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Haim Be’er, Lacci d’Amore, (Tel Aviv, 1998), La Giuntina, Firenze, 2005. Traduzione  di Shulim Vogelman.

 

In un mondo, il nostro, ormai  troppo spesso tristemente privo  e immemore delle silenziose ritualità degli affetti, nelle quali in qualche modo ci riconoscevamo, la delicata e regolare scansione dei tempi della vita del protagonista nel racconto di se stesso, attraverso il ricordo delle persone care di casa, suona come un dolce monito a rivalutare e a risentire quelle voci, che sono state di noi tutti, nell’infanzia, nella fanciullezza, nella difficile e laboriosa gioventù .

 

Questa volta però, nel romanzo-racconto Lacci d’Amore, dello scrittore israeliano Haim Be’er, quelle voci, quei gesti, che sovente siamo pronti a riconoscere, appartengono ad un mondo non sempre familiare al lettore occidentale, anche a quello più avveduto ed esperto: il mondo del popolo ebraico.

La vita quotidiana della  famiglia del protagonista, che racconta di sé, ci guida nell’universo fine, impalpabile e al tempo stesso sicuro e deciso di una cultura e di una religione, che nel rispetto del canone fonda da millenni la sua esistenza nel mondo.

Non è sempre semplice cogliere senza traduzione, o spiegazione, il senso dei tanti termini che fanno riferimento al rituale religiosamente quotidiano, quotidianamente religioso, del rispetto delle festività, della preghiera, delle regole dei singoli membri di questa famiglia.

Quanti di noi, non ebrei, resterebbero disorientati, se non addirittura spaesati, davanti ai molti nomi, quelli appunto delle abitudini, dei cibi, dei gesti, delle preghiere, delle citazioni dei testi sacri, con cui il racconto è fittamente intrecciato e, per quanto avvantaggiati dal fatto di vivere in un momento storico di rinato interesse per l'ebraismo, quanti sarebbero quasi meravigliati, davanti ai  tanti rintocchi lessicali della lingua ebraica, al suono dei nomi dei padri, Mosé, Abramo e tanti altri, se non fosse per l’abile e tenue prosa dell’autore che, con mano sicura e invisibile, guida il lettore lungo la corrente di un fiume di atmosfera semita, fino a rendergli familiare un mondo che familiare non è.

La nonna del protagonista, che apre il primo capitolo del romanzo, e anche alcuni  dei successivi, non impara a scrivere fino all’età adulta,  e tutto ciò che apprende ella lo accoglie insieme ai principi e alla legge della Torah.

Sono per le ragazze le stanze interne, quelle del silenzio e del rispetto, quelle che meglio si addicono alla loro vita di madri e di protettrici della casa.

Questi i principi che, verso la fine dell’800, erano stati impartiti alla nonna.

“Il decoro della figlia del re risiede nelle stanze interne”, diceva David, il salmista di Israele, e così si legge in una delle prime pagine del romanzo. Questo alla nonna era stato inculcato, ma molti anni dopo, rimasta vedova, ella aveva appreso, da autodidatta, a scrivere e a leggere alla maniera della letteratura occidentale e sul tavolo erano comparsi  i romanzi di Flaubert e Rolland.

 E  così pure il protagonista, attraverso una vita di precetti bene impartiti, ( i mitzvot  della Torah), diventerà lo scrittore di oggi, che volentieri leggiamo.

 

(Elisabetta Venturi)

 

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