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L’attualità INATTUALE di un protagonista

Della CIVILTà moderna e contemporanea*

 

MAPPA MINIMA PER ORIENTARSI IN MONTESQUIEU

 

Montesquieu non ha certo lavorato solo intorno al diritto, […] ma sempre ha cercato, in ogni ramo della conoscenza, l’esprit delle cose, cioè il loro significato intimo, la loro funzione generale, esprimentesi nella legge.

Sergio Cotta

 

Montesquieu viene studiando le leggi come una formazione concreta rispondente alla condizione dei popoli, cercando di oltrepassare la rigidezza astratta del diritto di natura. […] Si rende conto della necessità di ricondurre le leggi allo svolgimento concreto dei popoli, della loro storia e delle loro condizioni di fatto.

Eugenio Garin

 

1. Un messaggio che sembra non perire

 

Oramai ben oltre un secolo fa, uno studioso poliedrico e insieme sottile come Albert Sorel, dopo aver descritto con acume e dottrina impeccabili Montesquieu e la sua temperie, concludeva che la Francia, nel corso della sua ricca e feconda storia, aveva avuto, con ogni probabilità, filosofi «più sublimi e audaci» di Montesquieu, nonché scrittori più “classici” e acclamati di lui, ma non aveva potuto annoverare «un osservatore più intelligente delle società umane, un più saggio consigliere nei grandi affari pubblici, un uomo che avesse unito un senso così delicato delle passioni individuali a una penetrazione così perspicace delle istituzioni di Stato, e che avesse messo, insomma, un talento così raro di scrittore al servizio di un buon senso così perfetto»[2].

Padre nobile delle odierne istituzioni democratiche, Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, è ovunque stimato – in diversi campi fondamentali della cultura e del pensiero – un imprescindibile maître à penser, specie in grazia della sua straordinaria capacità di orchestrare moderazione etico-politica e giustizia sostanziale, lucidità di analisi e passioni costruttive, curiosità enciclopedica e rigore scientifico.

Qualora il lettore consapevole di oggi decida di meditare (perlomeno) i tre capolavori di questo homme de lettres incomparabile davvero, si troverà a dialogare con una sorta di Aristotele settecentesco, che mai perde occasione, fra l’altro, per mostrarsi scettico, se non sdegnoso, nei confronti di ogni genere di riduzionismo, di semplicismo, di estremismo. Ha notato a giusto titolo Giuseppe Bedeschi:

 

Egli è per un verso un indagatore distaccato, che compie importanti scoperte nell’ambito della scienza sociale e politica; ma per un altro verso è un pensatore profondamente partecipe alle vicende del proprio paese e del proprio tempo. I due piani (quello scientifico e quello etico-politico) sono sempre strettamente connessi in lui, senza che si confondano mai, nel senso che egli delinea il proprio ideale di governo solo dopo un’acuta e accurata indagine conoscitiva. Egli evita così le secche di una commistione tra fatti e valori, una commistione che impedirebbe di conoscere adeguatamente i primi e che ridurrebbe a pie intenzioni i secondi[3].

 

Riguardo poi al suo indefesso travaglio giuridico, filosofico e logico tout court, conviene indicare subito come Montesquieu abbia sempre teso a coniugare le istanze ineludibili della necessità con quelle ben più nobili e nobilitanti della libertà, nonché le esigenze di apprezzamenti relativi con quelle di giudizi assoluti: tale è l’equilibrio che il nostro atipico philosophe, “provando e riprovando” con studio rigoroso e costanza di speculazione, ha saputo conseguire e via via diffondere. E questa è, presumibilmente, la lectio più apprezzabile e duratura che ha lasciato in eredità al cosmopolita riflessivo e responsabile del terzo millennio.

In merito all’uomo, molti interpreti di ieri e di oggi non hanno perso occasione per rimarcare quella sua serenità pressoché apollinea, quella sua solare e imperturbabile felicità di vita e di pensiero che gli avrebbe elargito una capacità singolare e quasi prodigiosa di armonizzare la totalità dei contrasti, delle amarezze, delle difficoltà di vario ordine che l’esistenza gli andava via via imponendo.

D’altra parte, posizioni di questo tenore potrebbero – almeno a nostro sentire – trarre in inganno, non solo sulla personalità dell’autore, ma anche e soprattutto circa il senso generale e profondo della sua attività scientifica.

 

In realtà – ha osservato Judith N. Shklar con perspicacia e sottigliezza encomiabili in un aureo libretto – è difficile accettare l’immagine di un Montesquieu uomo semplice e felice. Scrisse un romanzo [le Lettres persanes] che, fra le altre cose, è un capolavoro di humour nero, il cui eroe, Uzbek, despota orientale e personaggio profondamente malinconico e tormentato, per molti versi assomiglia all’autore. Alcuni amici di Montesquieu e il figlio lo chiamavano Uzbek: la somiglianza non era dunque un segreto. Non molto tempo dopo il romanzo, inoltre, Montesquieu scrisse diverse novelle più brevi, che, diversamente dalle Lettere persiane, non sono racconti filosofici, ma storie violente, cupe e passionali, piene di coincidenze e di sciagure. Tutta la produzione romanzesca di Montesquieu, in realtà, verte sull’impossibilità della felicità umana, cosa che non fa pensare a un autore soddisfatto di se stesso o del mondo. A livello sociale, tutte le sue opere suggeriscono che le nostre abitudini e le nostre credenze acquisite ci danneggiano psicologicamente, e che i nostri bisogni e le istituzioni non sono mai in armonia. Anche questa non è la testimonianza di uno spirito sereno[4].

 

Dottissimo, accorto e – spesse volte – severo anatomista dell’humana condicio, Montesquieu è tutto salvo che un ingenuo, privilegiato osservatore delle cose del mondo, che si culla e si compiace, indifferente o distratto, in una gioia olimpica, e che, di conseguenza, proietta sull’universo intero questa sua percezione idealizzata e oleografica della realtà.

All’opposto il nostro giurista-filosofo, che per decenni aveva scandagliato de visu le meschinità, le rovine, gli eccessi e gli orrori dell’umanità di ogni tempo e luogo, possedeva una consapevolezza puntuale, lucidissima, quasi angosciata dell’“aspra tragedia dello stato umano”, e – ante omnia – dell’oppressione dispotica, di quel monstrum insieme socio-politico ed etico-religioso che signoreggiava, ora più ora meno indisturbato, presso la maggior parte dei popoli della terra.

Sapeva bene, in una parola, che la natura umana era quasi dappertutto umiliata e offesa, e pertanto s’impegnò senza requie né troppe divagazioni – specie dopo il suo periplo dentro il cuore pulsante della cultura europea, di cui ci ha lasciato egregia testimonianza nel journal de voyage – a comporre l’Esprit des lois, una fatica intellettuale di ambizioni e proporzioni maestose e, per molti versi, sorprendenti, che si proponeva in primis di additare quelle che gli apparivano le più assurde e crudeli miserie morali e istituzionali del suo secolo e, in secundis, di illustrare, pur senza farsi troppe illusioni circa i risultati ottenibili in concreto, quelle possibili vie d’uscita che, nei secoli successivi, hanno quindi fornito all’Occidente talune delle sue basi assiologiche più solide, durevoli, luminose.

 

2. Tre capolavori ieri e oggi decisivi

 

Circa mezzo secolo fa, Verdun-Louis Saulnier, maestro eminente nella storiografia letteraria di Francia, ha tratteggiato un eccellente profilo di Montesquieu, rivelando, fra l’altro, consapevolezza culturale e penetrazione psicologica tuttora probabilmente insuperate:

Di Montesquieu ci è stata tramandata l’immagine ben poco amabile di un vecchio magistrato austero, autore di un trattato illeggibile. Nel gruppo dei philosophes, fa la figura del pedante grinzoso. Invece, mai nessuno è stato più di lui amante del sorriso. I suoi Pensieri ci aiutano a ritrovarne il volto. Uno spettatore curioso, cui piace trarre diletto dalle cose e dalle persone, e che mai perde il suo buon umore. […] Ma un indagatore universale, che scruta ogni viso, ogni libro, balsamo sovrano contro i dispiaceri della vita. […] Erudito scrupoloso, ha un’unica passione: la probità intellettuale, spinta fino al limite della timidezza. Ha saputo detestare sempre solo i parassiti dell’onestà spirituale: la cattiveria, l’invidia, il falso splendore, “i piccoli begli ingegni, e i grandi, che ignorano l’onestà”. Insomma, una coscienza che aspira alla semplicità e all’equilibrio[5].

Nato nel 1689, giusto un secolo prima dello scoppio della Rivoluzione francese, Montesquieu è di certo – assieme a Voltaire, pur così diverso per estrazione sociale e formazione, modus vivendi et cogitandi, scelte sociali, culturali e politiche – il maggiore illuminista europeo della prima metà del Settecento. Figura insieme prudente e coraggiosa, coerente e complessa, fascinosa e sfuggente, il Presidente ha conquistato da secoli un’immortalità internazionale, come è risaputo, soprattutto in forza di tre opere, ognuna delle quali ha davvero fatto epoca nella storia del pensiero occidentale.

Bisogna anzitutto menzionare le Lettres persanes (1721), un romanzo filosofico in forma epistolare che, oltre a rappresentare il primo “classico” in questo apprezzatissimo genere letterario, ha introdotto in modo definitivo e ammirabile la fictio dell’“effetto di straniamento”, cui corrisponde pure una vera «rivoluzione sociologica»[6]. Tale ingegnoso escamotage compositivo punta, essenzialmente, a sottoporre a critica sferzante, a mettere a nudo senza remore di alcun tipo la singolarità stupefacente e, non di rado, assurda degli stili di vita e di pensiero accolti e condivisi – spesso per mera tradizione – nell’Europa del primo Settecento.

Ma, per capir meglio la rilevanza inattaccabile di questo roman par lettes, sentiamo quanto ebbe a dire l’unico figlio maschio di Montesquieu – Jean-Baptiste de Secondat (1716-95), intellettuale di un certo valore dedito specialmente alle scienze naturali – in un pregevole elogio del padre vergato nella primavera del 1755: «Se, leggendo lo Spirito delle leggi, si ricordano le Lettere persiane, si riconosceranno allora, in queste ultime, i germi di parecchie idee che si ritrovano ampliate, approfondite, rettificate nello Spirito delle leggi»[7].

Non vanno poi poste in secondo piano, a prescindere dai presunti limiti disciplinari dell’argomento, le Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence (1734), un’ardita riflessione filosofica sulle cause della prodigiosa ascesa e – soprattutto – della progressiva, irreversibile decadenza della maggiore civiltà apparsa intorno al bacino del Mediterraneo. In questo libro agile e avvincente che, a giusto titolo, è stato da più parti considerato essenziale per la nascita e lo sviluppo di quella disciplina ancor oggi così apprezzata che è la filosofia della storia, Montesquieu ragiona inoltre, con finezza e originalità non comuni, sui motivi profondi del sorgere e del perire di tutte quante le civiltà e le culture, persino di quella magnifica e, sotto più punti di vista, esemplare monarchia costituzionale inglese che tanto stimava.

Prossimo a una concezione ciclica della storia, egli è in effetti persuaso che, così come tutte le cose umane, anche questo «bel sistema», prima o poi, verrà meno[8]. «Se Roma e le vicende della sua storia – ha affermato un cultore appassionato e costante di cose montesquieuiane come Louis Desgraves – costituiscono certo l’argomento fondamentale, sono anche il pretesto per paragoni con epoche storiche successive, e anche con avvenimenti contemporanei. Montesquieu, riflettendo al tempo stesso sul passato e sul presente, passando dall’uno all’altro, si sforza di scoprire costanti e leggi della storia, ritenendo che le lezioni dei tempi lontani, se analizzate senza preconcetti, possano applicarsi, almeno in parte, al presente»[9].

È però con l’Esprit des lois (1748) che il nostro umanista raggiunge la meta ultima e definitiva del percorso di ricerca, del travaglio intellettuale ed interiore di una vita: un itinerarium mentis et cordis che, per più ragioni di vario ordine, appare senza termini di confronto moderni e contemporanei. Si tratta, più precisamente, di un “parto spirituale” concepito, strutturato e steso lento pede, un passo dopo l’altro, durante l’intero suo cammino culturale, creativo, esistenziale («Posso dire di averci lavorato tutta la vita»). Assevera ancora Desgraves, anche fornendo tre coordinate temporali indispensabili per la periodizzazione della parabola esistenziale e speculativa del Presidente:

 

Il periodo di vita che va dal ritorno dall’Inghilterra nel 1731 alla pubblicazione dell’Esprit des lois nel 1748 è l’epoca nella quale riserva la maggior parte del suo tempo al lavoro intellettuale, alla riflessione, alla ricerca della documentazione. Due date scandiscono questa lunga tappa: il 1734, con le Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence, e il 1748, con l’Esprit des lois, due opere fondamentali che segnano per sempre la statura intellettuale del loro autore[10].

Opera d’intelligenza, coraggio e complessità rarissime, è riconosciuta quasi unanimemente come un capolavoro di portata e respiro universali, paragonabile solo alla Politica di Aristotele (per l’antichità), al De iure belli ac pacis di Grozio (per l’età moderna) e ad Economia e società di Max Weber (per il mondo contemporaneo).

Considerando le sue dense pagine, il lettore avvertito non tarda a percepire che si trova di fronte a una sorta di mosaico dottissimo e insieme imprevedibile, calcolato e insieme originalissimo, nel quale viene a confluire, de facto, la totalità del sapere giuspolitico precedente, e da cui, allo stesso tempo, discendono molti dei rivoli nei quali si è via via divisa la cultura filosofico-giuridica e politologica successiva. Non s’inganna, dunque, chi valuta questo incunabolo l’autentico fondamento della scienza politica moderna intesa come scienza empirica della società e dello Stato[11].

Mai bisogna tuttavia perdere di vista, come ha sottolineato con energia anche Giuseppe Bedeschi, il modello etico-politico e istituzionale a cui il nostro pensatore aspira claris verbis e senza incertezze: «Il governo moderato: ecco il tipo di governo che più sta a cuore a Montesquieu, in quanto è il solo capace di garantire il libero e armonioso sviluppo dei singoli, dei gruppi e dei ceti; il solo capace di garantire la dignità dell’uomo contro i soprusi e gli arbitrii del potere; il solo capace di garantire tranquillità e pace. La distinzione tra governi moderati e governi immoderati (o dispotici) da un lato, e la separazione dei poteri […] dall’altro: ecco i due concetti d’importanza assolutamente fondamentale che Montesquieu ha lasciato in eredità al pensiero liberale»[12].

Fra le “scoperte” precipue rinvenibili nell’Esprit des lois, è doveroso quanto meno segnalare:

1. la considerazione del dispotismo come forma a sé stante di Stato – e quindi una nuova, anzi rivoluzionaria teoria della tripartizione delle forme politiche: monarchia, repubblica e, per l’appunto, dispotismo;

2. l’autonomia e l’indipendenza della magistratura – e dunque la teoria della tripartizione dei poteri, che s’impone come la condicio sine qua non di tutte le attuali costituzioni democratiche, nonché di tutte quelle che ambiscono a definirsi libere o moderate;

3. la “teoria delle cause fisiche e morali”, ovverosia la categoria dello «spirito generale» delle nazioni o dei popoli, secondo cui tutto dipende da tutto, «tutto è estremamente legato», tutto ci riguarda o ci condiziona: la geografia e la storia, la natura e la cultura e così di seguito; si tratta, a parlar franco, di un’acquisizione di gran rilievo non solo per la totalità delle odierne discipline umane e sociali, ma pure per talune nuove scienze, fra le quali spiccano la bioetica, l’ingegneria genetica e le biotecnologie[13].

Poche giorni dopo il decesso (1755), la «Gazette d’Amsterdam» pubblicò un necrologio di perspicacia non comune, ove si legge fra l’altro: «Era uno di quegli uomini rari, di cui la natura produce pochi esemplari ogni secolo. Le Lettres persanes lo hanno fatto conoscere come brillante spirito filosofico; le Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence come politico profondo; e l’Esprit des lois come uno dei geni più vasti e sublimi che siano apparsi ai giorni nostri. Quest’ultima fatica ha subìto critiche violente, ma non ha mancato di avere molti ammiratori. Tutte e tre le opere consacrano il loro autore all’immortalità, e bisogna riconoscere che le grandi qualità dello spirito, del cuore e dell’anima di Montesquieu hanno onorato il suo paese, il suo secolo e la natura umana»[14].

Come che sia, è un fatto che parecchie delle “idee madri” di questo protagonista inconcusso del Siècle des Lumières appaiono talmente diffuse nei nostri milieux socio-politici, sono penetrate così in profondità nel nostro modo di vivere, sentire e pensare che ormai non attribuiamo più ad esse né la legittima paternità, né il valore che meritano.

Forse più di ogni altro suo contemporaneo, «Montesquieu comprendeva che la libertà politica non può esistere se due di questi tre poteri sono in mano allo stesso organo dello Stato, e pensava che la libertà di cui gli sembrava che godessero gli Inglesi (e di cui indiscutibilmente godevano, al confronto con il suo popolo o con gli altri popoli europei) venisse dall’aver distribuito l’esercizio dei tre poteri del governo in organismi differenti. Questa teoria, espressa nel suo celebre libro, venne accolta sia in America sia in Francia, da dove si diffuse per divenire in seguito un luogo comune costituzionale anche altrove»[15].

Ogni cittadino europeo attento al divenire della cultura non dovrebbe sottovalutare, ancora, il fatto che Montesquieu è uno fra i più accattivanti letterati d’Europa, uno scrittore di gran talento capace di esprimere in forma di parole argomenti e questioni sulla totalità del sapere occidentale, mai tradendo uno stile di efficacia e raffinatezza «magiche» – come rilevò acutamente, circa due secoli or sono, Gian Domenico Romagnosi[16].

 

3. Montesquieu è un moralista?

 

Che cos’è, nell’accezione più illustre del termine, un moralista? Come hanno indicato diversi studiosi[17] e come, d’altronde, la persona di cultura non dovrebbe ignorare, sembra lecito definire, grosso modo, questo singolare homme de lettres un intellettuale che s’interroga – liberamente, distaccatamente, sempre criticamente – sui vizi e le virtù dei propri simili, sul significato delle loro azioni e, in special modo, sulle ragioni effettive che, di là dai mille veli delle apparenze, le muovono. Conviene sottolineare, inoltre, che numerosi fra i moralisti più originali e fortunati hanno brillato per sapienza compositiva, eccellendo non di rado nell’uso di forme brevi quali la massima, l’aforisma, il frammento, il pensiero staccato.

Montesquieu dev’essere, allora, ritenuto un moralista? Senza ombra di dubbio, così come hanno evidenziato numerosi specialisti di qualità. E non scarse, né epidermiche sembrano le somiglianze di stile e di pensiero rispetto ai “campioni” della scrittura aforistica di Francia: alcune sue considerazioni appaiono vicine alla sottile, irrequieta perspicacia tanto psicologica quanto antropologica propria del suo più famoso e amato concittadino, Michel de Montaigne; un certo suo amaro, acuminato disincanto verso l’humana condicio e le mille e mille maschere dietro cui, quasi irresistibilmente, si cela ha qualcosa in comune con quello del duca di La Rochefoucauld; la sua arte scaltrita e seducente nella descrizione di “paesaggi dell’anima” e di tipi umani significativi può far tornare alla mente il miglior La Bruyère; il suo amore virile e stoicheggiante per la virtù risulta davvero prossimo ai magnanimi ideali di Vauvenargues.

D’altro canto, sarebbe riduttivo, se non fuorviante, considerare l’intera ricerca intellettuale di Montesquieu esclusivamente legata a questa pur gloriosa modalità espressiva. Come collocare, invero, in secondo piano il fatto che egli è, anzitutto, il fondatore lato sensu sistematico della scienza dell’uomo, della società, del diritto e, soprattutto, della scienza politica moderna? Più precisamente, ci troviamo dinanzi a un filosofo a tutto tondo, a un “uomo universale” che, per quanto sensibilissimo ai più diversi campi dello scibile, concentrò di continuo le sue migliori energie sulla dimensione socio-politica e giuridica. Ciò non gli impedì, comunque, di apportare contributi originali in parecchi altri campi, quali l’antropologia, l’etnologia, l’economia, la filosofia della storia etc.

Come attesta ampiamente il Catalogue della sua rispettabile biblioteca[18], e come si desume altresì da molte sue dichiarazioni inequivocabili, Montesquieu ebbe interessi vastissimi e molteplici: dalla giurisprudenza antica e moderna alla storia politica, civile, militare, sociale e religiosa, dalla chimica alla biologia, dalla medicina alla cosmologia, dalla geografia alla matematica e alla fisica.

Si sa inoltre che fu ognora lettore accanito e infaticabile, un autentico helluo librorum, al punto che, fra le cause della cecità quasi totale che lo afflisse negli ultimi anni, va senz’altro annoverata questa sua irrefrenabile passione.

Sua abitudine, fin dagli anni di formazione, era annotare meticolosamente, redigere estratti, accumulare appunti, fissare schemi e idee sulla carta; era portato quasi per istinto, in altre parole, a edificare veri e propri “cantieri”, donde attingere poi, di volta in volta, materiali per la composizione dei propri scritti, la maggior parte dei quali, a onor del vero, è rimasta tuttavia allo stato di progetto.

Fra quei “cantieri”, si distinguono per quantità e, più che tutto, per qualità le Pensées, un’affascinante quanto complessa raccolta di riflessioni perlopiù brevi e mai pubblicate in vita[19], che il Président andò via via stendendo dall’aurora al crepuscolo del suo laborioso tragitto di studio. E proprio nelle Pensées ha da essere ricercato il più dovizioso, cospicuo e attraente serbatoio montesquieuiano di dati, tematiche, conclusioni e problemi oggi disponibile. In effetti, pure rispetto al densissimo Spicilège, queste sue cogitationes privatae appaiono ben più ponderate e personali, ben più profonde e animose: sono, in estrema sintesi, una sorta di zibaldone che, meglio di ogni altro documento a noi pervenuto, ci restituisce la Weltanschauung e la Stimmung di Montesquieu.

Fra gli altri “laboratori” d’indubbio rilievo pazientemente costruiti dall’infaticabile Bordolese, vanno tuttavia menzionati anche i seguenti: Collectio iuris (1709-1721); Pensées morales (perduto); Prince/Princes (perduto); Bibliothèque / Bibliothèque espagnole (perduto); Geographica I (perduto); Geographica II; Politica I (perduto); Politica II (perduto); Politica-Historica (perduto); Juridica I (perduto); Juridica II (perduto); Mythologica et antiquitates (perduto); Anatomica I (perduto); Academica (perduto); Histoire universelle (perduto). Giova precisare, d’altronde, che abbiamo notizia di questi repertori quasi esclusivamente attraverso le Pensées.

Tale macrotesto, invero, non costituisce esclusivamente il più ricco e coinvolgente repertorio montesquieuiano di opinioni, congetture e confutazioni a nostra disposizione. Il Presidente vi attinge, non c’è dubbio, parecchi materiali per tutti i suoi “parti intellettuali” – compiuti, abbozzati o solo immaginati –, e nondimeno esso dovrebbe al tempo stesso ritenersi una composizione autonoma da ogni punto d’osservazione. Insomma, le Pensées non rappresenterebbero un semplice “cantiere”, bensì molto di più: è un fatto che, in molti casi, tali frammenti si spingono assai al di là di quanto ci consegnano i libri stampati, ed è possibile, pertanto, considerarli un’opera a sé stante, un’altra creazione del multiforme ingegno montesquieuiano.

Il testo dà conto, anzitutto, delle passioni culturali che il nostro illuminista sui generis coltivò per l’intero corso della vita. Tale patrimonio – ancor da scandagliare, parlando schietto, comme il faut – ci schiude fra l’altro un’ampiezza e varietà d’interessi che trascende, come testé accennato, gli elementi che emergono dalle opere edite, nonché quella humanitas genuina e finissima posta in rilievo da diversi suoi interpreti affidabili: questi veri e propri “esercizi spirituali” – per dirla con Pierre Hadot[20] – erano fondati, perlopiù, su un’attenzione prolungata, severa, vissuta verso le manifestazioni della natura, della civiltà e della storia che egli reputava determinanti o, comunque, valide per lo sviluppo migliore dell’umanità.

Le Pensées possono esser dunque giudicate a tutti gli effetti un altro capo d’opera montesquieuiano, che – per lo meno dal punto di vista tematico – appare più variegato e, talvolta, più stimolante degli altri tre, nonché delle restanti opere a stampa. Queste riflessioni sovente contengono, in effetti, un quid pluris rispetto alla globalità delle questioni e dei motivi che Montesquieu ha affrontato altrove.

 

4. Valore e limiti delle Pensées

 

         Ma che possiamo trovare, in sostanza, nelle Pensées? Chiunque abbia preso in esame questo corpus singolare sarà molto probabilmente tentato di ribaltare così la domanda: che cosa non vi troviamo? In verità, Montesquieu spazia – e con rara, talora stupefacente cognizione di causa – dalla storia d’ogni tempo e luogo alla storia della filosofia, dalla teologia (cristiana e non) alla politologia, dalla geografia d’Occidente e d’Oriente alle letterature antiche e moderne, dal diritto romano a quello a lui contemporaneo, dall’economia politica ai costumi maschili e femminili sotto Luigi XV.

D’altra parte, il lettore di questo mosaico de omni re scibili quasi sempre vivace ed avvincente non dovrebbe dimenticare che, per diversi motivi di varia natura, soltanto alcuni degli spunti e dei problemi qui presi in considerazione furono poi accolti e “sistematizzati” da Montesquieu nell’Esprit des lois, cioè in quel capo d’opera che – com’egli non ignorava davvero, anzi desiderava… – racchiude e perfeziona i frutti più maturi e fortunati del suo itinerario di analisi e sintesi, in quell’approdo teoretico capitale che, solo, corrisponde pienamente alla sua volontà consapevole e definitiva.

In una determinante “avvertenza” anteposta alle Pensées, è lo stesso philosophe a dichiarare che quel manoscritto accoglie meditazioni e idee non del tutto “digerite”, le quali sarebbero state rielaborate a dovere soltanto qualora avesse deciso di utilizzarle in altra sede[21]. Se tale premessa impedisce all’interprete coscienzioso di conferire alle Pensées qualsivoglia superiorità rispetto alle opere edite, sarebbe ingiusto però non rilevare come numerosissime siano le convergenze fra gli abbozzi “privati” e l’Esprit des lois.

Così, a titolo d’esempio, uno fra i temi-cardine delle Pensées, che ritroviamo poi sviluppato compiutamente nell’opus magnum, è indubbiamente il dispotismo: sia nelle prime sia nel secondo, Montesquieu constata non senza amarezza e disincanto che, a dispetto degli «infiniti mali» che arreca alla «natura umana», il regime dispotico è di gran lunga la forma politica più diffusa sulla terra. Da ciò, come s’è accennato, discende evidentemente che l’Esprit des lois, al contrario di quello che reputa buona parte degli studiosi odierni, non costituisce tanto una meditazione sulla libertà, quanto piuttosto una meditazione sull’oppressione, nonché sui mezzi – in primis, lo Stato moderato “all’inglese”– onde contenerla. Montesquieu ha una concezione “quantitativa” della libertà e, di conseguenza, dell’oppressione: i governi possono essere più o meno moderati (o liberi) – o, a seconda del punto di vista, più o meno oppressivi –, e possono dunque salvaguardare in misura ora più ora meno ampia ed efficace lo Stato, così come l’individuo, dal pericolo esiziale dell’oppressione.

Un’altra tematica, per molti aspetti connessa alla precedente, al centro di tutta l’indagine filosofica del Bordolese è di sicuro – come s’è già accennato – la moderazione. In effetti, se è vero che nella globalità delle opere montesquieuiane ritroviamo pressoché ovunque sentiti elogi di questa qualità affatto decisiva in ogni momento della vita, tanto dei singoli quanto delle istituzioni e degli Stati, è parimenti indubbio che le Pensées ci offrono diversi spunti eccellenti e persino illuminanti in tal senso, i quali peraltro, nella maggior parte dei casi, non vennero più ripresi negli scritti più ampi e articolati.

Ma deve altresì esser posta in primo piano un’altra tematica che, ben presente in queste riflessioni, costituisce una delle idee-cardine nel “sistema” del giurista-filosofo: ci riferiamo allo spirito generale, o carattere delle nazioni e dei secoli. Montesquieu è persuaso che ogni tempo abbia il suo genio, il suo esprit specifico: sostiene che uno spirito d’anarchia e indipendenza si formò in Europa col dominio barbarico, e che uno di conquista fece poi la sua comparsa con gli eserciti regolari, mentre oggigiorno – vale a dire nella sua epoca – predomina quello di commercio. Lo spirito generale sembra possedere, in tutti i modi, una sua coerenza interna.

Come non menzionare poi – specie discorrendo delle Pensées – la felicità, questa problematica che attraversa costantemente, quasi ossessivamente il travaglio speculativo ed esistenziale di Montesquieu? Va puntualizzato, anzitutto, che la felicità è un tratto distintivo della sua plurivalente, inesauribile personalità: l’autore bordolese confessa, fra l’altro, di svegliarsi ogni mattina con una gioia segreta, e di sentirsi contento per tutto il resto del giorno.

Mille miglia lontano da qualsivoglia atteggiamento pseudoromantico o decadente, Montesquieu è alieno da certe figure estreme ed eccessive che – ai nostri giorni forse più che in passato – sono tuttora giudicate à la page: basti por mente a un Baudelaire, a un Rimbaud, a un Nietzsche, a uno Wilde, a un d’Annunzio. Tutto considerato, ebbe una vita lineare e accortamente misurata, estranea tanto all’ostentazione patetica come ad ogni posa ieratica, nonché – stando almeno a quanto emerge dal corpus degli scritti – travagliata assai di rado dal tedio, dal dolore, dall’angoscia.

Per onestà filologica, occorre d’altronde puntualizzare che la felicità non campeggia in alcuna delle opere a stampa: di là dalle apparenze, pure il Temple de Gnide e il saggio sul Gusto – scritti certo minori quanto a impegno, ma importanti per la ricezione del pensiero – non riservano in fondo, a prescindere da qualche spunto efficace, un ruolo centrale alla tematica in discorso.

Al contrario, il nutrito manipolo delle Pensées consacrate alla felicità sembra davvero costituire una specie di trattatello monografico: si va dalle riflessioni sulla felicità di esistere, che contraddistingue – consapevole o meno che ne sia – la maggior parte degli uomini, a quelle sull’essenza stessa della felicità, nelle quali viene manifestata apertis verbis un’adesione spontanea all’ordine mirabile del mondo, una sintonia effettiva con quello “stoicismo naturale” che, spesse volte, il filosofo bordolese impiegò dichiaratamente come fonte per considerazioni etico-civili e spirituali brillanti e insieme profonde.

Ma l’intera questione della felicità ha da essere necessariamente coniugata con quella della moderazione, vero e proprio fulcro del pensiero di Montesquieu: la felicità, a suo parere, va di conserva con la misura, vale a dire con desideri sempre e comunque razionali e ragionevoli. La moderazione si manifesta, in tal maniera, come il migliore impiego delle nostre forze, nonché come l’unico modus vivendi in accordo sostanziale con quell’attivismo “pensato” e responsabile che il filosofo di La Brède reputa connaturato alla condizione umana.

Come hanno evidenziato lettori del calibro di Jean Starobinski e Giovanni Macchia[22], altra peculiarità del nostro homme de lettres è l’inappagabile curiosità. Tale ardente, inestinguibile volontà di sapere emerge con nettezza, ad ogni modo, non solo da questa raccolta di frammenti variegata ed eterogenea come poche, ma altresì da tutti i libri da lui mandati a stampa. Va nondimeno chiarito con energia che, sebbene interessato a tutti i momenti significativi della realtà fisica e metafisica, Montesquieu è agli antipodi di ogni enciclopedismo sterile, di ogni poliedricità fine a se stessa: pensatore tendenzialmente ordinato e sistematico, dall’alba degli anni ’30 in avanti egli mira a focalizzare senza pause né distrazioni gli oggetti di studio che più possono recar beneficio – dal suo punto di vista, va da sé – al progresso virtuoso e concreto dell’umanità: fra questi, come si è rapidamente illustrato dianzi, spiccano la libertà e i suoi limiti invalicabili, la giustizia sostanziale e i complessi problemi che essa pone, gli splendori e le miserie della religione, i diritti e i torti del potere.

 In questa pur sommaria presentazione di alcuni contenuti essenziali delle Pensées, sarebbe infine assai ingiusto trascurare l’amicizia: Montesquieu vi appare una sorta di devoto dell’amicizia, un valore e, insieme, un sentimento che egli ha via via imparato ad apprezzare in tutta la sua incomparabile bellezza, anche per merito delle sue sterminate letture di classici antichi e moderni. Platone, Aristotele, il “suo” Cicerone, Seneca, Plutarco e Marco Aurelio, così come i maggiori moralistes cristiani del suo Paese (Montaigne, Charron, La Rochefoucauld, Pascal, Nicole, Bossuet, La Bruyère, Fénelon et alii) lo hanno avvezzato a prediligere, ma pure a mettere in discussione, a problematizzare – non senza perplessità, interrogativi e disinganni sconcertanti – questo assoluto etico e civile.

 

5. Il magistero esigente di un liberale vero

 

Abbiamo aperto queste paginette parafrasando alcune frasi di un illustre interprete di Montesquieu, e in compagnia di un altro suo lettore oramai “classico” ci sta a cuore concluderle.

Luminare di rinomanza internazionale negli studi giuspubblicistici, accademico di Francia dal 1998 e addirittura – stando almeno all’opinione di suoi allievi di fama – «rifondatore del diritto pubblico» d’oltralpe, Georges Vedel accettò non casualmente, circa cinquant’anni or sono, di stendere qualche pagina sulla vitalità di Montesquieu e, in primis, del suo Esprit des lois. Da intellettuale de race qual era, Vedel colse egregiamente e sintetizzò con superba semplicità l’essenza del messaggio etico-civile e spirituale del nostro giurista-filosofo, il quale, nonostante tutto il male osservato e – specie negli anni estremi – patito, mai volle discostarsi da posizioni costruttive e progressive:

 

L’ideale di Montesquieu è l’organizzazione della libertà, vale a dire il governo moderato. Le terapie sono quelle della separazione dei poteri e, naturalmente, del bicameralismo, insieme con la “facoltà d’impedire” e la combinazione dei corpi intermedi. Mediante una descrizione tradizionale delle forme di governo, si mira a celebrare il regime rappresentativo e liberale. In buona sostanza, si tratta di rallentare, contenere, sedare quel mostro insostituibile che è il potere, nonché di far vivere nella società, secondo procedure ispirate a un pessimismo senza disperazione, un “essere intelligente” che, quasi per natura, “viola senza posa le leggi stabilite da Dio, e cambia quelle che egli stesso stabilisce”[23].

Per quanti hanno, di fatto, perduto la fiducia in quei valori di libertà, giustizia e fratellanza universale che sono genialmente illustrati nei volumi di questo vessillifero magnanimo di ogni liberalismo vero, il cammino risulta oggi, tutto sommato, agevole e, più o meno, tracciato a priori: è sufficiente seguire la corrente socio-economica e politica dominante, subire acriticamente i consumistici, «liquidi»[24] disegni e programmi prevalenti, rassegnarsi ad abbracciare il cinismo o il qualunquismo propalati dai mass media, consolarsi delle infinite miserie materiali, morali e psicologiche che scempiano e insanguinano i contesti ove siamo gettati con qualche sorriso di apparente superiorità, celare il «nulla spaventoso»[25] in cui la nostra temperie sovente si crogiola sotto una spessa coltre d’informato, noncurante disincanto.

Tutt’al contrario, chi vuole confidare nella forza assoluta e incomparabile di siffatti ideali metaspaziali e sovratemporali – ignorando e, se possibile, anche smascherando le logiche patologiche di un mondo superficiale, aggressivo e materialista, che sembra far di tutto per insabbiarli, sottacerli, rimuoverli – non può che caldeggiare una lettura accurata e responsabile di Montesquieu, di questo mentore generoso e saggio che, nell’intero suo percorso esistenziale e culturale, si sforzò d’investigare, tratteggiare e patrocinare quelli che, verosimilmente, permangono i fondamenti più progressivi ed alti della civiltà europea e, forse, dell’umana dignità tout court: di tutto quanto, insomma, dona un senso autentico e responsabile alla nostra vita.


 

* [1] Si anticipa il primo capitolo del seguente volume: D. Felice, D. Monda, Montesquieu. Intelligenza politica per il mondo contemporaneo, Napoli, Liguori, 2012. Il libro uscirà alla fine del prossimo mese.

 

 

[2] A. Sorel, Montesquieu, Paris, Hachette, 1887, p. 22.

[3] G. Bedeschi, Storia del pensiero liberale (1990), Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 83.

[4] J.N. Shklar, Motesquieu (1987), Bologna, il Mulino, 1998, p. 30.

[5] V.-L. Saulnier, Storia della letteratura francese (1964), Torino, Einaudi, 1980, pp. 380-381. La traduzione è stata lievemente modificata.

[6] R. Caillois, Préface a Montesquieu, Œuvres complètes, texte annoté et présenté par R. Caillois, 2 tt., Paris, Gallimard («Bibliothèque de la Pléiade»), 1949 e 1951, t. I, p. XIII.

[7] éloge historique de M. de Montesquieu par M. de Secondat, son fils, in Montesquieu, Œuvres complètes, préface de G. Vedel, présentation et notes de D. Oster, Paris, Seuil, 1964, p. 17.

[8] L’idea è espressa con parole eloquenti e univoche in un celebre passo del suo opus maximum: «Poiché tutte le cose umane hanno un termine, lo Stato del quale parliamo [quello inglese] perderà la sua libertà. Roma, Sparta e Cartagine sono pur perite. Questo Stato perirà quando il potere legislativo sarà più corrotto di quello esecutivo» (Montesquieu, Lo spirito delle leggi, a cura di S. Cotta, 2 voll., Torino, Utet, 19733, vol. I, p. 291).

[9] L. Desgraves, Montesquieu (1986), Napoli, Liguori, 1994, p. 212.

[10] L. Desgraves, Montesquieu (1986), Napoli, Liguori, 1994, pp. 203-204.

[11] Cfr., a questo proposito, soprattutto S. Cotta, Montesquieu e la scienza della società, Torino, Ramella, 1953 (online sul sito < www.montesquieu.it : Biblioteca elettronica su Montesquieu e dintorni >). Sulla ‘fortuna’ dei tre capolavori di Montesquieu nella storia del pensiero occidentale, vedi D. Felice (a cura di), Montesquieu e i suoi interpreti, 2 tt., Pisa, Ets, 2005. In l’Italia: D. Felice – G. Cristani, Pour l’histoire de la réception de Montesquieu en Italie (1789-2005), Bologna, Clueb, 2006; P. Venturelli (a cura di), Bibliografie (online sul sito : < www.montesquieu.it >, cit.).

[12] G. Bedeschi, Storia del pensiero liberale, cit., p. 91, corsivi nostri.

[13] Cfr. D. Felice, Oppressione e libertà. Filosofia e anatomia del dispotismo nel pensiero di Montesquieu, Pisa, Ets, 2000 (online sul sito < www.montesquieu.it : Biblioteca elettronica su Montesquieu e dintorni >); Id., Per una scienza universale dei sistemi politico-sociali. Dispotismo, autonomia della giustizia e carattere delle nazioni nell’«Esprit des lois» di Montesquieu, Firenze, Olschki, 2005; Id., Los orígenes de la ciencia política contemporánea. Despotismo y libertad en el «Esprit des lois» de Montesquieu, a cura di P. Venturelli, tr. di A. Hermosa Andújar, Madrid, Biblioteca Nueva, 2011

[14] Testo citato in L. Vian, Histoire de Montesquieu. Sa vie et ses œuvres d’après des documents nouveaux et inédits (1878), Slatkine reprints, 1970, p. 407.

[15] J. M. Kelly, Storia del pensiero giuridico occidentale (1992), Bologna, il Mulino, 1996, p. 349.

[16] Cfr. Opere di Gian Domenico Romagnosi riordinate ed illustrate da Alessandro De Giorgi, 16 tt. in 8 voll., Milano, Perelli e Mariani, 1841-1852, vol. III, 1, p. 818.

[17] Cfr., da ultimo, A. Marchetti, I volti del moralista, in AA.VV., Moralisti francesi. Classici e contemporanei, a cura di A. Marchetti, con A. Bedeschi e D. Monda, Milano, Rizzoli, 2008, pp. 5-12.

[18] Cfr. Catalogue de la bibliothèque de Montesquieu à La Brède, éd. par di L. Desgraves et C. Volpilhac-Auger, Napoli - Paris - Oxford, Liguori - Universitas - Voltaire Foundation, 1999.

[19] La prima edizione è apparsa a cavallo tra XIX e XX secolo: cfr. Montesquieu, Pensées et fragments inédits, publiés par le baron Gaston de Montesquieu, préface de H. Barckhausen, avec des notes du même et de R. Dezeimeris et R. Céleste, 2 vols., Bordeaux, G. Gounouilhou, 1899-1901. La più completa e accurata, fra le edizioni attualmente in circolazione, è quella curata da Louis Desgraves: Montesquieu, Pensées – Le spicilège, Paris, Laffont, 1991.

[20] Si veda almeno, fra i molti saggi che l’insigne storico della filosofia antica ha dedicato al tema degli “esercizi spirituali”, P. Hadot, La felicità degli antichi, Milano, Raffaello Cortina, 2011, spec. pp. 59-81.

[21] Vale la pena riportare, in lingua originale, le affermazioni di Montesquieu in tal senso: «Ce sont des idées que je n’ai point approfondies, et que je garde pour y penser dans l’occasion»; «Je me garderai bien de répondre de toutes les pensées qui sont ici. Je n’ai mis là la plupart que parce que je n’ai pas eu le temps de les réfléchir, et j’y penserai quand j’en ferai usage». E ancora, alla fine di una pensée intitolata Doutes, egli scrive: «Du reste, ce sont des idées jetées, et comme elles me sont venues dans l’esprit, sans examen» (nell’edizione citata a cura di L. Desgraves, rispettivamente pp. 188 e 593).

[22] Cfr. J. Starobinski, Montesquieu (1994), Torino, Einaudi, 2003, spec. pp. 8-10; G. Macchia, Montesquieu, l’Europa, l’Oriente, in Id., Il naufragio della speranza. La letteratura francese dall’illuminismo all’età romantica, prefazione di I. Calvino, Milano, Mondadori, 1994, pp. 67-77.

[23] G. Vedel, Montesquieu et l’«Esprit des lois», in Montesquieu, Œuvres complètes [1964], cit., p. 10.

[24] Cfr., per tutti, Z. Bauman, Vita liquida (2006), Roma-Bari, Laterza, 2008, passim.

[25] L’espressione è adoperata da Montesquieu per descrivere la deplorevole situazione in cui s’era impantanata, a suo modo di vedere, la generazione francese degli anni Venti del Settecento: cfr. Lettres persanes, éd. de P. Vernière, mise à jour par C. Volpilhac-Auger, Paris, Classique Garnier Multimédia / Librairie Générale Française, 2005, p. 464 (lettre CXLVI).

 

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