PER IPAZIA, VITTIMA INSIGNE DEL FANATISMO
GIOVANNI GHISELLI
Il film Agorá di Alejandro Amenábar racconta la vita e la morte di Ipazia, una studiosa di rara levatura culturale e morale uccisa nel 415 d.C. da monaci fanatici detti parabolani, un’orda sanguinaria istigata al massacro dal vescovo Cirillo di Alessandria d’Egitto. Erano calati come uccelli neri e sinistri dai monti della Nitria.
Fine primario di queste mie note è offrire alcune coordinate – rapide ma, voglio credere, puntuali – circa questa insigne ‘martire del pensiero’. Utilizzo fonti antiche, tutte scritte in greco: la Storia Ecclesiastica di Socrate Scolastico, un apprezzato storiografo della Chiesa; le Epistole di Sinesio, un discepolo di Ipazia, neoplatonico e pure cristiano illuminato, che divenne vescovo di Tolemaide e morì poco prima di lei, addolorato soprattutto per non essere vicino allo “spirito divinissimo” di questa donna straordinaria; un epigramma di Pallada, maestro nella scuola di Alessandria allontanato dall’insegnamento in quanto non cristiano; tutti questi autori furono contemporanei di Ipazia.
Nella chiusa dell’epistola 5, indirizzata al fratello, Sinesio scrive: “Salutami anche la veneratissima filosofa da Dio prediletta, e la beata schiera che ascolta la sua mirabile voce”. L’epistola 16 è l’addio dal letto di morte a Ipazia, che viene definita “madre, sorella e maestra, mia benefattrice in tutto e per tutto, essere e nome quanto mai onorato”.
Altre notizie ricavo dalla Vita di Isidoro di Damascio, l’ultimo scolarca dell’Accademia neoplatonica di Atene, fatta chiudere da Giustiniano nel 529. Anche Filostorgio, un altro storico della Chiesa, scrisse su Ipazia. Tali testimonianze sono concordi nel presentare Ipazia come intelligente, bella, generosa, indipendente. Se ne ricava, invero, un’immagine di assoluta dignità e libertà. Sinesio scrive che l’Egitto tiene desti i semi di sapienza ricevuti da Ipazia. Atene, al contrario, che fu un tempo sede di sapienti, viene ora onorata solo dagli apicultori. La coppia di sofisti scolari di Plutarco rimastavi attira i giovani non con la fama dell’eloquenza, ma con anfore di miele dell’Imetto (Ep. 136)
All’inizio del V secolo, Alessandria era un centro commerciale e culturale tra i più importanti dell’impero romano d’Oriente, ma pure una città turbolenta e pericolosa, specie per la presenza di tre gruppi religiosi che si facevano guerra: ebrei, cristiani e pagani.
Gli Ebrei minacciati da Cirillo tramarono un’insidia contro i Cristiani e ne uccisero un gran numero in un agguato notturno. Cirillo reagì facendo radere al suolo le sinagoghe dei Giudei che vennero pure allontanati dalla città. Gli Ebrei risultano essere i più sanguinari dal testo di Socrate scolastico.
Il prefetto Oreste era loro alleato contro Cirillo.
Ma vediamo anzitutto i testi, a partire dall’epigramma di Pallada, che invoca la donna come una dea degna di profonda venerazione: “Quando ti vedo, mi prostro davanti a te e alle tue parole, / vedendo la casa astrale della vergine, / infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto / Ipazia sacra, bellezza delle parole,/ astro incontaminato della sapiente cultura” (Antologia Palatina, IX, 400).
Ipazia nacque intorno al 370. Era figlia e scolara di Teone, un matematico celebre soprattutto per i suoi studi astronomici. La scuola matematica di Alessandria era stata fondata da Euclide agli inizi del III sec. a. C. Di qui uscì la prima ipotesi eliocentrica formulata da Aristarco. La discepola divenne presto più brava del padre- maestro e si diede a sua volta a insegnare, superando di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei.
Damascio nella Vita di Isidoro dice che era “più nobile del padre”: non si accontentò del sapere matematico, ma non senza altezza d’animo si dedicò al “resto del sapere” (77, 1-4). Sinesio seguì la strada della filosofia e scrisse che il sacerdozio non è un distacco verso il basso dalla filosofia, ma un’ascesa verso di essa (Ep. 11).
Ipazia ereditò la scuola neoplatonica che era stata di Plotino e spiegò le scienze filosofiche a tutti quanti lo desideravano. Al pari del grande Socrate ateniese, pure lui assassinato, non accettava denaro. Conosceva Platone, Aristotele e le opere di tutti gli altri filosofi maggiori. Chi voleva pensare in modo filosofico correva da lei. Era ammirata dal popolo per la magnifica libertà di parola, per il fatto che era dialettica nei suoi discorsi, e veniva consultata dai potenti della città per la sua cultura e le sue competenze matematiche, geometriche, astronomiche e filosofiche. Tutti, quasi tutti, la rispettavano, la ammiravano e provavano per lei una sorta di timore reverenziale.
Per questo motivo suscitò invidia, risentimenti e rancori. L’invidia, si sa, è l’anima della congiura dei mediocri contro l’individuo eccezionale. Basti pensare al fortunatissimo film Amadeus di Milos Forman – pur lontanissimo dalla realtà effettuale della storia – sull’affaire Mozart-Salieri. Nel caso di Ipazia era il vescovo di Alessandria, Cirillo, che scoppiava d’invidia: la venerazione, l’ascendente, il potere che pretendeva come capo della religione vincente, andavano a una pagana, a una donna intelligente, colta, e bella per giunta! L’invidia dell’empio prelato divenne perniciosa, esiziale, per Ipazia, non per lui, quando vide una ressa di uomini davanti alla porta della casa di lei. Egli si rose a tal punto nell’anima che tramò la sua uccisione, uccisione tra tutte la più empia (Damascio, Vita di Isidoro, 79). Tutta la città la amava e la ossequiava.
Motivi sessuali non c’erano affatto: Damascio racconta che Ipazia era vergine, sebbene facesse innamorare molti poiché era “molto bella e avvenente” ((77-8-10). Queste parole usate da Damascio richiamano l’inizio del Critone ove Socrate racconta all’amico, che è venuto a trovarlo in carcere, un sogno sopraggiuntogli poco prima del risveglio: “Io vidi come venirmi dinanzi una donna bella e di piacevole aspetto in candida veste; e mi chiamava per nome, e mi diceva: ‘o Socrate, nel terzo dì da questo, a Ftia tu giungerai, ricca di zolle” (44 A-B). “Bella ed avvenente” definisce Damascio la donna che, giunta al più alto grado della virtù pratica, divenuta cioè “giusta e saggia” ha assunto natura divina: la dea Dike, l’amata vergine giusta. Sinesio la chiama “sapiente e acuta”, e Pallada – come s’è visto – “astro incontaminato della sapiente cultura”.
A uno di quelli che la frequentavano, uomo malato d’amore, Ipazia “gettò una delle pezze usate dalle donne per il mestruo e gli disse: ‘questo tu ami, giovane, niente di bello’” (Vita di Isidoro, 77, 14-16). L’innamorato le aveva offerto lo spettacolo della sua passione, un’indecente dimostrazione della debolezza della sua ragione (77, 10-11). Damascio aggiunge che i “discorsi rozzi” affermano che Ipazia avrebbe liberato l’innamorato attraverso la musica (77, 12). Infatti è “rozzo” chi è privo di cultura filosofica, chi non ficca gli occhi nel fondo delle cose. Rozzezza è l’arroganza di chi pretende di sapere. “è una mossa d’attacco, un gesto pedagogico , volto a sedurre ulteriormente il giovane” (G. Beretta, Ipazia d’Alessandria, Editori Riuniti, Roma, 1993, p. 213) .
Damascio usa il termine “contaminazione”. Ipazia ripete il gesto delle “banditrici”, che raccoglievano le pezze sporche di sangue mestruale e le portavano al mare. Questo tabù del sangue si presenta nella cultura cristiana in continuità con la tradizione ebraica. Il concilio di Nicea (325 d.C.) condannò l’Arianesimo: lo animò Costantino I, che emanò una Constitutio de Purificatione a sanguine menstruo con la quale si vietava alle donne di entrare in chiesa durante il periodo mestruale.
Il giovane vergognoso e smarrito per l’indecente dimostrazione assunse un atteggiamento più assennato (Vita di Isidoro, 79, 9-11). Non era indecente il gesto pedagogico di Ipazia: un’“indecente dimostrazione” (79, 11) di sé l’aveva data infatti il giovane! Avviene, variatis variandis, come nel Fedro platonico, quando il cavallo nero è costretto a rinunziare alla soddisfazione dell’istinto (254 D). La parthenos Ipazia/Afrodite compare al giovane in un’azione guerriera: armata del suo sangue mestruale, lo fronteggia e lo costringe a trovare la giusta distanza. L’amore morboso non poteva esser guarito dalla musica, ma dal gesto portentoso della maestra. Il sangue mestruale sarebbe “il simbolo della generazione impura”, la quale, secondo Platone, è quella di chi si lancia a seminar figlioli (Fedro).
Dunque i favori sessuali non c’entrano nell’amore della gente verso Ipazia. Cirillo “si rodeva a tal punto nell’anima che tramò la sua uccisione, fra tutte la più empia”. Si può dire di Ipazia quanto Shelley scrisse di Antigone (quella di Sofocle, va da sé) in una lettera a John Gisborne: “Che sublime ritratto di donna! e che cosa pensi dei cori e in particolare del lamento lirico della vittima simile a un dio? e delle minacce di Tiresia, e del loro immediato compimento? Alcuni fra noi, in una precedente esistenza, si sono innamorati di un’Antigone: ecco perché non troveranno mai completa soddisfazione in un legame mortale!”.
Ma avviciniamoci ora al racconto del ‘martirio’. Si tenga conto che, nel 391, l’imperatore Teodosio aveva fatto distruggere i templi e i luoghi di cultura ellenici di Alessandrina, e aveva promosso una serie di provvedimenti giuridici avversi al paganesimo al fine di suggellare la sua rinnovata alleanza con il vescovo di Milano Ambrogio. Olimpio fu l’ultimo sacerdote del Serapeo e ne predisse la distruzione. Damascio, nella Vita di Isidoro, ne elogia il coraggio: comandava di continuare a sacrificare a Serapide, secondo l’antico costume.
Gli Elleni reagirono allo scherno di Teofilo, che esponeva in pubblico gli oggetti sacri, e uccisero molti cristiani. Quindi si arroccarono nel tempio di Serapide. Poi, spaventati dai clamori della folla, fuggirono. Anche Olimpio scappò la notte prima che il Serapeo venisse distrutto. Sozomeno racconta che Olimpio fuggì in Italia. Lo stesso fece il poeta Claudiano, in seguito ai disordini del 391.
Teofilo, vescovo della città dal 385 al 412, aveva provveduto con sollecitudine, da uomo violento e tirannico qual era, ad eseguire gli ordini di Teodosio, e Cirillo ne fu degno successore fino alla morte (444). Nel 431, al concilio di Efeso, Cirillo proclamò il dogma cristologico di Maria “Madre di Dio” con l’appoggio dell’Augusta Pulcheria. Quindi fu proclamato santo e padre della Chiesa.
Costui detestava Spazia, che diffondeva la filosofia greca, che parlava “in mezzo agli uomini, cioè nell’agorá, con “santa parresìa” (libertà di parola pubblica) a quanti volevano ascoltarla, ed erano molti. Il suo magistero rappresentava, essenzialmente, una resistenza alla volontà di cancellare l’arte e il pensiero dei Greci. All’epoca, la struttura della Chiesa era già fortemente gerarchizzata e basata sull’esclusione delle donne dal potere. I Padri della Chiesa si erano basati non già sul testo rivoluzionario dei Vangeli, bensì su uno dei luoghi comuni codificati e autorizzati da Aristotele. Il filosofo di Stagira nella Politica scrive infatti: “il genere maschile è per natura più atto al comando di quello femminile” (1259b). Il vescovo Cirillo – nel documentatissimo film dianzi citato – gridava che i discepoli di Gesù erano tutti maschi… Tale esclusione delle donne, com’è notorio, si perpetua ancora. Nel 1976 Paolo VI ebbe a dire che la Chiesa “non può ordinare le donne perché l’appello di Cristo alle donne ad essere ‘discepole e collaboratrici’ ma non ministri ordinari non può essere mutato dalla Chiesa”.
In realtà, il vescovo non sopportava che Ipazia fosse un punto di riferimento per il popolo e per i capi politici, a partire dal prefetto augustale Oreste, odiato pure lui dalla gerarchia ecclesiastica al punto che uno dei ‘parabolani’, Ammonio, lo ferì gravemente, colpendolo in testa con una pietra. Poi questo sicario venne processato secondo la legge e fatto morire sotto tortura, quindi Cirillo ne fece collocare il corpo in una chiesa, ne cambiò il nome in Thaumasios (ammirevole) e lo encomiò quale martire della religione cristiana. Sembra prefigurare il famoso e famigerato bandito della Magliana, sepolto con i pii prelati…
Teodosio nel 390 era entrato penitente nella basilica di Milano, mentre Ambrogio stava celebrando il Natale. Si era spogliato delle insegne imperiali attendendo il perdono di Dio. Ambrogio lo aveva scomunicato per il massacro degli abitanti di Tessalonica (maggio 390), che avevano ucciso il comandante supremo delle truppe dell’Illirico, il goto Vithericus. Ambrogio divenne comunque suo alleato contro Evagrio, che usurpava il regno d’Occidente e nel 394 venne sconfitto. La vittoria dunque dipendeva dall’imperatore. Questi doveva suggerire il legame della corte imperiale con la corte celeste perché solo tale legame garantiva l’inamovibiltà dell’imperatore. Teodosio diede spazio alle donne imperiali, perché la loro assidua presenza alle celebrazioni religiose rendeva sempre più manifesto il nesso tra la dinastia e il Dio cristiano. La prima moglie di Teodosio fu Elia Flavia Flacilla, Augusta dal 383, madre di Arcadio e Onorio. Crisostomo la elogiava. Le mogli diventavano Augustae quando partorivano il primo figlio.
Teodosio I morì il 17 gennaio del 395 e suo figlio Arcadio nel 408. Morendo, Teodosio aveva affidato i due figli al fido generale Silicone, che infatti Ambrogio chiamava parens praesens. Arcadio aveva sposato Eudossia, che nel 400 si fece nominare Augusta. Eudossia era in contrasto con Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli dal 398. “Di nuovo infuria Erodiade, di nuovo tuona, di nuovo vorrebbe la testa di Giovanni sul piatto”. Secondo Socrate Scolastico (Storia Ecclesiastica VI, 19), Giovanni Crisostomo pronunciò siffatte parole. Nel 404 Crisostomo venne esiliato in Armenia. Ma il 6 ottobre Eudossia moriva uccisa da un aborto spontaneo. Teofilo era l’alleato più importante di Eudossia, poiché voleva la priorità del vescovato di Alessandria. Crisostomo, in effetti, diceva che ogni donna portava il marchio di Eva. Prevalse Eudossia e Crisostomo andò in esilio. Tuttavia lui fu poi santificato, e lei affatto dimenticata.
Nel 415 l’impero d’Oriente era retto da Pulcheria, figlia di Arcadio e di Eudossia, e nipote di Teodosio il Grande: solo nel 421 il fratello minore Teodosio II, raggiunti i vent’anni, divenne effettivo imperatore. Intorno al 443, Pulcheria riprese il potere. Nel 413 quest’ultima, tutrice di Teodosio II, aveva fatto voto di verginità. Diversamente dalla madre Eudossia, Pulcheria si alleò con gli episcopi cattolici contro gli Elleni. Nel 414 si fece nominare Augusta, e fece le veci di Teodosio II fino al 421. Venne acclamata come immagine terrena della Vergine Theotokos.
Una costituzione del 415 escluse i pagani (gentiles) dal potere. Ad Alessandria comandava Cirillo. Ci fu prima uno scontro fra Giudei e Cristiani, quindi la guerra di Cirillo contro Oreste ed Ipazia. Dopo l’espulsione degli Ebrei, in città scesero i parabolani. Arrivarono in 500 dal deserto montuoso della Nitria.
“Come un’anima nera essi si aggiravano per le strade gettando in uno stato di panico la popolazione non nuova alla loro violenza. Formalmente addetti al più umile lavoro infermieristico, questi parabolani… di fatto costituivano un vero e proprio ‘corpo di polizia’, che gli episcopi di Alessandria usavano per mantenere la città nel loro ordine. Il primo a servirsi dei parabolani in questo senso era stato il predecessore di Cirillo, Teofilo, in occasione della sua contesa con gli Origenisti. Ora essi, ‘accesi nuovamente di zelo’, si misero a combattere anche a favore di Cirillo”.
Presero di mira Oreste: lo chiamavano “sacrificatore e greco” (Socrate, Storia Ecclesiastica, VII, 14) e gli gridavano contro molti altri insulti. Egli replicava asserendo che era cristiano, battezzato da Attico, vescovo di Costantinopoli. Cionondimeno, Ammonio lo colpì in testa con una pietra. Questi fu poi catturato e morì sotto tortura. Cirillo, peraltro, encomiò Ammonio e lo proclamò martire. Oreste aveva voltato le spalle al vescovo, che gli brandiva davanti i Vangeli e aveva guardato in faccia Ipazia. I monaci, guidati da un lettore di nome Pietro, si appostarono davanti alla casa di Ipazia (VII, 15). La fecero a pezzi “membro a membro”, e poi bruciarono il tutto. Anche Filostorgio (Storia Ecclesiastica VIII, 9) impiega gli stessi termini: “Durante l’impero di Teodosio il Giovane, la donna fu fatta a pezzi dai sostenitori della consustanzialità” (VIII, 9).
Fu un sacrificio compiuto nella Chiesa cristiana che prendeva nome da Cesario. Damascio la chiama “uccisione di tutte la più empia” (Vita di Isidoro, 79, 24, 25) e definisce “bestiali” quegli uomini. Più avanti, li chiama “gli immolatori”. Strapparono gli occhi a spazia, che ancora respirava, e procurarono alla patria sacrilegio ed ignominia (79, 25). Socrate precisa che l’empia uccisione avvenne nel mese di marzo (VII, 15).
Il popolo non approvava questo intrigo; seguiva ancora Ipazia. Dopo la sua morte, con il declino di Pulcheria e l’affermazione dell’Augusta Eudocia, tra il 421 e il 443, torna a brillare la stella di Ipazia. Eudocia era la moglie di Teodosio II, Augusta dal 423. Era nemica di Cirillo, ma per false accuse fu allontanata dalla corte. Teodosio II morì nel 450.
Ipazia non si vergognava di stare in mezzo agli uomini. Difatti, a causa della sua “straordinaria saggezza”, tutti quanti la rispettavano e provavano nei suoi confronti un autentico timore reverenziale. Per questo l’invidia si armò contro di lei (VII, 15). Cirillo la calunniava e aizzava di continuo i monaci.
Ebbene, l’Augusta Pulcheria era la potentissima alleata di Cirillo. In ogni modo, il potere centrale era lontano, e “i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche erano soliti recarsi prima da Ipazia” – racconta ancora Damascio (Vita di Isidoro, 79, 14-15). Infatti questa creatura meravigliosa era “pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava, e i capi, prima di prendere una decisione, la consultavano, come avveniva ad Atene” (79, 11-15). Cirillo bruciava di un odio implacabile e irreversibile.
Ma vediamo, infine, la morte di Ipazia nel racconto di Socrate Scolastico. Tornano in azione le squadracce dei monaci che, sobillati dal vescovo, avevano lapidato e tentato di uccidere Oreste.
“Siccome ella si incontrava spesso con Oreste, l’invidia mise in giro la calunnia che fosse lei a non permettere che il prefetto augustale si riconciliasse con il vescovo. Allora alcuni uomini dall’animo surriscaldato (énthermoi) si misero d’accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa denominata Cesario. Qui, strappatale la veste, la uccisero con dei cocci (ostrákois). Dopo che l’ebbero fatta a pezzi membro a membro, cancellarono ogni traccia di lei con il fuoco” (Storia Ecclesiastica, VII, 15). I cocci rimandano all’ostracismo antico, una forma nuova, violentissima di ostracismo attuata da siffatti farabutti bigotti.
“Questo – conclude Socrate Scolastico – procurò biasimo non piccolo a Cirillo e alla Chiesa di Alessandria”. Un biasimo santo che si rinnova nel film di successo internazionale Agorà. Tale fu la fine di Ipazia, uccisa, come tanti altri, da una exitiabilis superstitio, una perniciosa superstizione, già denunciata da Tacito (Annales, XV, 44) agli inizi del II secolo.
Con l’assassinio di Ipazia si chiuse l’epoca della grande scuola di Alessandria. Oramai i templi degli dèi e della cultura pagana – in primis il Serapeo con le sue biblioteche d’inestimabile valore – erano stati distrutti, o snaturati, come il Cesario trasformato in cattedrale cristiana, ed Alessandria, che Ammiano Marcellino nel IV secolo aveva definito “il fiore di tutte le città” (XXII, 16), era stata svuotata della sua vita culturale e privata dei suoi studiosi, ammazzati o costretti alla fuga. Lo storiografo continuatore di Tacito la visitò fra il 363 e il 366. Il Serapeo sarà distrutto nel 391 per ordine di Teodosio I.
“Questo tempio ospitava il culto delle più note divinità greco-egizie: da quello di Serapide, che nel periodo romano era divenuto il patrono della città, a quello di Iside, l’amata dea madre, ritenuta essere la grande potenza creatrice dell’universo, e ancora di Arpocrate, Anubi e così via” (G. Beretta, op. cit., p. 270).
Tra i nostri più noti contemporanei, Mario Luzi ha scritto un poemetto drammatico su Ipazia. “Non nascondo – annota fra l’altro – di essermi lasciato trasmettere dal mio Sinesio una sorta di esaltazione nei suoi riguardi e non saprei dire quale dei suoi pregi vi contribuisse di più: la giovinezza, la bellezza, la scienza, la fierezza o invece tutti insieme o nessuno perché in definitiva agiva anche su di me il carisma che ne aveva fatto la leader del movimento neoplatonico” (Libro di Ipazia, 1971).
Con Ipazia è il principio femminile del mondo, la grande dea ad essere sacrificata. Taluni cristiani poi hanno trasformato la vergine pagana in una vergine cristiana: la santa immaginaria Caterina di Alessandria, mandata a morte dall’imperatore Massenzio nel 307 d. C.
Il vescovo Cirillo, in una delle sue omelie pasquali, disse ch’era “stata messa a tacere l’Egizia”, riferendosi alla moglie di Putifarre o alla schiava di Sara che partorì un figlio ad Abramo. Ma se si pensa alla “libertà di parola” di Ipazia non si può non trovare un collegamento con lei. Socrate Scolastico anzi le attribuisce una “libertà di parola santa”. Ella accedeva “in mezzo ai capi della città”, e non era motivo di vergogna per lei stare “in mezzo agli uomini” (VII, 15).
Il vescovo di Costantinopoli succeduto a Giovanni Crisostomo e Attico, Proclo, menziona le “perverse egizie” della Bibbia. Più tardi, Psello ricorderà Ipazia come la “filosofa egizia”.