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David Herbert Lawrence, L’amante di Lady Chatterley, prefazione di Guido Almansi, traduzione di Adriana Dall’Orto,Milano, Rizzoli Bur Classici moderni, 2004.

 

 

Un romanzo per così dire italiano: fu iniziato a Scandicci nel 1926 e pubblicato a Firenze l’anno dopo in edizione amatoriale fuori commercio (l’editore e amico fiorentino Orioli) per evitare la censura. Questo non lo sottrarrà alla persecuzione per oscenità, cui seguiranno l’uscita di numerose edizioni pirata ed il finale scioglimento della condanna solo nel 1960.

Lawrence scrive dunque questo inno all’amore-natura avendo davanti agli occhi gli scenari toscani, che mette a confronto con gli industrializzati Midlands.

Eppure “solo un inglese o uno neozelandese avrebbe potuto scriverlo. E’ l’ultima parola del puritanesimo. (…) La grandezza dell’Inghilterra era ampiamente basata sulla sua profonda concezione del matrimonio, e questa fa parte del puritanesimo” (Da un saggio sul romanzo, datato 1944, di Frieda, musa e ispiratrice dello scrittore)

Un romanzo all’insegna della contraddittorietà: censurato ed esaltato, profondamente puritano benché si incentri su di un tradimento.

Con acutezza lo rileva Guido Almansi nella sua prefazione, richiamando la recensione “anomala” scritta da Umberto Eco e che ora troviamo in Diario minimo: “Finalmente un soffio di aria fresca… una love story pulita, limpida, totalmente non sofisticata, come piaceva alle nostre nonne… Una nobildonna, nutrita (e disgustata) dai valori consumistici della nostra era tecnologica, si innamora di un guardacaccia… il loro amore è puro… un incontro tra sessi solidamente ancorati alle leggi naturali… un libro che le giovani generazioni dovrebbero leggere”

Recensione anomala, à rebours, ma per il lettore di oggi assolutamente coerente.

Almansi deplora anche come il mondo accademico italiano filojoyciano abbia escluso Lawrence dagli studi seri. Lawrence ha “qualcosa da dire”, ed il suo tono moralista e profetico lo rende a volte noioso. Eppure è un grande narratore e il suo romanzo indecente (così lo definiva l’autore stesso) continua a funzionare pur essendosi affievolita la sua carica sovversiva.

 

Per rendersi conto della presenza di questi elementi, converrà dare un’occhiata all’incipit e all’excipit del romanzo che stanno tra loro in modo perfettamente speculare.

“La nostra è sostanzialmente un’era tragica, per cui ci rifiutiamo di prenderla sul tragico. Il cataclisma si è ormai abbattuto su di noi, siamo circondati dalle rovine, cominciamo a creare  nuovi piccoli centri di vita, a nutrire nuove piccole speranze”

Inizio sorprendente, solenne incedere di un sermone, spirito profetico per un romanzo divenuto famoso per ben altro. E nel finale:

“Ma tanta parte di noi resta unita, e non possiamo far altro che tenerci aggrappati a questo e governare le nostre rotte in modo da riunirci al più presto. John Thomas dà la buona notte a Lady Jane, un po’ languente, ma col cuore colmo di speranza.”

La speranza è il filo che Lawrence non perde di vista nella trama generale e lo fila fino alla fine. Così come più e più volte viene usata la parola tenerezza, al punto che nelle intenzioni dell’autore sarebbe dovuta diventare il titolo dell’ultima redazione.

L’altra questione da non perdere di vista è il tempo di scrittura: questi incredibili anni venti che producono, nel 1922 l’Ulysses; due anni dopo la coscienza di Zeno; tra il 1925 e il 1927 Mrs Dalloway e al faro per chiudere con l’amante di Lady Chatterley, che per essere l’ultimo della scansione appare il più tradizionale nella forma. Eppure questi testi, che hanno trasformato l’idea di romanzo nel novecento, sono accumunati tutti da una

métaphore obsédante:  the stream.

Mentre Joyce, la Woolf e il nostro Svevo innoveranno introducendo a livello formale lo stream of consciuousness, il flusso di coscienza, Lawrence fa di questo flusso vitale e vitalistico il tema portante del romanzo. “La voce che prorompeva dalle tenebre della notte! La vita!” “La vita dentro la vita, la beltà pura, calda e potente!”

 

Almansi riconosce che il romanzo è datato: “dal punto di vista sessuale, è datato come una governante vittoriana” ma “io credo che sia un grande libro che resiste alla crisi morale del suo messaggio erotico e alla crisi storica del suo profetismo apocalittico.(…) Lo scandalo del libro di Lawrence. è l’ascensione della parolaccia nella letteratura alta e raffinata”. Qui il critico gioca sul suo terreno e le pagine della prefazione in chi egli analizza il sensualismo della parola letteraria in questo e in precedenti romanzi sono particolarmente interessanti.

Resta da notare come Lawrence scelga di descrivere gli atti sessuali e le sensazioni provate dal personaggio femminile (impresa non da poco) sulla scorta della similitudine –asse metonimico peculiare, secondo i dettami jakobsoniani del realismo- “…come un’increspatura sull’acqua… come lingue sovrapposte di fiamme … come uno scampanio… E le parve di essere come il mare… ” di contro alla scelta dell’asse metaforico usato da Joyce (XIII capitolo dell’Ulysses, Gerty e Bloom, i fuochi d’artificio… )

Non si può non pensare al verso montaliano sulle parole che approssimano ma non toccano (“Domande senza risposta” in Quaderno di quattro anni), problema che il novecento ci ha comunque lasciato in eredità e che anche la lettura o rilettura di questo romanzo acutamente pone in discussione.

 

(Magda Indiveri)

 

 

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