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Luigi Meneghello e la cultura inglese:

analisi di un’ironia che gioca con la lingua

 

 

Silvia Ferrari

 

 

         «Inglesi. Con loro me la sono dovuta sbrigare da solo. Chiusi nella stessa isola, io e loro, sempre a contatto»[1]. Luigi Meneghello annota questo appunto il 15 ottobre 1966, schernendo con l’ironia che gli appartiene il rapporto con un popolo e una lingua che segnarono a fondo la sua vita di dispatriato. Partito dall’Italia nel settembre del 1947, Meneghello giunse a Reading, «la città rossa in riva al Tamigi»[2], con una borsa di studio del British Council: l’intento era quello di condurre una ricerca sugli orientamenti del pensiero inglese contemporaneo e in particolare sul filosofo inglese Robin George Collingwood e i suoi rapporti con il neoidealismo italiano.

Sui venticinque anni, quando incomincia il fiore della gioventù a perdere, ma nel mio caso non pareva che perdesse ancora, mi sono trasferito dall’Italia in Inghilterra con l’idea di starci dieci mesi: periodo smisuratamente lungo per me allora, un tratto di tempo confinante con l’eterno. Partivo col vago intento di imparare un po’ di civiltà moderna e poi tornare e farne parte ai miei amici e ad altri italiani. Ma invece ciò che avvenne fu un trapianto […][3].

 

Meneghello restò infatti in Inghilterra per più di cinquant’anni, alternando il suo soggiorno inglese a lunghe permanenze a Thiene, nel Vicentino, dove amava tornare ogni estate. Fu fondatore e direttore del Dipartimento di Studi Italiani dell’Università di Reading,  dove restò fino al 1980 quando lasciò l’incarico e si trasferì con la moglie Katia a Londra, nel quartiere di Bloomsbury.

         È nella stessa idea di “trapianto” che si individua il senso e la definizione del suo rapporto col mondo inglese: con un termine preso in prestito dall’agraria, Meneghello si fa pianta che muta terreno, albero adulto che affonda le radici in una terra nuova senza dimenticare di essere cresciuto altrove. Lo stesso termine che tornerà centrale nelle sue ricerche linguistiche, quando i “trapianti” saranno trapianti di parola e pensiero dall’inglese al dialetto vicentino, denota qui un passaggio importante della sua esistenza. Passaggio che è palingenesi senza perdita delle radici: «quel trapianto – dichiara Meneghello - fu la cosa più importante della mia vita adulta. Non mi ha fatto perdere un filo della mia italianità, ma mi ha costretto a cominciare una nuova vita»[4].

         In che cosa consistette questa nuova vita? Fu innanzitutto una resurrezione ideologica e linguistica, la scoperta di una «relazione morale, oltre che estetica»[5] tra la vita e la pagina scritta. Si crea un nesso inscindibile tra lingua e cultura e se l’inglese è la «lingua della cultura che era decent, onesta, rispettabile, […] la nostra mi pareva indecent, scalcagnata»[6]

La lingua e lo stile diventano segni, indizi di un «sistema culturale radicalmente diverso»[7], che Meneghello scrittore assorbe. Più volte dichiara di avere appreso a scrivere in Inghilterra:

 

E’ stato in Inghilterra, e attraverso la pratica dell’inglese, che ho imparato alcune cose essenziali intorno alla prosa. In primo luogo che lo scopo della prosa non è principalmente l’ornamento, ma è quello di comunicare dei significati. Questa per me era una novità. Faceva a pugni con l’intera temperie dell’educazione retorica a cui ero stato esposto. Ma c’è dell’altro. C’era la nozione che l’oscurità non ha un pregio particolare e posso assicurarvi che non era (e non è) facile convincere un italiano della mia generazione che è così. C’era poi l’idea che nelle cose che scriviamo la complessità non necessaria è sospetta, e non è affatto invece il prodotto naturale di una mente poderosa […] E per concludere, c’era infine l’idea che, a parità di altre condizioni, la solennità è un difetto. E così siamo arrivati a quanto pare al paradosso che è stato qui a Reading, ascoltando gli inglesi, che ho imparato a scrivere in prosa italiana!.[8]

 

L'idea di fondo, lassù, era che la prosa è fatta per dire ciò che si vuol dire. Se si ha qualcosa da dire, più semplicemente e chiaramente lo si dice, meglio è. Invece in Italia, a quel tempo, per la gente di cui parlo, pareva che valesse la regola opposta: meno hai da dire, più banale e miserevole è la roba che hai da dire, e più devi cercare di rendere oscuro, contorto, allusivo, involuto il modo in cui la dici. In quei primi anni in Inghilterra, almeno dieci o dodici direi, mi sono sottoposto a una specie di tirocinio; ho cercato di insegnare a me stesso a scrivere semplice e chiaro, come i miei amici prendevano per sottinteso che si sforzano di scrivere le persone serie. In questo ho un debito profondo con l’Inghilterra: fra le tante cose che devo a quel mondo e a quella cultura c’è il fatto di avere, credo, acquistato proprio lassù il gusto di un certo tipo di relazione con la pagina scritta.[9]

 

C’era certamente un terreno fertile su cui agire: Meneghello si allontanava volontariamente da un’Italia che sentiva poco civile, da un paese retorico e vuoto, sommerso dai detriti di vent’anni di fascismo. La sua polemica, già espressa nell’esperienza partigiana e inserita poi in forma narrativa a partire dagli anni Sessanta, si scagliava contro quelli che Ernestina Pellegrini ha definito «i tumefatti bubboni della società italiana»[10]: fascismo, cattolicesimo, accademia e lo stesso modo di essere, scrivere e pensare di una civiltà retorica di cui Meneghello non riusciva a condividere lo sguardo. Primo fra tutti, il senso dell’esperienza resistenziale italiana, da molti –in primis, Elio Vittorini- decantata e solennizzata con una retorica avvertita dallo scrittore come falsa e caricaturale.

 

Di nessun italiano mi pareva onesto scopo andarsene a pappare conforti e civiltà oltremare oltremanica, ma giusto e patriottico scopo mi pareva andare a prendere un po’ di mentalità civile e riportarla qua. Non intendevo esiliarmi per sempre, volevo sottrarmi per un giro di stagioni alla vita associata italiana, la vile camorra (così sentivo) cattolica e marxista. Volevo occuparmi di Freud tra gente che non si ostinasse a rompermi i giovani coglioni con tristi discorsi adatti al filò delle stalle, al filò dei caffè, occuparmi di darwinismo dove la gente non venisse a dirmi che c’era già in San Tommaso, non sentire più, per un po’, idiozie pretenziose sulla forma e l’evento, trasferirmi da Vittorini alle statistiche, non vedere più, per un po’, roba come “Il Politecnico” e le Madonne pellegrine, trovarmi fra gente che capiva la parola quantificare. E un bel giorno tornare[11].

 

         Isolato dalla cultura italiana con un atteggiamento che egli stesso definisce «parte ignoranza, parte rifiuto, parte (mi sembra giusto dirlo) disprezzo»[12], Meneghello farà della lingua (dialetto e italiano) il primo avamposto per creare  «una nuova retorica»[13] da costruire «al posto della vecchia». La lingua diviene «parte dell’argomento […], un aspetto importante della polemica contro la retorica, la pomposità, la convenzionalità, lasciatemelo dire, bugiarda della nostra cultura ufficiale»[14]. Come ha scritto Franco Marcoaldi, Meneghello sente che «praticare quel tipo di prosa non è un modo disonesto di scrivere, ma un modo disonesto di vivere»[15].

È la sua condizione di dispatriato a rendersi punto di partenza di questo processo: l’allontanamento dalla prosa accademica italiana, «pomposa e pretenziosa, che trovavo oscura e insopportabile»[16], passa attraverso il contatto con la lingua e la cultura inglesi. Meneghello si trova trapiantato e poi assorbito in «un mondo empirico»[17] in cui l’unificazione storicamente lontana «ha favorito la formazione di una lingua dell’uso adoperata o almeno facilmente compresa da tutti, che si può “scrivere” quasi così come la si parla»[18].

Il risultato è un’influenza sostanziale del mondo inglese nell’invenzione del suo stile letterario concentrato, ironico, denso, «in cui fanno scintille umoristiche e provocano epifanie insperate di senso le “frasi fatte”, la lingua dei proverbi e dei modi di dire»[19].

Diverse sono le influenze, le sfumature e le proprietà stilistiche che Meneghello assimila dalla lingua inglese. Quelli che considera i suoi pregi prima di tutto: «Garbo, ironia, Wit, le qualità “inglesi” che poi forse hanno avuto un qualche influsso indiretto sul mio stesso modo di vedere le cose e di provare a scriverle»[20].

Garbo, inteso come grazia, cautela, modestia e in parte distacco. Eleganza nello scrivere e nel comportarsi, sobrietà e serietà nelle parole e nei gesti, grazia nel muoversi, nel pensare, nell’esporsi. Quella stessa grazia che riporta alla memoria di Meneghello, con un evidente gioco ironico, l’esclamazione di papa Gregorio I:

 

Mah, non angli sed angeli…Degli inglesi terrestri, tra cui mi trovai a vivere nei tardi anni Quaranta, mi importava soprattutto il presunto aspetto arcangelico, la loro funzione di schiere celesti immaginarie…[21]

 

Di questo garbo, Meneghello, contemporaneamente, si nutrirà e si prenderà gioco:

 

Anche la gioia ha qualcosa di sospetto, e non è parte delle buone maniere manifestarla. Apri una lettera, in mezzo a un gruppo di amici, dice che ti hanno passato Senior Lecturer, ti crescono la paga a 900 sterline (all’anno: e naturalmente molto lorde). Esprimi un certo entusiasmo. Balli brevemente, ridi. Frank, ammirato, invidioso: «Noi ci mettiamo la stessa energia a nascondere che siamo molto contenti».[22]

 

Nella loro cultura più raffinata traspare un terrore di fondo nei confronti della natura umana. Ammirano, forse a volte invidiano la naturalezza degli altri, come regalo toccato a creature più semplici e più fortunate; ma non cercano di imitarla, non se la permettono. Esibire, anche in faccende di poco conto, qualcosa della propria natura in forme che non siano codificate, è peggio di un peccato (del resto non danno troppo peso ai peccati), è una sconvenienza. La cosa investe ogni specie di attività: non si può dire, p.e., che si è molto stanchi, o che si è pizzicato un dito e che fa male: bisogna comporre una forma di parole che significhi inequivocabilmente “sono molto stanco” o “ho preso un pizzicone mi fa male”, ma non lo dica. È naturalmente un aspetto dell’understatement, parlare sempre al di sotto (o almeno ai lati) di ciò che si vuol dire. Nei primi tempi mi colpiva il fatto che le più semplici domande (di informazione per esempio) tendevano a cominciare con la formula “I wonder if…”: …Mi domando [con qualche perplessità e un po’ di stupore] se… Non era la lingua ma la civiltà stessa che funzionava così, una civiltà di persone che si muovevano con cautela.[23]

 

Wit, arguzia, motto di spirito, quell’umorismo che non esplode, ma che guizza con eleganza.

 

La roba che è impaccata in quel piccolo quadrifoglio di suoni! Smug: soddisfazione un po’ stupida di essere come si è, un fondo di pomposità imperfettamente repressa, uno spolvero di pedanteria, e poi le ricche vene della superficialità, della supponenza…Ma come hanno fatto a ficcare tutto in questo bonsai?[24]

 

E ultima, ma non meno importante, l’ironia, forse la componente più endemica della scrittura di Meneghello, l’espediente più radicato e riconoscibile del suo stile. C’è nell’ironia, come nella chiarezza della prosa, la natura stessa del pensiero dello scrittore:

 

Tra le qualità che mi paiono ingredienti essenziali delle buone scritture letterarie e specificamente di quelle narrative, spicca quella che in prima approssimazione chiamerei l’ironia: in pratica la facoltà di spostare (o anche capovolgere) il punto di vista di un testo, con l’intento di contrastare la pomposità, la pedanteria, la retorica, e specialmente la presunzione, il dogmatismo, la saccenteria, la sicumera che insidiano noi tutti, e rendono alcuni di noi così antipatici… [25]

 

L’ironia, dunque, è anch’essa parte di una scelta culturale e ideologica, sintomo e indizio di un’antiretorica che allontana lo scrittore da una parte della tradizione accademica e letteraria italiana.

Ma come agisce quest’ironia, di stampo inglese, nella sua scrittura? E in che modo influenza la sua prosa?

È innanzitutto distacco, presa di distanza che garantisce uno sguardo oggettivo perché lontano di un’Italia che appare «a distanze stellari, come guardarla dal telescopio»[26]. L’oggettività è privilegio della sua condizione di dispatriato – e si noti il prefisso dis che non indica semplicemente allontanamento, non è espatriare, uscire da, ma denota una dispersione[27], una divisione in più parti, una creazione di quello che Meneghello definirà un doppio polo del sentire. Non si tratta di una cultura che sostituisce un’altra, ma della creazione di un secondo polo culturale[28].

 

Volendone fare una storia sarebbero due storie incrociate: come da un lato l’esperienza inglese (EN) ha stravolto la mia percezione dell’Italia (IT) e d’altra parte come IT ha stravolto EN. Ho vissuto con l’idea che tutto ciò che avveniva lassù era anche (per me) roba di qui. Mi accorgo che il punto di vista continua a oscillare. L’Inghilterra è insieme lassù e quassù e altrettanto l’Italia. Qui, là: corrente alternata.[29]

 

         Questa doppia polarità gli garantirà quell’oggettività, fonte e risultato dell’ironia: proprio perché lontano, a Meneghello sarà concesso un sentire diverso, partecipato e distaccato, serio e scherzoso, ironico e profondo. Quello che ne deriva è un rapporto privilegiato con la propria materia, contemporaneamente vicina e lontana: «da un lato essere (e sentirsi) all’interno della materia e parlare con l’autorità di chi vede le cose dall’interno; dall’altro la condizione opposta, il distacco, senza il quale non c’è prospettiva in ciò che sai o che dici»[30].

La stessa ironia, la tongue-in-cheek inglese, agisce anche ad un livello diverso: nella scrittura e nel gioco tra le lingue. In entrambi i casi l’inglese, come il dialetto, è una componente imprescindibile della sua creazione.  Meneghello incrocia italiano e inglese, dialetto e inglese, sia attraverso epifanie linguistiche che si manifestano inaspettate, sia attraverso traduzioni o “trapianti” che amplificano le potenzialità ironiche del dialogo tra le lingue.

Le epifanie linguistiche sono i “trasporti”[31], liberi scambi tra le lingue, apparizioni incrociate che alternano i due (o tre, contando anche il dialetto) poli culturali di Meneghello.

 

Che poise (elegante equilibrio), che glitter (luccicante ricchezza: degli occhi, dei lustrini), che senso soprattutto di stupenda sophistication.[32]

 

La ruvidezza di Momigliano, la roughness dei suoi modi, splendida.[33]

 

«In realtà –spiega Meneghello – quello che facevo era di lasciare libero gioco alle interazioni linguistiche che avvenivano in me e vedere cosa ne veniva fuori»[34]. Avviene nella scrittura di Meneghello quello che egli stesso individua nella scrittura di Beppe Fenoglio: «È come se lo scrittore cercasse le parole in se stesso – non nell’uso corrente»[35]. Così la lingua, il lessico, la scrittura si nutrono del sentire dell’autore, del doppio polo culturale in cui affonda la sua esperienza.

L’ironia potenziale di queste interazioni è straordinaria. Meneghello, nella sua condizione di dispatriato, la coglie nella sua interezza, fondendo e amplificando il potenziale ironico della lingua.

Riguardo all’incontro a Reading con Moravia, la Morante e Montale, Meneghello scrive:

 

Ad ogni modo, fu proprio lui a invitare da noi Moravia, insieme con la Morante sua moglie e con Eugenio Montale. Stettero nella nostra cittadina un paio di giorni. Era primavera, c’erano i narcisi. Splendeva il sole nella piazzetta del mercato. C’era sulle bancarelle “una folla, una schiera dorata”, come nei versi di Wordsworth, un mare di daffodils d’oro. Moravia disse che l’idea inglese che il cuore, gonfio di piacere, possa “danzare con i daffodils” è inconcepibile in italiano, a Roma almeno, dove li chiamano tromboni: “Si ricolma di gioia il mio cuore e fa un giro di danza coi tromboni”. Naturalmente pensammo anche, tutti suppongo, alle trombe d’oro della solarità, e Moravia le citò.[36]

 

Poi ci inoltrammo nelle stradicciole del quartiere che c’è al di là del ponte. Una targa su un muro diceva WHARF LANE. Montale sussurrò a mezza voce «La stradella del nano!» e lì forse stava per nascere un’altra poesia, ma Sir Jeremy gli disse «Non dwarf: wharf» e io innervosito proposi «Molo». La stradella del nano…quando si dice le occasioni perdute…[37]

 

Oppure:

 

Curioso: “sussiego” è una delle parole che non so dire meglio, o almeno altrettanto bene, in inglese. Per rendere l’idea bisogna ricorrere ad un rafforzativo, come bloody: anzi, direi che per chi usa le due lingue una buona traduzione inglese di “sussiego” è “bloody sussiego”.[38]

 

Questo ironico innesto tra lingue è intensificato nei “Trapianti”, le traduzioni dall’inglese al dialetto vicentino che Meneghello ha raccolto nel libro omonimo[39]. Più volte sottolineerà l’importanza della traduzione nella sua vita di scrittore:

 

La traduzione c’è dappertutto nella mia vita, a ogni svolta di strada e a tutti i livelli: da una lingua all’altra e dall’altra alla prima, in frammenti, coscientemente, come esercizio, incoscientemente, in mille cose; una specie di falso bordone che va dietro alla melodia o alla mancanza di melodia nelle nostre vite –almeno nel mio caso.[40]

 

Ecco un esempio di trapianto dal secondo atto dell’Amleto di Shakespeare:

 

         HAMLET   One speech in’t I chiefly loved. ‘Twas Aeneas’ tale

                                     to Dido; and thereabout of it especially when he

    speaks of Priam’s slaughter. If it live in your mem-

    ory, begin at this line –let me see, let me see:

 

    «The rugged Pyrrhus, like th’Hyrcanian beast»

 

   ‘Tis not so. It begins with Pyrrhus […]

 

         AMLETO  Ghe gera un pesso che me piasea pì de tuto…

                     Cuando che Enea ghe conta a Didone la

                     distrussiòn de Troia, specialmente là do’ che ‘l

                     riva al macelo del re Priamo…Lo setu ‘ncora?

                     Taca dal verso…Speta, speta un àtimo…

                     «Piro rubesto fa la belva ircana…»

                     Nò, no l’è mia cussì…El scuminsia co Piro…

  Speta, speta  un àtimo […][41]

 

 

Come ha individuato Diego Zancani[42], qui non si tratta di una traduzione in senso tradizionale, ma piuttosto di un adattamento in dialetto, la sola lingua che Meneghello sostiene di conoscere[43].

L’ironia che qui si crea nel contatto straniante tra le due lingue è profonda, riconduce al dialetto, alla lingua materna, quella che, come ha scritto Cesare Segre, «vibra di sensazioni, di ricordi, è qualcosa che si lega alla natura, alla vita, alla personalità, ai sentimenti»[44]. È, per Meneghello, in queste «interazioni creative»[45], in questo «scontro di cose o piani diversi»[46], in questo confronto tra lingue che si adagia il senso di quello «shock creativo» che può generare l’ironia. Ed è in questo ritorno alla lingua atavica e materna che si individua il senso e l’importanza della sua esperienza inglese.

È da dispatriato che Meneghello ritrova la forza creativa del dialetto, da dispatriato che apprende l’ironia e le sue potenzialità lievitanti. Torna in mente ciò che Guido Almansi ha scritto a proposito nel suo saggio Amica ironia: «certi sotterfugi dell’ironia sono più facilmente identificabili o accessibili allo straniero che al nativo […]. È come se la distanza, la novità, la alterità, lo stimolo dell’avversità della nuova lingua ci concedessero più libero ingresso alle sottigliezze epistemologiche e linguistiche in essa celate»[47].

La condizione di straniero, e straniero in terra inglese, nutre quindi in profondo la scrittura di Meneghello.

L’esperienza inglese non solo influenza stilisticamente la sua lingua, gli dona una faticata attenzione alle parole, al senso, alla chiarezza della prosa, ma lo riconduce al dialetto, alla propria lingua materna.

 

Rientro appena dall’Inghilterra e c’è il solito effetto di intensificazione dei dati dei sensi che provo ai miei ritorni in Italia. Tutto pare più intenso, più vivido. Lo si sente dire abbastanza spesso, all’estero, che l’Italia è vivida, ma questo di cui parlo è un effetto speciale, privilegio dell’espatriato. Per quanto mi riguarda c’è inoltre la solita faccenda del doppio registro, italiano e inglese, che vale per tutto ciò che faccio e dico: i due poli, il flusso della corrente, e il fascio dei raggi catodici che rende trasparenti le cose. È in Inghilterra, per esempio, che ho veramente capito l’importanza del mio “dialetto”, cioè della parlata vicentina, questo straordinario serbatoio di risorse linguistiche. La cosa è palese, quando si prova a tradurre qualche frammento dei grandi testi della letteratura inglese. Se traduciamo in italiano “letterario”, anche non aulico, vediamo che le nostre versioni (le mie voglio dire) riescono spesso fiacche e rigide, mentre quelle in “dialetto” sono tanto più vivide e qua e là infuse di una forza paragonabile a quella dei testi[48]

 

È questo soprattutto che Meneghello ha appreso in quello che definisce il suo «corso remedial nel Paese degli Angeli»[49]: a farsi custode del dialetto come opzione antiretorica, a prendere le distanze, con ironia e serietà, da un’Italia lontana ideologicamente e fisicamente, a costruire un nuovo polo culturale, che fosse punto di osservazione privilegiato.

E se «l’anima si anglicizza a tua insaputa»[50], resta comunque il fatto che «viste da qui le cose italiane risaltano meglio, si ha l’impressione di capirle, o di fraintenderle, più energicamente»[51].

 

 

[1] L. Meneghello, Le Carte. Volume I. Anni Sessanta, Milano, Bur, 1999, p.281.

[2] L. Meneghello, Il dispatrio, Milano, Bur, 1993, p.30.

[3] Ivi, p.8.

[4] N. Aspesi, Se il «maestro» alza il gomito, «La Repubblica», 26 gennaio 1992. Meneghello insiste spesso sulla sua italianità mai snaturata: «L’incontro con la cultura degli inglesi e lo shock della loro lingua hanno avuto per me un’importanza determinante. Sono tuttavia certamente un italiano, e non ho alcun problema di identità, né mi sono mai  sentito per questo aspetto in esilio» (in Cronologia in Opere scelte, a cura di Francesca Caputo, Milano, Mondadori, 2006, pp. LXXXVII-CLXVII, p. LXXXVII); «La mia politica e la mia ideologia sono sostanzialmente italiane. Per questo rispetto, le mie radici italiane erano già così profonde quando sono arrivato in Inghilterra che il fatto di vivere qui non le ha toccate per nulla» (in La materia di Reading, in La materia di Reading e altri reperti, in Opere scelte, cit. pp. 1261-1580, p.1301).

[5] L. Meneghello, Il tremaio, in Jura, in Opere scelte, cit. pp. 965-1214, p.1074.

[6] L. Meneghello, Le Carte. Volume II. Anni Settanta, Milano, Bur, 2000, p. 89.

[7] L. Meneghello, La materia di Reading cit. p.1301.

[8] Ivi, pp.1307-08.

[9] L. Meneghello, Il tremaio cit. p. 1074.

[10] E.Pellegrini, Luigi Meneghello, Fiesole, Cadmo, 2002, p.46.

[11] L. Meneghello, Le Carte. Volume I, cit. p. 327-328.

[12] L. Meneghello, Il tremaio, cit. p.1075.

[13] L. Meneghello, Quanto sale?, in Jura, cit. p.1128.

[14] L. Meneghello, Il tremaio, cit. p.1089.

[15] F. Marcoaldi, Luigi meneghello, una vita contro la retorica, «La Repubblica», 27 settembre 2008.

[16] L. Meneghello, Il turbo e il chiaro, in La materia di Reading e altri reperti, in Opere scelte, cit. p. 1542.

[17] L. Meneghello, Il tremaio,  cit. p.1099.

[18] Ibidem.

[19] E.Pellegrini, Luigi Meneghello cit. p.20.

[20] L. Meneghello, Il turbo e il chiaro, cit. p.1543.

[21] L. Meneghello, Le Carte. Volume III. Anni Ottanta, Milano, Bur, 2001, p. 279.

[22] L. Meneghello, Il dispatrio, cit. p. 167.

[23] L. Meneghello, Le Carte. Volume II. Anni Settanta  cit. p. 72.

[24] L. Meneghello, Il dispatrio, p. 167-168.

[25] L. Meneghello, La virtù senza nome, in La materia di Reading e altri reperti, cit. pp.1421-1435, p. 1434.

[26] L. Meneghello, Leda e la schioppa, in Opere scelte, cit. pp. 1215-1259, p.1228.

[27] Cfr. A. Tosi, Luigi nel paese delle meraviglie o il diario inglese di Meneghello, in Per Libera nos a malo. A 40 anni dal libro di Luigi Meneghello, a cura di Giuseppe Barbieri e Francesca Caputo, Atti del convegno internazionale di studi “In un semplice ghiribizzo” (Malo, Museo Casabianca, 4-6 settembre 2003), Vicenza, Terra Ferma, 2005, pp. 193-199.

[28] Sulla doppia polarità Meneghello ritorna più volte: «La prima osservazione è questa: che arrivando ebbi subito l’impressione di venire a contatto con un sistema culturale radicalmente diverso […]. Trovandomi dunque nel mezzo di questo sistema così diverso, cominciai ad assorbire una buona dose della sua sostanza, e la assorbivo con avidità. Non si trattava di una cultura che ne soppiantava un’altra, ma della formazione di un secondo polo culturale. Il risultato finale fu infatti una forma di polarità che venne a investire quasi ogni aspetto della mia vita intellettuale. Era come se per poter pensare, o perfino sentire, occorresse lasciar fluire la corrente tra i due poli» (in La materia di Reading, cit. p.1301); «C’è un polo italiano e c’è un polo inglese in tutto ciò che sento e che penso, anzi, pare che per me sentire e pensare consistano in pratica nel far passare sbuffi di corrente tra questi due poli» (in La materia di Reading, cit. p.1388);  «Il solo aspetto della faccenda che è pertinente ricordare ora è la polarità di questa mia esperienza: c’è un polo italiano e c’è un polo inglese in tutto ciò che sento e che penso. È una situazione che pone dei problemi: finora in tutti questi anni si potrebbe dire che nel complesso mi sono impegnato sui due fronti, a nascondere agli italiani ciò che so degli inglesi, e viceversa –a non far sapere a loro quello che so di noi» (in Sottoscala, in Jura, cit. pp. 1561-1580, p.1573).

 

[29] L.Meneghello, Il dispatrio cit. p. 28.

[30] L. Meneghello, L’acqua di Malo, in Jura, cit. pp. 1147-1207, p.1156.

[31] L. Meneghello, Il tremaio, cit. p.1079. Sui trasporti cfr. anche E.M.Thüne, The measure of english e la misura dell’italiano, in «Del terzo muraro, nulla!». Luigi Meneghello tra ricerca linguistica ed esperienza politica, a cura di Silvia Basso e Antonia De Vita, Sommacampagna, Cierre Edizioni, 1999, pp.25-44, p.35.

[32] L. Meneghello, Il dispatrio, cit. p. 119.

[33] Ivi, p.221.

[34] L. Meneghello, Il tremaio, cit. p.1079.

[35] L. Meneghello, Quaggiù nella biosfera. Tre saggi sul lievito poetico delle scritture, Milano, Rizzoli, 2004, p.49.

[36] L. Meneghello, Il dispatrio, cit. p. 65-66.

[37] Ivi, p. 69.

[38] Ivi, p.105.

[39] La presenza di “trapianti” non si individua solo nel libro omonimo, ma attraversa l’intera opera dello scrittore. Si veda, ad esempio, la traduzione di Kubla Khan di Coleridge (in L’acqua di Malo in Jura cit. p.1175-76 ) o la celebre traduzione della scena quinta dell’atto quinto del Macbeth (in Leda e la schioppa cit. pp. 1251-53).

[40] L. Meneghello, Il turbo e il chiaro cit. p. 1540.

[41] L. Meneghello, Trapianti. Dall’inglese al vicentino, Milano, Rizzoli, 2002, pp. 94-95.

[42] Cfr. D.Zancani, Le Flore di Malo ovvero Meneghello e la citazione di autori stranieri, in Per Libera nos a malo, cit. pp.73-83, p.81-82.

[43] Scrive Meneghello a proposito di queste traduzioni: «si tratta spesso di esperienze che riguardano l’inglese da una parte come lingua di partenza, ma una diversa lingua neolatina come lingua d’arrivo, cioè il vicentino, che conosco meglio dell’italiano e dell’inglese, anzi, mi piace dire che è la sola lingua che conosco». Cfr. L.Meneghello, Il turbo e il chiaro, in La materia di Reading e altri reperti, cit., pp.1537-1559, p. 1537. 

[44] C. Segre, Libera nos a malo: l‟ora del dialetto in Per libera nos a malo, cit. pp. 23-27, p. 24.

[45] L. Meneghello,  Quaggiù nella biosfera, cit. pp.14-15.

[46] Ibidem.

[47] G. Almansi, Amica ironia, Milano, Garzanti, 1984, p. 13.

[48] L. Meneghello, Salta fora co cuatro corni, in La materia di Reading e altri reperti, cit. pp.1463-1478, p.1475. Cfr. anche E.M.Thüne, The measure of english e la misura dell’italiano, cit., pp. 37-38;

[49] L. Meneghello, Il dispatrio, cit. p. 8.

[50] Ivi, p.46.

[51] Ivi, p.182.

 

 

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