Rosetta Loy, L’estate di Le Touquet, Ed. BUR, Milano 2005
L’estate di Le Touquet ( 1982), romanzo di quasi esordio della scrittrice Rosetta Loy, esce in una nuova edizione per la collana scrittori contemporanei della BUR.
Come nelle prove più mature Cioccolata da Hanselmann (1995) e il recente Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria (2004), anche in questa prova giovanile Rosetta Loy unisce alla scrittura dei sentimenti la scrittura dell’impegno civile e politico. Segno che il forte interesse storico era già precocemente presente come cifra stilistica dell’autrice fin dagli esordi letterari.
Dichiara la Loy nella nuova prefazione: “Dopo i primi due romanzi ( La bicicletta 1974, La porta dell’acqua 1976 ) che pescavano a piene mani nell’autobiografia volevo raccontare una storia che non mi appartenesse, mimetizzarmi nel fogliame come in quei disegni della “Settimana Enigmistica” dove bisogna scovare un animale fra la lussureggiante vegetazione di un albero. Una storia non più autoreferenziale dove ci fosse al centro l’estate delle tante speranze nate dai movimenti studenteschi e dalle riforme di Dubceck, mettendola in relazione ad altre più lontane nel tempo ma tutte intimamente legate ai personaggi”
La decisione di ripubblicare il romanzo, da tempo assente in libreria, nasce dalla consapevolezza che quella stagione di grandi slanci e speranze abbia segnato profondamente buona parte della nostra storia e che in quel groviglio di sentimenti contrastanti affondi ancora la spiegazione del presente.
Il romanzo incomincia nel 1935 sulle spiagge francesi di Le Touquet e prosegue lungo una linea che va da Roma a Milano fino a Praga durante la primavera del’ 68.
I fili del passato si intrecciano al racconto del presente tessendo una pagina che non ha più un tempo definito. Come un personaggio di Virginia Woolf, la protagonista, una giovane restauratrice sposata e madre di un bambino, si abbandona al flusso di immagini e ricordi che si alternano e si sovrappongono senza sosta alla realtà.
I personaggi emergono dall’ombra della memoria e si staccano via via nuove figure rimaste sullo sfondo del grande affresco del paesaggio dell’anima.
Per prima fa la sua comparsa la nonna che muore avvelenata da un’ erba misteriosa raccolta e assaporata durante una passeggiata a Weissmatten, poi il padre che a Le Touquet incontra la giovane donna che diverrà la madre della protagonista, e all’improvviso anche un bambino, grande e grosso, di nome Pietrone, figlio della donna.
Sullo sfondo della contestazione del Sessantotto la protagonista s’innamora di Antonio, un giornalista, e per lui lascerà il figlio e il marito.
Antonio è un uomo tormentato dal passato, riaffiorano in lui ossessivamente il ricordo delle angherie subite durante la guerra da un torbido sergente nazista, e le figure dei genitori , la madre, una triestina ebrea imparentata con i Rothschild, bionda e fragile suonatrice di Mahler e il padre, fascista della prima ora, combattente in Africa, sanguigno e spaccone , caduto presto in disgrazia. Durante l’occupazione tedesca, mentre la madre fugge in Svizzera “dove mangiava montagne di panna” lui, un “mezzo sangue” resta con il padre a contare i punti della tessera in balìa del sergente della Pomerania.
La protagonista raggiunge Antonio a Milano, da qui si spostano a Malimbrosia, in una villa sul lago di Como, dove incontra i suoi amici più intimi Carlo e Alessandra. Intanto la storia avanza: Robert Kennedy viene assassinato, tre colpi feriscono a Berlino Rudi Dutschke , leader del movimento tedesco , scoppiano gli scontri a Valle Giulia tra gli studenti e la polizia.
La vita con Antonio non si rivela quel gioco “ furioso ed esaltante” che la donna aveva immaginato, il gruppo degli amici, legato da vincoli antichi e profondi e dall’amore per Alessandra, prima attrae poi respinge la donna. La sofferenza della protagonista è accentuata dalla mancanza del figlio, poichè per Pietrone non c’è posto nella relazione con l’amante e dal ricordo dell’abbandono della madre, fuggita con un altro uomo e morta di parto in una città lontana.
La tragedia, rimasta in sottofondo per tutto il romanzo, si svela piano piano e volge al termine nel ricomposto ordine della fine. Quando i carri armati sovietici invadono Praga, la storia sembra travolgere non solo i manifestanti ma anche le piccole vite dei protagonisti come “l’andare e venire di un’onda che ributta sulla spiaggia sempre gli stessi detriti”. Riemerge la ferita della rivolta di Budapest con i suoi 40.000 morti, falliscono gli ideali della rivoluzione e del comunismo dal volto umano, riaffiora prepotente l’amore irrisolto di Antonio per Alessandra, infine, matura il tragico gesto di Carlo rimasto solo nel vuoto della sua vita.
Mentre in lontananza rimbomba il passo dei soldati russi, la memoria ferita dei protagonisti si assopisce in un lungo inverno di silenzio.
E’ in quel tempo sospeso che si chiudono forse per sempre i conti con il passato: “io sono nata allora, dichiara la protagonista “e non ho ancora una storia”.
(Cinzia Ruozzi)