Cristian Scagnetti
Mia madre mi schiaffeggiava spesso.
Facevo appena in tempo a cogliere l’immagine della sua mano − sospesa in alto, aperta e immobile sopra di me − che questa, fulminea, era già scesa a colpire la mia guancia. Io ne accompagnavo il movimento voltando la testa, ma, a quel punto, facevo sempre il medesimo errore: riportavo il capo in posizione centrale e così, quando giungeva il rovescio, nel frattempo già partito, le nocche trovavano l’altro lato del viso pronto da risbattere di là.
Subito i miei occhi si riempivano di lacrime: reazione fisiologica, perché nessun sentimento poteva manifestarsi in un tempo tanto breve. Mia madre invece doveva già essere preda di timori e rimorsi per l’accaduto, o almeno così mi spiego le urla e i rimproveri che seguivano all’atto.
«Guarda cosa mi hai fatto fare!» urlava lei, scavalcando il frastuono nelle mie orecchie, ancora turate dagli sberloni, «Guarda cosa fai fare alla tua povera madre!».
Subito dopo, apparentemente − ma, credo, anche internamente − immemore dell’accaduto, riprendeva il suo parlare soleggiato. Io restavo solitamente ancora per un poco a capo chino, cercando di trattenere i lacrimoni, ma non passava molto prima che le parole riprendessero ad uscire anche a me, man mano più chiare ed allegre.
Brevi burrasche, dunque, quasi giornaliere (a volte più che giornaliere), che scaturivano dal nulla, tornavano nel nulla, nulla lasciavano.
Di una in particolare, in un giorno di neve, serbo ricordo. Uguale a tutte le altre, nata, come spesso capitava, da un incidente in cui avevo poca colpa, non so perché, ma me ne ricordo bene: forse proprio perché c’era la neve.
Era inverno, con la neve alta, diramata sui pini e ammucchiata sui tetti. Nessuno aveva ancora provveduto a spalarla ai bordi delle strade, ma, non so più per quale inderogabile ragione, io e mia madre scendemmo ugualmente al paese accanto, che, più popoloso e meno innevato (tutto ciò con soli duecento metri di dislivello e mezz’ora di camminata), aveva già la via principale sgombra ed il regolare passaggio della corriera garantito.
Andavamo in città e, quando ciò accadeva, a prescindere dal motivo, era necessario che entrambe indossassimo il vestito migliore: così, secondo lei, non si capiva che venivamo da furori.
Questo vestito, unico, pluriennale e polifunzionale vestito buono − buono per ogni clima e occasione: feste religiose e laiche, battesimi e matrimoni, funerali no, perché troppo chiaro − di sicuro già fuori moda per l’implacabile occhio cittadino, nel mio caso comprendeva: scarpe basse di pelle (le classiche scarpette eleganti, nere e lucide, con i laccetti, sostituite appena saliti in corriera agli stivali usati nella discesa), pantaloni chiari, camicia, golf e, dato che il tutto era decisamente primaverile (ma al vestito non si poteva rinunciare, sennò si capiva che non eravamo cittadini), anche un cappotto verdastro e sformato che del bell’abito lasciava alla fine scoperte solo le scarpe e parte delle braghe.
Anche il paese da cui partimmo, pur con meno neve nel panorama rispetto al nostro, aveva le vie ancora coperte, tranne la strada provinciale, tangente al paese, dove c’era invece la tipica lastra di ghiaccio che si forma quando si raschia via la neve dall’asfalto.
Percorrendo la pianura in direzione della città, nonostante l’altitudine rimanesse pressoché invariata, la neve continuò a diminuire nella campagna ai lati della strada, mentre il ghiaccio della carreggiata si disfece in poltiglia. Giunti in città, di neve trovammo solo un impasto grigio sui marciapiedi ed alti e sporchi cumuli lungo i muri.
Non passò molto prima che le mie scarpe eleganti, dalla suola liscia come solo le scarpe eleganti hanno, mi tradissero.
Caddi, mi rialzai. Subito arrivò lo schiaffo e, proprio mentre pensavo che non dovevo voltarmi, riportai la testa al centro, giusto in tempo per l’appuntamento con le materne nocche.
A capo chino, con gli occhi che, annebbiati dalle lacrime, riuscivano a distinguere solo le chiazze nere delle mie scarpe, avevo la certezza di essermi sporcato i pantaloni: la causa del duplice schiaffo, subito confermata dalle esclamazioni di mia madre: «Guarda: ti sei sporcato il vestito nuovo!» (così chiamava quell’abito che, come abbiamo già detto, da diversi anni aveva smesso di esserlo) «E dove ti porto così ridotto? Ma perché non stai mai attento? Perché devo sempre uscire dai gangheri? Tu… tu… vuoi farmi diventare matta!».
Mentre lei proseguiva su questo registro, io, camminando mogio mogio, mi vidi riflesso in una vetrina: rosso in viso già prima a causa del freddo, ora ancora di più, con gli occhi gonfi per le lacrime rattenute, mi venne quasi da ridere a trovarmi così.
Mia madre, che intanto stava già parlando di altro, credendo che stessi guardando nella caffetteria oltre il vetro, mi chiese: «Vuoi una cioccolata?».
«Sì!» risposi, e così entrammo in quel locale caldo ed elegante, incuranti dello stato dei miei pantaloni.
Oltre che da mia madre, prendevo schiaffi anche dal parroco, che li riteneva un buon metodo per stimolare l’attenzione durante il catechismo. Ceffoni didattici, dunque, che il nostro prete, uomo tozzo e colto, impartiva a chi era tonto o distratto.
Io lo ero un po’ entrambi, ma, essendo anche di indole tranquilla, evitavo di irritarlo; forse era questo il motivo che lo faceva optare per l’ipotesi (perlomeno secondo lui) meno grave, la tonteria, risparmiandomi così la bacchetta disciplinare.
Per farvi capire la peculiarità di tale atteggiamento, che mi guadagnava i quasi paternali ceffoni di Don Fermo, nonché intendere la differente entità del castigo correlato, mi sarà sufficiente portare l’esempio di Gidio.
Gidio − riccio, irrequieto, con gli occhi azzurri e furbi − non sapeva mai quando star zitto: soprattutto se gli veniva in mente una battuta che lui reputava riuscita, prescindendo dal contesto in cui l’aveva pensata.
Don Fermo, un giorno, gli chiese di recitare il Credo.
«Credo…», disse Gidio, vagando con lo sguardo lungo gli angoli del soffitto. «Credo…», ripeté, scendendo a fissare i volti di noi ragazzi, immobili e tesi più che per un telequiz. Infine, fermò gli occhi su di me e, proprio quando stava per partire il ceffone del parroco per la mancata risposta, il viso del ragazzo si illuminò.
«Credo di non saperlo!» esclamò Gidio trionfante, guardandomi con un ampio sorriso e gelando la mano del prete, mentre una specie di brivido mi scendeva lungo la colonna vertebrale.
Le bacchettate, solitamente dieci, furono raddoppiate dal sospetto di blasfemia che il dotto prete rinvenne nella pur felice battuta.
Quel pomeriggio le mani gli fecero male al punto che dovetti fare io i suoi compiti per l’indomani. Siccome frequentavamo la stessa classe, mi sembrò una buona idea cambiarli un po’ rispetto ai miei. Purtroppo si trattava d'esercizi di matematica e così, il giorno dopo, il mio amico ebbe una nuova bacchettatura dal maestro Carlo.
Spero che non dubitiate del fatto che, così facendo, agii in totale buona fede; del resto ho già detto che ero un po’ tonto.
Anche il maestro Carlo mi picchiava − perché avevo una calligrafia pessima e perché spesso mi incantavo a fissare fuori dalla finestra − aggiungendo agli scappellotti ed alle bacchettate le tirate d’orecchio, la sua specialità.
Queste, buone per tutto, assumevano una particolare valenza musicale durante la delicata operazione del solfeggio, ovvero quando, nell’ora di musica, il nostro barbuto vate (la barba castana, gli occhiali tondi, i capelli con la riga in parte, ecco ciò che ricordo di lui… ha, anche il maglione rosso con una banda grigia orizzontale), dopo aver tracciato alla lavagna cinque righe orizzontali, copriva quest’ultime di fitte note, orinandoci poi di leggerle man mano che le indicava con la sua bacchetta.
Le note singole erano ti, altre, legate a due o a tre da un trattino, erano ti-ti, e così, mentre lui teneva il tempo con il piede, noi, in coro, leggevamo: «Ti, ti, ti-ti-ti, ti-ti, ti-ti, ti, ti, tì», e via dicendo.
Conclusa l’overture corale, solitamente il maestro dava il compito a un alunno di indicare e tenere il tempo e, dopo aver ordinato a un altro malcapitato di cominciare la scansione, mentre tale coglionata andava avanti da sé, si spostava silenziosamente alle spalle del declamatore (toccò anche a me, più di una volta). Appena questi aveva compiuto un sufficiente numero di errori, gli afferrava un orecchio e, torcendolo, trasformava il gia cominciato ti in un altissimo ti-tiiiii.
A questo punto immagino che molti di voi mi avranno già inserito nel novero dei casi umani, considerando la mia storia come quella di un ragazzo sfortunato dall’infanzia infelice.
Se è così, siete fuori strada.
Sì, è vero: mia madre, il parroco ed anche il maestro mi picchiavano, ma questa era una situazione comune a tutti i miei coetanei e, anzi, si può dire che io fossi un privilegiato, poiché, come alcuni avranno forse già notato, l’elenco delle figure autoritarie manca di quella paterna.
Mio padre, a differenza di quanto accadeva ai miei amici, non mi picchiava: non ho mai assaggiato, non dico la temuta cinghia (spauracchio per molti e realtà, coronante la quotidiana escalation di ceffoni e bacchettate, per molti altri), ma nemmeno le sue mani, sempre occupate nella mia memoria a creare qualcosa.
Al pomeriggio lo accompagnavo spesso nei lavori di edilizia che, contadino anche lui, faceva presso altri contadini. Solitamente tali lavori consistevano nell’erigere muri; se però erano per noi, e non c’era timore di far brutta figura, mi rendeva partecipe dell’opera.
Davo il fino sulle pareti: lui inchiodava le assi al muro − a distanza regolare, perpendicolari rispetto al suolo, parallele fra loro − mentre io, con la cazzuola, cercavo di tirare il cemento nel modo più uniforme che mi riusciva e poi, passandovi sopra un’asta appoggiata alle assi, lo stendevo, levando grumi ed eccedenze. Nel mentre lui si cimentava in altri lavori con livella e piombo; però, ogni tanto, si fermava e veniva a osservarmi.
Pur concentrato nel far scendere lentamente l’asta, sentivo la sua presenza alle mie spalle; allora mi scappava da ridere, perché sapevo che anche lui, che non rideva mai, in quel momento si stava trattenendo.
Quando non ce la facevamo più esclamava: «Ti non te capiss’ un cazz’!» (veneto, o forse milanese, comunque, con ogni probabilità, la parlata del luogo dove aveva imparato il mestiere e, immagino, anche la frase che si era sentito ripetere continuamente anche lui prima di diventare bravo), poi, con la base del pugno, mi dava due pacche sulla testa, traendone un rumore sodo e sordo.
Come avrete capito questi pugni non erano pugni, bensì un gioco fra noi, oltre che un gesto d’affetto.
Questo è quanto.
Dunque ero fortunato: mio padre non mi picchiava, nemmeno quando le prendevo a scuola o a dottrina. Già, perché, raccontando a casa di aver preso legnate dal prete o dal maestro, solitamente il commento era: «Si vede che te le meritavi!», seguito subito da una nuova serie di sberle. Lo sapevamo tutti, ma a volte, anche tacendo, i genitori − specialmente a tavola − notavano i segni delle busse sulle mani, ed allora… bam!
Sono giunto anche a credere che il fine intelletto gesuitico avesse eletto le mani come luogo principe per le bacchettate proprio in grazia di questo duplice effetto: facevano un male boia subito e, con lividi così ben visibili, procuravano un bis casalingo.
Io non ero solito lamentarmi delle botte prese (non ho mai amato chi ostenta le proprie sfortune come medaglie) ma, anche quando i miei se ne accorgevano da soli, non me ne davano altre; pure mia madre, che solitamente non mi lesinava gli schiaffi, non riusciva ad infuriarsi così, a freddo, senza un pretesto, anche piccolo, che la riguardasse direttamente.
Dunque questa era l’usanza educativa generale, ma i vecchi (che, pure loro, a volte davano qualche bastonata sulle gambe del gioviname che gli ronzava troppo vicino) ci dicevano sempre: «Vi va bene a voi, birboni, che al giorno d’oggi nessuno vi tocca… mio nonno, se al levar del sole non ero già pronto per andare a far fieno, mi dava certe legnate…», perciò ho il sospetto che molti facessero appositamente l’errore di confessare ai propri genitori di essere stati puniti a scuola, per prenderle nuovamente e, il giorno dopo, a scuola vantarsi dicendo: «Quante ne ho prese ieri, a casa…».
A conferma di questa mia tesi narrerò un altro aneddoto riguardante Gidio: l’episodio più notevole capitato a lui in fatto di punizioni e quindi, con tutta probabilità, il più notevole in assoluto. Interessante in sé, oltre che per mia teoria.
Era un periodo che la voce del maestro Carlo aveva perso il suo tono autoritario e, nonostante il suo tentativo di compensarla in tirate d’orecchio, una mattina, entrando in aula, con nostro grande stupore, trovammo seduta dietro la cattedra una sorridente supplente che ci spiegò che il maestro era stato ricoverato in città e operato d’urgenza alle tonsille (sì, sì, lo so: pagherei anch’io per potervi dire che si trattava di orecchioni, ma tonsillite fu e, perciò, l’aderenza ai fatti a cui il mio ruolo di cronista mi vincola, non mi permette di alterare gli avvenimenti. Ci consoli, almeno in parte, il fatto che si trattò comunque di un’infermità propria dell’età infantile).
Questa supplente, proveniente dal paese accanto al nostro, era piccola e bionda, giovane e grassottella, e prese subito ad amare tutti i suoi alunni.
Vestiva diversamente rispetto alle nostre mamme e sorelle: abiti chiari, camicie bianche, lunge gonne turchine che esaltavano le sue forme, capellini da città e, cosa mai vista in paese, tacchi alti.
Subito le donne del paese presero a fare commenti sul suo conto che, espressi più schiettamente dai mariti a tavola, giunsero fino alle orecchie di noi ragazzi.
Un dì, in un momento in cui tensione pedagogica stagnava e la maestra stava divagando, una ragazza alzò la mano e, ottenuto il permesso, domandò del cappellino che l’insegnante teneva appoggiato sulla cattedra (una sorta di bomboniera dai colori pastello).
La donna, toccata nel vivo, cominciò a farlo passare fra i banchi («Attenti a non macchiarlo, però!»), narrando della città dove lo aveva comperato: non la solita, quella dove mi ero recato a volte anch’io (e che quel giorno probabilmente ospitava ancora il convalescente maestro Carlo); bensì una più grande, a volte nominata nei discorsi degli adulti (e molti di questi non c’erano nemmeno mai stati), il cui solo nome fece brillare gli occhi delle mie compagne.
Un’altra alunna chiese ragguagli sul vestito indossato dalla donna (un tailleur, ma ai tempi non lo sapevo), dando subito luogo ad un nuovo racconto, legato ad una città ancora più grande e lontana.
Infine il discorso cadde sulle scarpe − nere e con il tacco alto − che fin dal primo giorno avevano suscitato la meraviglia delle fanciulle, senza che queste avessero mai osato chiederne.
In breve si scatenò una piccola baraonda: con le ragazze che intervenivano a ritmo serrato, mentre la donna rispondeva gongolando al centro di quegli sguardi di ammirazione. Noi ragazzi, nel frattempo, eravamo ben contenti di perdere altro tempo.
Oramai le compagne di classe prendevano parola e chiedevano senza alzare la mano, incoraggiate dall’occhio benevolo e dal mezzo sorriso della supplente.
«Però che belle!», ripeté nuovamente una ragazza.
«Fa male a portarle?», chiese un’altra.
«Sono da principessa…», affermò una terza, sorridendo sognante.
«Mio padre dice che sono da puttana!», esclamò Gidio, sorridendo pure lui e cavando quasi la pelle di dosso a me, che, oramai da diversi minuti, vagavo spensierato con lo sguardo fuori dalla finestra.
La maestra cacciò un grido breve ed acuto, poi il silenzio pesò sull’aula.
La donna, se volete sono disposto a giurarlo, dopo aver comandato a Gidio di appoggiare le mani a terra, vi passò più e più volte sopra con gli incriminati tacchi, confermando quanto detto poc’anzi dal mio amico.
Gidio quel giorno tornò a casa con le mani livide e gonfie. L’indomani si vantò di averle prese di santa ragione anche dai suoi: certi lividi che non poteva farci proprio vedere…
A quattrocchi, più tardi, mi disse la verità: aveva dovuto spiegare ai genitori la ragione che aveva indotto la maestra a ridurre le sue le mani in quello stato, dopodiché suo padre era rimasto immobile con gli occhi al pavimento − probabilmente si sentiva responsabile dell’accaduto − mentre sua madre si era messa a piangere.
La settimana successiva, con la lavagna nuovamente piena di ti-ti e il maestro che suppliva come sappiamo alla voce ancora debole, mi parve di notare ugualmente un certo sollievo sul viso di Gidio.
Posso aggiungere che l’eccesso di reazione della supplente non rimase impunito: Gidio non dimenticò l’accaduto e tanto meno perdonò; anni dopo si prese la sua vendetta ed anch’io vi contribuii, ma questa è un'altra storia, non la mia, perciò andiamo avanti col racconto, serbando il resto per un’altra occasione.
Tutto cominciò una sera di fine estate, con la finestra aperta e fuori ancora molta luce. Io e mio padre aspettavamo la cena seduti a tavola, mentre mia madre ci parlava dalla cucina − una stanzetta senza porte attaccata al soggiorno − intenta ad armeggiare ai fornelli.
Lo Zio – e disse anche il nome, per distinguerlo dai fratelli e cognati suoi e di mio padre – aveva chiesto se, dato che ero oramai abbastanza grande, fossero disposti a mandarmi da lui, per aiutarlo con la campagna.
Quell’anno avevo finito la seconda e nemmeno tanto male, dopotutto. La terza esisteva solo nel paese vicino, perciò, molte famiglie, al momento della scelta fra mandare il figlio a scuola un altro anno o mandarlo a lavorare, sceglievano l’altra opzione, con non poco sollievo da parte dei ragazzi, graziati in tal modo dei tre chilometri che, altrimenti, avrebbero dovuto percorrere quotidianamente per scendere sino a scuola, nonché degli altrettanti − però in salita − del ritorno.
I miei, invece, in quanto figlio unico (cosa piuttosto rara in paese), decisero di farmi proseguire, avendo come obiettivo quella licenza media che mi avrebbe distinto rispetto ai più.
La proposta dello Zio giunse dopo che tutto ciò era stato già deciso, e, visto che in cambio della mia prestazione d’opera egli avrebbe versato del denaro ai miei, fu ben accolta.
«Non mi sembra male, no?», diceva mia madre dalla cucina.
«Per nulla: un paio di pomeriggi la settimana, da fine settembre a novembre, per aiutarlo con la legna e la vendemmia… tanto a scuola, i primi mesi, non li caricano ancora di compiti, no?», rifletteva a voce alta mio padre.
Io, seduto accanto, ascoltavo; non ero stato interpellato, e, del resto, non avevo nulla in contrario: mi pareva un buon modo per contribuire ai miei studi.
Fu così che un giorno, appena ritornato da scuola, mia madre mi accompagnò subito dallo Zio: in base a una clausola dell’accordo, aggiunta allo scopo di integrare la non ingente somma che ci avrebbe versato, avrei mangiato a casa sua.
Entrammo in casa (in paese l’usanza era questa: se l’uscio non era chiuso a chiave si entrava senza tante cerimonie, soprattutto se si era parenti o giù di lì). La sala da pranzo era piccola e scura, con mobili di legno cupi e massicci, carichi di soprammobili. Su di essa si apriva direttamente la cucina, più piccola ed ancora più scura a causa del fumo della stufa a legna, che aveva annerito gli angoli del soffitto.
Da lì uscì la moglie dello Zio − minuta e scialba quanto il suo grembiule − che ci venne in contro con gentilezza; lui, invece, alzò appena lo sguardo dal tavolo dove stava aspettando il cibo ed emise una specie di grugnito: era seccato, perché non aveva potuto mangiare con le campane di mezzodì, come era sua abitudine.
Mia madre, che probabilmente se ne era resa conto, disse: «Scusate se vi abbiamo fatto aspettare, ma quest’anima», e mi indicò, «deve venir su a piedi da scuola, e, sapete, c’è un bel po’ di strada».
«Non ti preoccupare», rispose la donna, con un sorriso sommesso, «digli al giovanotto che si sieda, così cominciamo», e andò a prendere la zuppa. Lo Zio non disse nulla.
Mia madre se ne andò, io mi sedetti e, poco dopo, cominciammo a mangiare, in un silenzio interrotto solamente da qualche gentilezza della donna, a cui rispondevo con i grazie ed i prego che mi avevano insegnato. Lo Zio mangiava voracemente, senza staccare gli occhi dal piatto.
Dopo il pasto ebbi anch’io la mia tazza di caffè, finito il quale mi avviai con lo Zio verso la campagna.
Quel giorno mi spiegò molte cose sulla campagna: cosa avrei dovuto fare e cosa no. Io lo fissavo zitto: era calvo e grigio, cinquant’anni portati male, una grossa pancia, le braccia e la schiena tanto possenti da far sembrare il tronco sproporzionato rispetto alle gambe (forse l’impressione era dovuta anche al fatto che, indossando pantaloni di varie taglie inferiore alla sua abbottonati sotto la pancia, il cavallo risultava troppo basso). Il viso era sgradevole, con un irregolare naso a patata e gli occhi che luccicavano fra le palpebre a fessura, quasi nascosti dai grossi zigomi.
Quel giorno raddrizzai una vite − i cui acini, ancora piccoli e verdi, attendevano ottobre − cambiando il bastone che reggeva la pianta ed assicurandola a quello nuovo con il filo di ferro. Con la carriola e la forca tolsi pi un po’ di letame dalla stalla e, più tardi, mi misi a strappare erbacce dagli orti.
Mentre, in ginocchio, svolgevo tale mansione, una spinta da dietro mi mandò lungo disteso. Tentai di rialzarmi, ma una mano mi teneva bloccato al terreno. Subito dopo giunse la prima sferzata all’altezza delle reni.
Cacciai un grido ad ogni colpo. Appena terminarono anche la mano che mi fermava fu tolta; io torsi il busto su un fianco e voltai la testa all’indietro, con le lacrime che mi correvano sul viso.
Lo Zio era già in piedi, ansimando mi disse: «Hai strozzato la vite! Testa di legno: hai stretto troppo!». In mano stringeva un pezzo della vite incriminata, di cui si era appena servito per punirmi. Non so se avessi strozzato veramente quella pianta, e se, in tal caso, il mio danno fosse tanto irreparabile da giustificare una simile reazione dello Zio (senza contare che, comunque, ora che egli l’aveva divelta non era più possibile alcun rimedio).
Ci fissammo per alcuni istanti, immobili: io a terra, lui in piedi, con le braccia adese al corpo.
«Beh?! Continua quello che stavi facendo!», concluse allontanandosi.
Ricaddi nuovamente a pancia in giù e rimasi ancora un poco così, dopodiché, rimettendomi faticosamente in ginocchio, ripresi a strappare erbacce. Le lacrime continuarono a scendermi a lungo.
La sera, a tavola, i miei genitori notarono che mangiavo tutto proteso in avanti, senza appoggiarmi allo schienale della sedia.
«Cos’hai? », mi domandò mia madre.
«Niente, ho tolto per un bel pezzo erbacce stando piegato, e mi fa un po’ male la schiena».
«Fammi vedere», disse mio padre: alzò la maglia, guardò, poi la riabbassò e riprese a mangiare.
Il giorno successivo confidai l’accaduto a Gidio che, essendo in materia una specie di autorità, volle vedere pure lui. «Quel bastardo sa darle bene: non si vede quasi nulla», concluse dopo un’attenta perizia.
Quell’autunno ritornai molte volte dallo Zio che, ogni volta, trovava un pretesto per adoperare su di me quelle sue mani così abili a far male.
Non impiegai molto a capire come stavano le cose: si divertiva, ecco tutto. Si divertiva a picchiarmi: lo vedevo da come i suoi occhi si animavano subito dopo (e, con tutta probabilità, anche durante, ma questo posso solo immaginarlo, essendo in tali frangenti troppo occupato per notare alcunché).
Ero giovane, inesperto, e lui lo sapeva: sapeva fin dall’inizio che l’aiuto che avrei dato non sarebbe stato molto, per questo giunsi a sospettare che mi avesse assoldato solo per sfogarsi un po’, che fosse questo il servizio per cui pagava regolarmente ai miei quanto pattuito.
A volte, forse perché anche pestarmi gli veniva a noia, escogitava altri modi di diletto.
Le sue grosse mani e le sue forti braccia erano incredibilmente abili a spaccar legna e, quando maneggiava la sua vecchia accetta, quella con l’impugnatura resa anatomica per il gran uso, era praticamente infallibile. Questa è però una cosa di cui ho coscienza adesso, mentre allora, quando mi ordinava (anche se non ne avrebbe avuto alcun bisogno) di tenere fermo sopra il ciocco i grossi tronchi segati, vedevo solo l’accetta alzarsi minacciosa sopra la mia testa e poi scendere, precisa e fulminea, a spaccare il pezzo.
La lama andava su rapida, dopodiché si fermava alta e minacciosa. Io chiudevo gli occhi, portavo la testa ed il busto all’indietro e, per allontanarmi il più possibile dalla traiettoria del colpo, stendevo le braccia al massimo. Dopo un attimo (che a me pareva però lunghissimo), sentivo lo spostamento d’aria sul viso, seguito immediatamente da quella specie di onda di paura e sollievo chiamata adrenalina che mi scuoteva dal basso.
Solo quando era trascorso molto tempo dallo schiocco del legno osavo sollevare le palpebre, sempre in tempo comunque per cogliere quella mezza smorfia sul volto dell’uomo: un sorriso, direi, o i resti di un sorriso che, probabilmente, un terzo osservatore avrebbe visto spiegarsi alla sua massima estensione proprio durante quei secondi di sospensione prima del colpo.
Per rendere il gioco più animato, ogni tot legna, lo Zio lasciava l’accetta conficcata nel ciocco e andava a dare un sorso al bottiglione di vino che si portava da casa. Dopo un paio di queste pause, tornava in qua barcollando e, con un espressione buffa in viso, diceva: «È un po’ forte ’sto vino!».
Sollevata l’accetta esitava più del solito, chiudendo prima un occhio e poi l’altro, come se non riuscisse a mettere bene a fuoco il bersaglio.
Io, sempre tenendo fermo il pezzo con le mani, cercavo − per quanto impossibile − di allontanarmi ulteriormente e, stringendo gli occhi e i denti (come quando si attende una cosa spiacevole che non dipende da noi; un’iniezione, diciamo), pensavo: «Le mani! Oh, le mie mani!».
Allora l’accetta, salita così titubante, calava pronta e decisa. Dopodiché io aprivo gli occhi e constatavo, mentre lui era intento a scegliere il pezzo successivo nel mucchio accanto, come la sua ubriachezza fosse già svanita.
Un giorno, quando la legna era stata tutta spaccata, ebbi il compito di accatastarla. Entrai con lo Zio nella penombra del box di lamiera, situato nei pressi del ciocco, e lui, mostrandomi il primo muro di legna alto fino al tetto che aveva già sistemato sul fondo, mi disse di proseguire così.
Era un lavoro che avevo già fatto per i miei. Cominciai a portare sul fondo del locale la legna ammucchiata alla rinfusa all’ingresso, disponendo a terra, in fila, i grossi pezzi − di sezione più o meno triangolare − che venivano spaccati con l’accetta lunga (quella che si impugna a due mani), e quelli rotondi, segati come gli altri sul cavalletto alla lunghezza standard, ma che, di sezione inferiore, potevano entrare nella stufa senza venire spaccati.
Negli spazi rimasti fra questi pezzi più grandi, misi quelli rotondi meno grossi, ricavati spostando sul ciocco lunghi rami sfrondati, mentre i colpi dell’accetta piccola − impartiti ad intervalli regolari dall’altra mano − creavano tali bastoncini di misura circa uguale.
Proseguii in tal modo, uno strato sull’altro. Dopo più di un’ora, quando ero già arrivato alla massima altezza cui potevo giungere, tornò lo Zio. Girato di schiena, notai un drastico calo di luce nella penombra della stanza quando si fermò nel vano della porta, poi entrò, diede un’occhiata al mio operato, e cominciò subito a sbraitare: «E ti sembra un lavoro ben fatto?!».
Non riuscivo a vedere differenza fra il mio strato ed il suo, ma non ebbi il tempo di formulare una risposta: mi spinse a terra e mi fu subito addosso. Con una mano sul petto mi bloccò nuovamente al suolo, con l’altra raccolse uno di quei legni rotondi di sezione piccola e, impugnandolo come un manganello, cominciò a darmelo sulle cosce, mentre le lamiere amplificavano le mie urla.
Al tramonto, lungo la via di casa, ritornavamo sempre in silenzio, lui davanti ed io dietro; quella sera faticai a tenere il suo passo.
Guardandomi salir le scale che portavano alle camere, i miei mi domandarono cosa mi fosse successo. Risposi che lo Zio mi aveva fatto fare alcune commissioni e che dovevo essermi preso uno sforzo correndo. Il solito lavoro da maestro: né loro, né l’indomani Gidio, notarono segni sulle mie gambe.
Con l’incombere dell’inverno terminarono i miei pomeriggi con lo Zio.
I mesi seguirono tranquilli e, anche a scuola, non ci picchiavano quasi più, tranne a volte Don Filippo, il prete di quel paese, nell’ora di religione (che costituiva una novità rispetto alle lezioni paesane… novità per così dire, essendo in realtà tale materia indistinguibile dal catechismo di Don Fermo).
A giugno sostenni gli esami e conseguii la licenza media, piazzandomi nemmeno poi tanto male: fra i primi dopo i figli delle famiglie notabili del paese (la famosa forma di formaggio, oggi scherzoso modo di dire, aveva allora, evidentemente, un suo peso).
I miei, rassicurati da ciò (e dal fatto che mio padre era stato contattato per lavorare come muratore all’estero), decisero di iscrivermi in un’altra scuola, in un paese ancora più distante, sull’altro versante della collina. Là avrei studiato l’elettrotecnica, conseguendo in tre anni (salvo bocciature) un attestato considerato in paese poco meno di un dottorato di ricerca.
I chilometri mattutini da percorrere a piedi diventavano ora sei che, sommati agli altrettanti del ritorno − e moltiplicati nella mia mente per tre anni − vi faranno capire come tale opportunità, considerata da molti una vera fortuna, mi giungesse poco gradita.
Comunque accettai (più corretto sarebbe dire che mi rassegnai, perché, al solito, la mia opinione non venne sollecitata) e, siccome il nuovo lavoro di papà era ancora in forse − ed io, a detta dei miei, ero abbastanza grande per contribuire più cospicuamente alle imminenti e sicuramente maggiori spese per i miei studi − questi mi trovò un lavoro per l’estate nella cooperativa di boscaioli, il cui capo era un suo amico.
La prima mattinata nel bosco la passai osservando la squadra abbattere alberi, tagliare rami, segare tronchi e ammucchiarli dietro il filo teso della teleferica che, con le carrucole, li avrebbe portati in un lampo ai piedi della collina dirimpetto.
A mezzogiorno mangiai con loro; gli altri ragazzi, tutti più grandi, mi prendevano in giro: ridevano, ed anche il capo − un uomo alto e grigio, con la barba grigia − rideva forte. Io, intanto, zitto e con gli occhi bassi, seguitavo a raspare pastasciutta dalla gavetta.
Al pomeriggio mi spiegarono quanto fosse difficile tagliare un albero: bisogna usare l’ascia ed il cervello assieme, fendendo il tronco qua e là − più in certi punti che in altri − per farlo cadere dove più si desidera (soprattutto non addosso a te).
Mi dissero che era difficile, con il tempo appresi che è in realtà una specie di arte: sommare dei presupposti in vista di un effetto sperato; un procedimento insomma non dissimile, per esempio, da quello della letteratura.
Anche spogliare il tronco dei suoi rami non è semplice: molti restano piegati sotto il tronco e, una volta recisi, schizzano in ogni dove, anche verso chi taglia, naturalmente.
Quel giorno provai a tagliare qualche ramo: il terzo finì in faccia al ragazzo che mi stava spiegando come fare. Cadde all’indietro coprendosi il volto con le mani. Attesi le legnate, ma tutti risero; anche il capo, dopo aver constatato che il ragazzo non si era fatto più che un graffio.
Man mano che i giorni passavano, mi vennero gradualmente assegnati altri compiti, scelti fra quelli meno pesanti e pericolosi in un lavoro in cui tutto è pericoloso e pesante.
Il capo, paziente, mi spiegava e rispiegava le cose e, quando sbagliavo, mi correggeva rispiegando nuovamente, senza mai alterare il tono della sua profonda voce.
Anche il resto del gruppo mi aveva accolto bene: lavoravamo duro e quasi in silenzio, poi, nelle pause, mentre ci passavamo il vino e il cibo, scherzavamo fra di noi; continuavano a prendermi in giro, ma facevano così anche fra di loro e, avendo ormai capito ciò, a volte lanciavo anch’io qualche battuta.
Finita l’estate, mio padre partì per l’estero ed io iniziai la nuova scuola.
In quei mesi ero molto cresciuto in altezza, solamente che io, come anche chi mi vedeva tutti i giorni, non me ne rendevo bene conto, semmai lo intuivo inconsciamente da come erano cambiate alcune cose. Ad esempio dal fatto che mia madre, non riuscendo più a darmi quei begli schiaffi dall’alto in basso, optava invece per botte sulle spalle o sul costato, però, siccome ero divenuto anche più magro, diceva che così si faceva male alle mani e preferiva, in conclusione, usare una ciabatta come oggetto contundente, persino tirandomela addosso.
Mi resi pienamente conto di quanto fossi cresciuto quando rividi lo Zio.
Con mio padre all’estero, ed i soldi guadagnati da me quell’estate, la mia famiglia non avvertiva più la stessa urgenza di denaro dell’anno passato e, per questo, il contratto con lo Zio non era stato rinnovato; ma una volta, a titolo gratuito, mia madre mi mandò ugualmente ad aiutarlo.
L’autunno precedente era più alto lui, quest’anno lo superavo. La cosa non dovette piacergli se approfittò di quell’unica occasione in cui lavorammo assieme per dimostrare, a me e a se stesso, che nulla era cambiato.
«Ho saputo che hai fatto il boscaiolo…» disse, caricando beffardamente l’ultima parola, «Vediamo un po’ cosa sai fare».
Mi incaricò di tagliare rami con l’accetta: un lavoro che avevo svolto spesso durante l’estate appena trascorsa. Impugnai il primo ramo, lo posizionai sul ciocco, e, tenendolo saldo, cominciai a calare colpi, facendo saltare via barre di legno.
Lo Zio mi stava molto vicino; finito il primo ramo, quando mi chinai a prendere il secondo, notai che, stando sempre accanto al ciocco, lo fissava immobile e con le labbra strette.
Ritornai in posizione e ripresi l’opera. Al terzo ramo un pezzo finì – ed era del resto inevitabile − per colpirlo. Egli, come per un segnale prestabilito, si rianimò all’istante e mi spinse indietro con una manata urlando: «Ma che fai? Imbecille!», poi mi bloccò il braccio che teneva l’accetta – precauzione che, ripensandoci in seguito, ho sempre ritenuto superflua ed offensiva – e, con la mano libera, mi sferrò un pugno nello stomaco.
Subito mi piegai boccheggiando; anche lui si chinò e, con l’alito che sapeva di vino, mi sussurrò vicino al viso: «Anche se sei più alto guarda che ti spezzo ugualmente».
La primavera successiva ero divenuto oramai altissimo, oltre che magrissimo (se dodici chilometri al giorno vi sembran pochi…); tutto il contrario di Gidio, al punto che, fra quanti ci vedevano girare assieme, erano in pochi a resistere alla tentazione di rimarcare il contrasto fra me, tanto lungo e secco, e lui, piccolo e con una schiena da lottatore.
Mio padre, già quando era ritornato a Natale (forse per una specie di riguardo nel vedermi così cambiato in sua assenza), non aveva più ripetuto il nostro scherzo del pugno in testa. Per le ferie di Pasqua invece, anche volendo, non avrebbe potuto più farlo: nel frattempo ero diventato più alto anche di lui.
Al termine di quel primo anno di corso venni promosso e così, in attesa del secondo, tornai a lavorare alla cooperativa. L’anno prima mi ero impratichito a sufficienza con le mansioni di contorno, perciò cominciarono ad affidarmi quelle più impegnative, lasciando i miei vecchi compiti ai nuovi arrivati.
Iniziai così a dare accettate ai tronchi, a segarli con la grande sega − che si maneggia in due, uno per lato − e a trasportarli a spalla fino alla funivia.
I primi giorni di lavoro, alla sera, ero morto di stanchezza e, al mattino, mi svegliavo indolenzito; ma, con il passare dei mesi, cominciai ad abituarmi alla fatica.
A settembre avevo oramai raggiunto il metro e novanta e, sempre magro, ero decisamente più nerboruto.
Mio padre ripartì verso il suo lavoro ed io ritornai a scuola, ma, anche quell’anno, andai una volta ad aiutare lo Zio.
Abbandonai la strada dopo le ultime case del borgo e percorsi il sentiero di ghiaia che portava ai vari appezzamenti. Alla mia sinistra, disposti a terrazze, si alzavano vari terreni; quello dello Zio stava sulla destra: uno dei primi dopo la via principale.
Lo vidi appena superato l’angolo del box di lamiera, chino sull’orto là accanto. Alzò la testa e mi fissò accigliato: forse non mi aveva riconosciuto subito.
«Ecco il boscaiolo», disse poi, cercando il suo tono sardonico, che però, questa volta, gli uscì meno bene del solito.
Quel giorno lavorai duro, segando tronchi e spaccando legna, senza che lo Zio trovasse alcunché da eccepire.
Restavano ancora da tagliare i rami. Mi avvicinai al ciocco e cominciai. Lo Zio stava distante e mi fissava: capii che era indeciso.
I pezzi di legno saltavano in ogni dove, ma oramai sapevo fare quel lavoro con una certa maestria, e così, preso un nuovo ramo, controllai, al colpo successivo, dove andava a finire il pezzo.
Spostai la mano che teneva il ramo verso il mio busto e calai l’accetta con più forza: il pezzo volò a sinistra dello Zio. Sentii la tensione crescere in lui; anche in me qualcosa fremeva, non le mani però.
Feci mezzo passo a sinistra e diedi un nuovo colpo: il pezzo volò alla destra dell’uomo.
Allontanai quindi il ramo verso l’esterno e abbattei risolutamente la lama; prima che il legno avesse concluso la sua parabola avevo già lasciato il ramo, che cadde a terra, e l’accetta, che rimase conficcata nel ciocco.
Il pezzo, girando su se stesso, atterrò blandamente sulla spalla dello Zio. Senza dire nulla l’uomo partì subito alla carica.
Vidi la sua faccia accesa venirmi contro; quando mi fu quasi addosso afferrai il suo pugno, già scattato nella mia direzione, e mi spostai a lato, lasciando però una gamba fra le sue.
Perse l’equilibrio: era oramai destinato a cadere, ed io ne rallentai la caduta con il ginocchio e tenendolo per il polso, trovandomi la sua larga schiena e la sua nuca calva che scendevano lentamente ed inesorabilmente sotto i miei occhi.
Con la mano libera gli assestai un pugno sul grosso orecchio, dopodiché mi piegai con lui: lo accompagnai fino a terra, puntandogli un ginocchio sulle reni e torcendogli un braccio dietro la schiena.
Lo sentivo contrarsi sotto di me, sbuffare cercando di liberarsi. Teneva la testa voltata a destra, schiacciata al suolo, e zolle di terra gli entravano in bocca, mentre lui, rosso come non mai, soffiava e sputava per allontanarle.
Afferrai il braccio ritorto anche con l’altra mano e mi abbassai verso il suo viso, fino a sentire l’odore del suo alito.
«Non mi devi picchiare più, capito? Non ci provare!», gli dissi nell’orecchio colpito. Vedevo il suo profilo; lui invece, con la testa rivolta a lato, non mi vedeva: sbuffava forte e sembrava non avermi nemmeno udito.
«Hai capito?», insistetti, aumentando la tensione del braccio. Emise un gemito.
«Se ci riprovi ti lascio secco in un canale. Hai capito?». In quel momento mi sentivo realmente capace di tutto.
«Sì», rispose.
Lo liberai e mi rimisi subito in piedi, rimanendo in guardia a qualche passo da lui. Lui si rialzò lentamente, spolverandosi i vestiti dal terriccio.
«Beh?!», esclamò sgarbato, accorgendosi che lo fissavo in attesa. «Riprendi quello che stavi facendo, no?».
Così feci.
Verso il tramonto, riposti gli utensili, ci avviammo verso casa uno dietro l’altro, senza dire una parola: come sempre.
Tornai ancora ad aiutare lo Zio: continuò a trattarmi rudemente e a darmi ordini in malo modo, ma è forse superfluo aggiungere che non mi picchiò mai più.
Nei giorni successivi al fatto, la mano che aveva sferrato il pugno − la destra quindi, essendo la sinistra occupata a tenere il braccio dello Zio − mi fece un po’ male, e così fui costretto a scrivere con l’altra.
Dopo quella volta presi l’abitudine a scrivere, di tanto in tanto, con la sinistra, fino a che mi resi conto che così mi riusciva decisamente meglio.
Un giorno, seduto in cucina, stavo scrivendo con la mia nuova grafia tonda − tanto diversa dalla mia precedente scrittura da gallina – quando sentii mio padre avvicinarsi da dietro. Sperai che, approfittando del fatto che stavo seduto, mi desse un pugno sulla testa, dicendomi come un tempo che non capivo un cazz’.
Si fermò a guardare sopra la mia spalla cosa stessi facendo; a me scappava già da ridere, ma seguitai a far finta di nulla. Udii il fruscio della sua camicia mentre alzava il braccio. Fermai la penna, in attesa: lui allungò la mano e la appoggiò sui miei capelli.
«Bravo!», mi disse, accarezzandomi la testa, dopodiché proseguì oltre, uscendo dalla stanza.
La vista mi si offuscò, così chiusi gli occhi; dopo un attimo, quando furono nuovamente sgombri, li riaprii e ripresi a scrivere.