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IL POETA DEI BACI
DAL LIBELLUS DI CATULLO

 

Federico Cinti

 

Università di Bologna

 

Catullo, per tutti, ormai… per molti o per qualcuno, diciamo pure così, se è vero che non si può né si deve dare proprio nulla per scontato; Catullo, insomma, è il poeta dei basia, di quei “baci” che sono la più alta manifestazione di affetto, di complicità e di comunione che l’uomo è in grado di riservare al suo simile. Tant’è vero che lascia sgomenti come con un bacio Giuda tradisca il Maestro, l’Amico: «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?» (Lc 22, 48). Era lo stesso “bacio” con cui si apriva una delle pagine più strabilianti della Scrittura, che mi piace riproporre nella lingua della Vulgata, perché così per secoli è stata letta, recitata, cantata: osculetur me osculo oris sui (Ct 1, 1). Certo, che in latino “bacio” non si dicesse solo basium appare evidente proprio da questo versetto: chi parlava latino poteva usare basium come osculum, ma anche savium. E non interessa qui indagare i contesti e i significati più reconditi di ognuno di questi vocaboli: sappiamo che Catullo è stato il primo ad usare basium per indicare il “bacio”, e da quel momento in poi, in italiano, come in altre lingue romanze, si è impiegato quel termine. Ecco, allora, che Catullo è davvero il poeta dei basia. E tanto ci basta.

Già a partire da queste poche, cursorie, considerazioni si potrà comprendere quali testi siano stati scelti per questo piccolo excursus nella poesia catulliana: poesie d’amore per la sua donna, Clodia nei panni della Lesbia che tutti conosciamo, che non ha ovviamente nulla a che fare con le coloriture che ha assunto nella nostra lingua… del resto, qualche slittamento semantico ci sarà consentito? Il poter passare dalla superficie alla profondità, dal suono al senso profondo, dal significante al significato (si potrà dire, senza urtare la sensibilità di alcun linguista?), è prerogativa riservata a chi conosce le lingue antiche, dette classiche da chi vuole ammantare con questo termine l’imprescindibilità della loro conoscenza. E non è questo, solo questo, motivo valido per continuare a insegnarle a scuola? Acquisire una consapevolezza piena e non scontata riguardo le parole che usiamo… è il miglior antidoto contro le falsificazioni e mistificazioni di un potere che cambia i nomi per mutare le sostanze. Chi possiede le parole, è stato detto, possiede il mondo.

I baci, si diceva, per la donna amata, ma anche i baci per gli amici, come quel Veranio che Catullo va ad accogliere di ritorno dal suo viaggio – si potrebbe dire di lavoro – in Spagna. Ecco, quindi, gli affetti, che prorompono: amor e amicitia. Non staremo a sottolineare – quanti già lo hanno fatto! – il legame etimologico tra queste due parole. Nel mondo dell’otium in cui volontariamente si chiude Catullo non c’è spazio per la vita politica: tutto di lui ci resta trasfigurato dalla penna sublime di un ingegno non comune, di una sensibilità che, comunque sia, resta vittima di un cuore che pulsa, anche quando esso viene squassato dal limite ultimo dell’uomo. La morte emerge, straziante e atroce, in alcuni carmi, in occasione della morte di Quintilia, moglie di Calvo, e per celebrare con versi imperituri la morte del fratello, caduto nella Troade. Chi lo ha ripreso, molti secoli dopo, ha scritto, sempre a suo fratello: «il fior de’ tuoi gentili anni caduto» (U. Foscolo, In morte del fratello Giovanni, 4). Ma l’immagine del fiore, sempre catulliana, appartiene ad un altro carmen di Catullo, al finale di un testo in cui l’amore del poeta viene reciso dalla Necessità, sotto forma di aratro, come succede ad un fiore al ciglio del campo.

Il distacco, l’abbandono, la fine dell’amore assumono nella poesia di Catullo anche i toni dell’offesa più cruda, dell’ingiuria più meschina, come meschino era stato il tradimento della donna. Della donna… Clodia non ci ha lasciato nulla di sé, noi vediamo tutto attraverso le lenti (deformanti?) del poeta che lancia contro la sua amata i più crudeli strali. Non solo nel già citato carmen 11, ma anche nel 58 i toni sono crudi se non si vuole dire beceri. Del resto, la scissione tra amare, diligere e bene velle si stava per attuare in tutta la sua bruciante attualità: l’odi e l’amo stava piano piano decantando nel cuore avvilito del poeta, in un cuore posto alla tortura della croce.

E, infine, solo per i filologi più puntigliosi, cioè quelli che guardano il dito se si dà loro da guardare la luna, ricorderemo che la nostra traduzione è stata condotta sul testo dell’edizione di D.F.S. Thomson, Toronto 19972, salvo che in XI, 11, Gallicum Rhenum horribilesque ultimo- (al posto di Gallicum Rhenum horribile aequor ultimo-). Le traduzioni hanno doppia numerazione: la prima indica la progressione di questo excursus sul libellus, quella Tra parentesi quadra indica l’effettiva numerazione dei carmina catulliani. Si sono resi i faleci con sciolti italiani (carm. 5, 7, 9, 58), si è resa l’ode saffica con la saffica non rimata italiana (carm. 11); per quanto  riguarda il distico elegiaco, se ne è tentata una duplice resa: con gli sciolti (carm. 70, 85, 96) e con il sistema adottato da Pascoli in Valentino (carm. 101).

 

1. [5]

Viviamo, mïa Lesbia[1], e amiamo,
E i mormorii dei vecchi un po’ severi
Valutiamoli tutti un solo asse.
Il sole può cadere e ritornare;
A noi se cade questa breve luce
Tocca dormire una perpetua notte.
Dammi tu mille baci, quindi cento,
Quindi altri mille, quindi ancora cento,
Quindi fino a altri mille, quindi a cento.
Quando molte migliaia ne faremo,
Li mischieremo, sì che non sappiamo,
E non faccia il malocchio un invidioso,
Se sa la quantità dei nostri baci.

 

2. [7]

Chiedi tu quanti dei tuoi baciamenti
Mi sono, Lesbia, bastanti o superflui.
Quanta la sabbia in Libia[2] in grande numero
Giace a Cirene[3] fertile di silfio[4]
Tra Giove[5] che dà oracoli di fuoco
E il vecchio Batto che ha una sacra tomba,
Quanti i molti astri in notte silenziosa,
che vedono i furtivi amori umani,
Tanto all’insano Catullo è bastante
E superfluo che baci molti baci,
Che il curioso non possa numerare
Né far la mala lingua il suo malocchio.

 

3. [9]

Veranio[6], tu che stai davanti a tutti
Gli altri trecentomila amici miei,
Tornasti a casa, dai penati[7],
Da fratelli concordi e vecchia madre?
Tornasti. Oh annuncio che mi fa felice!
Ti vedrò sano e salvo, udirò il tuo
Narrare luoghi, fatti e genti Iberiche[8],
Come sai fare tu, e appeso al collo
Ti bacerò il viso ridente e gli occhi.
Quanti uomini siete ora felici,
Chi è più lieto di me, chi è più felice?

 

 

 

4. [11]

Furio e Aurelio[9], compagni di Catullo,
Sia se penetrerà tra gli Indi estremi[10]
Dove il lido dall’Eoa[11] lungisonante
Onda è sbattuto,

Sia tra gli Ircani[12] e gli Arabi snervati,
Tra i Sagi e i Parti armati delle frecce,
O alle acque che, sfociando in sette bocche,
Colora il Nilo,

Sia se valicherà le alte Alpi,
Sulle vestigia di Cesare il grande[13],
Tra il Reno della Gallia e gli orridi ul-
Timi Britanni,

Qualunque cosa porterà il volere
Dei Celesti a tentare insieme pronti,
Alla ragazza mia in breve annunciate
Cose non buone.

Viva e stia bene coi suoi amanti ch’ella
Stringe in trecento a sé, nessuno amando
Veramente, rompendo senza posa
Le reni a tutti;

Né guardi più, come prima, il mio amore
Che per colpa sua cadde come al ciglio
Del prato il fiore, quando andò e toccato
Lo ebbe l’aratro.

 

4. [58]

Celio[14], la nostra Lesbia, quella Lesbia,
Lesbia, quella che amò unica e sola
Catullo più di sé e di tutti i suoi,
Ora in quadrivi e in angiporti spella
I nipoti magnanimi di Remo.

 

5. [72]

Dicevi un giorno che il solo Catullo,
Lesbia, tu conoscevi e non volevi
Tenere eccetto me nemmeno Giove.
Ti amai non come il popolo l’amica,
Ma come il padre ama i suoi figli e i generi.
Ma adesso ti conosco; se anche brucio
Di più, mi sei molto più vile e abbietta.
«Come» chiedi? L’ingiuria spinge chi ama
A amar di più, ma a voler meno bene.

 

6. [85]

Odio e amo. Come faccio forse chiedi.
Non so, lo sento farsi, è la mia croce.

 

 

7. [96]

Se alcunché di gradito o accetto al nostro
Dolore, Calvo, nei sepolcri muti
Può capitare (con che desiderio
I nostri antihchi amori rinnoviamo
E le amicizie perdute da tempo
Piangiamo), certo la morte immatura
Tanto dolore non causa a Quintilia,
Quanto gioisce dell’amore tuo.

 

8. [101]

Per molte genti e molte acque portato

Giungo alle tristi, fratello, esequie

Per darti il dono, l’ultimo, di morte,

Parlare al muto cenere invano,

Perché mi tolse te, te la fortuna,

Fratello! Preso senza motivo.

Ora ciò che l’antico uso dei padri

Tramandò in mesto dono alle esequie,

Accogli colmo di fraterno pianto

E addio, fratello, per sempre addio.


 

[1] Lesbia: è lo pseudonimo isoprosodico con cui Catullo chiama la sua amata Clodia.

[2] Libia: era la parte settentrionale dell’Africa, che si estendeva dalla catena dell’Atlante oltre l’Egitto all’ingresso del golfo arabico.

[3] Cirene: era la capitale della Cirenaica, fondata da Batto di Tera (v. 6). Fu la patria di Callimaco, Aristippo ed Eratostene.

[4] silfio: pianta erbacea tipica della Cirenaica.

[5] Giove: il tempio di Giove Ammone, sede di un oracolo. Il sincretismo tra cultura egizia e greca aveva fatto sì che Ammone fosse identificato con Zeus e, quindi, in ambito romano, con Giove: il tempio sorgeva presso un’oasi al confine tra Libia e Egitto le cui acque erano ricche di quella sostanza che prese appunto il nome di ammoniaca.

[6] Veranio: uno dei sodali di Catullo. Ritorna, associato a Fabullo, in altri carmi, nel XII, XXVIII e 47.

[7] penati: divinità protettrici della famiglia e del focolare domestico. Per metonimia, qui, Catullo intende la casa.

[8] Iberiche: insieme con Fabullo si era recato nella penisola iberica al seguito di qualche governatore. Sempre con Fabullo Veranio si sarebbe recato in Macedonia (cfr. carmi 27 e 47) al seguito di Pisone.

[9] Furio e Aurelio: per questi due compagni (comites) che sarebbero disposti ad accompagnare Catullo in capo al mondo, da Oriente a Occidente, fino agli estremi confini della Britannia, e che intrattengono con il poeta un rapporto di contrastata amicizia, si vedano i carmi 15, 16, 21, 23e 26. L’invocazione, prolissa e stilizzata, stride con la banalità e la volgarità del messaggio per Lesbia di cui i due amici sono depositari

[10] Indi estremi: gli Indiani rappresentavano il confine più orientale allora conosciuto

[11] eòa: dell’alba; l’aggettivo Eous si riferisce a tutto ciò che concerne l’Aurora (Eos).

[12] Ircani: popolazione che la costa meridionale del Mar Caspio e confinava a oriente coi Sagi e a sud coi Parti (v. 6).

[13] Cesare il grande: Giulio Cesare, cui Catullo dedica il carme XCIII. 12. Britanni: la popolazione che rappresentava l’estremo confine occidentale. Proprio Cesare era sbarcato in Britannia nel 55 a. C. e l’aveva conquistata.

[14] Celio: è, probabilmente, Marco Celio Rufo, coetaneo di Catullo, oratore famoso (si conserva il suo carteggio con Cicerone), nonché ex-amante di Lesbia.

 

 

 

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