DEI VERI GUERRIERI
Ken Kamoche
traduzione di Giovanna Zunica
Titolo originale: True Warriors, pubblicato in Crossing Borders Magazine, n° 12, anno 2007, edito dal British Council
http://www.crossingborders-africanwriting.org/magazine/issuetwelve/
Chege aveva sempre saputo che suo padre lo disprezzava. Fin da quando era un bambino e scorrazzava per il sentiero polveroso del villaggio, spingendo una macchinina fatta in casa con cartone e spago. Cresceva tormentato da domande che non avevano risposte chiare. Perché Baba Muga lo guardava come se lui non fosse suo figlio, con gli occhi che dicevano odio invece che amore?
Era circa dall’età di tre anni che Chege coglieva, afferrandola solo vagamente, la diceria che sua madre avesse utilizzato i semi di un’ignota calebassa. Queste parole a lui dicevano poco. Però aveva sentito dire dalle donne del villaggio che, quando lui era nato, Baba Muga non c’era, era nella foresta. Quando venivano delle donne in visita, dicevano che lui non somigliava a nessuno del clan, a parte sua madre. Il piccolo Chege intuiva dai loro occhi maliziosi che quelle parole non erano adatte, come diceva sua madre, alle orecchie ignare e delicate di un bambino.
Ma perché aveva un aspetto così diverso da suo fratello maggiore, Muga, che era il ritratto sputato del padre, con quegli gli occhi intelligenti, le mascelle ben disegnate e un mento che si affacciava intrepido e fiero?
‘Ai!’, esclamavano le donne, ‘da dove verranno questi begli occhioni languidi, e il labbro superiore così pronunciato? Certo non da suo padre, eh?’
Chege era alto quasi come Muga, anche se aveva cinque anni di meno.
Muga era il cocco del clan. Sveglio e sicuro, fin troppo obbediente, rapido come una freccia quando lo mandavano a fare una commissione, parlava con una chiarezza e un’attenta ponderazione che suscitavano sguardi di meraviglia negli adulti, stupefatti che quelle parole venissero da una bocca così giovane. All’udire la saggezza delle sue parole, gli zii e le zie si scambiavano sguardi eloquenti, come a dire ‘questo ragazzo ha il contegno e la stoffa del leader’. Alcuni rivedevano in lui il nonno, Mzee Njuguna, il veterano della Seconda Guerra Mondiale. Muga se n’era stato appollaiato sulle ginocchia del suo onorato nonno, ad ascoltare storie sul coraggio di uomini che avevano combattuto in terre forestiere e lontane. Aveva soltanto due anni quando il grand’uomo morì.
Il clan pensava che Muga fosse stato unto dal vecchio guerriero e tutti ne accettavano le implicazioni come se fossero fatti. Se nel suo passato c’era questo segno, allora sarebbe sicuramente diventato un guerriero fiero e temuto. Alcuni dicevano che i britannici avevano già rinunciato al Kenya e che non vedevano ragioni per non concedere l’indipendenza. Ma ciò non impediva ai visitatori della fattoria di Njuguna di riporre nel giovane Muga aspettative ambiziose circa la luce che egli avrebbe fatto risplendere sulla gente del villaggio di Shambai-ini e ben oltre.
A Chege non erano toccati simili elogi. Non aveva mai conosciuto il vecchio, essendo nato tre anni dopo la caduta del guerriero. Vedeva la derisione negli sguardi delle donne del villaggio, quando gli perlustravano la faccia, cercando di trovare somiglianze con qualche noto donnaiolo. Gli palpavano un orecchio, tastavano la consistenza morbida dei suoi capelli e si scambiavano sguardi d’intesa.
Baba Muga lo aveva sempre guardato come se fosse un ospite che si era trattenuto troppo a lungo. Come se si aspettasse di vederlo congedarsi, per non tornare più a oscurare la soglia della loro umile dimora con la sua figura esile e allampanata e quegli occhi profondi e infossati dei quali sua madre una volta aveva detto che fissavano l’interno della testa per cercare la saggezza che sicuramente lì dentro doveva esserci. Commento al quale il padre aveva ribattuto che quegli occhi avevano timore di osservare il mondo reale che gli si dispiegava davanti, un mondo che lo scherniva, sfidandolo ad attraversare una linea nella sabbia che lui fingeva di non vedere neppure.
Chege sopportava l’umiliazione costante e l’aperta ostilità con una pazienza che non faceva che accrescere il risentimento di Baba Muga. Nella sua mente, egli si assimilava a Gitu, il matto del villaggio, che viveva da solo in un compound circondato da una selva impenetrabile e cespugli che si innalzavano per tre metri e, si diceva, dimoravano serpenti e bestie infide d’ogni sorta.
Benché Chege avesse visto Gitu una volta soltanto, da un sentiero non battuto a distanza di sicurezza, riteneva di conoscere la solitudine di quell’uomo. Uno che poteva vivere come un eremita, senza bisogno di nessuno e senza curarsi se il villaggio o addirittura l’intero paese pensava che fosse matto, doveva essere più saggio di coloro che nutrivano paura nei suoi confronti.
Ogni volta che Baba Muga pronunciava parole severe, o indirizzava a Mama Muga una velata minaccia per peccati reali o immaginari, Chege chiudeva gli occhi e tirava un respiro profondo, lasciava che la sua mente si popolasse di immagini di Gitu il matto. In quel modo si sentiva liberato dal tormento e sapeva che sarebbe sempre stato al sicuro, nonostante l’accusa non esplicita di non essere in realtà figlio di suo padre.
Non poteva farci niente. Aveva sentito dire che suo padre per anni era rimasto nella foresta ed era venuto a casa soltanto in due o tre occasioni nel cuore della notte. Crescendo, Chege iniziò a capire che suo padre sospettava che, per la solitudine, Mama Muga fosse finita tra le braccia di qualche codardo del villaggio che non aveva avuto il coraggio di andare a combattere nella foresta.
Ma una cosa Baba Muga non poteva fare: non gli avrebbe mai potuto far credere di non essere il figlio di sua madre.
‘Ho gli occhi della mamma, le sue labbra, la stessa faccia’, disse a sua sorella Lucy che gli chiedeva perché tutti dicevano che i due fratelli erano tanto diversi. ‘Sono suo figlio.’
‘Ma siete tutti e due figli della mamma. Sia tu che Muga. Perciò che c’entra?’
‘Tu non capisci, sorellina. Io sono davvero figlio della mamma.’ Lucy aveva soltanto quattro anni. Scrutava il fratello come se stesse rivelando una di quelle cose incomprensibili predilette dagli adulti.
Mama Muga non disse mai una parola sull’argomento e Chege non si azzardò mai a chiedere nulla. Le voleva troppo bene per ferirla dando voce al tacito sospetto di suo padre. Ma ogni volta che i suoi genitori avevano una discussione, vedeva la rabbia repressa negli occhi del padre, percepiva il risentimento fendere acutamente il suo privato schermo protettivo, come se lui fosse stato un ufficiale coloniale o un traditore della home guard nera(1) che pativa il simi(2) affilato di suo padre. Più si sentiva respinto da Baba Muga, più si beava dell’amore incondizionato del quale sua madre lo inondava. E così svolazzava come un pipistrello nel buio, in quel limbo confuso tra gli opposti sentimenti dei suoi genitori.
Per anni visse con questi pensieri e preoccupazioni, trattandoli come sintomi di una malattia che poteva essere soltanto sopportata, ma non curata. Così, riuscì a crearsi una piccola oasi di pace in una casa avvelenata dagli incessanti monologhi e lamentele carichi di invettive di Baba Muga. Non si azzardava a condividere il suo travaglio con il fratello Muga e tanto meno con Lucy, che era di otto anni più piccola. Se notava qualcosa, Lucy fingeva di non accorgersene. Quando sentiva il padre rimproverare Chege, la piccola si paralizzava e restava muta, pregando di non attirarne la collera anche su di sé.
Ma Baba Muga le prestava ben poca attenzione. Era solo una femmina.
Chege sapeva di valere quanto suo fratello maggiore Muga e forse di più. Un giorno suo padre avrebbe saputo che anche nelle sue vene scorreva sangue di guerriero, che Baba Muga avesse o no a che farci. Con un nuovo lavoro al Ministero dello Sviluppo Economico, le cose cominciavano a mettersi meglio.
Baba Muga entrò barcollando nel compound. Imprecando a bassa voce. Assalito dai conati e in procinto di vomitare da un momento all’altro, come di solito succedeva quando tornava a casa la sera, avendo passato praticamente tutta la giornata a bere muratina(3) illegale di zucchero di canna al bar di Gichohi. I suoi occhi iniettati di sangue, carichi di un misto di paura e sospetto, si rifiutavano di mettere a fuoco ciò che avevano davanti.
Il suo cane gli corse incontro e cominciò a leccargli gli scarponi. Lui lo allontanò con una pedata ma la bestia continuò a saltellargli veloce tutt’intorno sulle zampe posteriori, invitandolo a ballare.
Lui si girò di scatto con un movimento che quasi lo buttò a terra a gambe all’aria. Gettò un’occhiataccia al cancello come se fosse stato un borsaiolo che lo seguiva di soppiatto, in attesa del momento buono per scippargli il portafogli vuoto. Lo chiuse con un calcio, e cadde a terra. Il cane dallo spavento se la filò abbaiando eccitato.
Baba Muga restò lì fermo per vari minuti. Soltanto dopo che il cane fu tornato e prese a leccargli la faccia, trovò la forza di tirarsi in piedi e di trascinarsi in casa. Chege e Lucy se ne stavano seduti in silenzio, preparandosi a un’altra esplosione di monologhi da ubriaco.
Baba Muga si mordicchiava le labbra e risucchiava le guance, come se stesse mangiando parole senza suono che gli sfuggivano per il naso sotto forma di sospiri angosciati. Indossava una giacca in più per tenere a bada il freddo di luglio che discendeva sul villaggio come una nebbia. Non era più il trentenne che si era unito ai combattenti per la libertà, vivendo come un animale selvatico nelle foreste che avvolgevano Mount Kenya e gli altopiani di Aberdare.
All’inizio del suo periodo nella foresta, di notte il freddo era stato così pungente che aveva creduto di non sopravvivere. Ma come avrebbe potuto cedere? Sarebbe stato come scappare al circoncisore. Baba Muga rifletteva spesso su quell’epoca in cui era un impavido combattente per la libertà, quando rischiava la vita per liberare il Kenya dal regime coloniale britannico. Con la testa vacillante per l’effetto della muratina della giornata, osservava la moglie preparare la cena, piegata sul jiko(4) a carbone come l’aveva sempre vista fare da quando l’aveva sposata. Era come se nulla fosse venuto a migliorare la loro vita, vent’anni dopo che il Kenya aveva conquistato l’indipendenza. L’Uhuru(5) era arrivata in questo paese, ma era come un vento cattivo che soffiava promesse false sulla povera gente del villaggio. Baba Muga sapeva che il tempo gli stava scivolando via in fretta. Non avrebbe mai goduto dei frutti dell’Uhuru. Aveva quasi sessant’anni, con due figli grandi e una figlia che aveva raggiunto l’età alla quale i giovani del villaggio la guardavano con bramosia, esprimendo le loro intenzioni perniciose con ammicchi e fischi.
Introdusse in entrambe le narici una presa di tabacco bruno e chiuse gli occhi. Gli ballavano le mani. Le labbra gli tremavano come se stesse cantando una canzone priva di parole. Poi dalla faccia gli esplose lo starnuto, che gli scosse il corpo, inondandogli la faccia di catarro. Guardò nelle braci del jiko a carbone di sua moglie e vide le fiamme che radevano al suolo le capanne mentre gli ufficiali coloniali e i loro soldati africani della home guard cercavano simpatizzanti Mau Mau nelle riserve del villaggio. Con un brivido ricordò come gli agenti rubicondi, che sembravano appena svezzati dai seni materni, costringevano uomini adulti a scavare fosse, e sparavano loro e ordinavano alle loro donne di seppellirne i corpi già nelle fosse, per poi stuprarle nella boscaglia e nelle baracche di legno del loro quartiere militare da poco fortificato.
‘Che Gesù ci protegga’, sussurrò Mama Muga senza alzare lo sguardo. ‘Non ho mai capito che bisogno c’è di questo tabacco che fa starnutire la gente in un modo che sembra che la stiano ammazzando. O questa muratina. Perché alla gente piace perdere tempo e denaro in questo modo? Mentre noi soffriamo, con quel poco di denaro che ci dà la fattoria. E pensare che la terra offre i suoi frutti come se glieli avessero strappati dall’utero…’
‘Ma non può lasciarmi in pace questa donna che ho sposato, eh?’ Brontolò Baba Muga, nettandosi la faccia con la manica.
Lucy e Chege si scambiarono un’occhiata. Non avevano mai smesso di stupirsi per l’abitudine dei loro genitori di rivolgersi l’uno all’altro in modo indiretto, come se stessero parlando a qualcun altro.
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1) La Home Guard (Guardia Nazionale) era un corpo di soldati reclutati dal governo coloniale britannico nella popolazione locale allo scopo di contrastare la resistenza Mau Mau.
(2) Tipico coltello Gikuyu.(3) Una bevanda alcolica fermentata prodotta a partire da zucchero di canna e frutti di muratina (Kigelia africana, famiglia Bignoniaceae).
(4) Focolare per la cottura dei cibi.
(5) L’indipendenza (in swahili ‘libertà’).