MARIO LUZI A COLLOQUIO CON PETRARCA
A cura di Andrea Severi
Il 2004 è stato l’anno del settimo centenario della nascita di Francesco Petrarca e del novantesimo compleanno di Mario Luzi. L’associazione culturale La Bottega dell’Elefante – attiva da ormai quattro anni a Bologna nell’ambito della promozione della lettura, nella valorizzazione soprattutto del suo ruolo civile – assieme al Dipartimento di Italianistica dell’Università hanno proposto al grande poeta fiorentino di rileggere dopo tanti anni alcuni testi del Canzoniere. Ne è nata una video-intervista della durata di circa mezz’ora, curata da Gian Mario Anselmi e Andrea Severi e realizzata dalla ditta D&P srl.
Il testo che segue è la trascrizione integrale del filmato realizzato nell’abitazione fiorentina di Luzi il 22 febbraio 2004. Proiettato per la prima volta a Bologna il 21 maggio 2004 presso l’ex convento di Santa Cristina all’interno della mostra “Petrarca nel tempo”, il video Petrarca nel tempo di Luzi è stato riproposto il 19 settembre 2004 per l’associazione Casadeipensieri all’interno della Festa dell’Unità di Bologna e il 15 dicembre presso il circolo culturale “Sesto Senso”.
Nei discorsi dell’anziano poeta in margine alle sue letture scelte dai Rerum Vulgarium Fragmenta domina la riflessione frammentaria, la nota balenante che non ambisce a consolidarsi in dettato critico oppure l’intuizione felice e originale che si mescola all’apparato ermeneutico più tradizionale per interrogarlo in un modo non aggressivo, ma proficuo e fecondo. «È la dimostrazione di come dai poeti abbiamo sempre da imparare» ha detto il professor Emilio Pasquini. Quei poeti che, come nel caso di Luzi, anche nella loro “ora estrema” non perdono il vizio di leggere onestamente, vale a dire disposti a mettere sempre in discussione se stessi e i loro “approdi” sapienziali. (Mario Luzi è morto a Firenze il 28 febbraio 2005)
1. La vita fugge, et non s’arresta una hora
La vita fugge, et non s’arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti, et le passate
mi dànno guerra, et le future anchora;
e ’l rimembrare et l’aspettar m’accora
or quinci or quindi, sí che ’n veritate,
se non ch’i’ ho di me stesso pietate,
i’ sarei già di questi pensier fòra.
Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe ’l cor tristo; e poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i venti;
veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, e rotte àrbore e sarte,
e i lumi bei, che mirar soglio, spenti.
Mario Luzi: “ -In questo sonetto c’è una confessione che proietta qualcosa che nell’umano è accaduto e che si pensa possa essere registrato come novità.
«Io sarei già di questi penser fora»: questo è un pensiero da suicida, professato; una vera nota di modernità drammatica.
«Tornami avanti, s’alcun dolce mai / ebbe ‘l cor tristo»: questo per me è il Petrarca più insinuante: Sottilmente Petrarca vuol cercare qualcosa di positivo nella sua sofferenza continua e lo dice con questa ‘serpicina’ di linguaggio insinuante.
Verso la fine del sonetto rinasce la pienezza epica che Petrarca ha in qualche momento della sua vicissitudine: c’è questo senso di sé come esemplare umano esposto alle tentazioni e ai rimorsi, che diventa un personaggio anche epico, ma di un’epica cristiana tribolata.”
2. L’anima italiana
“Petrarca ha dominato la scena per secoli e ha avuto un po’ di eclissi solo in un certo periodo fra cui anche il nostro, dove ci sono stati riscontri drammatici immediati, che forse corrispondono meno alla demiurgica poetica di Petrarca. Specialmente il Novecento post-bellico, per come si è sviluppato anche civilmente, ha richiesto delle risposte che non vanno nel senso dell’armonia circolare del Petrarca.
Io sono responsabile, minimamente, nella definizione di questo fenomeno, con un saggio che scrissi nel 1945 [L’inferno e il Limbo], all’uscita dalla guerra, quando si riaffacciò prepotente la presenza dantesca; presenza dantesca che non è mai finita, ma che è sempre stata più ‘numinosa’ che effettiva. Dante è sempre stato più un nume tutelare della nostra letteratura, mentre il maestro operativo era stato Petrarca. Io notavo nel mio saggio questo discrimine un po’ artificiale: dicevo come questa perfetta demiurgia del Petrarca che crea il suo universo e lo dirige dall’interno, non escludendo la storia ma soltanto echeggiandola nel suo interno equilibrio, questa [demiurgia] - dicevo nel 1945 - è da vedere un po’ come un sogno che si era realizzato e perpetuato anche troppo, perdendo quindi di carica durante il percorso, ma che ora era addirittura improbabile.
Dopo la grande ripresa leopardiana il petrarchismo si era un po’ estenuato. In fondo, è proprio l’energia individuale che mette Leopardi nell’osservarlo [il petrarchismo] ma anche nel distanziarsene che in un qualche modo lo salva.
In fondo io ho continuato a schematizzare le cose in questo senso, attribuendo poi tutto questo alla grande anima italiana, che tutte le miserie che notiamo quotidianamente non riescono a soffocare.
Quindi c’è questa bivalenza nell’anima italiana del meditativo-claustrale del Petrarca e invece dell’incidenza nelle cose e sulle cose del poeta che notiamo in Dante.”
3. L’artifex
“Con Petrarca nasce poi l’artista moderno, europeo. L’artista come artifex e ordinatore, come demiurgo della sua opera, che basta a se stesso e cerca di imporre, proporre a tutti il suo sistema e il linguaggio che lo governa. Questa nasce con Petrarca e arriva fino a noi: Joyce non ci sarebbe senza questo criterio dell’artifex che governo lui stesso il suo mondo riflettendo in esso tutto quello che lo circonda.
Oggi, rileggendo Petrarca un po’ trascinato dalla necessità (perché non sono abituato ormai da anni a una lettura segreta del Petrarca, come magari hanno fatto altri in altre epoche) devo dire che questo sistema perfetto del Petrarca contiene tante irruzioni anche dall’esterno: la storia, il patema nazionale e civile, lo sentiamo molto bene, agiscono anche in questo universo regolato e disciplinato dal Petrarca.”
4. Io mi rivolgo indietro a ciascun passo
Io mi rivolgo indietro a ciascun passo
col corpo stancho ch' a gran pena porto,
et prendo allor del vostr' aere conforto
che 'l fa gir oltra, dicendo: «Oimè lasso!»
Poi, ripensando al dolce ben ch' io lasso,
al camin lungo et al mio viver corto,
fermo le piante sbigottito et smorto,
et gli occhi in terra lagrimando abasso.
Talor m'assale in mezzo a' tristi pianti
un dubbio: come posson queste membra
da lo spirito lor viver lontane?
Ma rispondemi Amor: «Non ti rimembra
che questo è privilegio degli amanti,
sciolti da tutte qualitati humane?»
“E’ un sonetto non trai i più celebri, però curioso, perché Petrarca discute con se stesso.
C’è un dubbio che si insinua ma poi diventa professione di dottrina erotica e amorosa che è platonica e anche non platonica, di senso e d’anima: come possono il corpo e l’anima vivere divisi – si chiede Petrarca - se l’animo è da Laura e il corpo è qui? Lui sta mettendosi in viaggio, quindi allontanandosi da Laura, dove rimane tutta la sua facoltà vitale-spirituale, e invece il corpo se ne va.
Curioso. Questo sembra essere un ingrediente necessario al sistema generale del Canzoniere.”
5. Il grande normalizzatore
“Nello stesso tempo io vedo Petrarca anche come un normalizzatore: uno che non solo ha dato un ordine a se stesso, ma ha anche seminato questa facoltà che lui aveva, l’ha suscitata negli altri, per cui si assiste a una normalizzazione della poesia nelle sue forme e nel suo linguaggio: l’italiano diventa molto raffinato e regolare, mentre esiste prima e in opposizione a lui un italiano che non finisce mai di crearsi attraverso le sue anomalie.
Petrarca…forse non l’avevo mai notato: c’è una nota dominante in questo sistema autonomo, un sentimento principe: l’afflizione. Non so se questo è mai risultato bene. Anche le cose che hanno una felicità d’immagine sono poi registrate sotto questa nota dell’afflizione; l’afflizione del penitente, dell’uomo che si sente deviato da un fine che avrebbe dovuto essere il suo e che lui ha dimenticato o messo da parte a ragion veduta. In questo senso ti induce alla meditazione, all’autoriflessione in un modo inequivocabile e veramente unico, l’uomo che rimugina su se stesso.
Il Canzoniere si apre con un’afflizione preliminare e si sviluppa tutto così, nonostante ci siano dei balenanti quadri di letizia, sempre lontana però, assente.”
6. S’i’ fussi stato fermo a la spelunca
S’i’ fussi stato fermo a la
spelunca
là dove Apollo diventò profeta,
Fiorenza avrìa forse oggi il suo poeta,
non pur Verona e Mantoa et Arunca;
ma perché ’l mio terren più non s’ingiunca
de l’humor di quel sasso, altro pianeta
convèn ch’i’ segua, e del mio campo mieta
lappole e stecchi co la falce adunca.
L’oliva è secca, et è rivolta altrove
l’acqua che di Parnaso si deriva,
per cui in alcun tempo ella fioriva.
Così sventura, over colpa, mi
priva
d’ogni buon fructo, se l’etterno Giove
de la sua gratia sopra me non piove.
“E’ un sonetto di risposta. Petrarca dice: -ho avuto una vita un po’ tribolata e quindi non posso essere il poeta che voi vi aspettate-, come se Firenze non avesse avuto già il suo poeta! Firenze ne aveva avuti parecchi di poeti! Alla fine però lascia aperta la porta alla possibilità di eccellere”
7. La donna
“La poesia di lode del Petrarca viene dal Dolcestilnovo ma la sua donna non è più angelicata come lo era la donna del Dante della Vita Nova o, in negativo, di Cavalcanti. L’angelismo della donna di Petrarca è la sua bellezza, grazia, levità, un dono umano… non è più una messaggera celeste. Questa discrasia tra lode alla bellezza, lode alla grazia e coscienza religiosa si pronunzia molto fortemente fino ad entrare in conflitto. Solo la poesia dopo la morte ricompone questo dualismo tra divino e umano in una unità. Questa inquietudine religiosa è all’origine del clima del Canzoniere, proprio di un uomo difettivo, che manca, forse colpevole.”
8. Tutta la mia fiorita et verde etade
CCCXV
Tutta la mia fiorita et verde etade
passava, e ’ntepidir sentìa già ’l foco
ch’arse il mio core, et era giunto al loco
ove scende la vita, ch’al fin cade.
Già incominciava a prender securtade
la mia cara nemica a poco a poco
de’ suoi sospetti, et rivolgeva in gioco
mie pene acerbe sua dolce honestade.
Presso era ’l tempo dove Amor si scontra
con Castitate, et a gli amanti è dato
sedersi inseme, et dir che lor incontra.
Morte ebbe invidia al mio felice stato,
anzi a la speme; e féglisi a l’incontra
a mezza via, come nemico armato.
“Per me questo è un sonetto bellissimo. E’ una evocazione di un Petrarca e di una Laura attempati che vedono la loro storia non passata ma stemperata dall’età. C’è questo indugio su ciò che è possibile vivere tranquillamente da due amanti ormai avanti nell’età, con questa dolcezza, bonomia e questo scherzo (“mie pene acerbe”). Petrarca scherza su ciò che era stato motivo di dolore e sofferenza. Sennonché anche questo momento che ora evoca è lacerato dal taglio tragico che la Morte porta con sé come «nemico armato». ”