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MAESTRALE

 

Maria Gervasio

 

 

 

I

 

(Verso Genova)

 

Dopo poco la pianura finisce

diritta l’autostrada e monotone le sue ali

di fabbriche e capannoni

di siepi colorate di fiori tra le carreggiate

e ancora pianura che lascia posto alle colline curve

a valli distese come gambe aperte

(che le mie le conosci ormai, lo sai come sono)

qui fa fresco e noi andiamo veloci

sempre autostrada e altre valli e cavalcavia

e gallerie che hanno nomi strani curiosi

che sono dentro la terra e sono fredde

e cominciano le nostre cinque settimane

e non c’è altro sguardo

alberi verdi arrampicati alle pendici

o in fila alcuni a volte sui crinali

che sembrano lontani e non è vero

che non c’è distanza qui sull’autostrada

in direzione diversa da blonde ce ne andiamo

lilli che chiami (e come va e stai bene)

e io che scherzo che sono settimane lunghe queste

da lasciar passare tra noi e l’autunno

e come sarà, ci chiediamo adesso insieme

le mie gambe flesse sul cruscotto

scalza ancora pallida stanca perfino

guardo fuori ancora valli, valli

e colline come ginocchia piegate

colline e valli scure come le parole di ieri

che mi dicevi non andare e poi piangevi

che non eravamo ancora in viaggio

tra queste valli della liguria, valli e valli

valli che si spostano da sole se passiamo

e ci corrono accanto grandi camion e auto coi bambini

e si mescolano i colori alla velocità

al fumo di un incendio al rumore di elicotteri

che volano per raccogliere acqua fino al mare

che allora è vicino anche se non si vede

e anche il porto e la nave che dentro la città ci aspetta

genova caotica di cavalcavia e preferenziali

mary si sveglia, vanno tutti verso il mare dice,

lì andiamo anche noi, verso il mare.

 

II

 

(Da Genova a Porto Torres)

 

Ho guidato io l’automobile dentro la stiva della nave

mai fatto di entrare in quel modo e manovrare sul ponte C

nel ventre di ferro umido e vernice, colmo per partire

saturo di gas e motori e molti ancora accesi

salpiamo verso un sud di sole, di sogni e vento

salendo la scaletta ponte a ponte fino al nove

per vedere la città - che la lasciamo ferma sulla terra

e noi così ce ne andiamo, seguiti da scie d’acqua e da gabbiani

ci muoviamo piano, molto adagio – e ce ne andiamo

tutto si sposta al tramonto in questa sera

columbus brilla sul palazzo, e i docks e i cargo stranieri

e ce ne andiamo, cominciamo ora a contare

mai più tanto tempo, mai più che più che un mese è troppo

meno luce adesso e scie sul mare e un po’ alla volta lumi accesi

e navi ferme in porto, più cariche di noi per più lontano

container rugginosi e ancora merci sospese in alto sulle gru di ferro

lungo banchine strette navi per palermo e l’argentina

foschia nel caldo e in questo umido – che sono troppo vicini mare e terra

e c’è prospettiva dove tutto si sposta: è il momento che la nave gira

e gira tutto intorno terra e navi e gru, e dietro anche colline e valli

gira la terra intorno al mare, in un sogno di bambina leggo ogni scritta

ogni nome di varo per ogni nave per ogni cargo o petroliera è desiderio

golfo dei poeti, evergreen, janas, e il verde del columbus

sempre più basso in acqua il riflesso dei palazzi

che c’è prospettiva se sono io che me ne vado

se sono io che da qui guardo le cose, valli e colline

e mani strette alla ringhiera bianca e sotto in movimento scie di spuma

urlano le sirene e ce ne andiamo, fumo nero fuliggine dalle ciminiere

ce ne andiamo lontano, tutta la notte in nave, tutto il viaggio solo mare

qualche aereo solo in cielo è più distante, e si tinge di sole molta parte

d’arancio e rosa, poi solo acqua, acqua increspata e buio della notte.

 

III

 

(Da Porto Torres a Fertilia)

 

Alba chiara e dolce sul mare, io sono qui

(non voglio più pensare) che siamo pronti a ripartire

nella luce del primo mattino si avvicinano la costa

e altre navi che è il momento di sbarcare

è già passato un giorno, un giorno che è finito

guiderò la macchina a terra a lungo sul tragitto

fino a fertilia, che sono oltre trenta i chilometri

di strade che riconosco adesso profumate di mirto

e pini, fiorite di oleandri e bouganville e fichi d’india

terra sparsa di pietre e arbusti, asciutta e dura

com’è a volte la terra – e andiamo veloci

che vasco canta, e lei abbassa il volume, e io lo alzo ancora

e canto e corro veloce troppo veloce, quinta marcia

in questa strada deserta – e sorridiamo e canto

ma lei quanto manca chiede e guarda fuori

spenta l’aria condizionata e aperti i finestrini

mentre un cane randagio attraversa la strada e poi un altro,

immobile sotto l’albero la pattuglia della polizia

tra poco la vedremo la casa del comandante delle navi

la vedremo spalancata sugli scogli e sul mare

le agavi e le palme sulla baia de l’alguer col faro

il promontorio di conte che la notte si fa scuro

ma c’è strada ancora, io guido e lei ritrova i luoghi conosciuti

fortini tedeschi e torri aragonesi sulle punte  

verso il mare azzurro intenso il sole col suo caldo

che sfriccica la pelle delle braccia brucia sulle spalle nude e chiare

e sudano sotto il volante le mie ginocchia distese

metto la quarta e la terza che qui la strada cambia

passano altre macchine piano tra oleandri fioriti e pini

fichi d’india quasi pronti, da raccogliere alla fine dell’agosto

e abiteremo ancora questa casa sulla baia, il mio tavolo davanti al mare

il muretto da cui guardo l’infinito e le vele al largo e i pescherecci

gli scogli sull’acqua verde, il cielo sulle rocce, e rumorosa

ogni giorno la risacca e la marea, le sentiremo anche la notte

nei tramonti di luna, capricciosa luna che staremo a guardare

a veder cadere le nostre stelle, che sono masse gassose solamente

dice mary, e un falco le sfiorerà i capelli a porto ferro

ma girerò la notte a cercare pace, che ora cambia

cambia vita mia cambia e cambia, giochiamo duri, cuore a cuore noi

e mentiamo attenti, che fanno male le parole

 

 

 

la sera sui bastioni spagnoli sopra al mare

guardiamo gente quieta che cammina, invece noi, io

nel silenzio a bere, inciampando nei sassi delle vie

con le tue mani tra le gambe al ristorante, che nessuno vede

tutto bene signori, chiede lei, è tutto a posto?

e già la guardi e la vorresti ritrovare, bere molto

anestesia di vino rosso e poi la notte e la sua pace

che mio padre si affaccia e maria sono le tre dice

lì fa freddo che c’è il mare, e poi ancora

che maria sono già le quattro, ah ma non importa, dice

se sei sveglia se stai bene, e lo senti come è agitato il mare

le onde come sbattono con forza sulle pietre e com’è freddo

e tu stai lì da sola ch’è già notte, profonda e tenera tenera la notte

e quasi anche mattina, tra poco ancora un’alba da guardare

e cambia il cielo che rischiara, e cambia il giorno

e cambia il vento che domani sarà tempo di maestrale.

(Estate 2004)

 

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