Jack London, Pronto soccorso per scrittori esordienti, Roma: Minimum fax,
a cura di M. Crassi, trad. it. di A. L. Bom, con una prefazione di G. Meacci,
pp. 114, euro 8.
Che vita! Cercatore d’oro nel Klondike, ricchissimo e poverissimo, timido ed esibizionista, socialista e nietzschiano, operaio, lavapiatti e scrittore infaticabile. Nessuno può permettersi di vantare un curriculum vitae quale quello di London in cui gli estremi dell’esistenza si sono toccati e scontrati, in cui hanno convissuto gioia sfrenata e disperazione rabbiosa. In poco meno di quindici anni di attività frenetica riuscì a guadagnare una cifra che si aggira attorno al milione di dollari e a dissiparla. Fra il 1900 e il 1920 egli fu lo scrittore più letto al mondo. E poi? Cosa rimane oggi di questo campione d’incassi, crociato della vocazione letteraria più genuina e spudorato mesteriante?
A chi come me è stato offerto il piacere della lettura dei suoi romanzi in quell’età nebulosa che corrisponde alle scuole medie, resta la sua eterna scuola di vita. E i titoli dei capitoli della sua opera più famosa suonano meglio di un manuale di pedagogia: La legge del bastone e della zanna, La fatica del tiro e della pista, sono solo alcuni esempi di come tutta l’opera di London punti decisamente al cuore della formazione dell’uomo, alla sua educazione alla natura. E l’uomo, per London, è orfano di tutto. Di padre, di madre, di fratelli e sorelle. Non esistono per lui legami precostituiti. Gettato nel mondo, egli è privato di ogni parentela e ciò che riuscirà ad avere sarà ciò che sarà riuscito a guadagnarsi dopo un apprendistato durissimo. Il cane Buck dovrà perciò scordare tutto e ricominciare da capo, conoscere il dolore provocato da una bastonata e il sapore di una ferita. Nel fare questo non ci sarà tempo per riflettere o per discutere. La sua sarà un’educazione tutta svolta nell’attitudine stessa dell’azione.
Tremolanti come i sottotitoli di un filmato in bianco e nero, le pagine di London continuano ad agitare i miei ricordi di adolescente perché, in fondo, di letteratura per l’adolescenza si tratta. C’è un’età per leggere Molnar , Verne e Salgari: c’è stata un’età per leggere London. Fugge dunque il tempo, il nostro, ma non quello di London. Ogni volta che lo si crede morto, eccolo ricomparire in una veste nuova e sorprendente, pronto a sfidare la concorrenza dei vari Dan Brown. E si può star certi che sarà una partita avvincente.
Così, se durante una passeggiata in libreria vi capiterà tra le mani questo Pronto soccorso per scrittori esordienti, lasciatevi tentare. Baloccatevi -se proprio lo ritenete necessario- con un Conrad o con un Maupassant, ma poi prendete in mano London e dirigetevi senza esitazioni verso la cassa. È vero, il mondo è infestato di manuali e prontuari confezionati su misura da pseudo-esperti. Ma questo non è un manuale comune, perché in poco più di cento pagine potrete ritrovare la scuola di vita di London applicata alla letteratura.
Desiderate veramente scrivere? Allora seguite i consigli di London. Scordatevi di voi stessi, dei vostri problemi, delle vostre povere preoccupazioni. Al mondo non interessa minimamente quanto voi amiate il mare od un bel tramonto. Dannatevi e dimenticatevi di voi stessi perché, fino a quando non vi sarete riusciti, “il mondo si turerà le orecchie per non sentirvi”. Riversatevi completamente sul vostro lavoro, scrivete fino a quando la mano non cadrà morta, fino a quando non ricadrete morti voi stessi, fino a quando la vostra opera, il vostro scrivere non diventi voi stessi senza però che ve ne sia traccia alcuna. Ascoltate: “La creazione dell’atmosfera implica sempre l’eliminazione dell’artista, vale a dire, l’atmosfera è l’artista; e quando manca l’atmosfera e tuttavia l’artista è presente, vuol dire semplicemente che il meccanismo letterario cigola e che il lettore riesce a sentirlo”. Studiate dunque Stevenson e Kipling, e vedrete come riescano ad eliminare loro stessi e a creare storie autentiche e personaggi in carne ed ossa che respirino aria buona, e non quella che ristagna nella vostra mente, perché solo così riuscirete a fare “in modo che le lampade per leggere restino accese fino a tardi”. Ma soprattutto fate in modo di costruirvi una filosofia di vita individuale, una vostra originalità. Come? “Riuscendo a non essere sciocche banderuole che cambiano direzione allo spirare di qualsiasi brezza”. I grandi scrittori sono “partiti alla pari con gli innumerevoli altri che hanno fallito; il loro patrimonio comune è stato il mondo con le sue tradizioni. In una sola cosa si differenziavano da coloro che hanno fallito: attingevano direttamente alla fonte, rifiutando il materiale filtrato da altre mani. Non sapevano che farsene delle conclusioni e delle idee altrui. Dovevano apporre ai loro lavori l’impronta della loro individualità: un marchio molto più importante del diritto d’autore. E così, dal mondo e dalle sua tradizioni -che è un altro modo per dire dalla conoscenza e dalla cultura- hanno tratto in prima persona determinati materiali di cui si sono serviti per costruirsi una filosofia di vita individuale”.
London una volta di più ci insegna che la letteratura non è un passatempo o un hobby, ma una vocazione, un qualcosa, cioè, senza il quale la vita stessa non avrebbe senso. E solo quando tutto, ma veramente tutto vi porterà inesorabilmente ad essa, solo allora potrete star certi di non rimanere delusi. La scrittura e la sua disciplina sono dunque il vero tesoro che potrete trarre da questo libro e dall’opera intera del suo autore che con i suoi cinquanta volumi continua a navigare nel mare oramai sconfinato dell’editoria internazionale. Solcato dai grandi bastimenti degli autori immortali questo mare conserva ancora un po’ di spazio per la piccola zattera di London. Il suo viaggio non è terminato.
(Marco Antonellini)