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André Jolles,  I travestimenti della letteratura, 

Milano,  Bruno Mondadori, 2003

 

Apprezzato studioso olandese di fama internazionale, ma anche figura tormentata, discutibile e scomoda (aderì con convinzione al nazismo nel fatidico ’33), André Jolles (1874-1946) è stato senza dubbio, nella folta schiera dei grandi interpreti  del patrimonio artistico antico e moderno vissuti a cavallo dei due secoli, uno dei più originali e seducenti. Il suo libro più celebre e fortunato anche nel nostro paese è certo Forme semplici (1930), nel quale, avvalendosi di un approccio metodologico decisamente inedito, prese in esame – come ha ricordato qualche mese fa Umberto Eco ragionando per l’appunto di forme semplici e forme brevi di ieri e di oggi – “alcune forme letterarie, in massima parte tipiche della cultura popolare, che si caratterizzavano per la loro brevità, ma soprattutto per la loro semplicità strutturale, nel senso che erano e sono sempre state regolate da alcune leggi che i loro autori (talora non individui ma intere comunità) seguivano fedelmente. Erano, per esempio, l’indovinello, il motto di spirito, ma anche il mito, il racconto, la leggenda”. 

Il bel volume efficacemente e con giusta ragione intitolato I travestimenti della letteratura (Milano, Bruno Mondadori, 2003) propone per la prima volta al pubblico italiano la parte più interessante della produzione critica e teorica di André Jolles, questo intellettuale poliedrico, geniale, sfuggente che fu prossimo alla rivoluzionaria lezione ermeneutica di Warburg e alla grande ricerca storiografica di Huizinga, e che per troppo tempo – non solo in Italia – è stato trascurato, banalizzato e frainteso. Così, grazie al meticoloso e raffinato lavoro filologico di Silvia Contarini – studiosa bolognese alquanto apprezzata per i numerosi contributi dedicati alla letteratura e al pensiero moderni e contemporanei –, possiamo ora inserire l’atipico profilo intellettuale di Jolles nel suo tempo fervido e terribile, nonché leggere in una traduzione esatta e felice sia Forme semplici, sia parecchi dei saggi che lo precedono, senza i quali – come ben sottolinea Ezio Raimondi nell’intensa ed elegantissima Premessa al libro –  l’affascinante e travagliata parabola culturale ed esistenziale tout court di André Jolles non può venir compresa in maniera appagante.

E’ un fatto che i risultati fondamentali cui Jolles pervenne in Forme semplici costituiscono la conclusione di un lungo e complesso percorso di studio e di meditazione, che rivela fra l’altro un’attenzione e una sensibilità non comuni per tutte quelle discipline che oggi chiamiamo, a torto o a ragione, scienze umane. Già alla fine dell’Ottocento l’impegno interpretativo del critico olandese dà i suoi primi frutti personali nel saggio Folklore e scienza dell’arte (1898), denso di preziose e inconsuete riflessioni  antropologiche, ma in seguito si concentra specialmente sul contesto culturale e sulle opere di protagonisti della letteratura medievale quali Dante e Boccaccio ed approda, infine, al labirinto della novella europea, che viene considerata come momento ove convergono e si fondono il divenire delle tradizioni e delle culture dei popoli e le individualità degli scrittori, che le reinventano – talora mirabilmente – osservandole attraverso le lenti  della propria creatività.  Anche questi rapidissimi, sommari accenni possono fare intendere, credo, quanto Jolles possa ancor dire e dare non soltanto agli “addetti ai lavori”, ma pure ad ogni persona davvero attratta dalla letteratura e dalle altre arti, dalle mille e mille occasioni e prospettive che le Muse continuano generose a donarci.

 

(Davide Monda)

 

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