Edmond Jabès a Bologna –(intervista rilasciata nel dicembre 1983)
Magda Indiveri
Bologna
Pubblichiamo l’intervista che Edmond Jabès ci rilasciò nel dicembre ’83 in occasione della sua venuta a Bologna a presentare, presso l’associazione culturale Italo-Francese, il volume “il libro delle interrogazioni”. La sua presenza in città fu una vera esperienza conoscitiva.
Il libro, l’ascolto, il silenzio che parla, la forma, l’affondo in se stessi: memoria di un dialogo ormai lontano che continua, ci pare, a fare eco in noi.
Cercare di conoscere una persona attraverso ciò che è stato scritto di lei è un po’ come prepararsi a un viaggio studiando mappe e guide turistiche; solo così la conoscenza si trasforma nel piacere del riconoscimento, e in quel prefisso –ri si accumulano tante cose, non ultima anche una parte di noi stessi.
Vale la pena di portare a termine una iniziazione così precisa per un incontro con Edmond Jabès, 72 anni, ebreo, parigino, collega ed amico di Blanchot, recensito da Derrida, uno dei grandi poeti di cui la Francia dispone.
Oggi, grazie al ponte gettato tra noi e lui dalla traduzione di alcune sue opere nella collana “in forma di parole”, diretta da Gianni Scalia, non è più solo riconosciuto da pochi, ma conosciuto da molti: un primo effetto, nella primavera scorsa, il conferimento del premio Pier Paolo Pasolini, e poi una serie di letture e conferenze in giro per l’Italia.
Ecco Jabès a Bologna, con la moglie Arlette, e la prima cosa di cui si parla, dopo le presentazione, è di altri incontri già avvenuti, negli stati Uniti. Il contatto con la gente è un rischio, ma per questo rischio vive Jabès; si lamenta, infatti, di non saper fare il conferenziere (ma in realtà incanta), dice di preferire la semplice lettura delle poesie e che poi sia il pubblico a reagire, a “poser des questions”. Racconta di una donna a Roma che gli si è gettata tra le braccia singhiozzando per l’emozione di una sua poesia. Poi, nella seconda sera a lui dedicata, svoltasi presso l’Associazione Italo-Francese, lui stesso manifesterà soddisfazione perché via via le domande del pubblico assumevano un carattere più intimo, più vicino al testo, erano un vero dialogo.
Ma il primo contatto avviene davanti a una tazza di thè; ha un viso quieto e sorridente, la voce profonda. Chi dovrebbe intervistarlo, domandare, sta in silenzio. E lui, meravigliosamente, risponde da solo alle domande che non gli faccio, quelle che mi ero segnata prima di incontrarlo sulla base di articoli scritti da altri. La prefigurazione formatasi dentro di me di questo poeta singolare prende corpo e voce, si arricchisce di particolari.
Davanti a lui non si riesce a parlare, come non ce ne fosse bisogno; e Jabès, la sera della conferenza, ha parlato a lungo del silenzio.
“Quando due persone parlano, quando una delle due mobilita la parola, come faccio io stasera, e l’altra riceve, che cosa succede? Succede che il più attivo dei due non è chi parla, ma chi tace, perché chi ascolta fa già dentro di sé le domande e le risposte, emette giudizi. Se immaginiamo che uno parli a lungo, mentre l’altro osserva il silenzio assoluto, quando quest’ultimo prenderà la parola, la maggior parte delle volte, sarà una domanda ad uscire dalla sua bocca. Non può esistere la parola se non c’è l’altro che le dà dimensione giudicandola. L’altro è necessario perché ci permette di parlare a noi stessi; non possiamo raccontarci una storia all’orecchio, abbiamo bisogno dell’altro che ci rinvii le parole.”
Il dialogo, dunque, è fatto di silenzio, così come la memoria è fatta di oblio. Un silenzio di cui Jabès ha fatto esperienza nel deserto, quando viveva al Cairo, prima di esserne cacciato. Da quattro secoli la sua famiglia viveva in Egitto, ma Jabès ha dovuto conoscere la condizione dell’esule, trovando in essa una speciale rassomiglianza con quella dello scrittore. La sua prima raccolta di versi fu pubblicata alla fine della guerra; qualche anno dopo, ormai ambientatosi a Parigi grazie all’aiuto di tanti amici, pubblica “Il primo libro delle interrogazioni”, primo ad essere tradotto in italiano.
Esule due volte, come scrittore e come lettore: Arlette racconta, in un momento in cui lui si è assentato, della sua biblioteca sequestrata al Cairo, e della piccola parte che si era salvata grazie a un amico greco, sistemata in una cantina a Parigi e totalmente persa in un’alluvione. Uno scrittore è prima di tutto un lettore. Jabès non parla della sua biblioteca, ma nella conferenza notava che “il lavoro dello scrittore non è solo di giustapporre delle frasi una dopo l’altra e fare una storia, è piuttosto mettersi all’ascolto dell’articolazione del libro; un libro mal fatto è un libro mal letto dal suo autore…”
E’ facile vedere il suo nome sui giornali accompagnato, è successo anche recentemente, dall’etichetta di “scrittore difficile”. Forse perché i suoi testi preannunciano le filosofie del linguaggio oggi di moda, o perché si rifanno alla tradizione cabalistica; nonostante questo (“ogni buon libro che sia tale è difficile, e al tempo stesso non lo è”, replicava lui, “trovo più difficili le previsioni metereologiche”), le sue parole sono semplici e giungono dirette. Nella serata di lettura, quando l’eco della sua voce si è spento al termine dei versi, si è registrato un silenzio carico di tensione e di emozione, come se le sue parole fossero state assunte dal pubblico, fossero divenute le loro. Probabilmente stava saldandosi il cerchio perfetto del dialogo.
“Il vero dialogo si ha dopo, quando si ricorda quel che si è detto, ci si rimprovera, ci si giudica, allora si parla. Prendiamo due esseri che si amano, che stanno tutta la giornata insieme dicendosi migliaia di cose; quando a sera si separano, sentono il bisogno di scriversi, perché quel che è essenziale dire può essere detto solo nella solitudine e nel silenzio.”
Il luogo privilegiato per un dialogo di questo tipo non può essere che il libro; poiché un libro “segue il ritmo della nostra respirazione, a volte concitato, a volte ampio, e in esso le risposte si aprono a domande sempre più fonde.”
Dunque non resta che andare ad incontrare Edmond Jabès, o noi stessi, sulla soglia del “primo libro delle interrogazioni” per iniziare il vortice delle domande: “Che accade dietro questa porta?”
“Sfogliano un libro”.
Edmond Jabès ,Il libro delle interrogazioni, Reggio Emilia, Elitropia edizioni 1982, libro sesto di “In forma di parole” a cura di Gianni Scalia.
(Edmond Jabès è morto a Parigi nel 1991 )