LETTERA DA ROMA*
Luigi Preziosi
Roma, 3 giugno 1849
Enrico mio carissimo,
Che giornata di dramma e di gloria fu quella odierna! Te ne scrivo in preda a sentimenti contrastanti ma vivissimi, stupito e quasi incredulo io stesso per essere ancora vivo, e non so se prevalga scoramento o esaltazione, o dolore per i patimenti che questi occhi videro. Oggi fu dunque giorno di battaglia, e prima di ogni altra cosa mi preme farti certo che il tuo fratellone ben si portò alla pugna. Adesso è sera, e vergo queste righe malamente appoggiato al tavolo zoppo da una gamba - per una palla francese di rimbalzo - della cucina di quella che fino a stamani era una delle ville più eleganti ed originali di Roma, detta per la sua forma curiosa “Il Vascello”. Tutto adesso è tranquillo: solo ogni tanto odesi il "Chi vive?" della sentinella appostata sul limitare del giardino, ma non rassicura punto: troppo esso è simile al "Qui vive?" che più volte ingannò i difensori di Roma la scorsa notte.
Stamani, dunque, o dovrei meglio dir stanotte, fui destato da improvviso trepestio oltre la porta della camera, in quel quartierino nei pressi Piazza di Spagna ove siamo alloggiati e di cui già ti scrissi. Mi levai e trovai nel corridoio un gran subbuglio di ufficiali, chi ancora con l'uniforme indossata a mezzo, chi già di tutto punto vestito e calzato. Si faceva un gran parlare di attacco francese, ma io, ancora mezzo addormentato, non capiva bene. Il colpo di cannone che nettamente intesi provenire dalla parte del Gianicolo mi svegliò del tutto, ed intuii allora come il generale francese Oudinot, in spregio a tutti gli impegni assunti con la Repubblica di mantenere l'armistizio fino alla mezzanotte di domani, avea lanciato l'attacco oggi. In un attimo fui pronto, e scesi in piazza con gli altri ufficiali. Tutti erano fieramente sdegnati contro il tradimento francese, ma nell'inveire contro Oudinot si distingueva particolarmente un certo Bixio da Genova, capitano della Legione Italiana. Ci precipitammo, mentre in distanza il cannone continuava, agli acquartieramenti dei rispettivi corpi, ed io giunsi a S. Francesca Romana che ospita i nostri bersaglieri lombardi quasi contemporaneamente al comandante del battaglione nostro, il maggiore Baroni. Poco dopo arrivò il colonnello Manara, che si pose alla testa dei due suoi battaglioni: i bersaglieri a passo di marcia iniziarono l'attraversamento della città.
Tu sai, Enrico, di quale amore io ami la nostra Bergamo. Eppure mai città mi parve bella come Roma stamani, appena dopo l'alba, quando il sole iniziava ad intiepidire le sue vie, e il fulgore della primavera di qui si spandeva sulle case e nei vicoli del centro ed un'aria ancor fresca sollevava la nostra corsa, e percorrevamo al suon della tromba le sue strade e le sue piazze, ed i palazzi allora appena si risvegliavano e già uomini e donne affacciati a veroni e finestre plaudivano e su tutti s'udiva il grido più amato, che ti allargava il cuore e ti faceva felice di essere lì: - Evviva Roma! Evviva l'Italia! -
Dopo Ponte Sisto, e lungo via di San Pancrazio incominciammo ad incrociare carri su cui giacevano i feriti dei primi scontri della notte.
Poco oltre lo svolto sopra a San Pietro in Montorio ci fu dato l'ordine di arresto per sostare qualche minuto a riprendere fiato, poi ricominciammo la marcia. Dopo l'ultimo breve tratto di salita ci attestammo poco dietro Porta S. Pancrazio, in attesa dell'ordine di assalto. La battaglia infuriava da un pezzo, e quando arrivammo sul posto, circolava la notizia che il casino Quattro venti fosse già stato non solo perduto, ma ripreso e riperduto dalle forze della Repubblica.
Per capire bene di che cosa io stia scrivendo, e di quale valore si siano coperti nella giornata odierna i tuoi compatrioti lombardi, devi immaginare che la strada di sortita da Porta S. Pancrazio a trecento metri circa dalle mura si ripartisca in due rami, che formano a destra la via Aurelia e a sinistra la via Vitellia. Nel punto di divisione delle due vie trovasi il cancello di Villa Corsini (detto anche Quattro Venti a causa della sua esposizione) da cui parte il viale di circa cento cinquanta metri che in leggera salita porta alla villa. I francesi, grazie al proditorio attacco notturno, avevano occupato non solo i Quattro Venti, ma anche Villa Panfili e il suo parco, che si trovano alle spalle dei Quattro Venti, Villa Valentini, allineata ad un dipresso con Villa Corsini, di là dalla Via Vitellia, ed una strana costruzione dalla vaga somiglianza ad una nave, detta appunto Il Vascello, che trovasi assai avanzata lungo la via che conduce a Porta S. Pancrazio.
Noi del secondo battaglione dei bersaglieri lombardi ci trovavamo dunque a ridosso delle mura, quando vedemmo i commilitoni del primo uscire a passo di carica dalla Porta, il colonnello Manara in testa, per tentare l'ennesima ripresa della Villa Corsini. Correvano in silenzio, come concentrati sull'ardua missione da compiere, stringendo i fucili con le baionette inastate, i volti tesi e ispirati insieme. Sparirono oltre la Porta, mentre dagli spalti qualcuno dei reparti romani che presidiavano in massa le mura gridava: - Viva l'Italia -
Non so quanto restammo di riserva. La confusione nei pressi della Porta aumentava di minuto in minuto. Reparti provenivano ansanti su dalla salita di san Pietro in Montorio per andare alle loro posizioni, lungo le mura o a rinforzare gli attacchi che si ripetevano a Villa Corsini, altri rientravano respinti: gli uomini avevano facce rosse per il gran correre lungo i viali delle ville, e le giubbe impolverate. Alcuni strascicavano monconi di fucili, lignei ed arrossati di sangue, privi di baionetta e della rimanenza metallica. Ma nonostante fossero stati ricacciati indietro, la fierezza del volto era intatta, ed uno del battaglione Medici disse, passando: - La giornata non è ancora persa.-
Contemporaneamente, con flusso quasi ininterrotto, dalla porta rientravano per essere avviati all'ospedale di guerra che si stava approntando presso a S.Pietro in Montorio i feriti negli impari sconti che si svolgevano all'esterno. Lo spettacolo era tristissimo. I più gravi venivano trasportati su carri scoperti, adagiati o abbandonati riversi sul pianale: chi restava supino con gli occhi al cielo, chi ad ogni scossa flebilmente si lamentava, chi restava completamente inerte, in un'immobilità - forse preludio della fine - che strideva al contrasto con il rapido moto dei raggi delle ruote e con i gesti convulsi dei carradori. Vidi tra i feriti un uomo dai larghi baffi grigi, con la giubba rossa della Legione italiana fiorita da una larga macchia sul lato destro del costato, lo sguardo fisso di chi non vede, invocare la madre senza posa. Su un carretto, un legionario, poco più di un ragazzo, si contorceva comprimendosi il basso ventre, riempiendo di grida l'aria del piazzale.
Feci circolare tra i soldati una bottiglia di cordiale. In piedi, appoggiati al fucile come ad un bastone per compensare il peso del sacco sull'omero, alcuni parlavano fittamente a bassa voce tra loro. Altri ancora accennavano a scherzi, ma senza sguaiataggini. Un gruppo della compagnia del capitano Strambio, cantava in coro canti guerreschi. Uno ne vidi, in disparte, con lo sguardo teso alle mura sillabare sottovoce, come pregasse. Il sottotenente Mancini, cavatoselo di tasca, leggeva il suo dantino addossato ad un albero del viale che conduce verso il Gianicolo. Ed io intanto pensava che dunque era questa la vigilia d'armi, era questa spasimante intensità del vivere ciò che preannunzia la battaglia, ciò che può precedere quel supremo scolorar del sembiante di cui parla il nostro amato poeta. Eppur io non sentiva paura, soltanto una golosa volontà di vita.
Cominciarono intanto ad essere scorti tra i feriti ed i caduti che trasportavansi all'interno delle mura, alcuni dei commilitoni che poco prima eransi veduti partire per l'assalto con il colonnello Manara. Un grande silenzio si fece tra la truppa, - chi distingueva tra loro un amico, chi un compaesano, chi un parente - a cui seguì un mormorio serpeggiante ed indistinto. Di ciò s'avvide il maggiore Baroni, che vidi allontanarsi di un centinaio di passi dal reparto, per scomparire al di là dell'arco della porta. Quasi subito rientrò, ed aveva alla sinistra il generale Garibaldi, il quale, fermatosi davanti a noi ed appoggiato alla sciabola come ad un bastone, ci squadrò con il suo occhio d'aquila. Parlò brevemente al maggiore, ed intesi distintamente che gli diceva: - Son tutti bravi i bersaglieri lombardi! - Poi tornarono indietro, verso la porta e prima di scomparire alla mia vista, scorsi il generale indicare con il braccio la sinistra della nostra fronte d'attacco. Capii in un brivido che il momento era giunto. Il maggiore chiamò a sé gli altri ufficiali. Facemmo cerchio intorno a lui:
- Signori, è l'ora del secondo battaglione. Il generale Garibaldi ci ordina di superare la porta, percorrere a manca un tratto della via di circonvallazione, quindi lanciarci sulla destra alla campagna, fino in vista del convento di San Pancrazio, e quivi guardar la posizione, e, in attesa di nuovi ordini, all'avviso offendere il francese. Il terreno tra la strada e la chiesa è un declivio coperto di vigne, e non si sa se e quanti francesi vi siano appostati. Destino a ciò la quinta e la sesta compagnia. Delle due, la quinta agirà per linea interna. Lei invece, capitano Strambio, con la sesta sarà all'ala sinistra della nostra fronte. All’estrema sarà il plotone del tenente Marchetti, che dovrà pure difenderci da eventuali offese da quella parte. – E poi: - Iddio ci guardi! –
Ritornammo ai nostri uomini e, mentre lestamente ci preparavamo, pensavo al compito non facile che mi attendeva: coprire l'estrema sinistra del nostro piccolo schieramento d'attacco, quando tutti sapevamo che il settore destinatomi era l'estremo della fronte dell'intera armata della Repubblica. Al di là di noi, in posizione così avanzata, non c'era più nessuno, a parte i francesi, che avrebbero di certo gradito assai prenderci d'infilata nel punto più esposto. Ma questa campagna è così, mi rincoravo: e del resto non correva voce tra la truppa che poche ore avanti il generale avesse ordinato al tenente Dandolo di raccogliere 20 bersaglieri e riprendere alla baionetta Villa Corsini, impresa che non era riuscita né al primo batttaglione nostro, né alla Legione italiana? Suonò la diana. Non pensai più al pericolo, mi segnai e snudai la sciabola. Il maggiore diede l'ordine di marcia. Superata la porta, piegammo immediatamente a sinistra, tenendoci a ridosso delle mura. Dagli spalti, il reggimento Unione intensificava il suo fuoco, per dare copertura alla nostra manovra. Sul camminamento delle mura, si era assiepata nel frattempo una piccola folla di romani, che incitavano a gran voce i difensori della repubblica. Quando la nostra colonna si trovò a coprire l'intero settore assegnatoci, fu dato “il fronte a destra”, e ci trovammo in posizione per l'assalto. Il maggiore roteò tre volte la sciabola in alto, rauche grida dei comandanti di compagnia e di plotone s'intesero, ed attaccammo.
E l'ebbi pur io sulla bocca il grido - Viva l'Italia! - che eruppe spontaneo dal petto di tanti tra noi, mentre correvamo in leggera salita tra le vigne all'incontro delle fucilate dei francesi, infrattati tra le modeste asperità della collina. Volammo sull'erba smeraldina della primavera piena, saltando fossati, zigzagando tra le viti, acquattandoci anfananti tra lievi cunette, la guancia premuta sulla terra nuda e lo sguardo al cielo terso senza nubi di questa giornata riarsa di calore e di vento, per poi riprendere la corsa con più lena, e guadagnare altri metri di terra al nemico. Nelle orecchie, il suono secco delle scariche di fucileria si alternava al rimbombo cupo delle batterie sulle mura. La resistenza del francese non fu punto vigorosa. Ad ogni scarica nostra, intravedevamo le loro giubbe blu compiere movimenti cauti tra le viti, in direzione obliqua rispetto al nostro attacco. Un centinaio di metri avanti a noi, invece, una piccola macchia di arbusti incastonata tra due filari faceva fragile velame ad una pattuglia nemica, che tirava con regolarità contro il centro del nostro schieramento. Feci cenno al sergente Ronco e con dieci dei nostri lasciammo la traccia del nostro attacco principale per scivolare cautamente verso i francesi. A una cinquantina di passi, ci levammo tutti insieme e simultaneamente feci far fuoco di moschetto. Poi, senza por tempo in mezzo per ricaricare, via alla baionetta, come a Palestrina e Velletri vedemmo fare dai garibaldini. Udii distintamente, pur nella confusione della corsa, una voce rauca urlare: - Les italiens! Retirez, retirez! - Ma nessun colpo fu sparato. Quando arrivammo alla loro posizione, la trovammo deserta. Sotto un cespuglio, tracce di un pasto consumato frettolosamente e bruscamente interrotto. Qualche passo oltre, giungemmo ad una piccola sella, da cui si aveva una magnifica vista. Davanti a noi, le vigne terminavano dopo poco, ed il paesaggio si addolciva in prati ondulati interrotti da macchie di bosco d'alto fusto. Non vi si vedeva alcuna traccia del nemico, che invece distinguevamo molto bene e presente in forze davanti al centro e al centro destra della nostra fronte. Avremmo potuto avanzare forse per chilometri, fino ad intersecare la via Vitellia oltre il convento, e cogliere il francese sul fianco, dove meno si aspettava l'attacco. Solo adesso cominciai a rientrare in me, dopo la corsa forsennata su per le colline. Mi accorsi che il cuore mi faceva groppo in petto. Mi ritrovai tutto il plotone intorno. Facce annerite dal fumo di ragazzi delle nostre valli, chi con le mani ancora tremanti per aver stretto in impeto convulso le canna del fucile, chi con gli occhi spalancati, come nello sforzo di contenere una vista troppo grande. Facce di uomini di ventura, ornate di pizzi e mustacchi, che guatavano oltre le mie spalle, per cercar l'occasione di colpire ancora. Facce di garzoni di bottega e di professorini di regi ginnasi, che dopo le tante ore passate ai caffé di Piacenza o Ferrara, Padova o Tortona, a discutere e sognar di libertà e di repubblica, si ritrovavano adesso stupiti ed increduli in piena pugna dopo aver appena sgombrato alla baionetta la postazione nemica. - Bravi, son tutti bravi i bersaglieri lombardi. - Dissi più a me che a loro, come a comprova della frase del generale di poco prima - Ma mi pareva un secolo -. La voce mi usciva stranamente arrochita, e solo allora mi resi conto del gran gridare che avevo fatto per tutto l'attacco.
Chiamai il bersagliere Talachini, fino all'anno scorso studente a Padova, che fin dalla sua assegnazione mi parve un ragazzo sveglio, e lo mandai di staffetta al maggiore Baroni, che lo avvisasse del terreno libero che si spalancava innanzi a noi. Ritornò dopo poco, con ordini che delusero non poco le mie aspirazioni di condottiero. Era alle viste un forte ritorno del nemico ad investire la quinta compagnia. Nostre istruzioni erano di convergere verso il centro dello schieramento e ridurci con il resto del battaglione presso la casa Giacometti, collocata ai margini della via Vitellia, in buona posizione per appoggiare con il fuoco gli assalti frontali ai Quattro Venti. Colà già trovavansi i nostri compagni del primo battaglione, del quale per tutto quel lasso di tempo non avevamo avuto più notizie.
Quando vi giungemmo, ci ritrovammo in una sorta di girone dantesco. Tutto il piano terreno era disseminato di feriti, tra i quali si aggiravano senza posa il chirurgo e il cappellano Gusmaroli. Nelle stanze più esposte vidi larghe chiazze di sangue sul pavimento e sulle pareti, e gli angoli di mezzodì ed opposti al nemico ingombri di cadaveri e di moribondi. La mobilia era accastata alle finestre e calcinacci piovevano dal soffitto ad ogni tiro meglio assestato del francese. Invocazioni ed imprecazioni venivano da ogni angolo in cui fosse un ferito ancora in grado di parlare, e per la mia sensibilità ormai sovraeccitata mi pareva che anche le più flebili riuscissero a sovrastare il fragore della battaglia che urgeva all’esterno. Un bersagliere del primo, riverso in una pozza di sangue, tamponata alla meglio con un camisasso avvolto alla coscia, invocava acqua con familiare cadenza bresciana. Mi chinai per versargliene un po' sulle labbra spaccate. Bevve con voluttà, e quando mi ritrassi: - Ancora. - disse soltanto. Gli lasciai la borraccia. La vista dei caduti distesi sul nudo pavimento del pian terreno, alcuni mutilati in modo tale da non poterti ridire, altri simili a strani dormienti, troppo bianchi e al tempo stesso bizzarramente chiazzati di rosso, mi provocò come un violento spasmo al petto. E ripensai a voi, a te e alla nostra adorata madre, e disordinatamente e senza alcun motivo logico alle nostre serate di goliardia a Padova, e poi alle estati di spensieratezza in villa ed alle grandi speranze di vita futura coltivate insieme: mi parve di avvertire in un attimo l'angoscia dell'inutilità di tutto ciò che facciamo e pensiamo, e delle memorie ed anche degli affetti più sacri a cui siamo legati da amorosa consuetudine. Tutto adunque il complesso di sentimenti e pensieri ed atti e decisioni, tutto ciò che siamo stati e che ci ha formati quali si è in questo momento può disparire in un attimo, o in qualche ora di dolore atroce ed immedicabile, senza che traccia alcuna ne resti se non quella fugace anch'essa in chi ci ha conosciuto? Ripensai a me, e mi sentii ancora bambino, anzi volli con tutto me stesso essere ancora bambino, con i pensieri di un tempo, così lontano da qui. Il cuore mi mancò. Ma fu un attimo, ma quanto angoscia può contenere un attimo. Qualcuno mi strinse il braccio e mi trovai accanto il maggiore, che mi spinse fuori, dicendo: - Andiamo via, ché a noi tocca pensare ai vivi. -
Al piano superiore, il colonnello Manara comandava energicamente la fucileria con cui uomini del primo battaglione appostati alle finestre tempestavano, infilandoli sul fianco, i francesi ogni volta che, al di là della via Vitellia, accennavano ad uscire da Villa Corsini per addentrarsi nel giardino antistante. I bersaglieri sparavano con tiro alternato, come in una battaglia campale, avvicendandosi rapidamente nonostante l'esiguità degli spazi che la natura del luogo concedeva. Da quel luogo di osservazione ahimè tristemente privilegiato potemmo assistere, fornendo copertura di fuoco, a numerosi assalti degli italiani - e un poco mi emoziona ancora, Enrico mio, chiamare così semplicemente "italiani", i soldati della Repubblica, eppure tali ci nominiamo tra noi e tali ci sentiamo -. Erano ondate successive di legionari della legione italiana, che ripetevano per l'ennesima volta il percorso vanamente compiuto prima da Manara e dai suoi: varcare il cancello del parco di Villa Corsini, in cui non si passa in più di una decina per fila, e rapidamente spiegarsi a schieramento aperto ai due lati della strada che, contornata di siepi di bosso, conduce alla villa. E sempre le ondate dapprima ribollenti di slancio e quasi vibranti per la spasmodica tensione di superar l'ostacolo ad ogni costo, ad ogni metro a passo di corsa su per la lieve china perdevano un po' del loro vigore fino ad arrestarsi per il fuoco implacabile del francese asserragliato nella villa o acquattato dietro il muricciolo degli aranci (così detto per avere sulla sommità dei vasi di agrumi), che corre trasversalmente alla nostra direzione di attacco nei pressi della villa.
Poi ogni volta, udivamo impotenti la tromba della ritirata.
Mentre gli assalti si diradano, non un moto di scoramento vedo nei soldati che con me bersagliano il nemico dalle finestre di casa Giacometti, ché nessun di loro vuol considerar già chiusa la partita. Vengono le lunghe ore del gran caldo del meriggio romano, ed oggi non una nuvola a rinfrescare la campagna. L'iniziativa passa alla sola artiglieria. I cannoni collocati sulla barbetta meridionale, a sinistra di Porta S. Pancrazio, prendono a battere senza posa Villa Corsini, distruggendone pezzo a pezzo la facciata. E' quella batteria diretta da un francese, Laviron, strano tipo di artista, di gran fede repubblicana ed avverso ad ogni tirannide, compresa quella che i suoi compatrioti cercano di imporci: la repubblica l'ha accolto volentieri tra le sue fila.
Ad ogni colpo andato a segno, rattenuto entusiasmo degli uomini nostri, anche perchè per i francesi diventa rischioso mantenere nel corpo di fabbrica ingenti truppe, e sono costretti, li vediamo distintamente con il binocolo, a pesanti lavori di trinceramento nel giardino circostante. Con il binocolo distinguo pure un paio di essi aggrappati ad un architrave a qualche metro dal suolo dopo che un colpo ben assestato fa crollare il piancito sotto di loro.
Verso la quattro il fuoco di interdizione francese scemò sensibilmente; probabilmente si operava il ritiro o il cambio delle truppe (quel cambio a noi non concesso, data il rapporto di uno a tre che si dice ci sia tra noi e loro): operazioni forse rese necessarie per le devastazioni del nostro cannoneggiamento. Il nostro campo ne approfittò per meglio disporre le sue truppe: Manara con il primo battaglione vola a difesa del Vascello ed a noi soli ancora una volta è affidata la sinistra dello schieramento. Poco dopo, una staffetta porta al maggiore Baroni l'ordine di un nuovo assalto. L'attacco era su tutto il fronte, estremo tentativo di rioccupare Villa Corsini. Nostro compito, ci disse il maggiore, era di appoggiare la carica centrale da sinistra, superando il muro di cinta del parco della villa ed ivi penetrarvi.
Ci disponiamo in colonna per via Vitellia, ed alle quattro e trenta, ora in cui dall'altra parte iniziava l'attacco, ci mettiamo in movimento. Alla nostra destra, si stende l'alto muro di cinta del giardino antistante Villa Corsini. Giungiamo in breve al cancello che immette al giardino e lo troviamo chiuso. Il capitano Rota scarica la sua pistola sulla serratura e si riesce ad aprirlo. Tocca al mio plotone avanzarsi di qualche decina di metri nel giardino, fino al folto di un gruppo di arbusti, per fornir copertura al grosso delle altre compagnie. Ci siamo appena sistemati a raggiera, che intendiamo un forte fuoco di sbarramento dalla via Vitellia e dalle mura del giardino: i francesi, forse fatti avvertiti dalle pistolettate del Rota si stanno precipitando a chiuder la falla del loro schieramento. Ordino di stare immobili. Lo scontro a fuoco si fa più aspro, e pur senza poter vedere nulla dalla nostra posizione, intendo come un forte contingente nemico stia premendo dalla via Vitellia, con fuoco d'appoggio dal Convento di san Pancrazio. Intuisco come la posizione sia insostenibile dal maggiore, ed un attimo dopo la conferma: la diana suona la ritirata. Siamo isolati in terreno nemico. Qualche minuto dopo, anche l'ultimo fucile francese cessa di sparare, ed una calma irreale cala sul giardino. Avverto come un peso intollerabile gli sguardi dei bersaglieri su di me, mentre il bass'uffiziale Ronco mi si avvicina strisciando sull'erba. Tutti questi uomini si aspettano un'idea, la soluzione, certo la salvezza da me, che m'interrogo smarrito, forse più di loro. Ma dobbiamo pensare ai vivi, e scampar da morte e guadagnar la giornata, mi dico mentre mi fingo intento a caricar la pistola, per non dar a diveder alcun segno di scoramento. Arriva Ronco:
- Non possiamo restare qui a lungo, signor tenente. Prima o poi i francesi avanzeranno, e se hanno respinto il battaglione, a noi ci fanno a pezzi. -
- Non possiamo neanche tornare indietro e uscire dal cancello. Avranno certo messo un contingente a guardia della falla che abbiamo aperto.- Ronco si tormenta i baffi con la destra, lanciando intorno occhiate di fuoco. Cavo di tasca l'orologio (ricordi, è quello d'oro del babbo: un'altro rapidissimo istante di rifugio in memorie care vola via), e cerco di ragionare:
- Se le informazioni che aveva il maggiore sono esatte, di qui a qualche minuto dovrebbe iniziare l'attacco frontale alla Villa. Cercheremo di portarci a ridosso dei Quattro Venti, sull'angolo destro, e ci uniremo all'assalto. - Intercetto lo sguardo dubitoso del sergente e aggiungo: - E' la via migliore: indietro non possiamo tornare, e fermarci sarebbe consegnarci al francese. Li vogliamo riportare indietro o no questi uomini, sergente?- Ronco annuisce, ma non risponde: - Prendete una pattuglia e formate la retroguardia, sergente - continuo, con piglio sicuro che stupisce anche me - Io guiderò la colonna: colpo in canna e baionetta per tutti -
Qualche minuto dopo, procediamo cautamente tra i rari alberi della zona nord del parco. Dinanzi a noi, tracce di trinceramenti francesi abbandonati fanno pensare che abbiano ripiegato su posizioni meno esposte. Pochi passi, e ci ritroviamo ai margini di una zona meno boscata, da cui si vede tutt'intera la mole di Villa Corsini. Una fortezza scaltramente immaginata per resistere ad un attacco dalla parte di Roma non potrebbe presentare vantaggi maggiori di posizione di quel massiccio edificio. Adesso è poco più di un ammasso di rovine fumiganti, ma se ne indovina facilmente l'originaria struttura su quattro piani. I primi due non presentano finestre sul lato verso Roma, ma un muro cieco e una maestosa scalinata esterna che conduce al terrazzo del primo piano, su cui perciò tutte le truppe che tentano l'assalto alla posizione sono costrette a salire, subendo un micidiale fuoco nemico. La facciata è quasi del tutto sventrata, e da ampi squarci nelle mura si indovinano stanze sontuosamente ornate ingombre di travature e calcinacci. Sulla stessa scalinata appaiono in più punti buchi del diametro di più piedi, mentre ai piani superiori bagliori di fiamme illuminano soffitti riccamente affrescati. Tra noi e il lato più prossimo, quello nord, della villa si stende un giardino fitto di statue, alberi e cespugli.
Il silenzio del fuoco sia amico che nemico proseguì ancora per qualche attimo, rotto solo dai lamenti e dalle imprecazioni dei feriti di ambo le parti che giacciono dispersi nei giardini; poi dalla nostra destra si udì lo squillo di una tromba. Mi voltai, e credo che, per quanto vivrò, non dimenticherò mai quel ch'io vidi e quel ch'accadde nei pochi minuti che seguirono: uno squadrone di cavalleria risaliva in pieno galoppo il vialone dei bossi di accesso alla villa. Era l'unico reparto di cavalleria della Legione italiana: i quaranta lancieri del Masina, impiegati in qualità di dragoni ed armati di moschetto. Veniva su rapido, come se nulla al mondo ci fosse di più facile, e silenzioso: si udiva solo lo zoccolio dei cavalli sulla ghiaia del viale. A mano a mano che si avvicinavano si potevano distinguere pur confusamente i volti di quegli uomini, impassibili e come chiusi in una terribile concentrazione dell'animo, nello sforzo di fondere il proprio volere in un'unica volontà più grande, e nella consapevolezza di un compito decisivo per sè e per tutti quelli con cui combattevano assegnato loro dal destino. Riconobbi alla testa della carica il colonnello Masina, lo sguardo irrigidito su un punto remoto di fronte a sè, la bocca atteggiata a smorfia dolorosa. Aveva il braccio sinistro al collo, per una ferita toccatagli qualche gorno fa, e con la mano che fuoriusciva dalla fasciatura candida reggeva le redini: con la destra roteava sul capo la sciabola. A tre quarti del viale, scattò avanti il busto quasi ad abbracciare il collo del cavallo, e, abbassando la sciabola e puntandola in avanti, frantumò il silenzio sospeso sul giardino, urlando l'ordine: - Caricat! -
Nello stesso istante, un gruppo di francesi uscì frettolosamente trepestando sulla balconata del secondo piano, e fece fuoco disordinatamente sugli italiani. Capii che era giunto il nostro momento, e ordinai alle prime due squadre più vicine a me di aprire il fuoco. I bersaglieri spararono tutti contemporaneamente, e ne sortì una specie di raffica che incise di sbieco tutta la parte di facciata superiore alla balconata e fece indietreggiare i francesi ivi appostati.
Ma in un attimo da ogni finestra, balconata, pertugio o breccia spalancata nelle mura di Villa Corsini è tutto un riluccicare d’armi e nuvoleggiare di spari. Non per questo la carica ha un solo ondeggiamento, anzi pare ricavarne nuova energia. Volano i cavalleggeri di Masina sopra il basso muricciolo degli aranci, volano oltre masserizie sparse dai francesi a riparo di un'abbandonata postazione avanzata, il tiro francese si fa più fitto, una gragnuola di palle si scarica su di loro, uno due tre cavalieri s'accasciano sulla sella, un cavallo stramazza in caduta rovinosa schiacciando il cavaliere, è tutto un rintronare di spari, un inseguirsi di urla, e la carica prosegue, è sotto la scalinata e cozza per la prima volta contro la linea di fanti nemici che viene rotta usando i moschetti imbaionettati come lance, la breve mischia non imbriglia che per un attimo l'impeto ed ecco il Masina che, dopo essersi voltato come a contare i suoi, dando di sprone imbocca risoluto la scalinata, ondeggiando la sciabola su alcuni francesi in fuga, e la carica irrefrenabile ed infrenata prosegue su per gli scalini. A metà della scalinata, il cavallo del colonnello pencola, sbalza su un fianco e poi s'impenna, ed è subito sopravanzato dagli altri che lo seguono, il cavaliere s'affloscia sull'arcione, scivolando, la sciabola ancora protesa in avanti, verso il collo dell'animale. La balaustra m'impedisce di vederlo accasciarsi al suolo.
Ed ecco altre trombe s'odono e su per il viale dei bossi e per i giardini adiacenti si slancia a passo di carica la legione italiana, preceduta dal suo drappo nero dei reparti d'assalto, con i suoi ufficiali in sgargianti camicie rosse. Davanti a tutti, su un cavallo bianco, il generale. Ed accanto sul lato destro, il colonnello Manara guida l'assalto del primo battaglione bersaglieri, che procedono di corsa, come a voler sopravanzare i garibaldini in una gara di ardimento nobile quanto assurda, i piumetti al vento e le baionette puntate.
Non ho dubbi: adesso o mai più. Sguaino la sciabola e urlo anch'io, per la prima e forse ultima volta della mia vita: - Carica! - in un grido che non vuole finire mai, con voce che certo non è la mia. Scattiamo come un sol uomo verso la scalinata, correndo tra statue e cespugli, scavalcando siepi e macerie, saltiamo gli scalini a due a due, evitando voragini e feriti abbandonati ai loro lamenti e siamo sulla terrazza quasi insieme alle prime camicie rosse. Le tempie mi rimbombano come tamburi, avverto gli occhi spalancarmisi come non mai nell'ansia tremenda di tutto vedere, di prevenire ogni offesa, che da ogni lato sento può giungere, il fiato è grosso, ma le forze mi si moltiplicano ed ogni senso mi pare ingigantito e mai come ora mi pare di essere dentro, al centro di tutte le sensazioni possibili di un'intera esistenza, nel cuore pulsante della vita.
Entriamo nelle stanze della villa, ed è una fiumana, più che una carica. La fucileria è, per qualche interminabile minuto che mi sembra non finire mai, intensissima e rimbomba paurosamente sotto le volte. Poi si passa all’orrore del corpo a corpo, ma quando ci sei non desideri altro che vivere e respirare ancora e sorridere di nuovo e sei disposto a tutto per farlo: baionette trapassano petti un attimo prima ferocemente urlanti, penetrano e sventrano corpi in atroci rigurgiti di sangue che fiotta su giubbe e buffetterie di chi s'accascia e di chi colpisce. Io stesso tocco di punta con tutta la forza possibile il braccio di un ulano francese che mi brandisce addosso il fucile animato dalla daga: fugge urlando gettandolo a terra. Il cozzo è tremendo ed il frastuono indescrivibile: qualche sparo isolato ed urla senza significato ed imprecazioni e bestemmie e: - Avanti, avanti - e un isolato ma fortissimo - Viva l'Italia - ancora.
E lo sforzo supremo, il tentativo estremo di una piccola armata, povera di armi, di uomini e cavalli, senza mezzi, disprezzata come improvvisata e raccogliticcia alla fine riesce! Il francese ripiega e tenta lo sganciamento dal violentissimo corpo a corpo in cui si trova aggrovigliato: usciamo correndo dalla parte della villa opposta a quella in cui siamo entrati e siamo ancora ad incalzarli alla baionetta ed alla punta di spada, quasi preda di inusitata foga omicida. Sono i comandanti nostri a frenarci, ad impedire insensate avanzate in terreno scoperto verso la Villa Panfili. Il generale Garibaldi instancabile percorre a cavallo l'intera fronte, facendo vorticare la sciabola insanguinata, per fermare l'attacco e iniziare subito i preparativi per la difesa dall'immancabile contrattacco. Mi presento al colonnello Manara al quale riferisco dell'azione del mio plotone. Veniamo aggregati alla prima compagnia, e fatico non poco a radunare gli uomini, che nell'ultima carica si erano sparpagliati su tutta la fronte nord del nostro schieramento. Il bersagliere Palmiotti e il furiere Doglio mancano all'appello. Ronco mi guarda, scuote la testa e non dice niente. Poveri fratelli nostri a cui il fato negò anche solo di poter continuare a sperare in un’Italia una e libera! Li conoscevo da poco, essendosi aggregati al mio plotone solo qualche giorno fa, eppure mai potrò scordare il loro viso acceso di entusiasmo quando ci radunammo ansanti dopo la prima carica. Quanta pena per loro, corsi incontro alla morte in un luogo cosi’lontano dalle loro case e dai loro affetti più cari per rispondere alla chiamata del più sacro degli ideali!
Ma non c’è tempo per cercarne le povere spoglie, disperse certo tra i ruderi della Villa. Con un groppo in gola, ci attestiamo secondo gli ordini dietro ad un gruppo di arbusti, sdraiati a terra, a cercarvi precario riparo. Davanti a noi, larghi prati in leggera pendenza, illuminati dal sole tiepido del tardo meriggio romano, intervallati da boschetti di pini marittimi. Più lontano una forra boscosa e poi villa Panfili. Ed è di là che si indovina, prima ancora di udirlo distintamente, un cupo rumoreggiare. Ci guardiamo, senza capire. Poi a Ronco sfugge una bestemmia. Su dalla strada che aggira la forra escono dal bosco, preceduti ciascuno da una fila di tamburi, in perfetto ordine di battaglia i reggimenti del generale Oudinot, e risalgono per i prati, fra i pini che gettano le loro ombre lunghe nella luce vanente del giorno.
Resistemmo, Enrico mio, oh sì che resistemmo! Ma il loro numero aumentava sempre, continuavano ad avvicinarsi, e noi in breve esaurimmo i residui colpi disponibili. La posizione non era più difendibile se non con altri corpo a corpo, ma i francesi gettavano nella mischie tutte le loro riserve, e la sproporzione era eccessiva. Venne l'ordine di ritirarsi ordinatamente: non dimenticherò il - No! - detto come in un gemito disperato da un bersagliere quando lo udì. Sgombrammo la Villa sparando tutti gli ultimi colpi. Ripiegammo sul lato opposto a quello che da cui avevamo attaccato la mattina, ed in breve fummo dentro il Vascello. Il generale, scuro in viso, fu l'ultimo a varcare la soglia della villa: il colonnello Manara sbarrò il portone dietro di lui.
Sono qui da qualche ora ormai, e solo adesso, per averli riordinati come potevo sulla carta, i fatti di cui sono stato testimone o protagonista incominciano a parermi davvero vissuti. Per quanti anni la Provvidenza mi riservi, nessuna giornata sarà mai più densa di accadimenti di questa, ma questo non credo avvenga solo per la mia individuale esperienza. La giornata di oggi resterà nella memoria di un popolo che vuol diventare nazione, e certo fra cinquanta, cento o centocinquant'anni la nazione unita che l'Italia sarà ricorderà questi eventi tragici e grandiosi come l'inizio del proprio riscatto.
Ti farò giungere questa mia nel modo che sai, e cercherò di scrivere ogni volta che mi sarà possibile. Compiegata a questa lettera ce n'è una per nostra madre, che ti prego di farle avere senza far cenno a questa, che mi par contenga brani che la getterebbero in ambasce ancor maggiori di quelle in cui già si trova. Sta' sereno e non preoccuparti - non troppo almeno! - per me, che come vedi riesco a scapolarla. Tieni allegra la mamma, e dille che presto tornerò. E se mai no'l dovessi, abbine cura, e, nei momenti in cui sarà più cupo il vivere, confortala con il pensiero della nostra causa santa.
Addio. Ti abbraccio mille volte e sono
tuo fratello Iacopo.
*) Il racconto è una fedele ricostruzione della giornata del 3 giugno 1849, dal punto di vista di un ufficiale del secondo battaglione Bersaglieri lombardi, quale risulta dalle testimonianze di alcuni memorialisti risorgimentali. Sono stati in particolare consultati: “I Lombardi alle guerre italiane: 1848 – 1849” di Calandro Baroni, “Giornale delle cose di Roma nel 1849”di Gustavo von Hoefstetter, “Garibaldi e la difesa della Repubblica Romana” di George Macauley Trevelyan, “Volontari e bersaglieri lombardi” di Emilio Dandolo.