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JEAN DE LA FONTAINE,  NOVE FAVOLE

 

 

 

    Traduzione di Davide Monda

 

 

Questa versione si fonda sulla più recente edizione critica dell’opera, curata da Jean-Pierre

Collinet  (Paris, Gallimard, 1991).

 

 

 

A  Monsignor il  Delfino

 

Io canto gli Eroi che Esopo han per padre,

schiera di cui la Storia, ancorché mendace,

racchiude verità che servon di lezione.

Tutto parla nella mia Opera, perfino i Pesci:

quel che dicono si rivolge a tutti quanti noi.

Io m’avvalgo di Animali per istruire gli Uomini.

Illustre Discendente d’un Principe caro ai Cieli,

su cui il Mondo intero  rivolge ora lo sguardo,

e che, facendo chinare le Teste più superbe,

conterà d’or innanzi i suoi giorni con le sue conquiste,

altri ti canteranno con voce più risonante

le gesta dei tuoi Avi e le virtù dei Re.

Io t’intratterrò con più modeste Avventure

e, in questi versi, traccerò lievi pitture.

Se poi non mi riesce di piacerti,

avrò almeno l’onore d’essermi cimentato.

   

 

I.I  La Cicala e la Formica

 

La Cicala, dopo aver cantato

tutt’Estate,

si trovò in grande povertà

quando giunse l’Inverno.

Nemmeno un pezzettino

di mosca o di verme.

Andò allora a piangere miseria

dalla Formica, sua vicina,

pregandola di darle a prestito

qualcosa per sopravvivere

fino alla stagion novella.

Ti pagherò, le disse,

prima d’Agosto, in fede d’animale,

interessi e capitale.

Ma la Formica non presta volentieri:

è il minor dei suoi difetti.

Che facevi alla bella stagione?

Disse alla nostra Cicala.

- Notte e giorno per ogni passante

io cantavo, non volermene.

- Cantavi, eh? Me ne rallegro proprio.

Benissimo! Ora balla”.

 

 

I. XI  L’uomo e la propria immagine

     Per il Signor Duca di La Rochefoucauld

 

Un uomo che si amava senza aver rivali

passava, nella sua mente, per il più bello del mondo.

Sempre accusava gli specchi d’esser bugiardi,

vivendo arcicontento nel grave suo errore.

Al fine di guarirlo, il destino servizievole

            offriva in ogni dove ai suoi occhi

i Consiglieri muti di cui s’avvalgono le nostre Dame:

specchi nelle dimore,  specchi presso i Mercanti,

            specchi nelle tasche degli amanti,

            specchi nelle cinture delle donne.

Che mai fa il nostro Narciso? Va ad esiliarsi

nei luoghi più nascosti che possano immaginarsi,

più non osando misurarsi con gli specchi.

Ma un canale, scaturito da una pura fonte,

            si trova in quei luoghi isolati;

vi si rimira, si arrabbia, e i suoi occhi irritati

credono di scorgere una vana chimera.

Fa tutto il possibile per evitare quell’acqua,

            ma - che volete - il canale è tanto bello

            che penoso è per lui abbandonarlo.

            Ben s’intende dove voglio arrivare.

Parlo a tutti, e quest’errore immane

è un male che ognuno si compiace di mantenere.

L’anima nostra è l’Uomo innamorato di sé stesso;

tutti quegli Specchi son le sciocchezze degli altri;

Specchi, dei difetti nostri legittimi Pittori;

            quanto al Canale, è quello

noto ad ognuno, il Libro delle Massime.

 

 

II.XVIII La Gatta trasformata in Donna

 

Un Uomo era follemente affezionato alla sua Gatta;

la trovava graziosa, e bella, e delicata;

            miagolava in toni dolcissimi:

era più matto dei matti!

            Quest’uomo dunque, con preghiere e con pianti,

                        con sortilegi e con incanti,

                        tanto fa che ottiene dal Destino

                        che la sua Gatta un bel mattino

            diventi donna, ed il mattino stesso

            lo stolto ne fa la sua dolce metà.

            Eccolo pazzo d’un amore smisurato

            da pazzo che già era d’affetto.

Mai la Dama più bella

tanto stregò il suo Amante,

            come fa questa Sposa novella

            con l’ipocondriaco suo Marito.

            Egli la conquista, ella lo lusinga:

            più nulla egli trova della Gatta,

            e portando sino in fondo l’errore,

            la crede donna in tutto e per tutto,

finché certi Topi che rosicchiavano una stuoia

turbarono il piacere degli sposi novelli.

            Immediatamente la Donna è in allarme:

non riuscì, però, nella sua impresa.

I Topi ritornarono, e la Donna si mise in agguato.

Quella volta accorse al momento giusto,

ma, avendo mutato aspetto,

i Topi non la temevano più.

Per lei ciò  fu sempre una tentazione:

            a tal punto la natura è forte!

Dopo una certa età, si fa beffe di tutto.

Il vaso è impregnato, la stoffa ha preso la piega.

            Invano dal suo modo consueto

            la si vuole allontanare.

            Qualunque cosa si faccia,

            non si può certo mutarla.

            Colpi di forcone o di cinghia

            non le fan cambiar maniere,

            e, seppure armati di bastone,

            giammai ne sarete Padroni.

            Chiudetele la porta in faccia,

            rientrerà dalla finestra.

           

 

III.XVI  La donna annegata

 

Non son di quelli che dicono: Non è nulla:

è solo una donna che annega.

Io dico invece che è gran male: questo sesso

val bene i nostri rimpianti, giacché ci rende felici.

Quanto affermo qui non è affatto fuori luogo,

giacché si tratta, in questa Favola,

di una donna che tra i flutti

aveva finito i suoi giorni per un triste destino.

Il suo Sposo ne ricercava il corpo,

per rendergli, in tale sventura,

gli onori della sepoltura.

Accadde che, sulle rive

del fiume responsabile della sua disgrazia,

della gente passeggiasse, ignara della sventura.

Al marito che chiedeva loro

se avessero scorto qualche traccia della moglie:

Nessuna, rispose uno; ma cercate più a valle;

seguite la corrente del fiume.

Ma un altro ribatté: No, non seguitela;

ritornate piuttosto indietro.

Qualunque sia l’inclinazione e il verso

con cui l’acqua nella sua corsa la porta,

lo spirito di contraddizione

l’avrà fatta fluttuare in un altro modo.

L’uomo scherzava in un momento sbagliato.

Quanto all’indole a contraddire,

non so se avesse ragione;

ma che quest’indole sia, o meno,

il difetto di tal sesso e la sua inclinazione,

chiunque con essa nascerà

senza fallo con essa morirà;

sino alla fine contraddirà,

e, se potrà, ancora più in là.

 

 

IV.XVII Parole di Socrate

 

Socrate faceva costruire una casa,

ma tutti criticavano la sua opera:

Uno trovava gl’interni, a voler essere sincero,

indegni di un simile personaggio;

l’altro biasimava la facciata, e tutti erano del parere

che le stanze fossero troppo piccine.

Che casa per lui! Ci si girava con fatica.

Volesse il cielo che  di veri amici,

piccola com’è - disse – fosse piena!

Il buon Socrate aveva ragione

trovando per quelli la sua dimora troppo grande.

Ciascun si dice amico, ma stolto è chi ci conta:

Nulla è più comune di questo nome,

ma nulla è più raro della realtà.

 

 

VII.VIII La Carrozza e la Mosca

 

Per una strada in salita, sabbiosa e malagevole,

da tutti quanti i lati esposta al Sole,

sei forti cavalli tiravano una Carrozza.

Tutti erano scesi: Donne, Frati, vecchi.

Il tiro sudava, sbuffava, era proprio sfinito.

Sopraggiunge una Mosca, e s’avvicina ai cavalli;

pretende di rianimarli col suo ronzare;

punge uno, punge l’altro, e pensa di continuo

che è lei a far andare la vettura;

si siede sul timone, sul naso del Cocchiere;

non appena il carro si muove,

e vede le persone camminare,

solo a se stessa ne attribuisce il merito;

va, viene, fa la zelante; sembra proprio

un Capitano di battaglia che corre in ogni luogo

per far avanzare i suoi uomini, e affrettar la vittoria.

In questa generale emergenza, la Mosca lamenta

che deve far tutto da sola, che ha tutta la responsabilità,

e che nessuno aiuta i cavalli a trarsi d’impaccio.

Il Frate leggeva il suo Breviario:

se la prendeva comoda! Una donna cantava:

era proprio quello il momento di cantare!

Madama Mosca va a cantar nelle loro orecchie,

e fa cento altre sciocchezze del genere.

Dopo molte fatiche, la Carrozza arriva in cima.

Ora possiamo respirare, dice subito la Mosca:

tanto ho fatto che, infine, son giunti alla pianura.

Ecco, Signori Cavalli, pagate la mia fatica!

 

Così certuni, facendo gli zelanti,

s’introducono nelle nostre faccende;

si credono ovunque indispensabili,

ma, ovunque importuni, dovrebbero esser cacciati.

 

 

XII.XIV L’Amore e la Follia

 

Tutto è mistero nell’Amore:

le sue frecce, la faretra, la fiamma, l’infanzia,

e non è certo poca cosa

esaurire questa scienza.

Non pretendo proprio, dunque, di spiegare tutto qui.

Mio scopo è solo dire, alla mia maniera,

come questo Cieco

(è un Dio), come, dico, perdette la vista,

e quale conseguenza ebbe tal male, che forse è un bene;

ma ne giudichi un Amante, io non decido alcunché.

Un giorno Follia ed Amore giocavano insieme.

Questi non era ancora senza gli occhi.

Scoppiò una lite: Amor vuole che lassù

si riunisca il Concilio degli Dei.

Ma l’altra si spazientì,

e gli diede un colpo così violento

ch’egli perdette la luce dei Cieli.

Venere chiede allora vendetta.

Donna e madre, bastano per giudicare le sue grida:

gli Dei ne furono storditi,

e Giove, e Nemesi,

e i Giudici infernali: tutta la schiera, insomma.

Ella mostrò la gravità del fatto.

Suo figlio, senza bastone, non poteva fare un passo:

nessuna pena, per tanto delitto, era troppo severa!

Pure il danno doveva esser riparato.

Dopo aver ben considerato

l’interesse pubblico e quello della parte,

la sentenza finale della suprema Corte

fu di condannar la Follia

a far da guida all’Amore.

 

 

XII.XX  Il Filosofo scita

 

Un Filosofo austero, nato nella Scizia,

si propose di vivere una vita più gradevole;

si recò presso i Greci, e vide in un certo luogo

un Saggio assai simile al vecchio di Virgilio;

uomo eguale ai Re, uomo prossimo agli Dei,

e al par di questi soddisfatto e tranquillo.

La sua felicità consisteva nelle bellezze d’un Giardino.

Lo Scita lo trovò mentre, con una roncola in mano,

dai suoi alberi da frutto eliminava l’inutile,

tagliava, recideva, toglieva questo e quello,

ovunque correggendo la Natura,

oltremodo generosa nell’elargire i suoi servigi.

            Lo Scita allor gli chiese

la ragione di quel danno: era forse da saggio

mutilare in tal modo quelle povere piante?

Lasciatemi la vostra roncola, strumento dannoso.

Lasciate invece  agire la falce del tempo:

fiancheggeranno ben presto il nero fiume.

- Tolgo il superfluo, disse l’altro, e tagliandolo

il rimanente ne beneficia in proporzione.

Lo Scita, ritornato alla sua triste dimora,

prende anch’egli la roncola, taglia e recide senza posa;

Consiglia ai vicini, ordina agli amici

una potatura generale.

Toglie dal suo giardino i rami più belli,

storpia il suo Frutteto contro ogni ragione,

            non rispettando tempo né stagione,

            né luna vecchia o nuova.

Tutto languisce e muore. Questo Scita bene adombra

uno Stoico sconsiderato:

questi elimina dall’animo

            desideri e passioni, il buono e il cattivo,

                        e perfino le più innocenti aspirazioni.

            Contro gente simile, quanto a me, io mi ribello.

            Privano i nostri cuori della forza principale;

            ci fanno cessar di vivere prima della morte.

 

 

XII.XXII Il Folle e il Saggio

 

            Un Folle prendeva a sassate un Saggio.

            Il Saggio si volta e gli dice: Amico,

            fai molto bene; prendi suvvia questo scudo,

            ma il tuo lavoro merita un più lauto guadagno.

Ogni fatica, si dice, è degna di mercede.

            Vedi quel passante? Ha ben di che pagarti:

a lui offri i tuoi doni, e avranno la giusta ricompensa.

Allettato dal guadagno, il nostro Folle fa

lo stesso affronto all’altro Cittadino.

Questa volta, però, non fu pagato in danaro.

Accorrono molti Staffieri: afferrano il nostro uomo,

lo malmenano, lo riempiono di botte.

Ci sono, presso i Re, Folli del genere:

a spese vostre fan ridere il Padrone.

Per zittir le loro ciarle, vorreste forse

maltrattarli? Può darsi che non siate

abbastanza potenti. Bisogna invitarli

a rivolgersi a chi può vendicarsi.

 

 

 

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