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R. Kipling Il risciò fantasma e altri racconti dell’arcano, Adelphi, Milano, 1999

 

Forse aveva davvero ragione Renato Serra quando diceva che Kipling è l’autore che meglio di altri sa trarsi d’impaccio nel momento più difficile di un romanzo, l’incipit. Basterebbe leggere quello con cui disinvoltamente dà il la a quel breve e meraviglioso racconto che è Il risciò fantasma che assieme ad altri costituisce il volumetto con cui nel 1888 esordì: “Uno dei pochi vantaggi dell’India sull’Inghilterra è la facilità nel fare conoscenza”, frase, questa che la dice lunga sulla profonda consapevolezza che il suo giovane autore aveva di ciò che l’impero britannico sarebbe stato  per  il mondo, ma anche su ciò che esso avrebbe rappresentato per l’immaginario collettivo. Che cos’era in fondo il romanzo esotico e l’India stessa prima che lui ce la narrasse? E anche se quelle immagini appaiono ora falsate dal diaframma dell’imperialismo oramai smascherato e si agitano nella nostra memoria sfuocate come simulacri di un mondo che non c’è più e nel quale nessuno più crede, come potremmo noi oggi raccoglierle e confrontarle con quelle vere e drammatiche del mondo uscito dal colonialismo? Il desiderio di conoscere la verità su un luogo e sui suoi abitanti nasce anche  dalla necessità di sgombrare il campo dai luoghi comuni con cui essa è stata ammantata. E molto spesso sotto la crosta, anche quando questa è molto spessa, si nasconde la sostanza.

Tolta dunque la pesante corteccia di cantore dell’imperialismo con cui egli stesso si presentò al mondo, di Kipling a noi oggi resta lo scrittore. È a quest’ultimo che bisogna guardare per riconoscerne il talento senza per questo intentare processi, in questa sede oziosi, alla storia. Quando infatti egli scriveva dell’India e di Mowgli quella era l’unica India che ci era data di conoscere. E come non credergli? D’altronde non è un caso che egli abbia scelto per il suo esordio una serie di racconti che definisce “eerie”, dell’arcano, fatti cioè, che non hanno mai trovato un’adeguata spiegazione e che nella prefazione senza tanta enfasi chieda al lettore  di prestarvi fede “da cima a fondo”. Vero era dunque il mondo che egli da lì a qualche anno ci avrebbe narrato così com’era vero l’uomo che lo rappresentava. Prolificità, quale in abbondanza egli ne ebbe, e talento sono le doti che contraddistinguono lo scrittore di razza da quello di circostanza. Ma esse hanno pur la necessità di abbeverarsi ad una realtà, ad una serie di luoghi, di fatti e di personaggi, ad un mondo insomma al quale anche la più spregiudicata fantasia non potrebbe mai giungere e la citazione shakespeariana (“Ci sono più cose in cielo e sulla terra…”) che ritroviamo nel suo primo racconto che, lo ripeto, è veramente un piccolo gioiello, ancora una volta non è casuale. Quel mondo, l’Inghilterra delle colonie, detestabile se letto con categorie moderne, quello stesso mondo che a Yalta Churchill cercò disperatamente di salvare dall’inevitabile declino, era l’humus sul quale crebbe il suo talento.

Presi insieme, scrittore e cantore, costituiscono l’uomo Kipling, quel portentoso genio che seppe con una frase coniare tutto ciò che era stata l’era dei grandi imperi d’Europa e delle loro conquiste (“il fardello dell’uomo bianco”), delinearne gli attori con le loro controfigure, distinguere ciò che era selvaggio ed incivile da ciò che invece non lo era, passando da un estremo all’altro con l’eleganza e la raffinatezza che solo i più scaltriti conoscitori della vita e del mondo posseggono. E se, senza pregiudizi, rileggiamo i suoi primi racconti, ai nostri occhi si spalancherà un universo mai prima immaginato. Le cavalcate di Kitty e di Pansay sono infatti quelle lunghe ed interminabili di Metzergestein  di Poe, così come l’oscuro senso di colpa che pesa sulla coscienza del protagonista fino a condurlo alla pazzia è lo stesso che ritroviamo ne Il cuore rivelatore. E quella ricercata mondanità dei pranzi e delle cene descritte sia pur sommariamente è la stessa che ritroviamo in Lawrence, ma anche in Turgenev e in Tolstoj. Sapore d’Europa e di mondo pur nella scalcinata e colonizzata India con i suoi modesti risciò da bazar a pannelli gialli e i jhampani in livrea bianca. Quella libera, spregiudicata e lunare Kitty con la sua testolina piegata dal vento diva romantica e preraffaellita, allo stesso tempo servile ed emancipata. E ancora la scoperta dal lato oscuro ed inconscio dell’essere umano con tutti i suoi orribili spettri, tanto da far pensare a Le horla di Maupassant. Senso di impotenza e di frustrazione, senso di una sconfitta e di un inevitabile scacco della mente persa nel suo inespugnabile labirinto, quello stesso che di lì a poco avrebbe saputo costruire con tanta perizia Kafka. E non sembra di incontrare lo Stevenson de Il padiglione delle dune quando con il protagonista de La strana cavalcata Morrowbie Jukes cavalchiamo lungo la spiaggia deserta? E l’elenco, per i lettori più avvertiti di me, potrebbe continuare a lungo.Non c’è che dire. Tutta la grande letteratura sembra essersi data convegno in queste poche pagine. Ma tutto ciò per dir che cosa? Semplicemente questo: c’era una volta una nazione sovrana dei mari di fronte alla quale tutto il mondo s’inchinò, ma che la storia poi s’incaricò di giustiziare. Regno Unito era il suo nome. C’è uno scrittore di fronte al quale tutta la letteratura si è inchinata, ma il cui talento non cessa di suscitare stupore. Rudyard Kipling è il suo nome.  

   (M. A.)

 

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