IL LUNGO CAMMINO DELL’ASINO
UNIVERSITà DI BOLOGNA
L’asino, dal latino asinus e dal greco ovos, sembra quasi aver un gran talento nell’ignorare le cose: è andato via da asino ed è tornato da somaro (sic).
L’asino, per secoli personificazione dell’ignoranza e della diabolica ostinazione, è al tempo stesso l’animale che sa di più, perché sa di non sapere. In effetti, il raglio è, fra le voci della natura, una fra le più drammatiche, espressione di un’urgenza irrimediabile e della volontà di non tacere più, dopo aver troppo taciuto.
Secondo alcuni, l’asino porta con sé l’erotismo greco e la spiritualità biblica: «Esso occupa il primo posto fra gli animali della creazione nell’Antico e nel Nuovo Testamento e si trova effigiato in almeno cento chiese e cattedrali romaniche. La vicinanza degli asini è stata rappresentata, fra gli altri, da Apuleio a Cervantes, da Dostoievskj a Lawrence, da Stevenson a Bruno».
Primo degli animali citati nella Bibbia, l’asino è l’animale per eccellenza anche per la straordinaria coincidentia oppositorum. Non casualmente si è detto dell’asinità in giustapposizione al volare alto del gabbiano Jonathan, e non per nulla l’asino, o meglio l’onagro, è una parola bifronte: organo/onagro, che significa sia asino che macchina da guerra. D’altra parte Bestiari medioevali, debitori di Apuleio e del suo Asino d’oro, sottolineano l’ottusità e la docilità dell’asino, al contrario del Bestiario di Cambridge che invece attribuisce proprio all’onagro, considerato simbolo dell’ignavia, significati demoniaci. L’onagro, animale del crepuscolo, «è il demonio che raglia ogni ora reclamando la sua preda».
Nel racconto biblico un’asina che, durante il viaggio intrapreso dall’indovino arameo Balaam per andare a maledire gli ebrei, si fermò all’apparizione di un angelo e, picchiata, parlò lamentandosi: l’immagine è quella di un’asina solitaria che dà voce alla sua anima.
Infatti alcuni glossatori hanno interpretato l’isolamento dell’animale quasi come una sorta di immagine spirituale di eremita che vive con la solitudine della sua anima. Valutazioni straordinariamente positive avvalorate in Francia, nel dodicesimo e tredicesimo secolo, dalla “festa dell’asino”, in ricordo della fuga in Egitto di Maria col piccolo Gesù. Il protagonista della festa era appunto l’asino, che veniva condotto in processione solenne ed era addestrato ad inginocchiarsi nei momenti topici e a ragliare tre volte in risposta al rituale Benedicamus Domine: «Alla fine della messa – è scritto in un codice del 1100 – il prete, anziché pronunciare Ite missa est, raglierà tre volte, e in luogo di Deo gratias il popolo risponderà tre volte hi-ha».
Parimenti noto è il cosiddetto “asino di Buridano”, argomentazione para-sofistica attribuita al filosofo francese Giovanni Buridano (metà del ’300), per la quale un asino affamato, posto a egual distanza fra due mucchi di fieno uguali, sarebbe morto di fame non sapendo decidersi fra i due (si rammenti il riferimento nel Paradiso di Dante). L’esempio non si trova nelle opere di Buridano, ma si ricava dalla sua dottrina, secondo cui la volontà, nelle sue scelte, segue il giudizio dell’intelletto. Allorquando i beni da scegliere sono equivalenti, l’intelletto non fornisce indicazioni, la volontà permane indecisa, la scelta non ha luogo e si registra la fine dell’asino.
Secoli dopo, Gottfried Leibniz ebbe però a osservare che, per quanto concerne l’uomo, il perfetto equilibrio fra due parti è impossibile, giacché infinite possono essere le ragioni interne ed esterne all’uomo che l’inducono ad andare in un senso piuttosto che in un altro. L’apologo dell’asino, infatti, è utilizzato da Leibniz per ribadire il rifiuto del meccanicismo e la necessità della scelta anche allorquando le motivazioni appaiono ignote a chi sceglie.
In matematica, invece, l’espressione ponte dell’asino è usata per indicare punti di particolare difficoltà, come per esempio il 5° teorema del libro I di Euclide.
L’asino viene poi sovente percepito, in senso traslato, come l’analfabeta per antonomasia. E tuttavia, non sono proprio gli analfabeti ad essere oggetto di un ben noto Elogio di Eugenio Montale? Invero, il poeta ligure sosteneva che dagli analfabeti c’è sempre da imparare, perché possiedono alcuni concetti fondamentali che, alla fin fine, sono quelli che più contano: «purtroppo pare che di analfabeti ne siano rimasti pochi».
Anche per questi motivi potremmo osare di avvicinare l’asino a una figura come quella di Pulcinella, con la sua enciclopedica e misteriosa ignoranza, con la sua sopraffina cultura da analfabeta. Non casualmente Pulcinella è vestito interamente di bianco, ma la sua maschera è nera.
Talune simbologie religiose propongono l’asino come un archetipo che affonda le sue radici in antiche culture, come attestato dalla famosa immagine satirica dell’asino che suona la lira. Marius Schneider ha osservato come il tamburo e l’arpa, due strumenti spesso connessi all’asino, siano per eccellenza strumenti di dolore e in rapporto con l’aldilà.
Per i popoli dell’Anatolia l’asino era simbolo di regalità e di saggezza, mentre per gli Ittiti le lunghe orecchie asinine erano un segno sapienziale, al contrario delle caricature medievali che ritraevano laici ed ecclesiastici con grandi orecchie d’asino che stavano a segnalare il peccato d’orgoglio ostinato.
La simbologia dell’asino tutto rassegnazione e umiltà viene invece capovolta da Fedro che, nelle sue favole, colloca l’asino fra il deviante e l’osceno, allorquando l’asino provoca il cinghiale mostrandogli il suo fallo smisurato. Mentre la provocazione dell’asino di Fedro non rientra nella cultura cristiana medievale e nella sua letteratura, nell’iconografia rinascimentale l’asino è avvicinato al diavolo, alludendo al peccato, alla sregolatezza ed alla bestialità. Ma l’asino non finisce di stupire perché Franco Cardini ricorda che l’asino rosso, che conosciamo anche attraverso il De Ostride et Iside di Plutarco, si collega a miti dell’antico Egitto con una valenza chiaramente malvagia.
Ad ogni buon conto, quando Montaigne invoca la “vera misura”, elogia l’asino: «C’è forse qualcosa di più sicuro, deciso, sdegnoso, contemplativo, grave, serio come l’asino?»
Non molto diversamente, il suo contemporaneo Giordano Bruno, in quegli anni, si identificava con l’asino, che per la sua ignoranza, pazienza e ostinazione veniva a costituire l’allegoria di chi ricerca la verità. Ne Lo spaccio de la bestia trionfante, Giordano Bruno, attraverso un’articolatissima allegoria, finisce per avvalorare l’esaltazione dell’asinità. L’asinità, secondo il filosofo nolano, altro non è che l’indice di appartenenza dell’uomo ad uno stato bestiale, servile e corrotto: è la “santa ignoranza”, è la “santa stolticia”, è la “pia divozione”, la fede contrapposta alla scienza:
La santa asinità di ciò non cura,
ma con man giunte e in ginocchion vuol stare
aspettando da Dio la sua ventura.
Per Bruno, che in ciò segue la scia di certe teorie cabalistiche, l’individuo, imbrigliato in un universo complesso, fra cielo e terra, da uomo si è trasformato in asino. Effettivamente, per tali gnoseologie dei cabalisti, gli individui possono manifestare tre tipi di ignoranza, rappresentati da tre tipi di asini. Per i primi sempre si nega e mai si afferma; per i secondi sempre si dubita e mai si definisce; per i terzi i princìpi sono conosciuti senza dimostrazione: «La prima è denotata per l’asino pullo, fugace ed errabondo; la seconda per un’asina che sta fitta fra due vie, non possendosi risolvere per quale delle due più tosto debbe muovere i passi; la terza per l’asina con il suo puledro portanti sulla schiena il redentor del mondo».
Perciò il pensiero del grande Nolano è che l’uomo divenuto asino ritorni a pieno titolo se stesso. L’uomo può scegliere di essere divino o bestiale utilizzando gli strumenti che possiede, la mente e l’anima, per cui l’asino «potrà distinguere se colui che gli monta sopra è un dio o è un diavolo, è un uomo o è un’altra bestia».
Credo, infine, che se mai vi è una creatura che rappresenti egregiamente il senso del dubbio, questa sia proprio l’asino. L’asino anzi, a mio modo di vedere, simboleggia l’essenza stessa del dubbio: l’umiltà del dubbio, non la vanità del dubbio. In realtà, l’anima che si risveglia per un dubbio è certamente migliore dell’anima che dorme sicura di sé.
Ecco perché ora anche noi vogliamo ragliare… Non continuiamo forse a fare errori di grammatica persino quando pensiamo? Non siamo proprio noi a nascere senza saper parlare e, a volte, a morire senza aver saputo dire? (Pessoa).
Nell’alveo della sua struggente solitudine, l’asino mi appare come una sorta di camminatore imperterrito fra gli sterpi del pensiero, al punto che si ode il rumore insistente di un passo dietro l’altro, tanto che sembra sollevare zolle e camminare fra le nuvole.
Buon viaggio, allora, antico maestro!