Io canto gli Eroi che Esopo han per padre,
schiera di cui la Storia, ancorché mendace,
racchiude verità che servon di lezione.
Tutto parla nella mia Opera, perfino i Pesci:
quel che dicono si rivolge a tutti quanti noi.
Io m’avvalgo di Animali per istruire gli Uomini.
Illustre Discendente d’un Principe caro ai Cieli,
su cui il Mondo intero rivolge ora lo sguardo,
e che, facendo chinare le Teste più superbe,
conterà d’or innanzi i suoi giorni con le sue conquiste,
altri ti canteranno con voce più risonante
le gesta dei tuoi Avi e le virtù dei Re.
Io t’intratterrò con più modeste Avventure
e, in questi versi, traccerò lievi pitture.
Se poi non mi riesce di piacerti,
avrò almeno l’onore d’essermi cimentato.
tutt’Estate,
si trovò in grande povertà
quando giunse l’Inverno.
Nemmeno un pezzettino
di mosca o di verme.
Andò allora a piangere miseria
dalla Formica, sua vicina,
pregandola di darle a prestito
qualcosa per sopravvivere
fino alla stagion novella.
Ti pagherò, le disse,
prima d’Agosto, in fede d’animale,
interessi e capitale.
Ma la Formica non presta volentieri:
è il minor dei suoi difetti.
Che facevi alla bella stagione?
Disse alla nostra Cicala.
- Notte e giorno per ogni passante
io cantavo, non volermene.
- Cantavi, eh? Me ne rallegro proprio.
Benissimo! Ora balla”.
Per il Signor Duca di La Rochefoucauld
Un uomo che si amava senza aver rivali
passava, nella sua mente, per il più bello del mondo.
Sempre accusava gli specchi d’esser bugiardi,
vivendo arcicontento nel grave suo errore.
Al fine di guarirlo, il destino servizievole
offriva in ogni dove ai suoi occhi
i Consiglieri muti di cui s’avvalgono le nostre Dame:
specchi nelle dimore, specchi presso i Mercanti,
specchi nelle tasche degli amanti,
specchi nelle cinture delle donne.
Che mai fa il nostro Narciso? Va ad esiliarsi
nei luoghi più nascosti che possano immaginarsi,
più non osando misurarsi con gli specchi.
Ma un canale, scaturito da una pura fonte,
si trova in quei luoghi isolati;
vi si rimira, si arrabbia, e i suoi occhi irritati
credono di scorgere una vana chimera.
Fa tutto il possibile per evitare quell’acqua,
ma - che volete - il canale è tanto bello
che penoso è per lui abbandonarlo.
Ben s’intende dove voglio arrivare.
Parlo a tutti, e quest’errore immane
è un male che ognuno si compiace di mantenere.
L’anima nostra è l’Uomo innamorato di sé stesso;
tutti quegli Specchi son le sciocchezze degli altri;
Specchi, dei difetti nostri legittimi Pittori;
quanto al Canale, è quello
noto ad ognuno, il Libro delle Massime.
II.XVIII La Gatta trasformata in Donna
Un Uomo era follemente affezionato alla sua Gatta;
la trovava graziosa, e bella, e delicata;
miagolava in toni dolcissimi:
era più matto dei matti!
Quest’uomo dunque, con preghiere e con pianti,
con sortilegi e con incanti,
tanto fa che ottiene dal Destino
che la sua Gatta un bel mattino
diventi donna, ed il mattino stesso
lo stolto ne fa la sua dolce metà.
Eccolo pazzo d’un amore smisurato
da pazzo che già era d’affetto.
Mai la Dama più bella
tanto stregò il suo Amante,
come fa questa Sposa novella
con l’ipocondriaco suo Marito.
Egli la conquista, ella lo lusinga:
più nulla egli trova della Gatta,
e portando sino in fondo l’errore,
la crede donna in tutto e per tutto,
finché certi Topi che rosicchiavano una stuoia
turbarono il piacere degli sposi novelli.
Immediatamente la Donna è in allarme:
non riuscì, però, nella sua impresa.
I Topi ritornarono, e la Donna si mise in agguato.
Quella volta accorse al momento giusto,
ma, avendo mutato aspetto,
i Topi non la temevano più.
Per lei ciò fu sempre una tentazione:
a tal punto la natura è forte!
Dopo una certa età, si fa beffe di tutto.
Il vaso è impregnato, la stoffa ha preso la piega.
Invano dal suo modo consueto
la si vuole allontanare.
Qualunque cosa si faccia,
non si può certo mutarla.
Colpi di forcone o di cinghia
non le fan cambiar maniere,
e, seppure armati di bastone,
giammai ne sarete Padroni.
Chiudetele la porta in faccia,
rientrerà dalla finestra.
III.XVI La donna annegata
Non son di quelli che dicono: Non è nulla:
è solo una donna che annega.
Io dico invece che è gran male: questo sesso
val bene i nostri rimpianti, giacché ci rende felici.
Quanto affermo qui non è affatto fuori luogo,
giacché si tratta, in questa Favola,
di una donna che tra i flutti
aveva finito i suoi giorni per un triste destino.
Il suo Sposo ne ricercava il corpo,
per rendergli, in tale sventura,
gli onori della sepoltura.
Accadde che, sulle rive
del fiume responsabile della sua disgrazia,
della gente passeggiasse, ignara della sventura.
Al marito che chiedeva loro
se avessero scorto qualche traccia della moglie:
Nessuna, rispose uno; ma cercate più a valle;
seguite la corrente del fiume.
Ma un altro ribatté: No, non seguitela;
ritornate piuttosto indietro.
Qualunque sia l’inclinazione e il verso
con cui l’acqua nella sua corsa la porta,
lo spirito di contraddizione
l’avrà fatta fluttuare in un altro modo.
L’uomo scherzava in un momento sbagliato.
Quanto all’indole a contraddire,
non so se avesse ragione;
ma che quest’indole sia, o meno,
il difetto di tal sesso e la sua inclinazione,
chiunque con essa nascerà
senza fallo con essa morirà;
sino alla fine contraddirà,
e, se potrà, ancora più in là.
IV.XVII Parole di Socrate
Socrate faceva costruire una casa,
ma tutti criticavano la sua opera:
Uno trovava gl’interni, a voler essere sincero,
indegni di un simile personaggio;
l’altro biasimava la facciata, e tutti erano del parere
che le stanze fossero troppo piccine.
Che casa per lui! Ci si girava con fatica.
Volesse il cielo che di veri amici,
piccola com’è - disse – fosse piena!
Il buon Socrate aveva ragione
trovando per quelli la sua dimora troppo grande.
Ciascun si dice amico, ma stolto è chi ci conta:
Nulla è più comune di questo nome,
ma nulla è più raro della realtà.
VII.VIII La Carrozza e la Mosca
Per una strada in salita, sabbiosa e malagevole,
da tutti quanti i lati esposta al Sole,
sei forti cavalli tiravano una Carrozza.
Tutti erano scesi: Donne, Frati, vecchi.
Il tiro sudava, sbuffava, era proprio sfinito.
Sopraggiunge una Mosca, e s’avvicina ai cavalli;
pretende di rianimarli col suo ronzare;
punge uno, punge l’altro, e pensa di continuo
che è lei a far andare la vettura;
si siede sul timone, sul naso del Cocchiere;
non appena il carro si muove,
e vede le persone camminare,
solo a se stessa ne attribuisce il merito;
va, viene, fa la zelante; sembra proprio
un Capitano di battaglia che corre in ogni luogo
per far avanzare i suoi uomini, e affrettar la vittoria.
In questa generale emergenza, la Mosca lamenta
che deve far tutto da sola, che ha tutta la responsabilità,
e che nessuno aiuta i cavalli a trarsi d’impaccio.
Il Frate leggeva il suo Breviario:
se la prendeva comoda! Una donna cantava:
era proprio quello il momento di cantare!
Madama Mosca va a cantar nelle loro orecchie,
e fa cento altre sciocchezze del genere.
Dopo molte fatiche, la Carrozza arriva in cima.
Ora possiamo respirare, dice subito la Mosca:
tanto ho fatto che, infine, son giunti alla pianura.
Ecco, Signori Cavalli, pagate la mia fatica!
Così certuni, facendo gli zelanti,
s’introducono nelle nostre faccende;
si credono ovunque indispensabili,
ma, ovunque importuni, dovrebbero esser cacciati.
XII.XIV L’Amore e la Follia
Tutto è mistero nell’Amore:
le sue frecce, la faretra, la fiamma, l’infanzia,
e non è certo poca cosa
esaurire questa scienza.
Non pretendo proprio, dunque, di spiegare tutto qui.
Mio scopo è solo dire, alla mia maniera,
come questo Cieco
(è un Dio), come, dico, perdette la vista,
e quale conseguenza ebbe tal male, che forse è un bene;
ma ne giudichi un Amante, io non decido alcunché.
Un giorno Follia ed Amore giocavano insieme.
Questi non era ancora senza gli occhi.
Scoppiò una lite: Amor vuole che lassù
si riunisca il Concilio degli Dei.
Ma l’altra si spazientì,
e gli diede un colpo così violento
ch’egli perdette la luce dei Cieli.
Venere chiede allora vendetta.
Donna e madre, bastano per giudicare le sue grida:
gli Dei ne furono storditi,
e Giove, e Nemesi,
e i Giudici infernali: tutta la schiera, insomma.
Ella mostrò la gravità del fatto.
Suo figlio, senza bastone, non poteva fare un passo:
nessuna pena, per tanto delitto, era troppo severa!
Pure il danno doveva esser riparato.
l’interesse pubblico e quello della parte,
la sentenza finale della suprema Corte
fu di condannar la Follia
a far da guida all’Amore.
XII.XX Il Filosofo scita
Un Filosofo austero, nato nella Scizia,
si propose di vivere una vita più gradevole;
si recò presso i Greci, e vide in un certo luogo
un Saggio assai simile al vecchio di Virgilio;
uomo eguale ai Re, uomo prossimo agli Dei,
e al par di questi soddisfatto e tranquillo.
La sua felicità consisteva nelle bellezze d’un Giardino.
Lo Scita lo trovò mentre, con una roncola in mano,
dai suoi alberi da frutto eliminava l’inutile,
tagliava, recideva, toglieva questo e quello,
ovunque correggendo la Natura,
oltremodo generosa nell’elargire i suoi servigi.
Lo Scita allor gli chiese
la ragione di quel danno: era forse da saggio
mutilare in tal modo quelle povere piante?
Lasciatemi la vostra roncola, strumento dannoso.
Lasciate invece agire la falce del tempo:
fiancheggeranno ben presto il nero fiume.
- Tolgo il superfluo, disse l’altro, e tagliandolo
il rimanente ne beneficia in proporzione.
Lo Scita, ritornato alla sua triste dimora,
prende anch’egli la roncola, taglia e recide senza posa;
Consiglia ai vicini, ordina agli amici
una potatura generale.
Toglie dal suo giardino i rami più belli,
storpia il suo Frutteto contro ogni ragione,
non rispettando tempo né stagione,
né luna vecchia o nuova.
Tutto languisce e muore. Questo Scita bene adombra
uno Stoico sconsiderato:
questi elimina dall’animo
desideri e passioni, il buono e il cattivo,
e perfino le più innocenti aspirazioni.
Contro gente simile, quanto a me, io mi ribello.
Privano i nostri cuori della forza principale;
ci fanno cessar di vivere prima della morte.
XII.XXII Il Folle e il Saggio
Un Folle prendeva a sassate un Saggio.
Il Saggio si volta e gli dice: Amico,
fai molto bene; prendi suvvia questo scudo,
ma il tuo lavoro merita un più lauto guadagno.
Ogni fatica, si dice, è degna di mercede.
Vedi quel passante? Ha ben di che pagarti:
a lui offri i tuoi doni, e avranno la giusta ricompensa.
Allettato dal guadagno, il nostro Folle fa
lo stesso affronto all’altro Cittadino.
Questa volta, però, non fu pagato in danaro.
Accorrono molti Staffieri: afferrano il nostro uomo,
lo malmenano, lo riempiono di botte.
Ci sono, presso i Re, Folli del genere:
a spese vostre fan ridere il Padrone.
Per zittir le loro ciarle, vorreste forse
maltrattarli? Può darsi che non siate
abbastanza potenti. Bisogna invitarli
a rivolgersi a chi può vendicarsi.