il crimine politico del tiranno che ha tolto il bene supremo della parresia al popolo: il gesto trasgressivo e glorioso di seppellire il proprio fratello, è piaciuto ai Tebani, i quali tacciono solo per paura: “Del resto, da dove avrei potuto ottenere una gloria/ più bella e famosa che componendo mio fratello/ nella tomba? Si potrebbe dire che a tutti questi questo/ piace, se la paura non serrasse la lingua/ ma la tirannide in molte altre cose ha successo/ e per giunta le è possibile sia dire sia fare ciò che vuole” (vv. 502- 507).

 

Che ne sarà dei nostri parchi?

 

“Gli alberi? Sacrifichiamoli, è la sentenza incosciente. E’ più importante il lavoro” (i giorni di Antigone p. 26). Gli alberi continua la Maraini hanno una funzione non soltanto estetica “essi sono le sentinelle del clima”.

 

Commento

 

Io dico che contribuiscono anche al nostro benessere mentale.

 Sentiamo il principe Myškin, che ritiene connaturata all’uomo e naturale la felicità: “Io non so come sia possibile passare accanto a un albero e non sentirsi felici di vederlo. Parlare con una persona e non essere felici di volerle bene! Oh, io non so esprimere bene i miei sentimenti…ma quante cose belle vediamo ad ogni pie’ sospinto, belle al punto che l’uomo più abbietto non può che vederle sempre belle? Guardate un bambino, guardate l’alba divina, guardate come cresce un fuscello, guardate negli occhi che vi guardano a loro volta e vi vogliono bene…”[5].

 

Il dolore non ha bandiera. Risposta a Oriana Fallaci

 

“Sapere accogliere il diverso è una conquista, una forza, non una debolezza” (p. 34).

 

Commento. La diversità.

 

“L’esperienza dei totalitarismi ha messo in rilievo un carattere fondamentale della democrazia: il suo legame con la diversità. La democrazia presuppone e nutre la diversità degli interessi così come la diversità delle idee. Il rispetto della diversità significa che la democrazia non può essere identificata con la dittatura della maggioranza sulle minoranze; la democrazia deve comportare il diritto all’esistenza e all’espressione per le minoranze e per i contestatori, e deve permettere l’espressione delle idee eretiche e devianti. Come si deve proteggere la diversità delle specie per salvaguardare la biosfera, così si deve proteggere la diversità delle idee e delle opinioni, nonché quella delle fonti dell’informazione (stampa, media) per salvaguardare la vita democratica”[6].

A proposito degli "altri", degli stranieri, dei diversi, la letteratura antica ci insegna, a volte, la tolleranza. Dalle Storie di Erodoto proviene un insegnamento che rimane valido pure oggi. Si tratta del cosiddetto relativismo erodoteo, considerato da alcuni un tratto che accomuna lo storiografo con la sofistica di Protagora il quale sostenne che l'uomo è "misura di tutte le cose". Ma il relativismo del sofista tende a mettere in discussione tutti i valori assoluti, mentre quello di Erodoto non riguarda l'ordinamento del cosmo, non vuole toccare gli dèi né sfiorare gli oracoli, bensì rifiutare l'intolleranza.

Nel terzo libro dello storiografo di Alicarnasso troviamo un episodio che afferma il valore della tolleranza e costituisce uno dei più alti insegnamenti della cultura antica. Il re Dario domandò ad alcuni Greci se sarebbero stati disposti a cibarsi dei loro padri morti, ed essi risposero che non l'avrebbero fatto per niente al mondo. Quindi il re dei Persiani chiese agli Indiani chiamati Callati, i quali mangiano i genitori, a quale prezzo avrebbero accettato di bruciarli nel fuoco, e quelli, gridando forte, lo invitarono a non dire tali empietà. Così, conclude Erodoto, queste usanze sono diventate tradizionali, e a me sembra che giustamente Pindaro abbia fatto affermando che la consuetudine è regina di tutte le cose.  

            I costumi e anche le parole hanno valore relativo.

Erodoto inizia questo capitolo sul relativismo affermando:" in ogni caso secondo me è evidente che molto matto era Cambise ; altrimenti non si sarebbe messo a schernire religioni e costumi. A me sembra molto matta anche la Fallaci...

 

La pietà di Antigone davanti a quei corpi

 

Un poco di pudore di fronte ai morti (p. 55).

 

Commento

Aggiungo che sarebbe sempre e comunque necessario un poco di pudore in più. Anche davanti ai vivi.

Il pudore è considerato da Esiodo uno dei pilastri del vivere umano e civile: nelle Opere il poeta afferma che nell'ultima fase dell'empia età ferrea gli uomini nasceranno con le tempie bianche, i quali oltraggeranno i genitori che invecchiano, useranno il diritto del più forte, la giustizia starà nelle mani  e se ne andranno  Gratitudine, Pudore e Rispetto, lo Sdegno; quindi, non vi sarà più scampo dal male… 

Altrettanta forza, se non anche di più, ha il Pudore nella cultura latina: “Pudor è il senso morale per cui si prova scrupolo e ripugnanza davanti a tutto ciò che nega i valori morali e religiosi. E’ affine all’aijdwv" dei Greci, ma ha vitalità molto maggiore: la Pudicitia era una divinità oggetto di un culto importante; al culto della Pudicitia patricia la plebe aveva affiancato e contrapposto un culto della Pudicitia plebeia” (Antonio La Penna). Valerio Massimo nel proemio del VI libro invoca la Pudicitia, “virorum pariter ac feminarum praecipuum firmamentum”, solido fondamento nello stesso tempo per donne e uomini. Ella appunto è stata onorata come una dea: “Tu enim prisca religione consecratos Vestae focos incolis, tu Capitolinae Iunonis pulvinaribus incubas…”[7], tu infatti abiti i focolari consacrati a Vesta dall’antico culto, tu giaci sui cuscini di Giunone Capitolina.

L’aijdwv" è un valore che nel buon tempo antico era condiviso dagli uomini e dalle donne.

            L'Elettra di Sofocle proclama con un piglio simile a quello di Antigone che andrebbero in malora il rispetto e la pietà di tutti i mortali (Elettra, vv. 249-250) se il morto, essendo polvere e nulla, giacerà negletto e gli assassini non pagheranno il fio. L’Antigone delle Fenicie di Euripide prova pudore davanti ai vivi: si vergogna di esporsi agli occhi della folla (v. 1276) e, per questo motivo, oppone resistenza alla madre che le chiede di mettere pace tra i fratelli determinati a duellare. Il coro di donne calcidesi dell’Ifigenia in Aulide conclude il III stasimo e rievoca le nozze di Tetide e Peleo dalle quali sarebbe nato il nobile Achille con un lamento sulla fine della civiltà del pudore e della virtù: “dov’è che ha qualche forza il volto del Pudore o quello della Virtù?” (vv. 1089-1091).

 

Il consumo si fa etica?

 

Bisognerebbe cominciare a diffondere l’idea che “esistono altre ricchezze che non si perdono quando sono distribuite ai più, anzi si accrescono nello scambio e nella diffusione: il sapere per esempio, la cultura, gli affetti, l’amicizia, il senso della comunità” (p. 61).

 

Commento: Amore e umanesimo.

 

Legge naturale e personale per Antigone è l'inclinazione ad amare (cfr. v. 523 già citato), mentre il bando di Creonte è un editto di odio. La fuvsi" di Antigone non riconosce come naturale il khvrugma di Creonte.

            Seneca afferma la naturalezza e la necessità dell'amore reciproco nell'Epistola 95: “natura nos cognatos edidit, cum ex isdem et in eadem gigneret; haec nobis amorem indidit mutuum et sociabiles fecit. Illa aequum iustumque composuit; ex illius constitutione miserius est nocere quam laedi, ex illius imperio paratae sint iuvandis manus. Ille versus et in pectore et in ore sit:

homo sum, humani nihil a me alienum puto[8].

Ita habeamus: in commune nati sumus. Societas nostra lapidum fornicationi simillima est, quae, casura nisi in vicem obstarent, hoc ipso sustinetur” (95, 52, 53), la natura ci ha messi alla luce legati da parentela, poiché ci ha fatto nascere dai medesimi elementi e per i medesimi scopi; questa ci ha messo dentro un amore reciproco e ci ha reso socievoli. Essa ha disposto l'equità e la giustizia; secondo il suo ordinamento è più deplorevole recare danno che riceverlo,  in conseguenza dei suoi ordini le mani siano pronte per quelli che hanno bisogno di aiuto. Ci stia sempre nel cuore e in bocca quel verso famoso:

sono uomo, e non mi sento ostile a nulla di umano.

Facciamo questa considerazione: siamo nati per metterci a disposizione. La nostra società è molto simile a una volta di pietre che, destinata a cadere se non se lo impedissero a vicenda, proprio da questo fatto è tenuta in piedi.

 

Ma la ricerca della voluptas ha capovolto questo fatto naturale: “Homo, sacra res homini, iam per lusum ac iocum occiditur” (95, 33), l’uomo, cosa sacra per l'uomo, oramai viene ucciso per gioco e per scherzo. 

 L’Antigone di Brecht afferma, come quella sofoclea, di vivere per l’amore, non per l’odio, e al tiranno, che l'accusa di non vedere "il divino ordinamento dello Stato", ribatte: “Sarà divino, ma lo vorrei piuttosto/ Umano, figlio di Meneceo, Creonte”. La legge naturale dell’amore è così forte che la sente anche la ‘parte buona’ di Edipo ‘tiranno’: “ma se ho salvato questa città, non mi importa” (Edipo re, v. 443). In queste espressioni gli eroi sofoclei sono "le macchie luminose" a cui Nietzsche li assimila nel capitolo IX della Nascita della tragedia.   

Sull’amore umanistico, sull’amore per l’umanità e per la vita, ha scritto ‘parole sante’ E. Fromm: “In realtà, esiste soltanto l'atto di amare ; e amare è un'attività produttiva, che implica l'occuparsi dell'altro, conoscere, rispondere, accettare, godere, si tratti di una persona, di un albero, di un dipinto, di un'idea. Significa portare la vita, significa aumentare la vitalità dell'altro, persona od oggetto che sia. E' dunque un processo di autorinnovamento, di autoincremento”[9]. In un altro libro, questo grande psicoanalista sui generis sostiene che “Antigone rappresenta l'umanità e l'amore; Creonte, il despota totalitario, l’idolatria dello stato e l'ubbidienza”[10]. E ancora, dichiara altrove: “Esiste un umanesimo greco, al quale dobbiamo opere come l’Antigone di Sofocle, una delle più alte tragedie ispirate a quest’atteggiamento; in essa, Antigone rappresenta l’umanesimo e Creonte le leggi disumane che sono opera dell’uomo”[11].

Un'altra espressione di umanesimo è quella che il vecchio Sofocle attribuisce a Teseo nell'Edipo a Colono : "so di essere un uomo" (v. 567). E’ la coscienza della propria umanità, senza la quale ogni atto violento è possibile. Che cosa comporta sapere di essere uomo? Significa incontrare una creatura mezza distrutta come è Edipo vecchio, provarne pietà, incoraggiarla ponendo domande: “e sentendo compassione, voglio domandarti, infelice Edipo, con quale preghiera per la città e per me ti sei fermato qui” (vv. 556-558). Poi significa ascoltare e comprendere con simpatia poiché siamo tutti effimeri, sottoposti al dolore e destinati alla morte. "Anche io – dice il re di Atene al mendicante cieco – sono stato allevato fuggiasco come te" (vv. 562-563). E ancora: “Dunque so di essere uomo e che del domani nulla appartiene più a me che a te” (vv. 567-568).

            Siamo dinanzi a una dichiarazione di quella filanqrwpiva che si diffonderà in età ellenistica e partorirà l'humanitas latina sintetizzata dal verso di Terenzio citato da Seneca. "Umana cosa è l'aver compassione degli afflitti" sono poi le prime parole del Decameron. Pure l’Oblomov di Goncarov nega valore all’intelligenza che non comprende l’umanità: "Voi credete che il pensiero possa fare a meno del cuore. No, il pensiero è reso fecondo dall'amore. Tendete la mano all'uomo caduto per sollevarlo, o piangete lacrime amare su di lui, se egli è finito, ma non lo schernite. Amatelo, riconoscete voi stesso in lui e trattatelo nel modo in cui trattereste voi stessi".

 

La riforma della scuola e il ministro Moratti contromano in autostrada

 

“La sua bella faccia di donna controllata, educata, che rivela grandi tradizioni familiari” (I giorni di Antigone, p. 65).

 

Commento. “Giacché lo stile... è un problema non di tecnica, bensì di visione.”[12]

 

Certe persone nobili e antiche, anche quando sbagliano, perfino quando muoiono – ma auguro lunga vita a Letizia Moratti! – o perdono una battaglia, conservano la loro dignità.

La bellezza e la dignità della morte viene anteposta alla degradazione della vita da Cleopatra, l'ultima discendente di Tolomeo Sotèr: lo capisce l'ancella Carmione la quale, al soldato che, vedendo il cadavere della regina, le ha domandato “è bello questo?”, risponde con il suo ultimo fiato: "è bellissimo, e si confà a una donna che discende da re tanto grandi” (Plutarco, Vita di Antonio, 85, 8).

 Lo stesso personaggio dell'Antonio e Cleopatra di Shakespeare, all'ottuso soldato che le ha posto la medesima domanda retorica, replica : "It is well done, and fitting for a princess/ Descended of so many royal kings. Ah, soldier! (5, 2)", è ben fatto e adatto a una sovrana discesa da tanti nobili re. Ah soldato!  

La persona bene educata, formata bene, non rinuncia al proprio stile neppure se si trova in vista della catastrofe. Quando Ismene, la sorella ‘mite’ cerca di mettere in guardia Antigone (“se pure ce la farai, ma sei innamorata dell’impossibile”, v. 90), la ragazza eroica ribadisce la propria disponibilità a morire, pur di non perdere né sconciare la propria identità: “ma lascia che io e la pazzia che spira da me/ soffriamo questa prova tremenda: io non soffrirò/ nulla di così grave da non morire nobilmente” (vv. 95-97). La principessa troiana Polissena, nell’Ecuba di Euripide, dice alla madre che, per chi non è abituato a mali oltraggiosi, è meglio morire: “infatti vivere senza bellezza è un grande tormento” (v.378).

 

I ragazzi di Locri contro il solito silenzio

 

Orribile la notizia dell’assassinio di Fortugno….Bellissima la reazione dei giovani calabresi di questi giorni (p. 67). E’ necessario ridare fiato a quella giustizia che aveva cominciato a funzionare in Sicilia contro la mafia… (p. 68)

 

Commento. Una splendida scuola di Calabresi.

“La stupidità, per farsi rispettare, inventò l’ingiustizia”[13]. E, aggiungo, la confusione, la complicazione inutile.

La scuola deve insegnare il rispetto, il ritegno, e pure la giustizia, non solo personale ma anche politica: nel Protagora di Platone il sofista racconta che gli uomini commettevano ingiustizie reciproche in quanto non possedevano l'arte politica. Senza questa, che deve essere fondata sul rispetto e sulla giustizia, gli umani si disperdevano e perivano: allora Zeus, temendo l'annientamento della nostra specie, mandò Ermes a portare tra gli uomini rispetto e giustizia perché costituissero gli ordini delle città.

A proposito dei giovani calabresi, devo dire che sono stato un paio di volte a tenere conferenze nel Liceo Classico “Galluppi” di Catanzaro, invitato dal dirigente scolastico Armando Vitale, che tutti gli anni organizza il Gutenberg, un convegno di studi e studiosi di altissimo livello, e ci ho trovato una gioventù motivata ad imparare, e di fatto preparata, sicuramente non meno di quella che frequenta i migliori licei dell’Emilia-Romagna.

 

Armi chimiche a Falluja

 

Hanno perso il senso della misura e della giustizia, pur di vincere per vincere (p. 70).

 

Commento. Il valore della misura.

 

Bisognerebbe arrivare a considerare la guerra come un tabù, un vetitum almeno quanto l’incesto.

Nella letteratura antica c’è un topos politico ed etico che maledice la guerra. Massime in Sofocle, che depreca Ares come il “senza misura” ( Edipo re, v.190) e come “il dio disonorato tra gli dèi” (v. 215). L’esecrazione di Ares del resto è già arcaica: Omero nell’Iliade (5, 890) lo fa apostrofare da Zeus con queste parole: “Tu per me sei il più odioso tra gli dei che abitano l'Olimpo”.

 

Il ministro Castelli così assurdo e inumano sul caso Sofri.

 

Il tempo lenisce, cura, trasforma, rielabora, fa nascere erbe nuove in animi bui e abbandonati (p. 73).

 

Commento. Il tempo: funzioni e valori

 

Teognide consiglia di prendere tempo prima di elogiare qualcuno poiché molti si camuffano, però la finzione dura poco (Silloge, 967): “di ciascuno di questi il tempo in ogni modo rivela il carattere”.

 Pindaro nell' Olimpica I "(vv.33-34) indica il tempo come giustiziere saggio: “i giorni a venire sono i testimoni più sapienti”. Nell'Olimpica II, Tempo, il padre di tutto, non può tuttavia modificare l'effetto del passato. Nel fr.159, il lirico tebano afferma comunque:  “degli uomini giusti il tempo è il salvatore ottimo”. Il tempo, quale entità che rende giustizia agli onesti, è invocato da Creonte ingiustamente accusato nell'Edipo re: “Ma nel tempo conoscerai questo con sicurezza poiché/ soltanto il tempo rivela l’uomo giusto;/ il malvagio invece puoi conoscerlo anche in un giorno solo” (vv. 613-615). Nell'Aiace (v. 646), il protagonista inizia il lungo monologo che apre il secondo episodio con una considerazione sul grande e infinito tempo. Esso contribuisce alla costituzione dell’imprevisto: infatti “dà alla luce tutte le cose oscure e nasconde quelle già apparse” (vv. 646-647). D’altronde, il coro dell'Elettra di Sofocle, nella parodo, ricorda alla protagonista, la quale compiange la propria desolazione, che il tempo è un dio che tutto appiana (v. 179).

Nell’Edipo a Colono, il vagabondo cieco preannuncia a Teseo, che, a parte la stabilità degli dèi, il tempo onnipotente confonde tutto (v. 609). Più avanti (nel terzo Commo),  però, il Coro attribuisce al tempo la capacità di veder tutto (vv. 1453-1454), e di portare a compimento i destini, prima o poi, secondo un ordine invisibile che è più forte di quello visibile.

Il tempo, secondo Seneca, è l'unico bene di cui la natura ci ha dotati, e pure precariamente. Sicché dobbiamo difenderne la proprietà e il diritto di uso con tutte le forze: "Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult" (epist., 1, 3), tutto quanto è roba degli altri, soltanto il tempo è nostro; la natura ci ha messi in possesso di questo solo bene che fugge e scivola via, e da questo ci sbatte fuori chiunque vuole. 

Il tempo viene invocato come rivelatore delle trame delle sorelle malvagie da Cordelia, la figlia buona di Re Lear :"Time shall unfold what plaited cunning hides", Il tempo renderà manifesto ciò che l'intrigo dell'astuzia nasconde" (I, 1).

Altrettanto s’afferma ne La tragedia spagnola di Thomas Kyd, ove Isabella, la moglie di Hieronimo (quello che "è pazzo di nuovo"[14] ), dice al marito:"l'assassinio non può essere nascosto: il tempo è autore insieme della verità e della giustizia, e il tempo porterà alla luce questo tradimento" (II, 6). E Machiavelli, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, sostiene che nel caso di "occulta cagione" da cui procede "alcuna malignità occulta... la fa poi scoprire il tempo, il quale dicono essere padre di ogni verità" (I, 2). Del resto, i tradimenti ci sono comunque e vengono sempre preannunciati: “Non senza motivo/ lo spuntare di ogni nuovo giorno/ è preceduto dal canto del gallo/ che annuncia dai tempi dei tempi/ un tradimento” (B. Brecht, Lo spuntare del giorno).

 

Bosnia: quei carnefici che assomigliano alle vedove delle vittime

 

L’identità, per molti, troppi forse, oggi si costruisce sulla violenza e la sopraffazione (p. 80).

 

Commento. L’identità

 

L’uomo formato sui classici non può accontentarsi di un’identità gregaria, imposta, il più delle volte, dalla violenza subdola del conformismo che ora per i più viene diffuso e prescritto dall’astuzia pubblicitaria. Facciamo un esempio: Creonte domanda ad Antigone: "E tu non ti vergogni se la pensi in maniera diversa da questi?", e la ragazza risponde: “No perché non è per niente vergognoso onorare quelli nati dalle stesse viscere”[15]. La propaganda di ogni tirannide tende a inculcare la necessità del conformismo. Creonte sa che i più sono capaci soltanto di un'identità gregaria basata su un sentimento di appartenenza alla massa. Ma la figlia di Edipo è di altra stoffa, e, ben lontana dal vergognarsi, è fiera della propria diversità. Per lei, anzi, è inconcepibile che ci sia gente pronta "a rinunciare alla libertà, a far sacrificio del proprio pensiero, per essere uno del gregge, per conformarsi e ottenere così un sentimento di identità, benché illusorio"[16]. Su questo punto, decisivo quanto delicato, conviene sentire anche Nietzsche: "Della nostra esistenza dobbiamo rispondere a noi stessi, di conseguenza vogliamo agire come i reali timonieri di essa e non permettere che assomigli ad una casualità priva di pensiero… E' così provinciale obbligarsi a delle opinioni che, qualche centinaio di metri più in là già cessano di obbligare… Al mondo vi è un'unica via che nessuno oltre a te può fare: dove porta? Non domandare, seguila"[17].

Quelli che parlano per luoghi comuni “hanno sempre ragione. E forse il mondo è così inconcepibilmente ignobile e senza speranza proprio perché il luogo comune è infallibile, e solo il genio e l’artista hanno il coraggio di sbeffeggiarlo, di mettere in luce quanto in esso vi sia di morto, di contrario alla vita…[18]. Si pensi a Bruno Vespa che poche ore dopo la strage della Banca dell’Agricoltura del dicembre 1969, disse a un telegiornale: “Valpreda dunque è un colpevole”. E fece carriera. All’epoca chi diceva: “A parte tutto, non credo che quel disgraziato ballerino sia stato in grado di organizzare un massacro del genere” era visto di malocchio quale pericoloso estremista e, se insegnava, rischiava sanzioni. Poi la storia ha sbugiardato Vespa che, tuttavia, ha continuato a ripetere i luoghi comuni funzionali al potere e, di conseguenza, a fare carriera.

 

Paura di essere violentate

 

Abbiamo introiettato un’educazione che ci vuole deboli e soggette, inerti e rassegnate (p. 171).

 

Commento. La paura della donna (genitivo oggettivo).

 

Nell’Antigone di Sofocle, Ismene, la sorella ‘mite’, dice: “invece bisogna riflettere su questo: che siamo/ due donne, ossia non atte a combattere contro gli uomini”. E poi, “siccome siamo dominate da gente più forte,/ è necessario obbedire sia a questi, sia a decreti ancora più dolorosi di questi” (vv.61-64).

Sulla "mascolinità" di Antigone e la natura femminea di Ismene ascoltiamo Steiner: "Agendo per un uomo e, nella prospettiva delle convenzioni sociali e politiche in vigore, come un uomo, Antigone mostra alcuni tratti maschili. Il fatto che Ismene usi più volte il verbo fuvw, che rimanda direttamente all’ ‘ordine naturale’, evidenzia un'opposizione. Ismene è ‘per natura’ e ‘nella sua stessa fuvsi"’ un essere assolutamente femminile. I suoi terrori, il suo insistere sulla sua debolezza fisica di fronte al compito che Antigone vorrebbe assegnarle, gli slanci di avventata comprensione, compassione e angoscia a cui cede quando il disastro si intravede, tutto ciò viene definito nella tragedia come ‘femminile’”[19].

Nell’Elettra sofoclea, Crisotemi fa una parte che, grosso modo, corrisponde a questa di Ismene: la protagonista eponima, che ha il carattere forte di Antigone e vuole opporsi alla prepotenza della madre e del suo amante Egisto, la rimprovera di acquiescenza e anche di complicità nei confronti degli usurpatori: non insegnarmi ad essere malvagia con i nostri cari, le dice; e la debole risponde: “non ti insegno questo” (v. 396), ma a cedere a quelli che sono al potere. E’ la paura più o meno giustificata della donna (genitivo oggettivo) che consiglia agli uomini di tenerla sottomessa.

            Sulla necessaria sottomissione della donna, al fine del resto di tenere sotto controllo una natura altrimenti intemperante, si esprime il Catone il vecchio di Tito Livio quando parla, nel 195 a. C., contro l’abrogazione della lex Oppia che, dal 215, imponeva un limite al lusso delle matrone le quali erano scese in piazza per manifestare a favore dell’annullamento di tale imposizione:  “Maiores nostri nullam, ne privatam quidem rem agere feminas sine tutore auctore voluerunt, in manu esse parentium, fratrum, virorum... date frenos impotenti naturae et indomito animali et sperate ipsas modum licentiae facturas... omnium rerum libertatem, immo licentiam, si vere dicere volumus, desiderant” (XXXIV, 2, 11-14), i nostri antenati non vollero che le donne trattassero alcun affare, nemmeno privato senza un tutore, e che stessero sotto il controllo dei padri, dei fratelli, dei mariti... allentate il freno a una natura così intemperante, a una creatura riottosa e sperate pure che si daranno da sole un limite alla licenza... desiderano la libertà, anzi, se vogliamo chiamarla con il giusto nome la licenza in tutti i campi.

E' questa una delle tante espressioni ispirate dell'eterna paura che il maschio ha dell’altro sesso. Se ne trovano sia nella letteratura greca sia in quella latina: "Quanto più l'uomo imprigiona la donna in casa e frequenta altri luoghi, tanto più schiacciante è il potere della donna fra le mura domestiche. La posizione sociale delle donne e la loro influenza psicologica sono dunque due cose del tutto distinte. Il disprezzo del maschio greco per le donne non solo era compatibile, ma anzi indissolubilmente legato alla paura di esse, e al tacito sospetto dell'inferiorità maschile. Altrimenti perché sarebbero state necessarie misure così estreme? Le usanze come quella che una moglie non doveva essere più vecchia del marito, o di posizione sociale superiore, o più colta, o in una posizione di autorità, tradiscono la convinzione che gli uomini non sono in grado di competere con le donne a livello di parità; le carte vanno prima truccate, l'uomo deve ricevere un vantaggio”[20]. Come in una corsa a handicap dove l'handicappato è l'uomo. Lo afferma apertamente Marziale[21] nella clausula di un suo epigramma: “Inferior matrona suo sit, Prisce, marito:/ non aliter fiunt femina virque pares” (VIII, 12, 3-4), la moglie, Prisco, stia sotto il marito:/ non altrimenti l'uomo e la donna diventano pari. Ecco una ripresa dostoevskijana di questo topos: “Ma non è forse vero che voi,” lo interruppe di nuovo Raskolnikov, con una voce tremante d’ira in cui si sentiva il gusto di offendere, “non è forse vero che alla vostra fidanzata…proprio nel momento in cui ricevevate il suo consenso…voi avete detto che più di tutto eravate lieto che fosse povera…perché è più vantaggioso togliere la moglie dalla miseria in cui vive, per poi poterla dominare…e poterle rinfacciare d’averla beneficata?”[22].

Il terrore della prepotenza femminile pervade diverse tragedie del teatro attico. La donna ateniese, se non contava nulla nella vita politica e cittadina, era di sicuro una presenza incombente sui figli, soprattutto sui maschi con i quali cercava una rivalsa: "il ripudio e il disprezzo delle donne significa il ripudio e il disprezzo della domesticità della vita domestica e familiare, e quindi anche dell'allevamento dei bambini. Il maschio adulto ateniese rifuggiva dalla casa, ma ciò significava che il bambino ateniese cresceva in un ambiente dominato dalle donne"[23]. Probabilmente anche Vittorio Alfieri da bambino, nell’assenza del padre, morto quando il figlio aveva un anno. I grandi pregi dell’unica donna degna del suo amore erano troppi per affrontarli sùbito.

Si tratta di Luisa Stolberg-Gedern, contessa d’Albany, maritata infelicemente con Carlo Eduardo Stuart, pretendente al trono d’Inghilterra, un alcolizzato che arrivò a tentare di ucciderla. Alfieri non la corteggiò né la frequentò sùbito: “Con tutto ciò, ancorché gran parte dei signori di Firenze, e tutti i forestieri di nascita da lei capitassero, io immerso negli studi e nella malinconia, ritroso e selvaggio per indole, e tanto più sempre intento a sfuggire tra il bel sesso quelle che più aggradevoli e belle mi pareano[24], io perciò in quell’estate innanzi[25] non mi feci punto introdurre nella di lei casa; ma nei teatri e spasseggi mi era accaduto di vederla spessissimo. L’impressione prima me n’era rimasta negli occhi, e nella mente ad un tempo, piacevolissima”.

Vediamo l’aspetto di questa creatura: “Un dolce focoso negli occhi nerissimi accoppiatosi (che raro adiviene) con candidissima pelle e biondi capelli, davano alla di lei bellezza un risalto, da cui difficile era di non rimanere colpito e conquiso. Età di anni venticinque; molta propensione alle bell’arti e alle lettere; indole d’oro; e, malgrado gli agi di cui abondava, penose e dispiacevoli circostanze domestiche, che poco la lasciavano essere, come il dovea, avventurata e contenta. Troppi pregi eran questi, per affrontarli” (Vita, IV, 5).

 

Si può uscire dalla depressione?

 

E’ nella capacità di “ascoltare” di nuovo (e non solo con l’udito) che si può ritrovare il filo della propria vita (p. 183).

 

Commento. Il dovere morale dell’ascolto.

 

L’attenzione, ossia "la pietà naturale dell'anima"[26], deve essere reciproca, e, da parte nostra, anche premurosa, incoraggiante, affettuosa : "Non reddere viro bono non licet "[27].

A proposito di questo principio, possiamo meditare, in Svevo, sul fallimento pedagogico di Alfonso Nitti: "Quello che ad Alfonso mancava per essere un buon insegnante era la capacità di apprezzare come meritavano i piccoli sforzi della sua scolara. Lodava di rado e soltanto quando, pentitosi di una parola brutale, voleva risparmiarsi le lacrime che la fanciulla a stento ratteneva, ma mai per una risposta quasi giusta. S'era fatto illusioni sulla sua vocazione all'insegnamento e se gli piaceva d'insegnare non era per affetto allo scolaro. I progressi di Lucia poco o nulla gli importavano. Si sentiva offeso che ella non imparasse di più coi suoi insegnamenti e diveniva violento a sfogo di giornate uggiose nelle quali aveva dovuto da subire lui le ire altrui" [28].

A proposito del precettore, in un celebre essai Michel de Montaigne, dopo aver genialmente affermato di preferirlo con la testa ben fatta piuttosto che ben piena, aggiunge: "Non desidero che inventi e parli lui solo, desidero che ascolti il suo discepolo parlare a sua volta. Socrate e, in seguito, Arcesilao facevano prima parlare i loro discepoli, e poi parlavano loro”.

                I ragazzi, dopo qualche tempo, smettono di ascoltare l'insegnante che non li ascolta. Fanno bene! Invero, chi non sa ascoltare è assimilabile ai ciarlieri biasimati da Plutarco nel De garrulitate: “costoro, mentre vogliono essere amati, vengono odiati”. Il garrulus, il loquax, il chiacchierone, afferma scherzosamente Orazio, può uccidere con più alta probabilità di pur terribili malattie: “hunc neque dira venena nec hosticus auferet ensis,/nec laterum dolor aut tussis, nec tarda podagra;/garrulus hunc quando consumet cumque: loquaces,/si sapiat, vitet, simul atque adoleverit aetas[29], Questo né atroci veleni né spada nemica porterà via/né pleurite o tisi né la podagra che attarda;/un chiacchierone questo una volta o l'altra lo finirà: i ciarlieri/se ha giudizio, eviti, appena si sarà fatto adulto.

 

Le donne sono buone?

 

Sembra che, a furia di togliere tabù e proibizioni, si sia arrivati ormai alla confusione più completa (p. 185).

 

Commento. Il male della confusione, utile ai cretini e ai malvagi

                  

         La confusione è la quintessenza del male e piace ai malvagi. Solone. Aristofane. Seneca. Eschilo. Erodoto. Proust. Biondi. Bettini. Gogol’. Shakespeare e Marx sul denaro che confonde.

         La quintessenza di molti mali è spesso il disordine con la confusione: Solone nell’Elegia alle Muse distingue due tipi di plou'to": “La ricchezza che danno gli dèi, è solida/ per l'uomo dall'ultimo fondo alla cima;/ quella cui vanno dietro gli uomini spinti dalla prepotenza, non arriva/ con ordine,  ma siccome obbedisce alle azioni ingiuste,/ segue di malavoglia, e presto vi si mescola l'accecamento” (fr. 13 W. vv. 9-13).

         Nei Cavalieri (424 a. C) di Aristofane, Cleone-Paflagone è chiamato “borborotavraxi” (v. 307), il mescola-fango: egli si comporta come i pescatori di anguille, i quali le acchiappano solo se mettono sottosopra il fango: “anche tu arraffi, se scompigli la città” (v. 867), gli fa il salsicciaio.

         E' un tema ricorrente nella Medea di Seneca. La navigazione ha unito quello che doveva restare separato guastando i candida…saecula (Medea, 329) dei padri. “Bene dissaepti foedera mundi/ traxit in unum Thessala pinus,/iussitque pati verbera pontum/partemque metus fieri nostri/mare sepositum” (Medea, vv. 335-339), la nave tessala unificò le parti del cosmo separate da un recinto di leggi, e ordinò che il ponto patisse le frustate dei remi; e che il mare lontano divenisse parte della nostra paura. Il rischio è quello del ritorno al magma indifferenziato del caos. Infatti, “il pretium huius cursus[30], il risultato del caos cosmico provocato dalla prima nave è Medea, emblema del caos etico"[31]. Il mondo pervius ha aperto la via alla "confusion delle persone"[32].

                   E' la stessa hybris di Serse, il quale tentò di trattenere con vincoli la sacra corrente dell’Ellesponto e di unificare ciò che deve restar diviso (Eschilo, I Persiani, vv. 745-750). Questo discorso viene richiamato, nelle Storie di Erodoto, da Temistocle che, dopo la vittoria sui Persiani, afferma: "Poiché questa impresa non l'abbiamo compiuta noi, ma gli dèi e gli eroi i quali non permisero che un uomo solo, per giunta empio e temerario, regnasse sull'Asia e sull'Europa, uno che teneva in egual conto le cose sacre e profane, incendiando e abbattendo i simulacri degli dèi, uno che fece frustare e incatenare anche il mare" (VIII, 109). Marcel Proust ricorda questo episodio in La prigioniera e lo applica al suo sermo amatorius: “Eppure, non mi rendevo conto che già da un pezzo avrei dovuto staccarmi da Albertine, giacché era entrata per me in quel periodo miserando nel quale un essere disseminato nel tempo e nello spazio non è più per noi una donna, ma una serie di eventi sui quali non possiamo far nessuna luce, una serie di problemi insolubili, un mare che, come Serse, cerchiamo inutilmente di fustigare per punirlo di tutto quello che ha ingoiato”[33]. Si tratta di un atto disperato compiuto nel buio e nella confusione da chi vuole congiungere entità che non possono esserlo (sunavyai ajduvnata[34]). Nelle Anime morte di Gogol’ (1842), un farabutto suggerisce di confondere le idee per rendere impossibile il compito di far giustizia: “Confondere, confondere: e nient’altro… introdurre nel caso nuovi elementi estranei, che coinvolgano altri, complicare e nient’altro. E che si raccapezzi pure il funzionario pietroburghese incaricato. Che si raccapezzi… Mi creda, appena la situazione diventa critica, la prima cosa è confondere. Si può confondere, aggrovigliare tutto così bene che nessuno ci capirà nulla”.

Ancora a proposito di confusione, Marx commenta Shakespeare[35] scrivendo che nel denaro il grande drammaturgo inglese rileva “la divinità visibile, la trasformazione di tutte le caratteristiche umane e naturali nel loro contrario, la confusione universale e l'universale rovesciamento delle cose”[36].

 


 

[1] La quale dice (Elettra, v. 239): “non voglio essere stimata da costoro”.

[2] Bernard M. Knox, L’eroe sofocleo, in La tragedia greca. Guida storica e critica, a cura di C. R. Beye, pp. 80-81.

[3] La protagonista dell’Antigone di Brecht si propone come tale tipo paradigmatico in antitesi a Creonte, il quale le domanda: "Di' dunque perché sei così ostinata". E la ragazza risponde: "Solo per dare un esempio". Il potere del resto, secondo la figlia di Edipo, è una specie di droga che asseta di sé: "Perché chi beve il potere/Beve acqua salsa, non può smettere, e seguita/Per forza a bere".

[4] E. Fromm, La disobbedienza e altri saggi, p. 63.

[5] F. Dostoevskij, L’idiota.

[6] E. Morin, I sette saperi, p. 114.

[7] Factorum et dictorum memorabilium libri , VI, 1.

[8] Terenzio, Heautontimorumenos, v. 77. Lo dice il vecchio Cremete al vecchio Menedemo, il punitore di se stesso

[9]Avere o essere?, p. 69.

[10]Amore, sessualità e matriarcato, p. 21.

[11]La disobbedienza e altri saggi, p. 63.

[12] M. Proust, Il tempo ritrovato.

[13] J. Ortega y Gasset, Idea del teatro.

[14] Hieronymo’s mad again  ( T. S. Eliot, The waste land, v.  437).

[15] Sofocle, Antigone, vv. 510-511.

[16]E. Fromm, Psicanalisi della società contemporanea , p. 68.

[17] F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III (1872), Schopenhauer come educatore, p 167.

[18] S. Màrai, La donna giusta, p. 189.

[19] G. Steiner, Le Antigoni , pp. 269-270.

[20] Ph. E. Slater, The glory of Hera, in La tragedia greca. Guida storica e critica, p. 162.

[21] 40 ca-104 d.C.

[22] F. Dostoevskij, Delitto e castigo, p. 171.

[23] Ph. E. Slater, op. cit., p. 161.

[24] In quanto più pericolose e probabili foriere di illusioni, disillusioni e dolori.

[25] Nella parte precedente di questo capitolo (IV, 5) Alfieri stava raccontando che nell’ottobre del 1777 andò da Siena a Firenze dove nacque un tale accidente, che mi vi collocò e inchiodò per molti anni. Quindi è risalito all’estate innanzi appunto raccontando “l’archeologia” di questo amore.

[26] G. Steiner, Vere presenze, p. 151.

[27] Cicerone, De officiis, I, 48 (“All'uomo onesto non è consentito non contraccambiare).

[28] I. Svevo, Una vita (del 1892), p. 71.

 

[29] Sermones, I, 9, 33-34.

[30] Cfr. Seneca, Medea, vv. 360-361 (ndr).

[31] G. Biondi, Il mito argonautico nella Medea. Lo stile ‘filosofico’ del drammatico Seneca, “Dioniso” 1981, pp. 428-429 e p. 435.

[32] “Sempre la confusion delle persone/ principio fu del mal della cittade” (Paradiso , XVI, 67-68).

[33] M. Proust, La prigioniera.

[34] Cfr. Aristotele, Poetica 1458a.

[35] Il quale nel Timone d'Atene chiama l'oro “comune bagascia del genere umano”; l'universale mezzana che "profuma e imbalsama come un dì di Aprile quello che un ospedale di ulcerosi respingerebbe con nausea" (IV, 3). 

[36] K. Marx,  Manoscritti economico-ilosofici del 1844, p. 154.

 

 

 

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